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2026-03-13
Ma quale «clava»... Meloni chiama la Schlein
Ansa
Ieri mattina, il premier, in un lungo comunicato, è tornato sull’argomento: «Mi corre l’obbligo di rispondere alle dichiarazioni del segretario del Pd, relativamente all’appello all’unità che ho rivolto , in aula, alle opposizioni. Il mio è stato un appello sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. I toni che ho utilizzato nella replica, invece, sono rimasti rispettosi. Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto. Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi», aggiunge Meloni, «lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea, lo dica chiaramente».
Passano pochi minuti e Schlein controreplica: «La Meloni», dice la leader dem a Sky Tg24, «sta facendo tutto da sola. Lo abbiamo detto ieri: noi ci siamo come ci siamo sempre stati. Ora deve posare la clava». Ancora con questa clava: questi trucchetti retorici (l’avrà partorito quel volpone dello spin della Schlein, Flavio Alivernini?) dopo un po’ stufano. Tocca dar ragione a Carlo Calenda, che raccoglie l’invito al tavolo di confronto ma, esasperato, sbotta: «Io penso che questa apertura sia tardiva», commenta il leader di Azione, «ma va colta. Se invece inizia il battibecco tra Meloni e Schlein in cui una dice: “No, perché la clava l’hai usata tu”, “No, la clava l’hai usata tu”, io direi la clava e la fava. Il mondo sta saltando per aria per mano di tre pazzi, Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu: non possiamo non avere mai un momento di unità nazionale».
Dopodiché Schlein, sempre a proposito dell’invito al dialogo, la mette sul «chi chiama chi», altro elemento di fondamentale rilevanza nelle ore in cui il mondo intero trema per le conseguenze della guerra scatenata da Usa e Israele in Iran: «L’abbiamo già detto che siamo disponibili», sottolinea Elly, «il mio numero ce l’ha, io l’ho chiamata diverse volte quando serviva. A giugno, quando ci fu il primo attacco, fu io a chiamarla». Non si capisce a cosa servirebbe una telefonata dopo che la Meloni ha rivolto il suo invito prima in Parlamento e poi attraverso un comunicato ufficiale, ma gli addetti ai lavori sanno bene che l’ego della Schlein quando riceve una telefonata da Palazzo Chigi si gonfia a dismisura. E così, nel pomeriggio, annuncia tutta contenta: «Mi ha telefonato il presidente Meloni, siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che fosse necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in Medio Oriente, molto preoccupante anche in riferimento all’attacco che c'è stato alla nostra base a Erbil». Niente tavolo, niente confronto, addio alla clava e tanti saluti agli alleati di centrosinistra: la Schlein, pregustando altre telefonate di Giorgia, si scioglie in un brodo di giuggiole.
Ma Elly nell’intervista a Sky va oltre: «Giorgia Meloni», evidenzia la leader del Pd, «non riesce mai a dire di no a Trump. Quindi noi chiediamo un governo che dica da subito, come ha fatto la Spagna, che oltre gli accordi già in vigore che nessuno mette in discussione, non ci sarebbe un’autorizzazione per supportare questi attacchi militari illegali». Elly evidentemente dimentica o finge di dimenticare che in realtà la Spagna del nuovo idolo della sinistra internazionale, Pedro Sánchez, sull’utilizzo delle basi americane sul proprio territorio si sta comportando esattamente come tutti gli altri alleati europei, ovvero che le stesse basi continuano a essere utilizzate dai militari statunitensi in base agli accordi bilaterali sussistenti. Sánchez si sta giocando (bene) una partita esclusivamente propagandistica perché in estrema difficoltà sul fronte interno, e in questo senso un aiuto glielo fornisce inconsapevolmente proprio The Donald, attaccandolo e irrobustendo la sua immagine di unico hombre vertical europeo. «Invece di dire a Trump di fermarsi», riflette ancora la Schlein, vogliamo diventare dipendenti dal gas degli Usa invece che da quello della Russia». Altra affermazione puramente demagogica: al di là del fatto che lo stesso Sánchezcontinua ad acquistare Gnl sia dalla Russia che dall’America, Elly dimentica un’indimenticabile affermazione di Mario Draghi, che nell’aprile 2022, a guerra in Ucraina iniziata, proclamò: «Se ci propongono l’embargo sul gas e se l’Unione europea è uniforme su questo, noi saremo ben contenti di seguire, qualunque sia lo strumento che considereremo più importante, più efficace, per permettere una pace. Questo è quello che vogliamo. Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Di fronte a queste due cose cosa preferiamo? La pace, oppure star tranquilli col termosifone acceso, anzi ormai l’aria condizionata accesa tutta l’estate? Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?». Draghi era all’epoca presidente del Consiglio di un governo sostenuto anche (e soprattutto) dal Pd, con Fdi unico partito di opposizione. Chi sa se Elly se lo ricorda. In caso contrario, la Meloni potrebbe mandarle un Whatsapp.
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Dopo aver perso tempo con polemiche inutili (da «L’invito al dialogo del premier? Fa tutto lei» a «Sa il mio numero»), la leader del Partito democratico si scioglie dopo una telefonata del presidente del Consiglio: «Dialogheremo ogni volta che sarà necessario».«Wilma, dammi la clava!»: il leggendario grido di Fred Flintstone alla moglie, tormentone del cartone animato ambientato nell’età della pietra che spopolò tra gli anni Sessanta e Ottanta, risuona nella mente di chi segue in queste ore il dibattito politico italiano. Parliamo della proposta di Giorgia Meloni di aprire un tavolo di confronto con le opposizioni sulla guerra in Iran, del «no» poi diventato «ni» di Elly Schlein, che l’altro ieri sera, alla Camera, ha risposto alla Meloni chiedendole di «posare la clava».Ieri mattina, il premier, in un lungo comunicato, è tornato sull’argomento: «Mi corre l’obbligo di rispondere alle dichiarazioni del segretario del Pd, relativamente all’appello all’unità che ho rivolto , in aula, alle opposizioni. Il mio è stato un appello sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. I toni che ho utilizzato nella replica, invece, sono rimasti rispettosi. Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto. Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi», aggiunge Meloni, «lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea, lo dica chiaramente». Passano pochi minuti e Schlein controreplica: «La Meloni», dice la leader dem a Sky Tg24, «sta facendo tutto da sola. Lo abbiamo detto ieri: noi ci siamo come ci siamo sempre stati. Ora deve posare la clava». Ancora con questa clava: questi trucchetti retorici (l’avrà partorito quel volpone dello spin della Schlein, Flavio Alivernini?) dopo un po’ stufano. Tocca dar ragione a Carlo Calenda, che raccoglie l’invito al tavolo di confronto ma, esasperato, sbotta: «Io penso che questa apertura sia tardiva», commenta il leader di Azione, «ma va colta. Se invece inizia il battibecco tra Meloni e Schlein in cui una dice: “No, perché la clava l’hai usata tu”, “No, la clava l’hai usata tu”, io direi la clava e la fava. Il mondo sta saltando per aria per mano di tre pazzi, Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu: non possiamo non avere mai un momento di unità nazionale». Dopodiché Schlein, sempre a proposito dell’invito al dialogo, la mette sul «chi chiama chi», altro elemento di fondamentale rilevanza nelle ore in cui il mondo intero trema per le conseguenze della guerra scatenata da Usa e Israele in Iran: «L’abbiamo già detto che siamo disponibili», sottolinea Elly, «il mio numero ce l’ha, io l’ho chiamata diverse volte quando serviva. A giugno, quando ci fu il primo attacco, fu io a chiamarla». Non si capisce a cosa servirebbe una telefonata dopo che la Meloni ha rivolto il suo invito prima in Parlamento e poi attraverso un comunicato ufficiale, ma gli addetti ai lavori sanno bene che l’ego della Schlein quando riceve una telefonata da Palazzo Chigi si gonfia a dismisura. E così, nel pomeriggio, annuncia tutta contenta: «Mi ha telefonato il presidente Meloni, siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che fosse necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in Medio Oriente, molto preoccupante anche in riferimento all’attacco che c'è stato alla nostra base a Erbil». Niente tavolo, niente confronto, addio alla clava e tanti saluti agli alleati di centrosinistra: la Schlein, pregustando altre telefonate di Giorgia, si scioglie in un brodo di giuggiole. Ma Elly nell’intervista a Sky va oltre: «Giorgia Meloni», evidenzia la leader del Pd, «non riesce mai a dire di no a Trump. Quindi noi chiediamo un governo che dica da subito, come ha fatto la Spagna, che oltre gli accordi già in vigore che nessuno mette in discussione, non ci sarebbe un’autorizzazione per supportare questi attacchi militari illegali». Elly evidentemente dimentica o finge di dimenticare che in realtà la Spagna del nuovo idolo della sinistra internazionale, Pedro Sánchez, sull’utilizzo delle basi americane sul proprio territorio si sta comportando esattamente come tutti gli altri alleati europei, ovvero che le stesse basi continuano a essere utilizzate dai militari statunitensi in base agli accordi bilaterali sussistenti. Sánchez si sta giocando (bene) una partita esclusivamente propagandistica perché in estrema difficoltà sul fronte interno, e in questo senso un aiuto glielo fornisce inconsapevolmente proprio The Donald, attaccandolo e irrobustendo la sua immagine di unico hombre vertical europeo. «Invece di dire a Trump di fermarsi», riflette ancora la Schlein, vogliamo diventare dipendenti dal gas degli Usa invece che da quello della Russia». Altra affermazione puramente demagogica: al di là del fatto che lo stesso Sánchezcontinua ad acquistare Gnl sia dalla Russia che dall’America, Elly dimentica un’indimenticabile affermazione di Mario Draghi, che nell’aprile 2022, a guerra in Ucraina iniziata, proclamò: «Se ci propongono l’embargo sul gas e se l’Unione europea è uniforme su questo, noi saremo ben contenti di seguire, qualunque sia lo strumento che considereremo più importante, più efficace, per permettere una pace. Questo è quello che vogliamo. Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Di fronte a queste due cose cosa preferiamo? La pace, oppure star tranquilli col termosifone acceso, anzi ormai l’aria condizionata accesa tutta l’estate? Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?». Draghi era all’epoca presidente del Consiglio di un governo sostenuto anche (e soprattutto) dal Pd, con Fdi unico partito di opposizione. Chi sa se Elly se lo ricorda. In caso contrario, la Meloni potrebbe mandarle un Whatsapp.
La finestra di osservazione lunare si è aperta lunedì, alle 20:45 (ora italiana) ed è rimasta attiva fino alle 03:40 di ieri. Il momento culminante è stato l’avvicinamento massimo alla Luna, alla 01:02: Orion è passata a soli 6.542 km dalla superficie lunare, una distanza ravvicinata che ha consentito all’equipaggio di osservare l’intero disco lunare in un’unica inquadratura, includendo contemporaneamente polo nord e polo sud. Per circa 40 minuti, a partire dalle 23:47 del 6 aprile, la capsula è passata dietro la Luna, entrando in una zona d’ombra radio che ha interrotto completamente le comunicazioni con il centro di controllo missione. Quando Orion è riemersa dal lato nascosto del satellite, era già sulla traiettoria di ritorno verso la Terra.
L’obiettivo principale della missione era un flyby lunare, ovvero una circumnavigazione completa della luna senza atterraggio. La Nasa ha assegnato all’equipaggio una lista di 35 obiettivi da documentare. Tra questi figurano i siti degli allunaggi di Apollo 12 e Apollo 14, oltre al Mare Orientale, un vasto bacino d’impatto di oltre 900 km di diametro situato al confine tra lato visibile e lato nascosto della Luna. Gli astronauti hanno inoltre osservato il cratere Hertzsprung, che si estende per circa 600 km, e numerose altre formazioni geologiche fondamentali per comprendere la storia del satellite.
Uno dei momenti più toccanti della missione è legato a una richiesta avanzata dal canadese Jeremy Hansen. A nome di tutto l’equipaggio, ha proposto di attribuire il nome «Carroll» a uno dei crateri più luminosi, in memoria della moglie del comandante Wiseman, scomparsa nel 2020. Infermiera pediatrica, era morta a soli 46 anni, lasciando il marito a crescere le figlie. Quando nel 2023 Wiseman fu nominato comandante, la sua prima reazione non fu l’entusiasmo, ma la preoccupazione per le piccole. La maggiore, in tutta risposta, gli preparò dei cupcake a forma di luna. Dopo la richiesta un video mostra gli astronauti stretti in un abbraccio, mentre sulla Terra, accanto alla famiglia Wiseman, si osservava un silenzio carico di commozione. L’episodio ci racconta di una tradizione radicata nel mondo astronautico: le famiglie diventano parte integrante di una comunità unita, costruendo legami solidi già durante l’addestramento.
Intanto, durante una diretta della Nasa, la Nutella ha rubato la scena alla Luna: è stato infatti ripreso dalle telecamere un barattolo che fluttuava beatamente per la navicella. In poco tempo il video ha fatto il giro del mondo, trasformando la scena nella più grande pubblicità gratuita di sempre, capace di portare un marchio italiano a distanza di anni luce. La Nasa è poi intervenuta per chiarire che non si trattava di un’operazione pubblicitaria. Il rientro dell’equipaggio è previsto per il 10 aprile, con ammaraggio al largo delle coste di San Diego intorno alle 20 ora locale. Si chiuderà così un viaggio storico che, oltre a fornire dati fondamentali per il futuro dell’esplorazione lunare, ha saputo raccontare anche il lato più umano dello spazio: fatto di record, scienza, emozioni e piccoli gesti capaci di avvicinare l’infinito alla vita quotidiana.
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«L’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente continuità da oltre 75 anni. Nessun governo, di nessun colore politico, ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti. Non lo dico in modo polemico. Nessun governo, giustamente, ha mai messo in discussione questi accordi. Ne ha preso atto e li ha applicati».
Così il ministro della Difesa Guido Crosetto in Aula alla Camera, nell’informativa sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi.
«Rispettare questi accordi — ha aggiunto — non significa essere coinvolti in una guerra, ma rispettare degli impegni entro i confini dettati dalla legge e dalla Costituzione».
Viktor Orbán e JD Vance (Ansa)
Pur ribadendo che Washington è pronta a collaborare con qualsiasi primo ministro, Vance ha di fatto operato un endorsement esplicito, che trasforma la sua visita in un atto politico e rende ancora più evidente la frattura profonda che attraversa ormai da mesi l’Occidente.
Il bersaglio principale delle parole di Vance è l’Unione europea, accusata di esercitare pressioni indebite sul processo elettorale ungherese. «Se il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che l’ingerenza della burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa». E ha aggiunto, con tono polemico: «L’Ungheria ha il diritto di scegliere la propria strada», quindi «non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare lo stesso».
Accanto all’attacco all’Unione, il vice di Donald Trump ha confermato la piena legittimazione del premier ungherese. «Voglio aiutare il più possibile il primo ministro in vista di questa stagione elettorale», ha dichiarato, rendendo esplicito il sostegno a Orbán, presentato da Vance come un alleato politico e culturale di Washington. Nel corso del suo intervento, d’altronde, è intervenuto telefonicamente Trump in persona, che si è rivolto agli ungheresi dicendo che il loro primo ministro «non ha permesso a nessuno di prendere d’assalto il vostro Paese e invaderlo come hanno fatto altri, rovinando le loro nazioni. Ha mantenuto il vostro Paese solido e ha fatto un lavoro fantastico». Da parte sua, Orbán ha lodato Trump, affermando che il tycoon «ha messo fine al potere dell’élite progressista globale, affermando che il patriottismo non è un crimine ma una virtù».
Insomma, tra Washington e Budapest c’è totale sintonia. Il terreno su cui questa convergenza si manifesta con maggiore evidenza, in particolare, è quello della guerra in Ucraina. Vance ha ribadito la necessità di puntare su una soluzione negoziale, criticando implicitamente la linea europea fondata sul sostegno militare a Kiev. «Serve una soluzione negoziata, non un’escalation senza fine», ha detto, indicando la necessità di aprire un canale diplomatico con Mosca. L’Ungheria, in questa prospettiva, può diventare un interlocutore utile per favorire un dialogo e ridurre la tensione tra le controparti.
Non meno significativo è il passaggio sull’energia. In proposito, anzi, Vance ha definito Orbán come «il leader più autorevole d’Europa» in materia di «sicurezza e indipendenza energetica». Peraltro, ha aggiunto, «è divertente vedere i primi ministri e i leader di alcune capitali dell’Europa occidentale parlare della crisi energetica, mentre avrebbero dovuto seguire le politiche di Orbán in Ungheria». In questo modo, ha evidenziato, la crisi «sarebbe stata molto meno grave».
Durante il suo intervento, il vicepresidente americano ha anche evocato il tema delle interferenze straniere in senso più ampio, sostenendo che vi sarebbero state ingerenze da parte dell’intelligence ucraina sia nelle elezioni americane sia in quelle ungheresi, senza però fornire elementi a sostegno di questa accusa. Un passaggio tutto da verificare, certo, ma che contribuisce ad alimentare un clima già fortemente polarizzato e a rendere ancora più profonda la distanza tra le due sponde dell’Atlantico.
Non a caso, la Commissione europea ha reagito con durezza alle parole di Vance, ritorcendo contro il vicepresidente la stessa accusa di ingerenza: «Le elezioni sono una scelta esclusiva dei cittadini, da noi le elezioni non sono decise dalle Big Tech e dai loro algoritmi», ha commentato un portavoce di Ursula von der Leyen.
Il 12 aprile, insomma, non si voterà soltanto in Ungheria: si vedrà fino a che punto arriva la frattura tra Europa e Stati Uniti.
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