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2023-10-17
Nido «leggero» e più soldi a chi ha 2 figli
Nella manovra il governo vara un pacchetto di incentivi alla natalità per combattere l’inverno demografico che l’Italia attraversa ormai da anni. «Oltre ai provvedimenti dello scorso anno, che confermiamo, aggiungiamo altre tre misure per un ulteriore miliardo di euro. Aggiungiamo in particolare un altro mese di congedo parentale retribuito al 60%, aumentiamo in modo significativo, di circa 150-180 milioni, il fondo per gli asili nido. Il nostro obiettivo è dire che dal secondo figlio l’asilo nido è gratis. Ma la misura più significativa di queste misure per un miliardo di euro è che le madri con due figli o più non pagheranno i contributi a carico del lavoratore. La quota sarà pagata dallo Stato, ovviamente con dei limiti», ha spiegato ieri il premier, Giorgia Meloni, in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. Tra le misure della manovra c’è quindi il sostegno alla natalità e alle famiglie numerose, con la gratuità del nido per i secondi figli e gli sgravi per le aziende che assumono madri con almeno due figli. In favore delle famiglie numerose e per alzare il tasso di natalità sono destinate risorse pari a 1 miliardo di euro.
Quello che la Meloni ha presentato come il provvedimento più importante è la decontribuzione per le mamme dal secondo figlio: non pagheranno la loro quota contributiva. Il senso del provvedimento è anche chiarire che «una donna che mette al mondo almeno due figli ha già offerto un importante contributo alla società, e lo Stato cerca di compensare pagando i contributi previdenziali». In particolare, ha precisato in una nota il ministero dell’Economia e delle finanze, «la decontribuzione assume un volto nuovo con riferimento alle donne lavoratrici, prevedendo che la quota dello sgravio sia pari all’intera quota dei contributi a carico delle lavoratrici stesse, per un anno se hanno due figli fino all’età di 10 anni del più piccolo e permanente per quelle che hanno 3 figli fino ai 18 anni del più piccolo», ha poi precisato in una nota il ministero dell’Economia e delle finanze.
Facciamo degli esempi pratici partendo da una premessa: il 9,19% è la percentuale di contribuzione che lo Stato va ad integrare sul valore di prelievo contributivo sul lordo totale. Considerando questo punto tecnico, vediamo l’impatto sugli stipendi netti. Prendiamo una lavoratrice che prenda uno stipendio di 2.000 euro netti, in busta paga si ritroverà con 2.300 euro. Se lo stipendio netto è di 1.700 euro, se ne ritroverà 1.900. Ipotizzando che percepisca 900 euro netti, e considerata anche in questo caso la quota dei contributi sul lordo complessivo integrata dallo Stato (80 euro), domani ne avrà 980. Se invece prende 1.450 se ne ritroverà 1.620. La mossa è coerente con le promesse fatte dalla Meloni per combattere il calo demografico. Il problema, però, è che il governo sta usando fondi destinati ad abbattere le tasse, che sono per il solo 2024. In sostanza, annuncia interventi strutturali con fondi di copertura che strutturali non sono. E con di fronte uno scenario macroeconomico che diventerà sempre più complicato.
Ma torniamo alle misure annunciate ieri. Al congedo parentale già previsto, sia per mamme sia per papà, si aggiunge un ulteriore mese utilizzabile fino a 6 anni di vita del bambino retribuito al 60%. Nelle parole del premier restano poi confermati gli altri mesi con indennità al 30% e l’indennità all’80% prevista dalla legge bilancio 2023 per un mese di congedo parentale entro il sesto anno. Sono stanziati 150 milioni di euro circa per il Fondo asili nido per avvicinarsi all’obiettivo di assicurare asilo nido gratis dal secondo figlio in poi. La Meloni ha ricordato un principio dichiarato sin dalla campagna elettorale: «Più assumi meno paghi». E per questo, ha detto il premier: «Per le imprese introduciamo una super deduzione del costo lavoro per chi assume a tempo indeterminato: il 120%, che arriva fino al 130% per chi assume mamme, under 30 percettori del reddito di cittadinanza e persone con invalidità». «Il principio per le aziende è che più alta è l’incidenza dei dipendenti in rapporto al fatturato, meno tasse si devono allo Stato. Si sostituisce alla decontribuzione che era prevista per giovani e donne ma si aggiunge alla decontribuzione per chi assume nel mezzogiorno prevista nel decreto sulla Zes», ha aggiunto il premier. Aumenta l’assegno unico e universale per il terzo figlio, almeno fino all’età di 6 anni. È allo studio la gratuità del bollo auto per i nuclei familiari numerosi.
«Sui fringe benefit l’anno scorso siamo interventi in maniera significativa, quest’anno lo rendiamo strutturale con modifiche per il 2024: portiamo il tetto a 2.000 euro per i lavoratori con figli e a 1.000 euro per tutti gli altri», ha poi aggiunto la Meloni. Un lavoratore dunque potrà fare richiesta al suo datore per benefit che non vengono tassati né per l’azienda né per il lavoratore.
Aumenta l’imposta per gli extracomunitari che si curano in Italia
Tra gli articoli della manovra 2024 c’è anche una norma che adegua al rialzo il contributo che devono versare per potersi curare in Italia alcune specifiche categorie di stranieri. La quota riguarda gli extracomunitari che volontariamente decidono di iscriversi nelle liste degli assistiti dal Sistema sanitario nazionale e non gli extracomunitari con regolare permesso di soggiorno che sono iscritti obbligatoriamente al Ssn, coloro che aspettano il permesso di soggiorno e i minori stranieri non accompagnati. L’aumento del contributo, che aggiorna una normativa del 1998, riguarda quindi gli stranieri che soggiornano regolarmente in Italia, per un periodo superiore a tre mesi, ma che non hanno diritto all’iscrizione obbligatoria e sono tenuti ad assicurarsi contro il rischio di malattia, di infortunio e per maternità mediante la stipula di una polizza assicurativa privata o con iscrizione volontaria al Ssn attraverso il pagamento di un contributo forfettario annuale. Fra questi compaiono anche il personale religioso, il personale diplomatico e consolare delle rappresentanze estere operanti in Italia, i dipendenti stranieri di organizzazioni internazionali operanti in Italia, gli stranieri che partecipano a programmi di volontariato, i genitori ultra sessantacinquenni con ingresso in Italia per ricongiungimento familiare dopo il 5 novembre 2008.
«Per i residenti stranieri cittadini di Paesi non aderenti all’Unione europea», spiega una nota del Mef, «si prevede la possibilità di iscrizione negli elenchi degli aventi diritto alle prestazioni del Ssn, versando un contributo di 2.000 euro annui. L’importo del contributo è ridotto per gli stranieri titolari di permesso di soggiorno per motivi di studio o per quelli collocati alla pari».
Per i residenti in Italia con permesso di soggiorno per motivi di studio, il contributo al Sistema sanitario nazionale passa dagli attuali 149 euro a 700 euro (+470%); per i cittadini collocati alla pari il contributo passa da 219 euro a 1.200 euro (+547%), come si legge nella relazione tecnica visionata dall’Ansa. Per i lavoratori che intendono iscriversi volontariamente al Ssn, invece, finora il contributo era calcolato su un’aliquota del 7,50% fino a un reddito pari a 20.658,28 euro e l'aliquota del 4% sugli importi eccedenti ai 20.658,28 e fino al limite dei 51.645,69 euro. «Si stima che in media il contributo pagato dai cittadini stranieri», si legge nella relazione tecnica, «fino al 2022 fosse di circa 1.200 euro. La nuova norma prevede che il contributo salga a 2.000 euro (+66%). Va considerato che la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia nel 2022 è stata pari a 2.102 euro».
Nonostante la norma non miri assolutamente a negare l’accesso alle cure agli immigrati che lavorano in regola, la sua approvazione ha fatto subito insorgere la sinistra che ha accusato il governo e il ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci di voler attaccare i poveri.
«L’articolo 32 della Costituzione tutela gli individui, oltre che la collettività. E sottolinea che le cure debbono essere gratuite per i poveri. Se gli stranieri extracomunitari sono nullatenenti devono essere assistiti gratuitamente: non si parla di cittadini ma di individui. E a mio parere, quindi, il diritto alla salute deve essere garantito comunque a chi non può pagare», ha detto il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli.
La Fp-Cgil ha rincarato la dose, sostenendo che la misura è «analoga a quella che prevede una cauzione di 5.000 euro per i richiedenti per evitare i Cpt». Mentre la senatrice del Pd Vincenza Rando ha parlato di una decisione «immorale».
I sommersi e i salvati della manovra. Meno Iperf e cuneo ma meno detrazioni
Ieri il cdm ha approvato una legge di bilancio da 24 miliardi che contiene misure che vanno dalla riduzione degli scaglioni Irpef, alla conferma del taglio del cuneo fiscale, fino alle agevolazioni per le imprese che assumono a tempo indeterminato. Nel dettaglio parliamo di 10 miliardi di euro, destinati alla decontribuzione per le mamme che lavorano con almeno due figli; di 4,5 miliardi destinati alla riduzione degli scaglioni Irpef, 3 miliardi alla sanità e 5 al rinnovo dei contratti della Pa. In conferenza stampa Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, ha spiegato come per quanto riguarda le coperture «5 miliardi derivano da tagli di bilancio, 2,5 -2,6 miliardi da rimodulazioni di spesa, che ha liberato spazi per il 2024. Il Parlamento non ha intaccato il fondo per la rimodulazione fiscale che consente di fare l’operazione sullo scalone Irpef», ai quali si devono aggiungere quasi 15,7 miliardi di extradeficit.
Per l’anno 2024 vengono rivisti gli attuali quattro scaglioni Irpef che diventano tre, grazie all’accorpamento dei primi due. Per i redditi fino a 28.000 euro è prevista un’aliquota del 23%, dai 28.001 ai 50.000 euro si passa al 35% e oltre i 50.000 euro si avrà una tassazione del 43%. Il vantaggio maggiore viene concentrato nei redditi da 15.001 a 28.000 che con la precedente suddivisione Irpef andavano a pagare imposte pari al 25%. Si tratta dunque di un taglio di due punti percentuali. Aumenta anche la no tax area per i lavoratori dipendenti che passa da 8.145 euro a 8.500 euro, equiparandola a quella già attualmente prevista per i pensionati, per rispettare l’equità orizzontale.
A questa modifica si affiancano altre due misure rilevanti. Da una parte la conferma per tutto il 2024 del taglio del cuneo fiscali per i lavoratori con redditi medio-bassi: «È un aumento in busta paga che corrisponde a 100 euro al mese e che coinvolge una platea di 14 milioni di cittadini», ha sottolineato in conferenza stampa il premier, Giorgia Meloni. E dall’altra il taglio delle detrazioni fiscali per tutti quei contribuenti che hanno un reddito superiore ai 50.000 che ha l’obiettivo di recuperare risorse da destinare ai redditi più bassi «e di non creare vantaggio alle fasce superiori dall’estensione della prima aliquota Irpef», ha spiegato Maurizio Leo, viceministro all’Economia. Escluse da questo ragionamento le tax expenditure riferite alle spese mediche. Il governo ha dunque introdotto una franchigia di 260 euro per l’ammontare delle detrazioni 2024 in relazione agli oneri la cui detraibilità è fissata al 19%, per le erogazioni liberali a favore di Onlus, iniziative umanitarie, religiose, partiti politici, enti del Terzo settore e per i premi di assicurazioni per rischio di eventi calamitosi. Ovviamente si tratta di una misura che va a pesare, in termini di maggiori spese fiscali non scaricabili, su tutti quei contribuenti che percepiscono un reddito annuo sopra i 50.000 euro. Per le altre categorie di reddito non sono previsti per il momento tagli alle detrazioni e deduzioni fiscali.
Sempre in tema Irpef, per i lavoratori autonomi è previsto lo stop dell’acconto sull’imposta sul reddito prevista per questo novembre. Per chi vorrà si potrà spalmare l’anticipo Irpef in sei rate da gennaio a giugno 2024. A beneficiare di questa manovra saranno più di 3 milioni di contribuenti, tra professionisti e partite Iva, per un giro di affari fino a 500.000 euro.
Per le imprese che assumono a tempo indeterminato sono previste due deduzioni. L’agevolazione maggiore è prevista nel caso in cui l’impresa dovesse assumere soggetti svantaggiati. In generale il costo imponibile del personale di nuova assunzione con contratto indeterminato è maggiorato, ai fini della determinazione del reddito, di un importo pari al 20%. Percentuale che viene aumentata di altri 10 punti percentuali, arrivando dunque al 30% nel caso di assunzione di soggetti fragili come donne, percettori del Reddito di cittadinanza, invalidi e giovani ammessi agli incentivi all’occupazione giovanile. Le disposizioni attuative saranno poi emanate entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della disciplina dal ministero dell’Economia, di concerto con il ministero del Lavoro e delle politiche sociali.
L’Ace (Aiuto alla crescita economica) viene abrogata. Alla luce dell’introduzione delle nuove agevolazioni per le imprese che assumono nuovo personale e delle global minimum tax, «incentivi come l’Ace non sono più ammessi», sottolinea Leo.
La manovra conferma poi la detassazione dei premi di produttività al 5% e la soglia fino a 2.000 euro dei fringe benefit per i lavoratori con figli a carico, e fino a 1.000 per tutti gli altri.
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Sostegno alle madri che lavorano. Confermati taglio del cuneo e tre scaglioni Irpef, ma per molti addio detrazioni. Fondi per il ponte sullo Stretto, il canone Rai in bolletta scenderà a 70 euro. In pensione con Quota 104 ibrida, cancellate Opzione donna e Ape sociale. Sale a 2.000 euro il contributo degli stranieri per accedere al servizio sanitario: scoppia la polemica.Nella manovra il governo vara un pacchetto di incentivi alla natalità per combattere l’inverno demografico che l’Italia attraversa ormai da anni. «Oltre ai provvedimenti dello scorso anno, che confermiamo, aggiungiamo altre tre misure per un ulteriore miliardo di euro. Aggiungiamo in particolare un altro mese di congedo parentale retribuito al 60%, aumentiamo in modo significativo, di circa 150-180 milioni, il fondo per gli asili nido. Il nostro obiettivo è dire che dal secondo figlio l’asilo nido è gratis. Ma la misura più significativa di queste misure per un miliardo di euro è che le madri con due figli o più non pagheranno i contributi a carico del lavoratore. La quota sarà pagata dallo Stato, ovviamente con dei limiti», ha spiegato ieri il premier, Giorgia Meloni, in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. Tra le misure della manovra c’è quindi il sostegno alla natalità e alle famiglie numerose, con la gratuità del nido per i secondi figli e gli sgravi per le aziende che assumono madri con almeno due figli. In favore delle famiglie numerose e per alzare il tasso di natalità sono destinate risorse pari a 1 miliardo di euro.Quello che la Meloni ha presentato come il provvedimento più importante è la decontribuzione per le mamme dal secondo figlio: non pagheranno la loro quota contributiva. Il senso del provvedimento è anche chiarire che «una donna che mette al mondo almeno due figli ha già offerto un importante contributo alla società, e lo Stato cerca di compensare pagando i contributi previdenziali». In particolare, ha precisato in una nota il ministero dell’Economia e delle finanze, «la decontribuzione assume un volto nuovo con riferimento alle donne lavoratrici, prevedendo che la quota dello sgravio sia pari all’intera quota dei contributi a carico delle lavoratrici stesse, per un anno se hanno due figli fino all’età di 10 anni del più piccolo e permanente per quelle che hanno 3 figli fino ai 18 anni del più piccolo», ha poi precisato in una nota il ministero dell’Economia e delle finanze.Facciamo degli esempi pratici partendo da una premessa: il 9,19% è la percentuale di contribuzione che lo Stato va ad integrare sul valore di prelievo contributivo sul lordo totale. Considerando questo punto tecnico, vediamo l’impatto sugli stipendi netti. Prendiamo una lavoratrice che prenda uno stipendio di 2.000 euro netti, in busta paga si ritroverà con 2.300 euro. Se lo stipendio netto è di 1.700 euro, se ne ritroverà 1.900. Ipotizzando che percepisca 900 euro netti, e considerata anche in questo caso la quota dei contributi sul lordo complessivo integrata dallo Stato (80 euro), domani ne avrà 980. Se invece prende 1.450 se ne ritroverà 1.620. La mossa è coerente con le promesse fatte dalla Meloni per combattere il calo demografico. Il problema, però, è che il governo sta usando fondi destinati ad abbattere le tasse, che sono per il solo 2024. In sostanza, annuncia interventi strutturali con fondi di copertura che strutturali non sono. E con di fronte uno scenario macroeconomico che diventerà sempre più complicato.Ma torniamo alle misure annunciate ieri. Al congedo parentale già previsto, sia per mamme sia per papà, si aggiunge un ulteriore mese utilizzabile fino a 6 anni di vita del bambino retribuito al 60%. Nelle parole del premier restano poi confermati gli altri mesi con indennità al 30% e l’indennità all’80% prevista dalla legge bilancio 2023 per un mese di congedo parentale entro il sesto anno. Sono stanziati 150 milioni di euro circa per il Fondo asili nido per avvicinarsi all’obiettivo di assicurare asilo nido gratis dal secondo figlio in poi. La Meloni ha ricordato un principio dichiarato sin dalla campagna elettorale: «Più assumi meno paghi». E per questo, ha detto il premier: «Per le imprese introduciamo una super deduzione del costo lavoro per chi assume a tempo indeterminato: il 120%, che arriva fino al 130% per chi assume mamme, under 30 percettori del reddito di cittadinanza e persone con invalidità». «Il principio per le aziende è che più alta è l’incidenza dei dipendenti in rapporto al fatturato, meno tasse si devono allo Stato. Si sostituisce alla decontribuzione che era prevista per giovani e donne ma si aggiunge alla decontribuzione per chi assume nel mezzogiorno prevista nel decreto sulla Zes», ha aggiunto il premier. Aumenta l’assegno unico e universale per il terzo figlio, almeno fino all’età di 6 anni. È allo studio la gratuità del bollo auto per i nuclei familiari numerosi.«Sui fringe benefit l’anno scorso siamo interventi in maniera significativa, quest’anno lo rendiamo strutturale con modifiche per il 2024: portiamo il tetto a 2.000 euro per i lavoratori con figli e a 1.000 euro per tutti gli altri», ha poi aggiunto la Meloni. 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La quota riguarda gli extracomunitari che volontariamente decidono di iscriversi nelle liste degli assistiti dal Sistema sanitario nazionale e non gli extracomunitari con regolare permesso di soggiorno che sono iscritti obbligatoriamente al Ssn, coloro che aspettano il permesso di soggiorno e i minori stranieri non accompagnati. L’aumento del contributo, che aggiorna una normativa del 1998, riguarda quindi gli stranieri che soggiornano regolarmente in Italia, per un periodo superiore a tre mesi, ma che non hanno diritto all’iscrizione obbligatoria e sono tenuti ad assicurarsi contro il rischio di malattia, di infortunio e per maternità mediante la stipula di una polizza assicurativa privata o con iscrizione volontaria al Ssn attraverso il pagamento di un contributo forfettario annuale. Fra questi compaiono anche il personale religioso, il personale diplomatico e consolare delle rappresentanze estere operanti in Italia, i dipendenti stranieri di organizzazioni internazionali operanti in Italia, gli stranieri che partecipano a programmi di volontariato, i genitori ultra sessantacinquenni con ingresso in Italia per ricongiungimento familiare dopo il 5 novembre 2008.«Per i residenti stranieri cittadini di Paesi non aderenti all’Unione europea», spiega una nota del Mef, «si prevede la possibilità di iscrizione negli elenchi degli aventi diritto alle prestazioni del Ssn, versando un contributo di 2.000 euro annui. L’importo del contributo è ridotto per gli stranieri titolari di permesso di soggiorno per motivi di studio o per quelli collocati alla pari».Per i residenti in Italia con permesso di soggiorno per motivi di studio, il contributo al Sistema sanitario nazionale passa dagli attuali 149 euro a 700 euro (+470%); per i cittadini collocati alla pari il contributo passa da 219 euro a 1.200 euro (+547%), come si legge nella relazione tecnica visionata dall’Ansa. Per i lavoratori che intendono iscriversi volontariamente al Ssn, invece, finora il contributo era calcolato su un’aliquota del 7,50% fino a un reddito pari a 20.658,28 euro e l'aliquota del 4% sugli importi eccedenti ai 20.658,28 e fino al limite dei 51.645,69 euro. «Si stima che in media il contributo pagato dai cittadini stranieri», si legge nella relazione tecnica, «fino al 2022 fosse di circa 1.200 euro. La nuova norma prevede che il contributo salga a 2.000 euro (+66%). Va considerato che la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia nel 2022 è stata pari a 2.102 euro».Nonostante la norma non miri assolutamente a negare l’accesso alle cure agli immigrati che lavorano in regola, la sua approvazione ha fatto subito insorgere la sinistra che ha accusato il governo e il ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci di voler attaccare i poveri.«L’articolo 32 della Costituzione tutela gli individui, oltre che la collettività. E sottolinea che le cure debbono essere gratuite per i poveri. Se gli stranieri extracomunitari sono nullatenenti devono essere assistiti gratuitamente: non si parla di cittadini ma di individui. E a mio parere, quindi, il diritto alla salute deve essere garantito comunque a chi non può pagare», ha detto il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli.La Fp-Cgil ha rincarato la dose, sostenendo che la misura è «analoga a quella che prevede una cauzione di 5.000 euro per i richiedenti per evitare i Cpt». Mentre la senatrice del Pd Vincenza Rando ha parlato di una decisione «immorale». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nido-leggero-e-piu-soldi-a-chi-ha-2-figli-2665981118.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-sommersi-e-i-salvati-della-manovra-meno-iperf-e-cuneo-ma-meno-detrazioni" data-post-id="2665981118" data-published-at="1697483420" data-use-pagination="False"> I sommersi e i salvati della manovra. Meno Iperf e cuneo ma meno detrazioni Ieri il cdm ha approvato una legge di bilancio da 24 miliardi che contiene misure che vanno dalla riduzione degli scaglioni Irpef, alla conferma del taglio del cuneo fiscale, fino alle agevolazioni per le imprese che assumono a tempo indeterminato. Nel dettaglio parliamo di 10 miliardi di euro, destinati alla decontribuzione per le mamme che lavorano con almeno due figli; di 4,5 miliardi destinati alla riduzione degli scaglioni Irpef, 3 miliardi alla sanità e 5 al rinnovo dei contratti della Pa. In conferenza stampa Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, ha spiegato come per quanto riguarda le coperture «5 miliardi derivano da tagli di bilancio, 2,5 -2,6 miliardi da rimodulazioni di spesa, che ha liberato spazi per il 2024. Il Parlamento non ha intaccato il fondo per la rimodulazione fiscale che consente di fare l’operazione sullo scalone Irpef», ai quali si devono aggiungere quasi 15,7 miliardi di extradeficit.Per l’anno 2024 vengono rivisti gli attuali quattro scaglioni Irpef che diventano tre, grazie all’accorpamento dei primi due. Per i redditi fino a 28.000 euro è prevista un’aliquota del 23%, dai 28.001 ai 50.000 euro si passa al 35% e oltre i 50.000 euro si avrà una tassazione del 43%. Il vantaggio maggiore viene concentrato nei redditi da 15.001 a 28.000 che con la precedente suddivisione Irpef andavano a pagare imposte pari al 25%. Si tratta dunque di un taglio di due punti percentuali. Aumenta anche la no tax area per i lavoratori dipendenti che passa da 8.145 euro a 8.500 euro, equiparandola a quella già attualmente prevista per i pensionati, per rispettare l’equità orizzontale.A questa modifica si affiancano altre due misure rilevanti. Da una parte la conferma per tutto il 2024 del taglio del cuneo fiscali per i lavoratori con redditi medio-bassi: «È un aumento in busta paga che corrisponde a 100 euro al mese e che coinvolge una platea di 14 milioni di cittadini», ha sottolineato in conferenza stampa il premier, Giorgia Meloni. E dall’altra il taglio delle detrazioni fiscali per tutti quei contribuenti che hanno un reddito superiore ai 50.000 che ha l’obiettivo di recuperare risorse da destinare ai redditi più bassi «e di non creare vantaggio alle fasce superiori dall’estensione della prima aliquota Irpef», ha spiegato Maurizio Leo, viceministro all’Economia. Escluse da questo ragionamento le tax expenditure riferite alle spese mediche. Il governo ha dunque introdotto una franchigia di 260 euro per l’ammontare delle detrazioni 2024 in relazione agli oneri la cui detraibilità è fissata al 19%, per le erogazioni liberali a favore di Onlus, iniziative umanitarie, religiose, partiti politici, enti del Terzo settore e per i premi di assicurazioni per rischio di eventi calamitosi. Ovviamente si tratta di una misura che va a pesare, in termini di maggiori spese fiscali non scaricabili, su tutti quei contribuenti che percepiscono un reddito annuo sopra i 50.000 euro. Per le altre categorie di reddito non sono previsti per il momento tagli alle detrazioni e deduzioni fiscali.Sempre in tema Irpef, per i lavoratori autonomi è previsto lo stop dell’acconto sull’imposta sul reddito prevista per questo novembre. Per chi vorrà si potrà spalmare l’anticipo Irpef in sei rate da gennaio a giugno 2024. A beneficiare di questa manovra saranno più di 3 milioni di contribuenti, tra professionisti e partite Iva, per un giro di affari fino a 500.000 euro.Per le imprese che assumono a tempo indeterminato sono previste due deduzioni. L’agevolazione maggiore è prevista nel caso in cui l’impresa dovesse assumere soggetti svantaggiati. In generale il costo imponibile del personale di nuova assunzione con contratto indeterminato è maggiorato, ai fini della determinazione del reddito, di un importo pari al 20%. Percentuale che viene aumentata di altri 10 punti percentuali, arrivando dunque al 30% nel caso di assunzione di soggetti fragili come donne, percettori del Reddito di cittadinanza, invalidi e giovani ammessi agli incentivi all’occupazione giovanile. Le disposizioni attuative saranno poi emanate entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della disciplina dal ministero dell’Economia, di concerto con il ministero del Lavoro e delle politiche sociali.L’Ace (Aiuto alla crescita economica) viene abrogata. Alla luce dell’introduzione delle nuove agevolazioni per le imprese che assumono nuovo personale e delle global minimum tax, «incentivi come l’Ace non sono più ammessi», sottolinea Leo.La manovra conferma poi la detassazione dei premi di produttività al 5% e la soglia fino a 2.000 euro dei fringe benefit per i lavoratori con figli a carico, e fino a 1.000 per tutti gli altri.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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