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2019-01-04
«Nessuna nostalgia
. Noi due siamo “Ritorno al futuro”»
Sito web del tour
Immaginate una serata in cui risentire 29 settembre, Bang bang, Un angelo blu, Tutta mia la città. Ma anche Che colpa abbiamo noi, C'è una strana espressione nei tuoi occhi, Bisogna saper perdere, È la pioggia che va. Eseguite in coppia dai due leader di quei gruppi che furono The Rokes e l'Equipe 84: in ordine rigorosamente alfabetico, Shel Shapiro e Maurizio Vandelli.
Hanno firmato un disco, Love and peace, che ha dato vita a un tour che in autunno ha fatto il pieno nei teatri d'Italia, e che per questo riprende a giorni (il 19 gennaio da La Spezia).Il loro primo incontro non fu in realtà tra i migliori. Esibendosi come gruppi nel mitico Piper di Roma, nel 1965, Vandelli propose a Shapiro di esibirsi insieme. «Non c'è nessuno che mi possa dire cosa devo o non devo fare», pare sia stata la replica in quel tipico italiano inglesizzato, di solito definito «alla Don Lurio». Acqua passata. Oggi in scena s'intendono alla meraviglia, anche se poi dietro le quinte battibeccano scherzosamente (o almeno così giurano entrambi) in continuazione.
Shel Shapiro: «L'amarcord non ci interessa. Ai ragazzi cantiamo: quella di domani "Sarà una bella società"»
Lo sa, Shapiro, che Vandelli ancora si ricorda di quella volta al Piper? Lui assicura di averle risposto a tono, mandandola eufemisticamente a quel paese?
«Non mi ricordo della circostanza. Ma Maurizio evidentemente sì, deve essere ancora traumatizzato se a più di 50 anni di distanza ancora ne parla».
Onestamente l'ho sfruculiato io. Nonostante tutto, però, vi siete ritrovati per questa operazione «amarcord».
«Non sono d'accordo. La nostra non è un'iniziativa in nome della nostalgia. Che è un nobile sentimento, ma forse appartiene più agli occhi, alle orecchie, al cuore di chi viene ai nostri concerti. Che si rivede com'era un tempo, in un'epoca in cui tutto sembrava possibile, con quella spinta ideale che faceva dire a tutti noi: "Sarà una bella società" quella in cui vivremo. Per questo, preferisco pensare a un recupero della memoria, ma come ritorno al futuro, nel segno della speranza. Anche perché il 60% del nostro pubblico ha 50-55 anni, ma il rimanente è intorno ai 30-35. Qualcosa vorrà pur dire».
Lei è arrivato in Italia nel 1963, insieme al gruppo che all'epoca si chiamava Shel Carson Combo.
«Cinquantacinque anni fa, mamma mia. Sì, eravamo il gruppo di accompagnamento di Colin Hicks. Mi ricordo che passammo le prime settimane qui senza incontrare nessuno che parlasse inglese. E provocammo dei tamponamenti».
In che senso?
«Potenza dei capelli lunghi. Quando arrivammo alla Stazione Centrale di Milano, nel maggio del 1963, provocammo due tamponamenti nel raggio di 150 metri».
Come Adriana Sklenarikova quando si affacciava dai cartelloni in reggiseno provocando: «Non so cucinare. E allora?». Però poi foste scritturati per un tour con Rita Pavone.
«Sì, e d'accordo con Teddy Reno, decidemmo di cambiare il nome in The Rokes, più semplice anche da ricordare».
Lei ha citato Sarà una bella società, titolo di uno spettacolo del 2008 da lei scritto con Edmondo Berselli, giornalista, saggista e indimenticato direttore editoriale del Mulino, ma che è anche un verso di Che colpa abbiamo noi.
«Credo che negli ultimi cinquant'anni sia capitato a ogni italiano di chiedersi Ma che colpa abbiamo noi davanti ai tanti problemi del Paese. L'importante è che non diventi una gara allo scaricabarile, perché invece dobbiamo tenere a mente che siamo tutti corresponsabili, con le nostre scelte e le nostre azioni, di quello che succede».
Lei è naturalizzato italiano, ma è nato 75 anni fa a Londra.
«Da una famiglia ebrea di russi emigrati tanto tempo prima. Ma non così tanto da aver rinunciato a una religione. O forse meglio, anche qui: a una memoria, a un modo di essere, di vedere il mondo e di guardare gli altri. Mia madre, mi sembra di riascoltarla ancora adesso, qualche volta cantava: "Hava nagila/Hava nagila/Hava nagila ve nis'mecha" (Rallegriamoci, ndr)».
Lei è sempre stato molto eclettico. Come attore, per esempio con una strepitosa caratterizzazione del monaco Zenone nel film Brancaleone alle crociate. Ma anche come autore, e cito un caso per tutti: E poi... di Mina.
«Che fu un primato di vendite, tra il 1973 e il 1974, rimanendo in classifica per 36 settimane. Superata soltanto da E tu di Claudio Baglioni. Aveva una struttura complessa, che i discografici giudicarono "improponibile" per via di due lunghe strofe, in un'atmosfera blues con tanto di armonica nella ripresa. Ma quando Mina la eseguì dal vivo nella prima puntata di Milleluci, lo show che conduceva insieme a Raffaella Carrà in prima serata il sabato sera su Rai 1, il brano era ancora una hit».
Nella scaletta del concerto non ci sono solo brani vostri, di lei e Vandelli. Eseguite anche alcune cover di altri artisti: 4 marzo 1943, California dreamin', Losing my religion, Auschwitz, Emozioni, Wild world, Let it be, fino a una trascinante You raise me up. Ma ho una curiosità: Bisogna saper perdere è anche un messaggio in chiave politica, a tutti quei leader che non vogliono farsene una ragione quando vengono sconfitti, magari sonoramente nelle urne?
«È un'interessante chiave di lettura, ma la canzone era una lirica d'amore. Su una scelta che fa felice qualcuno, ma che disperare qualcun altro. Bisogna saper perdere "perché non sempre si può vincere". In amore, come nella vita. Come insegna la filosofia zen, nessun ciclo è infinito».
Maurizio Vandelli: «I Rolling Stones mi fregarono un sitar. Calà una Gibson»
Vandelli, lei passa per il burbero e l'«incazzoso» della coppia.
«Tipo Jessica Rabbit quando dice "Io non sono cattiva, è che mi disegnano così"? In realtà, io sono più un tipo alla Roger».
Le credo anche perché nel suo blog sul suo sito personale ci sono almeno un paio di esercizi di stile satirici che non sono male. Uno riguarda la foto di un cartello di un parcheggio a Follonica, l'altro è sull'importanza delle virgole.
«Se scrivi "Ippodromo", ma fai precedere il termine dalla "P" di parcheggio, l'indicazione sembra alludere a una pratica che riguarda più gli uomini che i cavalli. Lo stesso dicasi per la collocazione impropria delle virgole, cui spesso non si fa caso, perché un conto è dire "Sono stufa di tutto questo, c...", che rimanda all'insofferenza, spesso legittima, di una donna; un altro è togliere la virgola, con l'effetto di rendere la frase più simile all'imprecazione di una pornostar».
C'è una leggenda che circola e riguarda lei, una sua fidanzata, Anita Pallenberg (modella legata negli anni Sessanta prima al pittore Mario Schifano, poi ad almeno due componenti dei Rolling Stones: Brian Jones e Keith Richards, da cui ebbe tre figli, tra cui Angie, per cui fu scritta l'omonima canzone del 1973) e la scomparsa di un sitar arrivato dall'India.
«Ero ospite di amici in una villetta sul Lungotevere delle Armi a Roma. Arrivano Brian Jones e Anita, che non vedevo dal nostro ultimo incontro, un anno prima. Lei fece quasi finta di non vedermi, mentre Brian si sedette sul divano accanto a me, logorroico, continuando a mettermi la mano sul ginocchio. Ebbi la sommaria impressione che forse lo sbandierato fidanzamento servisse a coprire qualcosa d'altro. Dopo di che, incrociando di nuovo Anita, l'aposotrofai con un "E allora?", cui lei rispose mentendo deliziosamente: "Credevo ti fossi dimenticato di me". Dopo una settimana tornarono in Inghilterra con uno dei due sitar che mi ero fatto recapitare direttamente dall'India, in una cassa di legno che sembrava una bara. Prelievo che ovviamente avvenne a mia insaputa».
Il nome Equipe 84 richiama inevitabilmente il successo di 29 settembre, di Mogol e Lucio Battisti, che non è solo il giorno di nascita di Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani.
«È anche quello di Felice Gimondi, ma chissà perché nessuno se lo ricorda mai. Lucio Battisti me la fece sentire al pianoforte, negli uffici della Ricordi a Milano, dove sul muro ci eravamo firmati Maurelli Vandizio e Listi Battucio. E siccome all'inizio Lucio ripeteva "29 settembre, 29 settembre", a me venne in mente (non all'ultimo momento, in sala d'incisione, perché l'idea fu mia, anche se poi ho perso il conto di quanti l'hanno rivendicata) la voce del Giornale Radio. Io avrei voluto lo speaker vero, "orecchione Paladini" (Riccardo Paladini, ndr), ma poi ripiegammo su uno che aveva una voce simile. Il fascino della canzone comunque risiede in quella improvvisa apertura melodica, "poi all'improvviso lei sorrise..."».
Aveva un buon rapporto con Battisti.
«Era una persona simpatica e allegra, non scontrosa come lo dipingevano i pregiudizi. Un giorno mi guarda e mi fa: "A Maurì, te devo confessa' na cosa. Io ho imparato a cantare da te". Io mi sono inorgoglito e l'ho ringraziato del complimento. E lui: "Non me devi ringrazià. Perché ho corretto i tuoi errori"».
La copertina del disco fu opera di Mario Schifano.
«Sì. Noi siamo riflessi in una carta da parati dorata sui muri di casa mia, in via Bodoni, un villino liberty con i vetri colorati che ci aveva affittato una farmacista. La porta era sempre aperta, non solo metaforicamente: no, non si chiudeva proprio, e siccome la voce si era sparsa, era tutto un via vai».
Immagino. Tra i frequentatori ci fu perfino Jerry Calà, che le avrebbe rubato una chitarra, e che chitarra: una Gibson Les Paul.
«Non avrebbe. Ha. Me l'ha confessato lui. Ma venne davvero un mondo di gente, compresi, per dire, anche Allen Ginsberg, ieratico con quel suo barbone, Anita Pallenberg che nel frattempo si era messa con Richards, e più volte arrivò Jimi Hendrix. Bravura indiscussa, la sua, per carità, ma a me, oltre Hey Joe, non è che il suo repertorio mi accendesse. Per me la vera divinità in quel momento era Paul McCartney, perché io ero più per i giri armonici alla Beatles».
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Immaginate una serata in cui risentire 29 settembre, Bang bang, Un angelo blu, Tutta mia la città. Ma anche Che colpa abbiamo noi, C'è una strana espressione nei tuoi occhi, Bisogna saper perdere, È la pioggia che va. Eseguite in coppia dai due leader di quei gruppi che furono The Rokes e l'Equipe 84: in ordine rigorosamente alfabetico, Shel Shapiro e Maurizio Vandelli. Hanno firmato un disco, Love and peace, che ha dato vita a un tour che in autunno ha fatto il pieno nei teatri d'Italia, e che per questo riprende a giorni (il 19 gennaio da La Spezia).Il loro primo incontro non fu in realtà tra i migliori. Esibendosi come gruppi nel mitico Piper di Roma, nel 1965, Vandelli propose a Shapiro di esibirsi insieme. «Non c'è nessuno che mi possa dire cosa devo o non devo fare», pare sia stata la replica in quel tipico italiano inglesizzato, di solito definito «alla Don Lurio». Acqua passata. Oggi in scena s'intendono alla meraviglia, anche se poi dietro le quinte battibeccano scherzosamente (o almeno così giurano entrambi) in continuazione. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nessuna-nostalgia-noi-due-siamo-ritorno-al-futuro-2625050881.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="shel-shapiro-l-amarcord-non-ci-interessa-ai-ragazzi-cantiamo-quella-di-domani-sara-una-bella-societa" data-post-id="2625050881" data-published-at="1776187712" data-use-pagination="False"> Shel Shapiro: «L'amarcord non ci interessa. Ai ragazzi cantiamo: quella di domani "Sarà una bella società"» Lo sa, Shapiro, che Vandelli ancora si ricorda di quella volta al Piper? Lui assicura di averle risposto a tono, mandandola eufemisticamente a quel paese?«Non mi ricordo della circostanza. Ma Maurizio evidentemente sì, deve essere ancora traumatizzato se a più di 50 anni di distanza ancora ne parla».Onestamente l'ho sfruculiato io. Nonostante tutto, però, vi siete ritrovati per questa operazione «amarcord».«Non sono d'accordo. La nostra non è un'iniziativa in nome della nostalgia. Che è un nobile sentimento, ma forse appartiene più agli occhi, alle orecchie, al cuore di chi viene ai nostri concerti. Che si rivede com'era un tempo, in un'epoca in cui tutto sembrava possibile, con quella spinta ideale che faceva dire a tutti noi: "Sarà una bella società" quella in cui vivremo. Per questo, preferisco pensare a un recupero della memoria, ma come ritorno al futuro, nel segno della speranza. Anche perché il 60% del nostro pubblico ha 50-55 anni, ma il rimanente è intorno ai 30-35. Qualcosa vorrà pur dire».Lei è arrivato in Italia nel 1963, insieme al gruppo che all'epoca si chiamava Shel Carson Combo.«Cinquantacinque anni fa, mamma mia. Sì, eravamo il gruppo di accompagnamento di Colin Hicks. Mi ricordo che passammo le prime settimane qui senza incontrare nessuno che parlasse inglese. E provocammo dei tamponamenti».In che senso?«Potenza dei capelli lunghi. Quando arrivammo alla Stazione Centrale di Milano, nel maggio del 1963, provocammo due tamponamenti nel raggio di 150 metri».Come Adriana Sklenarikova quando si affacciava dai cartelloni in reggiseno provocando: «Non so cucinare. E allora?». Però poi foste scritturati per un tour con Rita Pavone.«Sì, e d'accordo con Teddy Reno, decidemmo di cambiare il nome in The Rokes, più semplice anche da ricordare».Lei ha citato Sarà una bella società, titolo di uno spettacolo del 2008 da lei scritto con Edmondo Berselli, giornalista, saggista e indimenticato direttore editoriale del Mulino, ma che è anche un verso di Che colpa abbiamo noi.«Credo che negli ultimi cinquant'anni sia capitato a ogni italiano di chiedersi Ma che colpa abbiamo noi davanti ai tanti problemi del Paese. L'importante è che non diventi una gara allo scaricabarile, perché invece dobbiamo tenere a mente che siamo tutti corresponsabili, con le nostre scelte e le nostre azioni, di quello che succede».Lei è naturalizzato italiano, ma è nato 75 anni fa a Londra.«Da una famiglia ebrea di russi emigrati tanto tempo prima. Ma non così tanto da aver rinunciato a una religione. O forse meglio, anche qui: a una memoria, a un modo di essere, di vedere il mondo e di guardare gli altri. Mia madre, mi sembra di riascoltarla ancora adesso, qualche volta cantava: "Hava nagila/Hava nagila/Hava nagila ve nis'mecha" (Rallegriamoci, ndr)».Lei è sempre stato molto eclettico. Come attore, per esempio con una strepitosa caratterizzazione del monaco Zenone nel film Brancaleone alle crociate. Ma anche come autore, e cito un caso per tutti: E poi... di Mina.«Che fu un primato di vendite, tra il 1973 e il 1974, rimanendo in classifica per 36 settimane. Superata soltanto da E tu di Claudio Baglioni. Aveva una struttura complessa, che i discografici giudicarono "improponibile" per via di due lunghe strofe, in un'atmosfera blues con tanto di armonica nella ripresa. Ma quando Mina la eseguì dal vivo nella prima puntata di Milleluci, lo show che conduceva insieme a Raffaella Carrà in prima serata il sabato sera su Rai 1, il brano era ancora una hit».Nella scaletta del concerto non ci sono solo brani vostri, di lei e Vandelli. Eseguite anche alcune cover di altri artisti: 4 marzo 1943, California dreamin', Losing my religion, Auschwitz, Emozioni, Wild world, Let it be, fino a una trascinante You raise me up. Ma ho una curiosità: Bisogna saper perdere è anche un messaggio in chiave politica, a tutti quei leader che non vogliono farsene una ragione quando vengono sconfitti, magari sonoramente nelle urne?«È un'interessante chiave di lettura, ma la canzone era una lirica d'amore. Su una scelta che fa felice qualcuno, ma che disperare qualcun altro. Bisogna saper perdere "perché non sempre si può vincere". In amore, come nella vita. Come insegna la filosofia zen, nessun ciclo è infinito». <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nessuna-nostalgia-noi-due-siamo-ritorno-al-futuro-2625050881.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="maurizio-vandelli-i-rolling-stones-mi-fregarono-un-sitar-cala-una-gibson" data-post-id="2625050881" data-published-at="1776187712" data-use-pagination="False"> Maurizio Vandelli: «I Rolling Stones mi fregarono un sitar. Calà una Gibson» Vandelli, lei passa per il burbero e l'«incazzoso» della coppia.«Tipo Jessica Rabbit quando dice "Io non sono cattiva, è che mi disegnano così"? In realtà, io sono più un tipo alla Roger».Le credo anche perché nel suo blog sul suo sito personale ci sono almeno un paio di esercizi di stile satirici che non sono male. Uno riguarda la foto di un cartello di un parcheggio a Follonica, l'altro è sull'importanza delle virgole.«Se scrivi "Ippodromo", ma fai precedere il termine dalla "P" di parcheggio, l'indicazione sembra alludere a una pratica che riguarda più gli uomini che i cavalli. Lo stesso dicasi per la collocazione impropria delle virgole, cui spesso non si fa caso, perché un conto è dire "Sono stufa di tutto questo, c...", che rimanda all'insofferenza, spesso legittima, di una donna; un altro è togliere la virgola, con l'effetto di rendere la frase più simile all'imprecazione di una pornostar».C'è una leggenda che circola e riguarda lei, una sua fidanzata, Anita Pallenberg (modella legata negli anni Sessanta prima al pittore Mario Schifano, poi ad almeno due componenti dei Rolling Stones: Brian Jones e Keith Richards, da cui ebbe tre figli, tra cui Angie, per cui fu scritta l'omonima canzone del 1973) e la scomparsa di un sitar arrivato dall'India.«Ero ospite di amici in una villetta sul Lungotevere delle Armi a Roma. Arrivano Brian Jones e Anita, che non vedevo dal nostro ultimo incontro, un anno prima. Lei fece quasi finta di non vedermi, mentre Brian si sedette sul divano accanto a me, logorroico, continuando a mettermi la mano sul ginocchio. Ebbi la sommaria impressione che forse lo sbandierato fidanzamento servisse a coprire qualcosa d'altro. Dopo di che, incrociando di nuovo Anita, l'aposotrofai con un "E allora?", cui lei rispose mentendo deliziosamente: "Credevo ti fossi dimenticato di me". Dopo una settimana tornarono in Inghilterra con uno dei due sitar che mi ero fatto recapitare direttamente dall'India, in una cassa di legno che sembrava una bara. Prelievo che ovviamente avvenne a mia insaputa».Il nome Equipe 84 richiama inevitabilmente il successo di 29 settembre, di Mogol e Lucio Battisti, che non è solo il giorno di nascita di Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani.«È anche quello di Felice Gimondi, ma chissà perché nessuno se lo ricorda mai. Lucio Battisti me la fece sentire al pianoforte, negli uffici della Ricordi a Milano, dove sul muro ci eravamo firmati Maurelli Vandizio e Listi Battucio. E siccome all'inizio Lucio ripeteva "29 settembre, 29 settembre", a me venne in mente (non all'ultimo momento, in sala d'incisione, perché l'idea fu mia, anche se poi ho perso il conto di quanti l'hanno rivendicata) la voce del Giornale Radio. Io avrei voluto lo speaker vero, "orecchione Paladini" (Riccardo Paladini, ndr), ma poi ripiegammo su uno che aveva una voce simile. Il fascino della canzone comunque risiede in quella improvvisa apertura melodica, "poi all'improvviso lei sorrise..."».Aveva un buon rapporto con Battisti.«Era una persona simpatica e allegra, non scontrosa come lo dipingevano i pregiudizi. Un giorno mi guarda e mi fa: "A Maurì, te devo confessa' na cosa. Io ho imparato a cantare da te". Io mi sono inorgoglito e l'ho ringraziato del complimento. E lui: "Non me devi ringrazià. Perché ho corretto i tuoi errori"».La copertina del disco fu opera di Mario Schifano.«Sì. Noi siamo riflessi in una carta da parati dorata sui muri di casa mia, in via Bodoni, un villino liberty con i vetri colorati che ci aveva affittato una farmacista. La porta era sempre aperta, non solo metaforicamente: no, non si chiudeva proprio, e siccome la voce si era sparsa, era tutto un via vai».Immagino. Tra i frequentatori ci fu perfino Jerry Calà, che le avrebbe rubato una chitarra, e che chitarra: una Gibson Les Paul.«Non avrebbe. Ha. Me l'ha confessato lui. Ma venne davvero un mondo di gente, compresi, per dire, anche Allen Ginsberg, ieratico con quel suo barbone, Anita Pallenberg che nel frattempo si era messa con Richards, e più volte arrivò Jimi Hendrix. Bravura indiscussa, la sua, per carità, ma a me, oltre Hey Joe, non è che il suo repertorio mi accendesse. Per me la vera divinità in quel momento era Paul McCartney, perché io ero più per i giri armonici alla Beatles».
Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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Ecco #DimmiLaVerità del 14 aprile 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci spiega i rischi di una crisi energetica dovuta al blocco di Hormuz.
«A me pareva che il post pubblicato alle 8.30 del mattino fosse un segnale chiaro, poi ovviamente servivano parole più chiare e abbiamo detto anche parole più chiare». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni in un punto stampa al Vinitaly di Verona, rispondendo a chi le domandava perché non avesse criticato subito le parole di Donald Trump sul Papa.
«Non so quanti leader le abbiano espresse, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza», ha aggiunto, concludendo la frase con tono sarcastico.
Giuseppe Conte (Getty Images)
Le esperienze della solitudine e dell’isolamento possono essere molto pesanti per i singoli individui, ma hanno conseguenze ben più gravi per gli Stati nazionali». Poi, l’avvocato di Volturara Appula ripesca la toga da qualche baule impolverato e tenta di confutare l’accusa di aver gestito malissimo l’emergenza sanitaria da Sars-CoV-2 attaccando la commissione parlamentare d’inchiesta. Indigna, il capitoletto Pandemia del libro del leader del M5s Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, edito da Marsilio Editori. Conferma che senza un cambio di passo della magistratura e una precisa volontà politica, non si farà chiarezza su responsabilità e misfatti dell’epoca Covid.
Dunque, l’ex premier esordisce prendendo per i fondelli gli italiani che hanno subìto lunghi e ripetuti lockdown, spiegando che i problemi loro (salute, lavoro, diritti, tutti calpestati) erano nulla confronto a quello che doveva affrontare il Paese in termini di costi socio-economici. Già, ma il blocco chi l’aveva deciso se non Conte, assieme all’ex ministro della Salute Roberto Speranza e alla sua cerchia di improvvisati esperti? L’avvocato abbozza una giustificazione che invece è un clamoroso autogol. Scrive che aveva consultato «un illustre epidemiologo per avere un suo parere sulle misure da adottare» e che il luminare gli avrebbe risposto suggerendo un «perenne e totale lockdown essendo questa la misura più efficace per prevenire il contagio e proteggere la salute dei cittadini».
Il medico interpellato forse non leggeva la letteratura scientifica, fingeva di ignorare che all’isolamento prolungato della Cina aveva fatto seguito un’esplosione spaventosa di casi e taceva sui contagi ad opera dei vaccinati di casa nostra muniti di green pass. Conte cita l’opinione dell’epidemiologo per ammettere: «Alla fine è solo alla politica che spetta l’onere di assumersi la responsabilità, che non può prescindere da una valutazione complessiva degli interessi in gioco, e dal loro più oculato bilanciamento». Quindi, chiudere fu una decisione politica, non dettata da pareri scientifici. Lo dichiara, nero su bianco, forte e chiaro come mai lo si è sentito dire in audizione. I cittadini sono stati male, non si sono curati, molti sono morti, tanti ancora soffrono per un vaccino sperimentale, però l’allora premier decise la chiusura perché aveva valutato «gli interessi in gioco».
Quali e di chi? L’inopportuno sfottò di Conte prosegue dopo aver lodato le iniziative dell’Unione europea che «dopo alcune settimane di disorientamento ha compreso la gravità e la pervasività dello shock provocato dalla pandemia» e, udite udite, avrebbe risposto «in maniera efficace e per più di un verso, innovativa». Volete sapere come? «Con gli interventi della Bce e con il “patto per il vaccino”», elenca tra gli altri l’ex premier.
Il risultato, e qui la comicità rasenta il grottesco, è che simili iniziative «hanno contribuito almeno in parte a far sentire i cittadini italiani finalmente partecipi del progetto europeo, protetti da una casa comune», scrive il leader pentastellato. Sarà per questo che secondo Eurobarometro della Commissione Ue, nei mesi della pandemia la fiducia degli italiani verso le istituzioni comunitarie era crollata al 28%? E che alle Europee 2024 in Italia meno della metà degli elettori è andata a votare? Un calo storico dell’affluenza che si deve anche a una pessima gestione a livello Ue della pandemia e della campagna acquisti del vaccino Covid.
Giuseppe Conte sorvola, preferisce tratteggiarsi come «la massima istituzione del governo» che all’epoca dovette assumere decisioni impopolari sotto «pressione dell’opinione pubblica, per sua natura ondivaga». Lamenta che i media a volte chiedevano «provvedimenti più restrittivi», mentre «altre volte le stesse misure venivano giudicate troppo penalizzanti».
Pensa un po’, erano i mezzi d’informazione ad avere «oscillazioni altalenanti». Per fortuna c’era Giuseppi che con i suoi esperti ha optato «subito per una metodologia basata su evidenze scientifiche». Non è andata così, le audizioni in commissione parlamentare d’inchiesta hanno messo in luce le posizioni contrastanti di tecnici, esperti, gli inviti a soprassedere, le decisioni prese per ragioni politiche, non certo di salute pubblica. Conte fa la vittima, si rammarica che i suoi sforzi non siano stati compresi e che «molte persone hanno comunque contestato le decisioni presentando esposti e denunce alle Procure». Ma lui, mica si è lamentato, dice, mica ha cercato di «delegittimare i giudici titolari delle inchieste, alludendo a una loro presunta “politicizzazione”». Non soddisfatto dell’esito del referendum sulla riforma della giustizia, l’ex premier si mostra paladino della Costituzione ed esempio calzante di quanto sarebbe sbagliato «alterare l’equilibrio dei poteri», come ripeteva motivando il suo No.
Dunque, dichiara di essersi reso «pienamente disponibile […] non avevo nulla da nascondere […] tutte queste inchieste sono state archiviate senza alcun seguito». Accusa la commissione parlamentare di avere come scopo quello di «attaccare i nemici […] relegando sullo sfondo la tutela dell’interesse pubblico […] e la preparazione nazionale a eventuali future emergenze».
Da quale pulpito, presidente Conte.
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