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2022-12-14
Nelle Rsa non serve più il green pass. Basta tamponi nei pronto soccorso
Ansa
Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.
Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.
L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso.
Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie.
«L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso.
Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia.
«Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza.
C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano.
Dietrofront sull’hub nel presepe
La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo.
Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla).
Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano.
Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe».
No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare.
Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono.
«Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…».
Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
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Approvati gli emendamenti che aboliscono la card per le visite agli anziani e in ospedale- Basta pure ai tamponi a tutti i pazienti. Ma occhio: il codice a barre è valido fino al 2025.Dietrofront sull’hub nel presepe. Roma, sparite dalla Betlemme realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio le statuine con mascherine e documenti per fare la quinta dose. Il parroco: «Troppe polemiche».Lo speciale comprende due articoli.Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso. Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie. «L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso. Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia. «Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza. C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-rsa-non-serve-piu-il-green-pass-basta-tamponi-nei-pronto-soccorso-2658960907.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietrofront-sullhub-nel-presepe" data-post-id="2658960907" data-published-at="1670977681" data-use-pagination="False"> Dietrofront sull’hub nel presepe La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo. Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla). Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano. Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe». No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare. Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono. «Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…». Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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