True
2022-12-14
Nelle Rsa non serve più il green pass. Basta tamponi nei pronto soccorso
Ansa
Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.
Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.
L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso.
Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie.
«L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso.
Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia.
«Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza.
C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano.
Dietrofront sull’hub nel presepe
La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo.
Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla).
Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano.
Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe».
No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare.
Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono.
«Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…».
Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
Continua a leggereRiduci
Approvati gli emendamenti che aboliscono la card per le visite agli anziani e in ospedale- Basta pure ai tamponi a tutti i pazienti. Ma occhio: il codice a barre è valido fino al 2025.Dietrofront sull’hub nel presepe. Roma, sparite dalla Betlemme realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio le statuine con mascherine e documenti per fare la quinta dose. Il parroco: «Troppe polemiche».Lo speciale comprende due articoli.Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso. Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie. «L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso. Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia. «Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza. C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-rsa-non-serve-piu-il-green-pass-basta-tamponi-nei-pronto-soccorso-2658960907.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietrofront-sullhub-nel-presepe" data-post-id="2658960907" data-published-at="1670977681" data-use-pagination="False"> Dietrofront sull’hub nel presepe La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo. Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla). Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano. Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe». No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare. Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono. «Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…». Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
Continua a leggereRiduci