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2022-12-14
Nelle Rsa non serve più il green pass. Basta tamponi nei pronto soccorso
Ansa
Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.
Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.
L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso.
Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie.
«L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso.
Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia.
«Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza.
C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano.
Dietrofront sull’hub nel presepe
La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo.
Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla).
Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano.
Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe».
No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare.
Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono.
«Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…».
Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
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Approvati gli emendamenti che aboliscono la card per le visite agli anziani e in ospedale- Basta pure ai tamponi a tutti i pazienti. Ma occhio: il codice a barre è valido fino al 2025.Dietrofront sull’hub nel presepe. Roma, sparite dalla Betlemme realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio le statuine con mascherine e documenti per fare la quinta dose. Il parroco: «Troppe polemiche».Lo speciale comprende due articoli.Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso. Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie. «L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso. Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia. «Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza. C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-rsa-non-serve-piu-il-green-pass-basta-tamponi-nei-pronto-soccorso-2658960907.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietrofront-sullhub-nel-presepe" data-post-id="2658960907" data-published-at="1670977681" data-use-pagination="False"> Dietrofront sull’hub nel presepe La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo. Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla). Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano. Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe». No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare. Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono. «Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…». Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
Roberto Saviano (Ansa)
Da sconosciuto cronista di nera, mettendo insieme «trafiletti di cronaca per farne letteratura» (sono parole sue), Saviano si è trasformato in autore di successo, con 10 milioni di copie vendute, un’opera tradotta in 52 lingue e dalla quale è stata tratta una serie televisiva. Tra diritti d’autore e ingaggi tv, il bestseller che «gli ha rovinato la vita» lo ha pure ricoperto d’oro. Nel 2018, su Panorama, Giacomo Amadori provò a fargli i conti in tasca. In totale calcolò che solo i proventi dei contratti con le case editrici e con quelle di produzione cinematografica gli erano valsi 13 milioni di euro, soldi che gli avevano consentito di comprar casa a New York, nell’elegante quartiere di Williamsburg, a Brooklyn. Una vita d’inferno, da esule nella Grande mela. La giornalista americana E. Nina Rothe che lo intervistò nel periodo in cui viveva negli Stati Uniti descrisse la sua vita in prigione nel seguente modo: «Fare la spesa nei negozi italiani su Arthur avenue o fare una passeggiata per conto proprio per le vie di Williamsburg, per lui rappresenta un lusso estremo». Come non capire la sofferenza di uno scrittore costretto a fare il turista a Little Italy, confinato a Manhattan, tra le tende di Zuccotti Park invece di aver la libertà potersi aggirarsi tra il rione Sanità e Forcella? «Cos’è Napoli per lei oggi?», gli chiede la vicedirettrice di Repubblica Annalisa Cuzzocrea. «Napoli è casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai quartieri spagnoli», invece - udite, udite - pare abbia trovato casa a Roma, oltre che naturalmente a New York. Così, quando ritorna nel capoluogo campano, Saviano sta male. A colpirlo sarebbe la «napolitude», ovvero la nostalgia che prende chi dopo aver visto la città se ne allontana e finisce per soffrire di un generale malessere a causa della separazione da tanta bellezza. Ma questo non gli impedisce di accusare il capoluogo campano di non averlo apprezzato. «Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».
E Saviano che sindrome ha? «Sono spezzato», commenta l’uomo simbolo del martirio della libertà di stampa, «Il tempo ti spezza. Il tempo e l’isolamento. Dovermi nascondere come i latitanti. Ed essere contemporaneamente sempre esposto allo sguardo degli altri come quello che non deve sbagliare, non deve cadere». Sarà, ma se uno deve nascondersi, non pubblica l’elenco dei luoghi dove presenterà i suoi libri o i suoi spettacoli. Se uno deve darsi alla latitanza non annuncia sul sito delle case editrici per cui lavora, o su quelli che prevendono i biglietti, le date dei suoi prossimi appuntamenti. La vita in fuga è altra: chi scappa non si fa trovare, non fa certo un comunicato stampa per annunciare dove lo si può rintracciare. E dove si possono comprare i suoi libri.
Ma Saviano è Saviano e con pazienza in questi vent’anni ha costruito il suo mito, accreditando l’idea che a sgominare i clan della camorra sia stato lui. Tempo fa l’attuale capo della polizia, Vittorio Pisani, ex responsabile della squadra mobile di Napoli oltre che colui che arrestò latitanti del calibro di Michele Zagaria e Antonio Iovine, si permise di correggere la biografia dell’eroe anti-cosche, ridimensionando il peso di Gomorra nella lotta alla malavita. Mal gliene incolse. Nonostante avesse messo le manette a centinaia di camorristi, finì in un cono d’ombra durato anni. Perché chi tocca Saviano rischia. Dopo vent’anni da martire, infatti, è diventato un intoccabile. Ne sa qualche cosa anche Matteo Salvini, che avendolo querelato per essere stato definito «ministro della malavita» pur non essendo mai stato accostato alla malavita da alcuna inchiesta si è visto respingere la denuncia. Centinaia di giornalisti finiscono a processo e sono condannati per molto meno. Ma il martire della camorra no. Ormai è protetto da un’aura di sacralità. Odia Gomorra, ma con la riedizione del libro e con la pubblicità gratis garantita da interviste come quella di ieri, si appresta a fatturare altri milioni.
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Getty Images
Si vedono il ministro degli Interni di casa, Laurent Nuñez, un ufficiale della marina francese e una sorridente signora asiatica, Shabana Mahmood, avvocato e figlia di pakistani, ministro degli interni di Sua Maestà, primo dirigente donna musulmano del partito laburista. La signora Mahmood ha appena firmato un nuovo accordo triennale in base al quale il Regno Unito finanzierà la Francia perché eviti al massimo l’attraversamento della Manica da parte dei clandestini e dei mercanti di esseri umani. Insomma, dare tanti soldi in cambio di un aiuto nel contrasto all’immigrazione illegale si può e non è considerato una mancanza di umanità. E stiamo parlando di due delle più antiche democrazie d’Europa.
L’accordo siglato ieri ha una durata di tre anni e prevede nel complesso fondi alla Francia fino a 760 milioni di euro per bloccare barche e barchini diretti in Inghilterra. Un fenomeno che nel 2025 ha visto circa 41.000 persone tentare con successo la traversata, andando a equiparare il record del 2022. I tre quarti dei finanziamenti andranno a rafforzare l’attività di polizia sulla costa francese, con 1.100 uomini in più tra personale militare e di intelligence. Il resto andrà nella sperimentazione di nuovi sistemi per bloccare il traffico illegale di esseri umani e il pagamento sarà legato ai risultati effettivamente ottenuti dalle autorità francesi. Nel nuovo accordo bilaterale sono compresi anche due elicotteri, un numero imprecisato di droni e un nuovo sistema di sorveglianza con le telecamere. La Francia si è impegnata ad aumentare di oltre la metà il numero di agenti lungo la costa, in modo da raggiungere quota 1.400 uomini entro il 2029
Quello firmato ieri, sostituisce l’accordo triennale appena scaduto e aggiunge anche un po’ di soldi. Del resto, il premier Starmer aveva detto che in due anni, da quando è al governo, questo patto di collaborazione con Parigi ha permesso di bloccare 41.000 persone. E ieri ha aggiunto: «Questo accordo storico ci permette di fare di più: intensificare l’intelligence, la sorveglianza e la presenza sul campo per proteggere i confini britannici». Già, perché né in Inghilterra né in Francia, anche a sinistra, «proteggere i confini» non è una bestemmia, ma un obbligo di chi guida lo Stato. Starmer, ovviamente, tiene anche d’occhio i sondaggi e sa che Nigel Farage, con il suo Reform Uk, sta oltre dieci punti sopra il Labour, ultimamente superato anche dai Verdi.
La più soddisfatta e fiduciosa, comunque, è la signora Mahmood, promossa alla guida degli Interni dopo che da sottosegretario alla Giustizia aveva gestito con successo un piano di scarcerazioni mirate per ridurre il sovraffollamento negli istituti di reclusione. «Questo accordo storico impedirà ai migranti illegali di intraprendere il pericoloso viaggio e metterà in prigione i trafficanti di esseri umani», ha riassunto il ministro.
Non che in passato siano state tutte rose e fiori, anzi. Il Regno Unito ha accusato la Francia di fare troppo poco per impedire ai migranti, anche economici, di partire dalle coste francesi. Ed è per questo che Starmer ha insistito sul fatto che si sarebbe impegnato per il rinnovo del trattato di Sandhurst (firmato nel 2018, poi prorogato nel 2023), ma solo a patto di poter fissare sulla carta le condizioni d’incasso dei fondi inglesi da parte del governo francese.
Come ricordava ieri il Guardian, il nuovo accordo non potrà esimere il governo inglese dal vigilare in qualche maniera sui modi a volte un po’ spicci usati dalla polizia francese. Sile Reynoulds, uno dei leader dei volontari di Freedom from torture, ha detto al quotidiano britannico che «adesso pagheremo per le bastonate dei gendarmi francesi, distribuite indiscriminatamente a uomini, donne e bambini sulle spiagge del Nord della Francia», quando queste persone «commettono il solo crimine di cercare salvezza». E c’è anche un’inchiesta in corso dell’Onu su eventuali usi eccessivi della forza.
Al di là delle possibili violenze, però, resta il principio che due Stati devono essere perfettamente liberi di negoziare tra loro su questioni che riguardano la propria sicurezza. E che chi è oggetto della tratta illegale di uomini non è solo una persona che «cerca salvezza», ma si va a cacciare in un sistema criminale che, come i sequestri di persona, finché «paga» non verrà mai debellato. Poi, certo, fa sorridere che in questi giorni una norma magari infelice, come quella che prevedeva incentivi agli avvocati per le «remigrazioni», abbia scatenato un gran dibattito in Italia. E poi una solida democrazia come quella britannica stanzia un bel mucchio di milioni per tenere lontani i clandestini e nessuno ha nulla da eccepire.
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George Soros (Ansa)
Sulla carta si trattava di contributi ad agenti infiltrati ma, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, questi flussi di denaro sarebbero avvenuti attraverso una rete di intermediari e conti schermati, senza che le autorità - né tanto meno i donatori dell’Ong - fossero debitamente informati.
Le accuse di Todd Blanche, del resto, sono particolarmente pesanti: «L’Splc fabbrica il razzismo per giustificare la propria esistenza», ha dichiarato il procuratore generale degli Stati Uniti. Che poi ha spiegato: «L’uso del denaro dei donatori per trarre profitto da membri del Ku Klux Klan non può restare impunito. Il Dipartimento di giustizia chiamerà a rispondere l’Splc e ogni altra organizzazione fraudolenta che operi secondo lo stesso schema ingannevole. Nessuno è al di sopra della legge».
Anche il direttore dell’Fbi, Kash Patel, ha sostenuto che «l’Splc avrebbe messo in piedi una vasta operazione fraudolenta per ingannare i propri donatori, arricchirsi e nascondere al pubblico le proprie attività ingannevoli». Secondo Patel, i vertici dell’Ong progressista «hanno mentito ai donatori, promettendo di smantellare gruppi estremisti violenti, e invece hanno finito per pagare i leader di quegli stessi gruppi, arrivando persino a utilizzare quei fondi per alimentare attività criminali a livello statale e federale. Questo è illegale, e l’indagine su tutti i soggetti coinvolti è ancora in corso».
A rimetterci, insomma, sono soprattutto i donatori, i quali «hanno versato il loro denaro credendo di sostenere la lotta contro l’estremismo violento: un simile inganno mina la fiducia pubblica e la coesione sociale», ha dichiarato il procuratore federale ad interim Kevin Davidson. E come ha chiarito anche Sara J. Jones, agente speciale responsabile dell’Fbi di Mobile, «i donatori meritano trasparenza sull’uso dei loro contributi, e chi tradisce questa fiducia deve essere chiamato a risponderne».
Le accuse, che vanno dalla frode alle false dichiarazioni fino al riciclaggio, sono gravissime. L’Splc le ha respinte, affermando di aver finanziato infiltrati fin dagli anni Ottanta, in teoria per raccogliere informazioni e smantellare i gruppi estremisti dall’interno. Una versione che, però, non convince i pubblici ministeri, i quali sostengono che i finanziamenti siano andati ben oltre la semplice raccolta di informazioni e che le «talpe» avrebbero utilizzato i fondi dell’Splc per diffondere contenuti d’odio e organizzare eventi estremisti. Stando all’atto d’accusa, infatti, non aver avvisato né le forze dell’ordine né i donatori di queste attività equivale a «dichiarazioni, rappresentazioni, promesse e omissioni sostanzialmente false e fraudolente».
Anche dal mondo progressista, del resto, si sono levate parole di profonda indignazione. Liora Rez, fondatrice di Stop Antisemitism, ha per esempio ipotizzato che l’Splc possa avere avuto un secondo fine: riempire le proprie casse agitando lo spauracchio suprematista. «Per noi è inconcepibile che un’organizzazione per i diritti civili possa costruire ad arte episodi di intolleranza per sollecitare donazioni da parte di cittadini preoccupati», ha dichiarato al New York Post. «Se davvero l’Splc ha agito in questo modo», ha chiosato la Rez, «si tratta di qualcosa di vergognoso e inaccettabile».
Ma chi sono, appunto, i donatori truffati? Trattandosi di un’Ong dichiaratamente antifascista e antirazzista, la maggior parte dei finanziamenti proveniva dalla galassia liberal. Oltre a semplici cittadini, non mancano nomi di peso, tra cui George Soros, Jp Morgan, Tim Cook (l’ex ad di Apple) e George Clooney. Come spiega il New York Post, l’Splc - già molto potente - ha sensibilmente incrementato le sue entrate a partire dal 2017, poco dopo i famigerati scontri di Charlottesville tra i suprematisti bianchi e i contromanifestanti di sinistra. Sulla scia di quegli avvenimenti, Clooney elargì all’Ong la bellezza di 1 milione di dollari, esattamente come Tim Cook, mentre JP Morgan donò altri 500.000 dollari. E pensare che, dalle carte del Dipartimento di Giustizia, emerge che una delle talpe che organizzò quel raduno estremista (noto come Unite the Right) avrebbe incassato circa 270.000 dollari dall’Splc tra il 2015 e il 2023.
Ecco, sfruttando la buona fede dei «buoni», negli anni l’Ong antifascista ha messo insieme un patrimonio di 786 milioni di dollari. Senza contare l’influenza politica: media e istituzioni utilizzano proprio le liste dell’Splc per identificare e classificare i «gruppi d’odio». Per esempio, è stato sempre l’Splc a diffamare come «estremiste» associazioni conservatrici come Turning point Usa, fondata dal compianto Charlie Kirk, e Moms for liberty, gruppo di mamme di destra che si battono contro la diffusione delle tematiche woke nelle scuole. Insomma, se le accuse saranno confermate, non sarà in discussione solo l’Splc, ma un intero sistema che per anni l’ha coccolato, arricchito e usato come una clava politica.
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