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2022-12-14
Nelle Rsa non serve più il green pass. Basta tamponi nei pronto soccorso
Ansa
Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.
Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.
L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso.
Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie.
«L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso.
Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia.
«Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza.
C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano.
Dietrofront sull’hub nel presepe
La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo.
Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla).
Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano.
Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe».
No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare.
Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono.
«Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…».
Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
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Approvati gli emendamenti che aboliscono la card per le visite agli anziani e in ospedale- Basta pure ai tamponi a tutti i pazienti. Ma occhio: il codice a barre è valido fino al 2025.Dietrofront sull’hub nel presepe. Roma, sparite dalla Betlemme realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio le statuine con mascherine e documenti per fare la quinta dose. Il parroco: «Troppe polemiche».Lo speciale comprende due articoli.Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso. Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie. «L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso. Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia. «Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza. C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nelle-rsa-non-serve-piu-il-green-pass-basta-tamponi-nei-pronto-soccorso-2658960907.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dietrofront-sullhub-nel-presepe" data-post-id="2658960907" data-published-at="1670977681" data-use-pagination="False"> Dietrofront sull’hub nel presepe La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo. Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla). Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano. Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe». No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare. Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono. «Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…». Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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