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2022-12-14
Nelle Rsa non serve più il green pass. Basta tamponi nei pronto soccorso
Ansa
Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.
Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.
L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso.
Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie.
«L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso.
Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia.
«Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza.
C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. Disarmare il Leviatano.
Dietrofront sull’hub nel presepe
La Verità pubblica le foto dello strano presepe pro vax realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio all’entrata della Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una delle Chiese più famose del mondo e, come per miracolo, dalla sera alla mattina, il presepe pro vax sparisce: con una rimozione, ben visibile, degli espliciti riferimenti sul tema e in particolare di un foglietto con scritto «Vaccinazione anti Covid - Quinta dose», che fino ieri si vedeva in mano a una statuetta del presepe raffigurante una dottoressa, raffigurata nell’atto caritatevole di porgere, appunto, il foglietto a un gruppetto di bisognosi astanti visibilmente in attesa della puntura salvifica, visto che i pazienti, in questo anacronistico hub vaccinale messo su a Betlemme, hanno tutti le braccia aperte rivolte verso la dottoressa come in attesa della manna dal cielo.
Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla).
Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano.
Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe».
No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare.
Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono.
«Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…».
Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
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Approvati gli emendamenti che aboliscono la card per le visite agli anziani e in ospedale- Basta pure ai tamponi a tutti i pazienti. Ma occhio: il codice a barre è valido fino al 2025.Dietrofront sull’hub nel presepe. Roma, sparite dalla Betlemme realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio le statuine con mascherine e documenti per fare la quinta dose. Il parroco: «Troppe polemiche».Lo speciale comprende due articoli.Sembrava impossibile, eppure è (quasi) vero: basta obbligo di green pass. Salta il brandello del regimetto fondato sul codice a barre: non servirà più esibire il certificto verde in Rsa e ospedali. Lo stabiliscono gli emendamenti al decreto Rave approvati lunedì a Palazzo Madama, che hanno il beneplacito del governo e di cui è primo firmatario il senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità.Giorgia Meloni aveva parlato chiaro: «Seguiremo le evidenze scientifiche». La logica conseguenza del nuovo paradigma era liberarsi del tesserino Covid. Che, a differenza di quanto giurava Mario Draghi, non ha mai dato la «garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose». È soltanto un pezzo di carta per attestare l’avvenuta vaccinazione o la guarigione dalla malattia - nella sua versione rafforzata - oppure l’esecuzione di un tampone negativo, nella forma base. Nulla che provi la non infettività, in particolare nel caso del super green pass: è più di un anno che persino i sassi sono consapevoli dell’incapacità dei vaccini di bloccare la trasmissione del virus. E allora, per quale motivo costringere i parenti dei nonnini nelle case di riposo a esibire il famigerato Qr code, come da istruzioni di Roberto Speranza, datate agosto 2022? Che margine di sicurezza in più poteva offrire, agli anziani, questo strumento? Zero: era solo l’ennesima vessazione, l’estremo tentativo di prolungare le discriminazioni a danno dei renitenti. Stesso discorso vale per i nosocomi: per un malato, non fa alcuna differenza se il parente che lo visita ha porto il braccio ed è al passo con i richiami. Guardare i dati dell’Iss per credere.L’articolo 7 bis del decreto emendato al Senato, dunque, abroga la norma che consente l’accesso a «strutture residenziali, socioassistenziali, sociosanitarie e hospice nonché ai reparti di degenza delle strutture ospedaliere» solo a chi è munito di green pass da terza dose, da doppia dose più guarigione o test negativo, eseguito massimo due giorni prima dell’ingresso. Un altro emendamento cancella le disposizioni che permettono agli accompagnatori di sostare nelle sale d’attesa dei pronto soccorso esclusivamente se detengono un quadratino valido. Oltre che per l’entrata nei reparti di degenza, ha segnalato il senatore Zaffini, viene meno «l’obbligo di sottoporsi al test antigenico rapido o molecolare per l’accesso alle prestazioni di pronto soccorso»: una decisione importante, che risparmia ai nosocomi le inutili complicazioni legate ai percorsi separati, dedicati a chi, pur asintomatico, risulta positivo all’esame. A questo punto, avendo fatto trenta, si faccia trentuno: si sopprima la giostra dei tamponi al personale, la quale sottrae, in virtù di regole stantie, preziosi elementi ai già carenti organici delle strutture sanitarie. «L’emendamento», ha aggiunto il primo firmatario, «abroga la disposizione che prevede il green pass per le uscite temporanee delle persone ospitate presso strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite, hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e no, strutture residenziali socioassistenziali». Per cautela, si continueranno a indossare le mascherine. In presenza di persone vulnerabili, ha un senso. Le novità, comunque, non si fermano al pensionamento del lasciapassare verde. «Un ulteriore emendamento», ha sottolineato l’esponente di Fdi, «riduce a cinque giorni il periodo di autosorveglianza per i contatti stretti di soggetti risultati positivi, prevedendo, quale misura precauzionale, solo l’obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale di tipo Ffp2 per il suddetto periodo». La fine della quarantena non sarà più subordinata al tampone negativo, in attesa di «una successiva circolare del ministro della Salute», che fissi le modalità per terminare l’isolamento. Insomma, palla a Orazio Schillaci, che da settimane annuncia una svolta in materia. «Si tratta di provvedimenti che mantengono gli impegni assunti in campagna elettorale e che finalmente ci fanno uscire del tutto dal regime di restrizioni, ripristinando nuove liberà per i cittadini», ha giubilato Zaffini. «Serietà e coerenza, seppur senza abbassare la guardia». E di questo coraggio, al partito del premier, va dato atto. Nonostante qualche titubanza - tipo gli inciampi sulle multe ai no vax, cui ha posto rimedio, in extremis, un emendamento leghista allo stesso dl Rave, che le ha sospese fino a giugno 2023 - il centrodestra sta smantellando l’impalcatura orwelliana eretta da Speranza. C’è un ulteriore passo da compiere. Con il blitz dello scorso marzo, il governo Draghi aveva prorogato la validità dei codici a barre fino al 2025. Il green pass, magari, non sarà più richiesto in alcun luogo, ma in fondina, il potere conserva una pistola carica. Rimettere il colpo in canna può essere questione di una crisi politica, di un cambio di esecutivo, di un’emergenza vera o costruita. È ora di fare il salto di qualità: distruggere l’arsenale. 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Un hub vaccinale in miniatura costruito, naturalmente, in sintonia con l’aspetto dei luoghi di quei tempi: all’aperto, sotto un arco di pietra, con un tavolo di legno dietro il quale è seduta un’altra statuetta raffigurante una sanitaria - l’infermiera - sopra il quale fino a ieri c’erano altri foglietti dello stesso genere, evocativi cioè del modulo del consenso informato. Da ieri, però, tutto questo è scomparso: la dottoressa non ha più in mano il foglietto, di cui però resta traccia, in quanto un pezzettino della precedente scultura che lo raffigurava è necessariamente rimasto attaccato alla mano sinistra della statuetta (altrimenti si sarebbe rischiato di rovinarla). Pure sul tavolo dell’hub vaccinale sono rimasti i segni del ritocco: non ci sono più i consensi informati, ma si vedono sopra il tavolino in miniatura le graffette che appunto servivano a fermare i foglietti che li rappresentavano. Cosa è successo? C’è stato forse un cambiamento repentino di opinione sul tema più scottante degli ultimi tempi? Macché. Nessun ravvedimento, come ci spiega monsignor Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere e pure rettore della Chiesa di Sant’Egidio. Con un certo imbarazzo, incalzato dalle nostre domande, monsignor Gnavi ha dichiarato alla Verità di aver deciso di modificare il presepe perché, «ci sono stati dei no vax che hanno cominciato a tempestarci di telefonate e ad appiccicare biglietti…. Delle reazioni, insomma, inopportune e il presepe vorremmo preservarlo. Non avevamo voglia di montare di guardia al presepe». No vax? Abbiamo chiesto al sacerdote se sapesse che ci sono moltitudini di effetti avversi, documentati, gravi e che spesso riguardano persone giovani, ragazzi, gente che non aveva alcun bisogno di vaccinarsi contro il Covid perché non a rischio di malattia grave, anche perché il Covid si può curare. Abbiamo posto questi quesiti perché molte statuette di pazienti di questo strano hub vaccinale a Betlemme hanno i capelli neri, e quindi non stiamo parlando di quinte dosi per gli anziani, ammesso e non concesso che per gli anziani sia utile - e sempre più evidenze scientifiche lo smentiscono. «Ma noi» ha spiegato poi il sacerdote, «abbiamo fatto un presepe che racconta la vita con i poveri, lei lo sa che noi abbiamo fatto un hub vaccinale per i bisognosi che altrimenti non avrebbero avuto diritto al vaccino? I vaccini sono necessari, sono importanti, sono utili. Io parlo così perché questo è quello che dicono i giornali…». Don Marco, il quale mantiene sempre, c’è da dire, un tono mite durante tutta la conversazione, non vede l’ora di mettere giù: «La prego» dice «non voglio alimentare le polemiche. Io non voglio che lei scriva niente. Io difendo i sofferenti. Se vuole, ci vediamo di persona. Parliamo». Va bene, padre, parliamo… E chissà se l’anno prossimo, tra i fragili rappresentati nel presepe della Basilica, ci saranno anche i sofferenti a causa del vaccino. Chissà…
Ansa
Il «grimaldello» giuridico usato dalla Commissione e invocato dall’Italia, per ritenere ammissibile tale aiuto, è quello dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c dei Trattati (Tfeu) che considera compatibili col mercato interno gli «aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche». Nel caso specifico Teresa Ribera, commissario e vicepresidente esecutivo, ha ritenuto che questa spesa sia necessaria e appropriata per de-carbonizzare i settori difficili da elettrificare come trasporti e alcuni settori industriali; ha un effetto incentivante (senza aiuto i produttori non realizzerebbero gli investimenti); è proporzionata, in quanto l’importo dell’aiuto è determinato tramite gara competitiva sul solo prezzo di esercizio; genera effetti positivi per l’ambiente superiori agli effetti distorsivi sulla concorrenza.
Apprendiamo così, purtroppo non per la prima volta, che nel mercato in cui si venera da anni il mantra della concorrenza, quando un bene non ha mercato perché ha costi di produzione relativamente alti rispetto ad altri beni sostitutivi, la soluzione è quella di incentivare i produttori, gettando denaro pubblico in un pozzo potenzialmente senza fondo. Perché non è affatto detto che dopo il 2029 quella produzione di idrogeno potrà stare sul mercato senza sussidi.
Sono proprio le modalità di erogazione di questo sostegno (contratti bilaterali per differenza) che costituiranno l’albero della cuccagna per i produttori attuali e potenziali, tra cui ci sono giganti come Snam, Eni, Enel Green Power, Italgas, A2a e Iren. Aziende a cui certo non mancano le risorse finanziarie e manageriali per investire e rischiare in proprio.
Il meccanismo prevede infatti gare competitive sul prezzo di esercizio (strike price), in modo da favorire i progetti più efficienti e basso costo di produzione. Una volta fissato questo prezzo, se il prezzo di mercato del combustibile alternativo (in genere combustibile fossile più economico ma più inquinante) a disposizione degli utilizzatori di idrogeno verde fosse più basso, lo Stato rimborserà ai produttori la differenza. Colmando così lo svantaggio di costo dell’idrogeno e offrendo a produttori e utilizzatori un prezzo stabile, fissato pari al prezzo di esercizio, e un indubbio incentivo a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe clienti. Se il prezzo di mercato dei combustibili alternativi superasse lo strike price, i produttori restituirebbero la differenza allo Stato.
Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano, i cui primi passi sono stati finanziati con il Pnrr, e che si inquadra nella Strategia Ue sull’idrogeno del luglio 2020 e del Clean Industrial Deal. Come si vede, strumenti concepiti in un’altra era geologica per quanto riguarda l’assetto dell’economia e delle priorità verso cui destinare le risorse pubbliche. Strumenti che sono il risultato di un furore ideologico a favore della transizione verde che oggi - dopo Covid, guerra e inflazione a doppia cifra del 2022 - è in forte discussione.
Invece la Commissione procede spedita come se fossimo ancora nel 2020 con i soldi dei contribuenti italiani al traino.
Ma tutto ciò non può passare inosservato nei giorni in cui al governo faticano a trovare risorse per contenere il caro carburanti o, volendo andare indietro a dicembre, quando il taglio dell’Irpef avrebbe potuto essere più generoso.
A questo proposito è illuminante la frase pronunciata dal ministro Giancarlo Giorgetti a Cernobbio nell’ultimo fine settimana: «Dobbiamo fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare, ma sempre tenendo a mente i nostri limiti di finanza pubblica».
Ecco, poiché le risorse sono limitate e le priorità sono evidentemente cambiate rispetto al 2020, va proprio colto l’invito del ministro a fare una seria riflessione su 6 miliardi di denaro pubblico destinati a tenere in vita la produzione di un bene che altrimenti non avrebbe mercato, impedendo utilizzi alternativi di quel denaro. D’altronde, se si ritiene che l’idrogeno verde sia la terra promessa, potrebbero essere i produttori a sostenere i costi e le perdite per tenerlo sul mercato, in attesa di un futuro profittevole. Negli Usa, OpenAi, tra i più grandi produttori di intelligenza artificiale, nel 2026 fatturerà circa 30 miliardi e ne perderà 14, con i profitti attesi non prima del 2029. E non riceve sussidi pubblici.
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Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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