True
2023-11-16
I negazionisti degli effetti avversi: «Le pericarditi dopo i vaccini? Finte»
iStock
I danni da vaccino? Finti. Inventati. Il prodotto di un’allucinazione di massa, che ha contagiato sanitari e pazienti. Lo garantisce Gabriele Bronzetti, luminare dalla qualifica chilometrica: egli è «responsabile del programma dipartimentale cardio-pediatria, Unità operativa di cardiologia pediatrica e dell’età evolutiva, Centro per le cardiopatie congenite dell’adulto, Dipartimento cardio-toraco-vascolare, Policlinico Sant’Orsola» di Bologna. Sul Corriere della Sera, l’esperto lamenta che uno, tra gli infiniti temi collegati alla pandemia di coronavirus, è stato «inspiegabilmente trascurato»: quello delle «finte pericarditi da vaccino».
Cosa è successo, di preciso? Che accanto a «casi certi di miocardite e pericardite da Covid-19, si sono sospettati casi di coinvolgimento cardiaco», in seguito alla somministrazione delle dosi di farmaci a mRna. Attenzione: a differenza dei disturbi scatenati dal Sars-Cov-2, qui trattasi di meri sospetti. Non di patologie, semmai di banali «coinvolgimenti», ovviamente «in misura molto inferiore» rispetto alle conseguenze provocate dal virus e, soprattutto, «con decorso benigno». Eppure, ciò è bastato per diffondere un ingiustificato «panico vaccinale». Una «pericarditefobia». L’etichetta che scimmiotta la neolingua woke identifica l’«ondata di isteria collettiva», che i colleghi del professor Bronzetti non sono stati capaci di arginare. Al contrario: l’hanno alimentata. Appena si presentava in pronto soccorso un paziente «con dolore toracico dopo il vaccino» e «un minimo liquido pericardico - quello fisiologico», arrivava il referto «a dir poco corrivo». Ecco spiegata la marea di diagnosi di pericarditi «inesistenti», che altri camici bianchi hanno tentato di correggere, senza essere in grado di estirpare la falsa credenza nella correlazione tra punture e disturbi al cuore.
Quando si vaccinano milioni di persone, argomenta Bronzetti, «è quasi impossibile dimostrare una relazione causa-effetto» tra il medicinale somministrato e «gli eventi successivi». Al massimo, ci troviamo dinanzi a segnali statistici. Ma come è normale che, in estate, «il consumo di gelati e le morti per annegamento aumentino», senza che i fenomeni siano l’uno la causa dell’altro, così, «mentre facciamo un sacco di altre cose» - tra le quali, guarda un po’, vaccinare - si susseguono «infarti, ictus, embolie». È la natura: «Chi si deve ammalare si ammalerà». Orsù, tacciano i ciarlatani, poiché «non ci sono studi che abbiano dimostrato incontrovertibilmente una relazione causa-effetto tra vaccinazione Covi e infiammazioni cardiache».
Se le cose stanno in questo modo, il dottore di Bologna dovrebbe andare a lamentarsi direttamente con i responsabili dell’Agenzia europea del farmaco. Nei foglietti illustrativi di Comirnaty (Pfizer/Biontech) e Spikevax (Moderna), infatti, l’Ema, a settembre, ha confermato che esiste un rischio di miocarditi e pericarditi: «Alcuni casi hanno richiesto il supporto terapia intensiva e sono stati osservati casi fatali». Chiaro? Qualcuno, a causa del vaccino, è andato in ospedale in condizioni gravi, oppure ci ha proprio rimesso le penne. I funzionari dell’ente Ue sono stati, a loro volta, traviati dall’«isteria collettiva»? Sarà. Rimarrebbe comunque un mistero: quella gente, in corsia o sotto terra, non ci è finita mica per finta.
Bronzetti omette di ricordare un dettaglio essenziale per contestualizzare il discorso: che la «vaccinazione di massa» si è rivolta, con metodi coercitivi, all’intera popolazione. Comprese le categorie anagrafiche per le quali non sarebbe stato tanto evidente il vantaggio delle inoculazioni, se si fossero confrontati con attenzione i pericoli potenziali: quello - raro - di ammalarsi in maniera seria di Covid e quello - pure raro - di incappare in pesanti reazioni avverse. La farmacovigilanza si è ridotta alla pernacchia sul Corriere contro l’irrazionale «pericarditefobia». Il pretesto è il solito: i danni delle punture vanno minimizzati, se no si piccona «l’istituto della vaccinazione nelle sue fondamenta». Giusto adesso che una nuova campagna è partita «in sordina».
È anche per contrastare tale forma di negazionismo, per rendere giustizia a chi ha patito le conseguenze dell’obbligo de facto di porgere il braccio, imposto tramite il green pass, che sarebbe urgente far partire i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta. Lo stato dell’arte è il seguente: dopo il via libera del Senato, è attesa la terza lettura alla Camera, per la quale, tuttavia, manca una data certa. Fonti di maggioranza ci riferiscono che il voto finale dovrebbe svolgersi «entro l’anno». Dopodiché, l’organismo sarebbe quasi subito operativo. Pronto ad ascoltare i pareri degli scienziati. E a capire se davvero gli effetti collaterali dei vaccini sono come le storielle sugli alieni nell’Area 51.
Per arginare il potere dei giudici Polito chiede più deleghe ai giudici
L’avevamo lasciato pochi giorni fa a spiegare che il 7 ottobre è tutta colpa del puzzone americano («Abbiamo davanti agli occhi gli effetti nefasti del quadriennio di Trump sul Medio Oriente») e che l’Unione europea è inconcludente, quindi ce ne vuole di più. Ritroviamo Antonio Polito ieri sempre sul Corriere, in un editoriale altrettanto convincente dedicato a temi etici: «Se il diritto alla vita è nelle mani dei giudici» è il titolo in prima pagina. Lo svolgimento ricalca in più di una parte riflessioni che, con altro timbro, avete potuto leggere su queste colonne: «Da decenni la bioetica ci ha insegnato ad appropriarci della vita come luogo della scelta libera e responsabile. Siamo al paradosso che la cultura democratica si batte per introdurre nei codici la difesa della libertà di morire ma accetta la negazione della libertà di vivere, per quanto terribili e dolorose siano le condizioni di vita. Abbiamo messo fine al paternalismo della professione medica del passato, quando erano i dottori a decidere per noi. Ma lo abbiamo resuscitato per decidere se e quando una vita vale la pena di essere vissuta, anche solo per un giorno, un’ora in più». Con acutezza, il giornalista ed ex parlamentare coglie la contraddizione tra un principio di autodeterminazione affermato contro ogni limite e la ferocia giuridica (di metodo, prima che di merito) che promana dall’ordinamento inglese, per cui un figlio ricoverato diventa, in un certo senso, «proprietà» dello Stato. Addirittura Polito fa un passo in più, che quasi stupisce sul Corriere della Sera: «Man mano che l’Occidente relativizza i suoi valori, e in nome del pluralismo perde riferimenti etici certi, stiamo delegando sempre più ai giudici il compito di sbrogliare le matasse delle nostre esistenze, così complesse e spesso inestricabili. Una sorta di idolatria del diritto, inversamente proporzionale al declino delle altre forme di disciplina comunitaria, dalla politica alla fede, dal conflitto sociale alla deontologia professionale». Il tema sollevato non è di poco conto, e sfida alcune delle colonne dell’assetto liberale: il diritto che non si regge da solo, la legge che può diventare idolatria se assorbe ogni orizzonte della vita civile, l’esistenza umana non riducibile alla codifica burocratico-giudiziaria che pure la deve regolare. Ma qui accade qualcosa di strano. Polito aggancia un curioso parallelo con la vicenda delle «doppie madri» di Padova, con la Procura che prima si è chiesta se fossero lecite le registrazioni all’anagrafe di bambini, ottenuti tramite eterologa, come «figli» di due genitrici, e poi ha deciso di intestare il caso alla Corte costituzionale. Ecco, parrebbe questo esattamente un esempio della tendenza a «delegare sempre più ai giudici il compito di sbrogliare le matasse delle nostre esistenze», e invece secondo l’editorialista «saggiamente la Procura ha chiesto che venga investita di questa contraddizione la Consulta, con una questione di costituzionalità». Dunque l’«idolatria del diritto» si scongiura rivolgendosi ai giudici, apparentemente colleghi di quelli che hanno deciso su Indi Gregory, interrogando così profondamente lo stesso Polito. Il quale poi tocca un altro terreno rovente, quello del «diritto naturale», chiudendo: «Credo che i diritti dei bambini gravemente malati a morire a casa loro, o i diritti dei bambini padovani ad avere all’anagrafe due genitori, siano da considerare così “naturali” da mettere d’accordo la gran parte delle persone di buona volontà. Se la legge degli uomini lo nega, vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato». Sull’equiparazione tra Indi e le «mamme lesbiche» si potrebbe discutere a lungo, ma a colpire è la frase sul «diritto ad avere due genitori». La quale sarebbe applicabile alla lettera anche ai bimbi nati con eterologa o con l’utero in affitto, che dei genitori naturali sono privati. E soprattutto, se la legge «non può negare» ciò che «mette d’accordo le persone di buona volontà», cosa dire del green pass con cui ai dodicenni non vaccinati fu proibito di andare in tram? Ai tempi Polito ne disse quattro: ma a chi protestava.
Continua a leggereRiduci
Un esperto del Sant’Orsola di Bologna snobba i danni al cuore: «Isteria collettiva, mai dimostrati». Ma li ammette persino Ema.L’editorialista Antonio Polito, critico sul caso Indi, loda il rimando alla Consulta per i figli delle lesbiche.Lo speciale contiene due articoli.I danni da vaccino? Finti. Inventati. Il prodotto di un’allucinazione di massa, che ha contagiato sanitari e pazienti. Lo garantisce Gabriele Bronzetti, luminare dalla qualifica chilometrica: egli è «responsabile del programma dipartimentale cardio-pediatria, Unità operativa di cardiologia pediatrica e dell’età evolutiva, Centro per le cardiopatie congenite dell’adulto, Dipartimento cardio-toraco-vascolare, Policlinico Sant’Orsola» di Bologna. Sul Corriere della Sera, l’esperto lamenta che uno, tra gli infiniti temi collegati alla pandemia di coronavirus, è stato «inspiegabilmente trascurato»: quello delle «finte pericarditi da vaccino».Cosa è successo, di preciso? Che accanto a «casi certi di miocardite e pericardite da Covid-19, si sono sospettati casi di coinvolgimento cardiaco», in seguito alla somministrazione delle dosi di farmaci a mRna. Attenzione: a differenza dei disturbi scatenati dal Sars-Cov-2, qui trattasi di meri sospetti. Non di patologie, semmai di banali «coinvolgimenti», ovviamente «in misura molto inferiore» rispetto alle conseguenze provocate dal virus e, soprattutto, «con decorso benigno». Eppure, ciò è bastato per diffondere un ingiustificato «panico vaccinale». Una «pericarditefobia». L’etichetta che scimmiotta la neolingua woke identifica l’«ondata di isteria collettiva», che i colleghi del professor Bronzetti non sono stati capaci di arginare. Al contrario: l’hanno alimentata. Appena si presentava in pronto soccorso un paziente «con dolore toracico dopo il vaccino» e «un minimo liquido pericardico - quello fisiologico», arrivava il referto «a dir poco corrivo». Ecco spiegata la marea di diagnosi di pericarditi «inesistenti», che altri camici bianchi hanno tentato di correggere, senza essere in grado di estirpare la falsa credenza nella correlazione tra punture e disturbi al cuore. Quando si vaccinano milioni di persone, argomenta Bronzetti, «è quasi impossibile dimostrare una relazione causa-effetto» tra il medicinale somministrato e «gli eventi successivi». Al massimo, ci troviamo dinanzi a segnali statistici. Ma come è normale che, in estate, «il consumo di gelati e le morti per annegamento aumentino», senza che i fenomeni siano l’uno la causa dell’altro, così, «mentre facciamo un sacco di altre cose» - tra le quali, guarda un po’, vaccinare - si susseguono «infarti, ictus, embolie». È la natura: «Chi si deve ammalare si ammalerà». Orsù, tacciano i ciarlatani, poiché «non ci sono studi che abbiano dimostrato incontrovertibilmente una relazione causa-effetto tra vaccinazione Covi e infiammazioni cardiache».Se le cose stanno in questo modo, il dottore di Bologna dovrebbe andare a lamentarsi direttamente con i responsabili dell’Agenzia europea del farmaco. Nei foglietti illustrativi di Comirnaty (Pfizer/Biontech) e Spikevax (Moderna), infatti, l’Ema, a settembre, ha confermato che esiste un rischio di miocarditi e pericarditi: «Alcuni casi hanno richiesto il supporto terapia intensiva e sono stati osservati casi fatali». Chiaro? Qualcuno, a causa del vaccino, è andato in ospedale in condizioni gravi, oppure ci ha proprio rimesso le penne. I funzionari dell’ente Ue sono stati, a loro volta, traviati dall’«isteria collettiva»? Sarà. Rimarrebbe comunque un mistero: quella gente, in corsia o sotto terra, non ci è finita mica per finta.Bronzetti omette di ricordare un dettaglio essenziale per contestualizzare il discorso: che la «vaccinazione di massa» si è rivolta, con metodi coercitivi, all’intera popolazione. Comprese le categorie anagrafiche per le quali non sarebbe stato tanto evidente il vantaggio delle inoculazioni, se si fossero confrontati con attenzione i pericoli potenziali: quello - raro - di ammalarsi in maniera seria di Covid e quello - pure raro - di incappare in pesanti reazioni avverse. La farmacovigilanza si è ridotta alla pernacchia sul Corriere contro l’irrazionale «pericarditefobia». Il pretesto è il solito: i danni delle punture vanno minimizzati, se no si piccona «l’istituto della vaccinazione nelle sue fondamenta». Giusto adesso che una nuova campagna è partita «in sordina».È anche per contrastare tale forma di negazionismo, per rendere giustizia a chi ha patito le conseguenze dell’obbligo de facto di porgere il braccio, imposto tramite il green pass, che sarebbe urgente far partire i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta. Lo stato dell’arte è il seguente: dopo il via libera del Senato, è attesa la terza lettura alla Camera, per la quale, tuttavia, manca una data certa. Fonti di maggioranza ci riferiscono che il voto finale dovrebbe svolgersi «entro l’anno». Dopodiché, l’organismo sarebbe quasi subito operativo. Pronto ad ascoltare i pareri degli scienziati. E a capire se davvero gli effetti collaterali dei vaccini sono come le storielle sugli alieni nell’Area 51.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/negazionisti-effetti-avversi-2666288612.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-arginare-il-potere-dei-giudici-polito-chiede-piu-deleghe-ai-giudici" data-post-id="2666288612" data-published-at="1700147438" data-use-pagination="False"> Per arginare il potere dei giudici Polito chiede più deleghe ai giudici L’avevamo lasciato pochi giorni fa a spiegare che il 7 ottobre è tutta colpa del puzzone americano («Abbiamo davanti agli occhi gli effetti nefasti del quadriennio di Trump sul Medio Oriente») e che l’Unione europea è inconcludente, quindi ce ne vuole di più. Ritroviamo Antonio Polito ieri sempre sul Corriere, in un editoriale altrettanto convincente dedicato a temi etici: «Se il diritto alla vita è nelle mani dei giudici» è il titolo in prima pagina. Lo svolgimento ricalca in più di una parte riflessioni che, con altro timbro, avete potuto leggere su queste colonne: «Da decenni la bioetica ci ha insegnato ad appropriarci della vita come luogo della scelta libera e responsabile. Siamo al paradosso che la cultura democratica si batte per introdurre nei codici la difesa della libertà di morire ma accetta la negazione della libertà di vivere, per quanto terribili e dolorose siano le condizioni di vita. Abbiamo messo fine al paternalismo della professione medica del passato, quando erano i dottori a decidere per noi. Ma lo abbiamo resuscitato per decidere se e quando una vita vale la pena di essere vissuta, anche solo per un giorno, un’ora in più». Con acutezza, il giornalista ed ex parlamentare coglie la contraddizione tra un principio di autodeterminazione affermato contro ogni limite e la ferocia giuridica (di metodo, prima che di merito) che promana dall’ordinamento inglese, per cui un figlio ricoverato diventa, in un certo senso, «proprietà» dello Stato. Addirittura Polito fa un passo in più, che quasi stupisce sul Corriere della Sera: «Man mano che l’Occidente relativizza i suoi valori, e in nome del pluralismo perde riferimenti etici certi, stiamo delegando sempre più ai giudici il compito di sbrogliare le matasse delle nostre esistenze, così complesse e spesso inestricabili. Una sorta di idolatria del diritto, inversamente proporzionale al declino delle altre forme di disciplina comunitaria, dalla politica alla fede, dal conflitto sociale alla deontologia professionale». Il tema sollevato non è di poco conto, e sfida alcune delle colonne dell’assetto liberale: il diritto che non si regge da solo, la legge che può diventare idolatria se assorbe ogni orizzonte della vita civile, l’esistenza umana non riducibile alla codifica burocratico-giudiziaria che pure la deve regolare. Ma qui accade qualcosa di strano. Polito aggancia un curioso parallelo con la vicenda delle «doppie madri» di Padova, con la Procura che prima si è chiesta se fossero lecite le registrazioni all’anagrafe di bambini, ottenuti tramite eterologa, come «figli» di due genitrici, e poi ha deciso di intestare il caso alla Corte costituzionale. Ecco, parrebbe questo esattamente un esempio della tendenza a «delegare sempre più ai giudici il compito di sbrogliare le matasse delle nostre esistenze», e invece secondo l’editorialista «saggiamente la Procura ha chiesto che venga investita di questa contraddizione la Consulta, con una questione di costituzionalità». Dunque l’«idolatria del diritto» si scongiura rivolgendosi ai giudici, apparentemente colleghi di quelli che hanno deciso su Indi Gregory, interrogando così profondamente lo stesso Polito. Il quale poi tocca un altro terreno rovente, quello del «diritto naturale», chiudendo: «Credo che i diritti dei bambini gravemente malati a morire a casa loro, o i diritti dei bambini padovani ad avere all’anagrafe due genitori, siano da considerare così “naturali” da mettere d’accordo la gran parte delle persone di buona volontà. Se la legge degli uomini lo nega, vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato». Sull’equiparazione tra Indi e le «mamme lesbiche» si potrebbe discutere a lungo, ma a colpire è la frase sul «diritto ad avere due genitori». La quale sarebbe applicabile alla lettera anche ai bimbi nati con eterologa o con l’utero in affitto, che dei genitori naturali sono privati. E soprattutto, se la legge «non può negare» ciò che «mette d’accordo le persone di buona volontà», cosa dire del green pass con cui ai dodicenni non vaccinati fu proibito di andare in tram? Ai tempi Polito ne disse quattro: ma a chi protestava.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
Continua a leggereRiduci
Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
iStock
Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
Continua a leggereRiduci
iStock
Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
Continua a leggereRiduci