True
2018-07-30
Neanche un prete per chiacchierare. Ma 9 italiani su 10 vogliono don Camillo
«Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar...», cantava Celentano una vita fa senza rendersi conto che esagerava. Sì, perché quando uscì Azzurro, nel maggio del 1968, i preti ancora c'erano: è oggi che sono spariti. In gran parte a causa del vertiginoso calo delle vocazioni di cui diremo, in parte anche per altri fattori, tipo un abbandono della talare e ultimamente pure del clergyman che ha reso il clero rimasto mimetizzato, quasi invisibile. Sui preti ancora vestiti da prete però non esistono statistiche: meglio così, dato che a sconsolare basta e avanza la situazione complessiva che vede sempre meno sacerdoti sempre più oberati.
Giusto un anno fa, per dire, in Trentino veniva ufficializzata l'assegnazione a don Maurizio Toldo, classe 1973, di ben 19 parrocchie. Probabilmente un record, anche se nel Belpaese i sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, con messe «non garantite» causa mancanza del dono dell'ubiquità, iniziano a non fare più notizia. Emblematico, in proposito, il caso della diocesi di Torino che già tempo addietro, a fronte di 355 parrocchie sparpagliate in 158 comuni, si è accorta di poter contare su 260 sacerdoti. Il che si è tradotto in 46 doppi incarichi, 14 tripli e 3 quadrupli.
La stagione del prete sotto casa, avvertono sociologi come Franco Garelli, è insomma tramontata: in futuro, saranno uno ogni dieci comunità. Insieme a loro, intanto, stanno sparendo pure le parrocchie: tra il 2012 e il 2016, nel nostro Paese, è stata tolta personalità giuridica a 55 di esse, quasi una al mese. Ciò nonostante, il primo problema rimane la carenza di sacerdoti: su 224 diocesi italiane, le parrocchie sono 25.610 e i parroci solo 16.905. Significa che all'appello mancano suppergiù 9.000 preti, emorragia che neppure le vocazioni adulte ed estere stanno arrestando. Altro che «neanche un prete per chiacchierar»: ne manca uno, ormai, pure con cui pregar.
Il punto è che neppure l'Annuario pontificio 2018 e l'Annuarium Statisticum Ecclesiae 2016, da poco distribuiti nelle librerie, tracciano uno scenario migliore. Tutt'altro. A livello globale viene infatti segnalato come le vocazioni sacerdotali, in linea con la flessione già riscontrata anni addietro, si siano ulteriormente ridotte, coi 116.843 seminaristi maggiori del 2015 che, un anno dopo, sono risultati 116.160. Quasi 700 in meno quindi, calo guidato dall'America meridionale con appena 5,13 seminaristi ogni 100.000 cattolici. Pur malconcia, l'Italia rispecchia quindi un trend globale. Già, ma come si è arrivati a questo? Quand'è iniziata la cupa stagione attuale?
In realtà già nei mitici anni Cinquanta, se si pensa che in Italia tra il 1941 e il 1950 ci furono 11.925 ordinazioni del clero diocesano poi scese, tra il 1951 e il 1960, a 8.265. L'inverno della fede vero e proprio però, anche se non è politicamente corretto dirlo, scoppiò negli anni successivi al Concilio vaticano II. Tra il 1964 e il 1974 si stima infatti siano stati 40.000 i sacerdoti che hanno abbandonato la loro vocazione. Un numero che lievita a 70.000, se si estendono le rilevazioni al 2004, anche se uno su sette pare ci abbia poi ripensato negli anni a seguire, riprendendo il ministero religioso. Per quanto riguarda le vocazioni, c'è da dire che se in Italia nel 1970 i seminaristi erano complessivamente 6.337, vent'anni dopo erano scesi a 3.588, e nel 2010 sono risultati 2.940: più che dimezzati.
Una flessione netta di cui i primi testimoni sono i seminari, che oggi tendono a somigliarsi un po' tutti presentandosi come palazzoni dagli sterminati cortili: a volte semidiroccati, altre restaurati, ma quasi sempre vuoti, chiusi o destinati ad altro. Come quello degli scalabriniani di Bassano del Grappa, Vicenza, così chiamato dal fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini, che una decina di anni fa, dopo sette decenni, è stato chiuso: oggi è un centro missionario nei cui corridoi è però ancora possibile ammirare foto in bianco e nero di centinaia di giovani seminaristi, tutti assiepati davanti al fotografo. Una cosa che stringe il cuore. Pure a Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano che entusiasmò il giovane Giacomo Biffi («c'era di che restare incantati»), l'andazzo è quello: un tempo felicemente affollato, ora conta i reduci.
Ma cos'ha portato, ci si chiedeva poc'anzi, a tutto questo? Per cominciare, c'è da dire che il calo delle vocazioni non è qualcosa di isolato, ma un fenomeno che riflette la più generale secolarizzazione della società, che ha colpito anche le vocazioni matrimoniali come dimostra il fatto che i matrimoni religiosi sono passati dal 386.589 del 1970 agli appena 138.199 del 2010. I seminari vuoti e svuotati, però, sono simbolo anche, anzi soprattutto d'altro: della perdita di fede.
Lo attesta una pioneristica ricerca francese del 1962 a cura di Fernand Boulard che, analizzando 455 casi di abbandono del sacerdozio tra il 1905 e il 1960, ha visto come la gran parte di essi riguardasse uomini di poca fede, che in fondo non ci credevano. Analogamente, un più esteso lavoro di Emilio Colagiovanni su 8.287 abbandoni di sacerdoti diocesani e religiosi ha rilevato come le percentuali di quanti domandarono la dispensa per «perdita di fede» tra il 1964 e il 1969 sia cresciuta di oltre otto volte. Il problema è che, nonostante simili evidenze, si seguita spesso a imputare crisi delle vocazioni ad altro, come il presunto ritardo dottrinale di una Chiesa restia a mettersi «al passo coi tempi». Alla perdita della fede, come se non bastasse, si somma così quella del raziocinio.
Tutto finito, allora, per i preti italiani? Fortunatamente no. Anche nella notte delle vocazioni di questi anni alcune luci brillano. Si tratta però dei sacerdoti che non t'aspetteresti: quelli all'antica, dell'Istituto del Verbo Incarnato, dei francescani dell'Immacolata e dell'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, di origine francese ma ultimamente arricchito da varie vocazioni italiane. Degna di nota, in quel di Ferrara, è poi la Fraternità sacerdotale della Familia Christi, il cui riconoscimento canonico risale al giugno 2014, che può già contare su sei sacerdoti giovani, età media 35 anni, e su sette seminaristi, tutti usi a vestire l'abito talare, i quali alla messa domenicale in latino oggi attirano una cinquantina di fedeli: non così pochi e comunque più del triplo di un anno fa, con peraltro diversi ragazzi.
Altro esempio emblematico è quello di don Luigi Maria Epicoco, classe 1980, sacerdote scrittore spesso in clergyman e talvolta in talare, che su Facebook conta oltre 40.000 follower, e i cui post sul Vangelo totalizzano migliaia di «mi piace» e centinaia di condivisioni; per non parlare delle sue conferenze, sempre affollatissime. L'abito ecclesiastico è abitudine anche di padre Maurizio Botta, sacerdote prefetto dell'oratorio di san Filippo Neri, il quale a Roma, con i pellegrinaggi notturni alle Sette Chiese, arriva a coinvolgere qualcosa come 900 persone, gran parte giovani. Che la popolarità di questi preti all'antica non sia causale lo conferma don Massimo Vacchetti, altro sacerdote spesso in talare, che nella sua tesi di licenza in teologia ha riportato gli esiti di una ricerca compiuta in uno studio di Scienze religiose: alla domanda «Le piacerebbe avere in parrocchia un prete come don Camillo?», il 90% ha risposto «sì».
Come mai? Forse perché il personaggio di Giovannino Guareschi parla con Cristo ma anche di Cristo, e di salvezza delle anime prima che di salvataggi, di fede prima che di filantropia: perciò affascinava ed affascina. Come i sacerdoti controcorrente di oggi i quali, cresciuti a pane e Ratzinger o pane e Chesterton, sfidano la cultura dominante. Non abbiamo più tutti i preti di un tempo, insomma, però ci sono rimasti i preti di una volta, i soli che si ancora si soffermano sulle verità eterne anziché sui soliti, tiepidi consigli morali. Per questo, anche se sembrano venire dal passato, sono il futuro.
Giuliano Guzzo
«Così io, a 27 anni, sono diventata suora di clausura»
Il 16 luglio si è svolto un evento importante nella piccola chiesa del monastero delle carmelitane scalze di Vicenza, dove vive suor Caterina, che ho incontrato in quell'occasione. Se non ci siete mai stati, quel luogo merita una tappa. Se non altro per vedere i sorrisi di questa monaca e delle sue 18 consorelle che ogni giorno pregano per noi.
Quando arriva in parlatorio sta sorridendo. Ha 44 anni suor Caterina di Gesù, ma ne dimostra dieci in meno perché la sua pelle non è segnata nemmeno da una ruga. Un metro e 74 centimetri. Snella. Sportiva. Prima di entrare in clausura, infatti, giocava a pallavolo, ruolo schiacciatrice. Poi ha abbandonato lo sport. E la carriera medica. Ho potuto intervistarla grazie al permesso straordinario che ci ha concesso la priora. A dividerci, una grata.
Suor Caterina di Gesù, come ti chiamavi prima di entrare qui?
«Erika».
Volevi fare la dottoressa?
«Sì, sono entrata in clausura subito dopo essermi laureata. Avevo 27 anni. Anziché specializzarmi in pediatria ho deciso di entrare nella specializzazione spirituale».
Avevi mai pensato prima di allora di farti suora?
«Ogni volta che nella mia vita dovevo fare delle scelte importanti, mi veniva il dubbio che il Signore mi chiamasse. Ma lo sentivo come un pensiero fastidioso, una mosca che io mandavo via perché dicevo no, non fa per me. Da ragazza frequentavo la chiesa ma non andavo a messa tutte le domeniche».
Com'era la tua vita prima di entrare in convento di clausura?
«Come quella di tante altre ragazze. Mi divertivo, andavo a ballare, avevo anche un fidanzato, uno studente di ingegneria, più grande di me di sei anni. Siamo stati insieme per circa due anni».
Sei stata anche in Africa in quel periodo…
«Sì, al secondo triennio di studio ho fatto uno scambio internazionale, tipo Erasmus. Ma in Africa. Là però ho avuto parecchi problemi di salute».
Quando hai capito che volevi farti suora?
«Durante le feste di Natale. Sentivo che mi mancava qualcosa. Senza il rapporto con Gesù non mi sembrava Natale. Da lì ho iniziato ad avere nostalgia di lui, così sono andata a confessarmi e ho pianto a lungo. Non sapevo cosa mi stesse succedendo. Il parroco mi disse di fare un esercizio e di pensare quando ero stata realmente felice nella mia vita».
E che risposta ti sei data?
«Ho riflettuto molto. Ricordo che nel giorno dell'Epifania ho aperto il Vangelo e mi sono messa a leggere, da quel giorno è iniziato un vero e proprio corteggiamento. Come due innamorati, io e lui. Man mano che passava il tempo Dio si faceva sempre più strada dentro di me, era un vero e proprio innamoramento. Non riuscivo quasi più a studiare avevo sempre il suo pensiero fisso. Così ho lasciato il mio ragazzo. Lo amavo, fino a quel momento pensavo alla vita matrimoniale con lui, ma dentro sentivo che non potevo renderlo felice perché avevo una sete più grande».
Perché hai scelto di diventare proprio una monaca di clausura?
«Non è stato facile. Quando ho intuito che Dio mi voleva nella vita contemplativa, c'è stata una vera lotta interiore. Ma come? Io così attiva, io dottoressa, io che mi laureo per aiutare gli altri… Perché, mi dicevo, devo cambiare tutti i miei progetti di vita? Perché devo chiudermi in un convento? Poi mi sono arresa…».
I tuoi genitori come hanno preso questa scelta?
«La mia è una famiglia è religiosa, mia madre insegnante e mio padre commerciante, ma quando ho cercato di spiegare loro quello che mi stava capitando, non se lo aspettavano. È stata una doccia fredda. Il più restio era mio fratello, che è un po' più giovane di me. Mi disse che se io fossi entrata in convento lui non sarebbe mai venuto a trovarmi. Ha fatto di tutto per convincermi a non farlo, mi ricattava affettivamente. Poi, alla fine, ha capito pure lui».
Ora ti viene a trovare?
«Sì, spesso. Alla domenica».
Qual è stato il momento più difficile?
«Il giorno in cui sono entrata in monastero abbiamo fatto una cerimonia in chiesa e poi siamo venuti in processione davanti alla porta dove possono entrare solo le postulanti. Quando mi sono girata ho visto mia mamma che piangeva abbracciata alla priora e, vedendola così, veniva da piangere pure a me».
Noi ci stiamo parlando da una grata, ma quando tua mamma ti viene a trovare hai l'opportunità di abbracciarla?
«Le tengo le mani ma non posso abbracciarla. L'ultima volta l'ho fatto durante la messa, il giorno della professione».
Sono diciassette anni fa…
«Sì, nel 2001».
Diciassette anni senza abbracciare la mamma.
«Lo rifarò quando ci sarà il 25esimo anniversario delle mia professione, se ci sarà ancora…».
Ti è mai venuta la nostalgia delle cose che ti piaceva fare fuori?
«No, perché entrare qui era il mio desiderio e quello del Signore. È vero, però, che amavo molto nuotare, andare in montagna, specialmente in notturna con il mio gruppo di amici. Figurati che i primi tempi che ero qui, mi mettevo a correre nel giardino del monastero. Con la veste, però, non era molto semplice».
E ora corri ancora?
«No, non lo faccio più. Non ne ho più bisogno. All'inizio però tutto è difficile è quasi un trauma. Anche il silenzio durante la giornata».
È difficile abituarsi al silenzio?
«Sì, anche per le cose normali. Per esempio, appena arrivata mi chiedevo se andasse bene quello che facevo e nessuno mi diceva nulla. Poi nessuna delle altre suore mi chiedeva: “Come stai?" oppure “hai dormito bene?". All'inizio mi sembrava tutto così strano».
Sorride spesso suor Caterina di Gesù, ha una voce limpida, suadente ma soprattutto serena. Devo ringraziarla perché ha sopportato le mie domande per due ore. Alcune mi sono parse subito sciocche, appena uscite dalla mia bocca. Come quando mi viene la curiosità di sapere se c'è un giorno in cui può dormire di più.
Ma anche la domenica devi alzarti alle 5.30 del mattino?
«No, alla domenica possiamo dormire di più».
E quando vi svegliate?
«Alle 5.45. Un quarto d'ora in più».
Ilaria Dalle Palle
Continua a leggereRiduci
Sacerdoti con venti parrocchie e con quadrupli incarichi. In futuro ne avremo uno ogni dieci comunità. È l'effetto della crisi delle vocazioni. Ma ci sono segnali in controtendenza nelle fraternità «all'antica».«Giocavo a volley ed ero fidanzata, ma mi mancava qualcosa Il mio unico cruccio? Non riabbraccio mia madre da 17 anni».Lo speciale contiene due articoli«Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar...», cantava Celentano una vita fa senza rendersi conto che esagerava. Sì, perché quando uscì Azzurro, nel maggio del 1968, i preti ancora c'erano: è oggi che sono spariti. In gran parte a causa del vertiginoso calo delle vocazioni di cui diremo, in parte anche per altri fattori, tipo un abbandono della talare e ultimamente pure del clergyman che ha reso il clero rimasto mimetizzato, quasi invisibile. Sui preti ancora vestiti da prete però non esistono statistiche: meglio così, dato che a sconsolare basta e avanza la situazione complessiva che vede sempre meno sacerdoti sempre più oberati. Giusto un anno fa, per dire, in Trentino veniva ufficializzata l'assegnazione a don Maurizio Toldo, classe 1973, di ben 19 parrocchie. Probabilmente un record, anche se nel Belpaese i sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, con messe «non garantite» causa mancanza del dono dell'ubiquità, iniziano a non fare più notizia. Emblematico, in proposito, il caso della diocesi di Torino che già tempo addietro, a fronte di 355 parrocchie sparpagliate in 158 comuni, si è accorta di poter contare su 260 sacerdoti. Il che si è tradotto in 46 doppi incarichi, 14 tripli e 3 quadrupli. La stagione del prete sotto casa, avvertono sociologi come Franco Garelli, è insomma tramontata: in futuro, saranno uno ogni dieci comunità. Insieme a loro, intanto, stanno sparendo pure le parrocchie: tra il 2012 e il 2016, nel nostro Paese, è stata tolta personalità giuridica a 55 di esse, quasi una al mese. Ciò nonostante, il primo problema rimane la carenza di sacerdoti: su 224 diocesi italiane, le parrocchie sono 25.610 e i parroci solo 16.905. Significa che all'appello mancano suppergiù 9.000 preti, emorragia che neppure le vocazioni adulte ed estere stanno arrestando. Altro che «neanche un prete per chiacchierar»: ne manca uno, ormai, pure con cui pregar.Il punto è che neppure l'Annuario pontificio 2018 e l'Annuarium Statisticum Ecclesiae 2016, da poco distribuiti nelle librerie, tracciano uno scenario migliore. Tutt'altro. A livello globale viene infatti segnalato come le vocazioni sacerdotali, in linea con la flessione già riscontrata anni addietro, si siano ulteriormente ridotte, coi 116.843 seminaristi maggiori del 2015 che, un anno dopo, sono risultati 116.160. Quasi 700 in meno quindi, calo guidato dall'America meridionale con appena 5,13 seminaristi ogni 100.000 cattolici. Pur malconcia, l'Italia rispecchia quindi un trend globale. Già, ma come si è arrivati a questo? Quand'è iniziata la cupa stagione attuale?In realtà già nei mitici anni Cinquanta, se si pensa che in Italia tra il 1941 e il 1950 ci furono 11.925 ordinazioni del clero diocesano poi scese, tra il 1951 e il 1960, a 8.265. L'inverno della fede vero e proprio però, anche se non è politicamente corretto dirlo, scoppiò negli anni successivi al Concilio vaticano II. Tra il 1964 e il 1974 si stima infatti siano stati 40.000 i sacerdoti che hanno abbandonato la loro vocazione. Un numero che lievita a 70.000, se si estendono le rilevazioni al 2004, anche se uno su sette pare ci abbia poi ripensato negli anni a seguire, riprendendo il ministero religioso. Per quanto riguarda le vocazioni, c'è da dire che se in Italia nel 1970 i seminaristi erano complessivamente 6.337, vent'anni dopo erano scesi a 3.588, e nel 2010 sono risultati 2.940: più che dimezzati.Una flessione netta di cui i primi testimoni sono i seminari, che oggi tendono a somigliarsi un po' tutti presentandosi come palazzoni dagli sterminati cortili: a volte semidiroccati, altre restaurati, ma quasi sempre vuoti, chiusi o destinati ad altro. Come quello degli scalabriniani di Bassano del Grappa, Vicenza, così chiamato dal fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini, che una decina di anni fa, dopo sette decenni, è stato chiuso: oggi è un centro missionario nei cui corridoi è però ancora possibile ammirare foto in bianco e nero di centinaia di giovani seminaristi, tutti assiepati davanti al fotografo. Una cosa che stringe il cuore. Pure a Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano che entusiasmò il giovane Giacomo Biffi («c'era di che restare incantati»), l'andazzo è quello: un tempo felicemente affollato, ora conta i reduci.Ma cos'ha portato, ci si chiedeva poc'anzi, a tutto questo? Per cominciare, c'è da dire che il calo delle vocazioni non è qualcosa di isolato, ma un fenomeno che riflette la più generale secolarizzazione della società, che ha colpito anche le vocazioni matrimoniali come dimostra il fatto che i matrimoni religiosi sono passati dal 386.589 del 1970 agli appena 138.199 del 2010. I seminari vuoti e svuotati, però, sono simbolo anche, anzi soprattutto d'altro: della perdita di fede.Lo attesta una pioneristica ricerca francese del 1962 a cura di Fernand Boulard che, analizzando 455 casi di abbandono del sacerdozio tra il 1905 e il 1960, ha visto come la gran parte di essi riguardasse uomini di poca fede, che in fondo non ci credevano. Analogamente, un più esteso lavoro di Emilio Colagiovanni su 8.287 abbandoni di sacerdoti diocesani e religiosi ha rilevato come le percentuali di quanti domandarono la dispensa per «perdita di fede» tra il 1964 e il 1969 sia cresciuta di oltre otto volte. Il problema è che, nonostante simili evidenze, si seguita spesso a imputare crisi delle vocazioni ad altro, come il presunto ritardo dottrinale di una Chiesa restia a mettersi «al passo coi tempi». Alla perdita della fede, come se non bastasse, si somma così quella del raziocinio.Tutto finito, allora, per i preti italiani? Fortunatamente no. Anche nella notte delle vocazioni di questi anni alcune luci brillano. Si tratta però dei sacerdoti che non t'aspetteresti: quelli all'antica, dell'Istituto del Verbo Incarnato, dei francescani dell'Immacolata e dell'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, di origine francese ma ultimamente arricchito da varie vocazioni italiane. Degna di nota, in quel di Ferrara, è poi la Fraternità sacerdotale della Familia Christi, il cui riconoscimento canonico risale al giugno 2014, che può già contare su sei sacerdoti giovani, età media 35 anni, e su sette seminaristi, tutti usi a vestire l'abito talare, i quali alla messa domenicale in latino oggi attirano una cinquantina di fedeli: non così pochi e comunque più del triplo di un anno fa, con peraltro diversi ragazzi.Altro esempio emblematico è quello di don Luigi Maria Epicoco, classe 1980, sacerdote scrittore spesso in clergyman e talvolta in talare, che su Facebook conta oltre 40.000 follower, e i cui post sul Vangelo totalizzano migliaia di «mi piace» e centinaia di condivisioni; per non parlare delle sue conferenze, sempre affollatissime. L'abito ecclesiastico è abitudine anche di padre Maurizio Botta, sacerdote prefetto dell'oratorio di san Filippo Neri, il quale a Roma, con i pellegrinaggi notturni alle Sette Chiese, arriva a coinvolgere qualcosa come 900 persone, gran parte giovani. Che la popolarità di questi preti all'antica non sia causale lo conferma don Massimo Vacchetti, altro sacerdote spesso in talare, che nella sua tesi di licenza in teologia ha riportato gli esiti di una ricerca compiuta in uno studio di Scienze religiose: alla domanda «Le piacerebbe avere in parrocchia un prete come don Camillo?», il 90% ha risposto «sì». Come mai? Forse perché il personaggio di Giovannino Guareschi parla con Cristo ma anche di Cristo, e di salvezza delle anime prima che di salvataggi, di fede prima che di filantropia: perciò affascinava ed affascina. Come i sacerdoti controcorrente di oggi i quali, cresciuti a pane e Ratzinger o pane e Chesterton, sfidano la cultura dominante. Non abbiamo più tutti i preti di un tempo, insomma, però ci sono rimasti i preti di una volta, i soli che si ancora si soffermano sulle verità eterne anziché sui soliti, tiepidi consigli morali. Per questo, anche se sembrano venire dal passato, sono il futuro. Giuliano Guzzo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/neanche-un-prete-per-chiacchierare-ma-9-italiani-su-10-vogliono-don-camillo-2590673386.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-io-a-27-anni-sono-diventata-suora-di-clausura" data-post-id="2590673386" data-published-at="1770828103" data-use-pagination="False"> «Così io, a 27 anni, sono diventata suora di clausura» Il 16 luglio si è svolto un evento importante nella piccola chiesa del monastero delle carmelitane scalze di Vicenza, dove vive suor Caterina, che ho incontrato in quell'occasione. Se non ci siete mai stati, quel luogo merita una tappa. Se non altro per vedere i sorrisi di questa monaca e delle sue 18 consorelle che ogni giorno pregano per noi. Quando arriva in parlatorio sta sorridendo. Ha 44 anni suor Caterina di Gesù, ma ne dimostra dieci in meno perché la sua pelle non è segnata nemmeno da una ruga. Un metro e 74 centimetri. Snella. Sportiva. Prima di entrare in clausura, infatti, giocava a pallavolo, ruolo schiacciatrice. Poi ha abbandonato lo sport. E la carriera medica. Ho potuto intervistarla grazie al permesso straordinario che ci ha concesso la priora. A dividerci, una grata. Suor Caterina di Gesù, come ti chiamavi prima di entrare qui? «Erika». Volevi fare la dottoressa? «Sì, sono entrata in clausura subito dopo essermi laureata. Avevo 27 anni. Anziché specializzarmi in pediatria ho deciso di entrare nella specializzazione spirituale». Avevi mai pensato prima di allora di farti suora? «Ogni volta che nella mia vita dovevo fare delle scelte importanti, mi veniva il dubbio che il Signore mi chiamasse. Ma lo sentivo come un pensiero fastidioso, una mosca che io mandavo via perché dicevo no, non fa per me. Da ragazza frequentavo la chiesa ma non andavo a messa tutte le domeniche». Com'era la tua vita prima di entrare in convento di clausura? «Come quella di tante altre ragazze. Mi divertivo, andavo a ballare, avevo anche un fidanzato, uno studente di ingegneria, più grande di me di sei anni. Siamo stati insieme per circa due anni». Sei stata anche in Africa in quel periodo… «Sì, al secondo triennio di studio ho fatto uno scambio internazionale, tipo Erasmus. Ma in Africa. Là però ho avuto parecchi problemi di salute». Quando hai capito che volevi farti suora? «Durante le feste di Natale. Sentivo che mi mancava qualcosa. Senza il rapporto con Gesù non mi sembrava Natale. Da lì ho iniziato ad avere nostalgia di lui, così sono andata a confessarmi e ho pianto a lungo. Non sapevo cosa mi stesse succedendo. Il parroco mi disse di fare un esercizio e di pensare quando ero stata realmente felice nella mia vita». E che risposta ti sei data? «Ho riflettuto molto. Ricordo che nel giorno dell'Epifania ho aperto il Vangelo e mi sono messa a leggere, da quel giorno è iniziato un vero e proprio corteggiamento. Come due innamorati, io e lui. Man mano che passava il tempo Dio si faceva sempre più strada dentro di me, era un vero e proprio innamoramento. Non riuscivo quasi più a studiare avevo sempre il suo pensiero fisso. Così ho lasciato il mio ragazzo. Lo amavo, fino a quel momento pensavo alla vita matrimoniale con lui, ma dentro sentivo che non potevo renderlo felice perché avevo una sete più grande». Perché hai scelto di diventare proprio una monaca di clausura? «Non è stato facile. Quando ho intuito che Dio mi voleva nella vita contemplativa, c'è stata una vera lotta interiore. Ma come? Io così attiva, io dottoressa, io che mi laureo per aiutare gli altri… Perché, mi dicevo, devo cambiare tutti i miei progetti di vita? Perché devo chiudermi in un convento? Poi mi sono arresa…». I tuoi genitori come hanno preso questa scelta? «La mia è una famiglia è religiosa, mia madre insegnante e mio padre commerciante, ma quando ho cercato di spiegare loro quello che mi stava capitando, non se lo aspettavano. È stata una doccia fredda. Il più restio era mio fratello, che è un po' più giovane di me. Mi disse che se io fossi entrata in convento lui non sarebbe mai venuto a trovarmi. Ha fatto di tutto per convincermi a non farlo, mi ricattava affettivamente. Poi, alla fine, ha capito pure lui». Ora ti viene a trovare? «Sì, spesso. Alla domenica». Qual è stato il momento più difficile? «Il giorno in cui sono entrata in monastero abbiamo fatto una cerimonia in chiesa e poi siamo venuti in processione davanti alla porta dove possono entrare solo le postulanti. Quando mi sono girata ho visto mia mamma che piangeva abbracciata alla priora e, vedendola così, veniva da piangere pure a me». Noi ci stiamo parlando da una grata, ma quando tua mamma ti viene a trovare hai l'opportunità di abbracciarla? «Le tengo le mani ma non posso abbracciarla. L'ultima volta l'ho fatto durante la messa, il giorno della professione». Sono diciassette anni fa… «Sì, nel 2001». Diciassette anni senza abbracciare la mamma. «Lo rifarò quando ci sarà il 25esimo anniversario delle mia professione, se ci sarà ancora…». Ti è mai venuta la nostalgia delle cose che ti piaceva fare fuori? «No, perché entrare qui era il mio desiderio e quello del Signore. È vero, però, che amavo molto nuotare, andare in montagna, specialmente in notturna con il mio gruppo di amici. Figurati che i primi tempi che ero qui, mi mettevo a correre nel giardino del monastero. Con la veste, però, non era molto semplice». E ora corri ancora? «No, non lo faccio più. Non ne ho più bisogno. All'inizio però tutto è difficile è quasi un trauma. Anche il silenzio durante la giornata». È difficile abituarsi al silenzio? «Sì, anche per le cose normali. Per esempio, appena arrivata mi chiedevo se andasse bene quello che facevo e nessuno mi diceva nulla. Poi nessuna delle altre suore mi chiedeva: “Come stai?" oppure “hai dormito bene?". All'inizio mi sembrava tutto così strano». Sorride spesso suor Caterina di Gesù, ha una voce limpida, suadente ma soprattutto serena. Devo ringraziarla perché ha sopportato le mie domande per due ore. Alcune mi sono parse subito sciocche, appena uscite dalla mia bocca. Come quando mi viene la curiosità di sapere se c'è un giorno in cui può dormire di più. Ma anche la domenica devi alzarti alle 5.30 del mattino? «No, alla domenica possiamo dormire di più». E quando vi svegliate? «Alle 5.45. Un quarto d'ora in più». Ilaria Dalle Palle
Il Carnevale di Viareggio (iStock)
Semel in anno licet insanire! Ci siamo: questa è la settimana più folle dell’anno e già giovedì s’imbandisce la tavola di «grasso». Per una fortunata coincidenza di calendario, il Carnevale, che ha infiniti significati e origini remotissime quanto intriganti, nel 2026 ingloba nei festeggiamenti in maschera anche la ricorrenza degli innamorati: San Valentino.
Il che riporta a origini ancor più remote: per comprenderle bisognerebbe andare a Mamoiada a farsi travolgere dalla forza dionisiaca dei Mamuthones. Sono queste maschere che danzano lentissime al suono dei campanacci e, ricoperte di pelli, rappresentano un “residuo” dei lupercalia, le ultime feste pagane a estinguersi. Fino al quarto secolo Papa Gelasio lamentava che i cristiani si lasciassero trascinare in questi riti pagani.
I lupercalia si celebravano tra il 13 e il 15 febbraio, nel mese che i romani ritenevano nefasto. C’è chi dice che fossero indetti a gloria e a tacitare le ire del dio Fauno, che guidava i lupi affamati all’assalto delle greggi nell’ultimo mese d’inverno. Da qui l’idea che sacrificando si potessero salvare le greggi e che i giorni dedicati al Luperco (una sorta di lupo divinizzato) assicurassero fertilità e prosperità alle mandrie.
Sarà un caso, ma se si prova a rispondere alla domanda su quando inizia il Carnevale, si ottengono le risposte più diverse: c’è chi dice da Santo Stefano, c’è chi dice la settimana prima della Quaresima. In realtà una data precisa ci sarebbe: il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonia Abate, protettore degli animali e delle benedizioni delle stalle. Anche qui, l’assonanza con i lupercalia ritorna. Anche se c’è chi sostiene che quei giorni per i romani fossero la celebrazione di Romolo e Remo allattati dalla lupa. I lupercalia erano riti di fertilità, con maschere e pelli di lupo o capra. Quel travestimento era uno dei cosiddetti riti di passaggio e le donne venivano portate a farsi fecondare dal caprone cosmico. I lupercalia erano riti anche di fertilità. Si narra che gli etruschi facessero una divinazione in quei giorni e che le donne sposate che non avevano figli venissero condotte nel recinto sacro e fosse loro cinto l’addome con strisce di pelle di caprone. Dieci lune dopo il rito tutte rimanevano incinte.
Non sorprende, quindi, che San Valentino cada il 14 febbraio. Scavando nelle antiche tradizioni, si scoprono tratti inediti del carnevale. Se i lupercalia ci avvicinano alla magia della morte e resurrezione, sono i riti dionisiaci e i saturnali a spiegare la frenesia e la licenziosità, ai tempi nostri ormai solo alimentare, della festa carnascialesca. L’intreccio tra riti dionisiaci e i saturnali spiega infatti molte delle nostre usanze carnevalesche. Onore al dio del vino e della frenesia era un atto di comunicazione tra inferi e viventi, legato al ciclo morte-resurrezione e alla purificazione della città in attesa della primavera. Questa tradizione del rapporto tra i due mondi si perde veramente all’alba dell’umanità e a Roma dove questo s’intreccia con le consuetudini etrusche e con i riti egizi in onore di Iside, la dea della fertilità, per cui vi era una continua relazione tra la morte e la resurrezione. Questi riti si consumavano nel mese dedicato al dio Februus (da cui febbraio) quando la città doveva essere purificata in attesa della nuova vita (la primavera) e il riso era il cereale scelto per invocare la fertilità. Sulla scorta dei saturnali (si festeggiavano in dicembre per annunciare il sol invictus) anche durante i riti di febbraio c'era un sovvertimento dell’ordine sociale per cui nelle libagioni, nelle feste tutti partecipavano con uguale diritto alla frenesia.
Gli scherzi e i travestimenti erano tutti in funzione apotropaica: allontanare la morte con l’anno che se ne va (il capodanno dei latini era a marzo) annunciare la vita. Questa usanza di eliminare le scorie del tempo trascorso si ritrova oggi in alcuni carnevali: il più famoso per il rogo del fantoccio è quello di Poggio Mitreto. Egualmente, le maschere hanno un’origine remotissima: servivano a trasfigurare, come nel teatro greco e romano, evocando personaggi e divinità, e la tradizione del camuffamento risale persino a Babilonia, passando poi in Egitto e Roma con i carrus navalis. Fin dal teatro greco, appunto, si ha la maschera in scena per dare una visione evidente dei personaggi, ma anche per evocare l’immutabilità di fronte agli eventi avvicinando l’attore alla deità. Nel teatro romano vi erano sostanzialmente due stati d’animo significati dalla maschera: l’ilarità e la disperazione. Ma durante i saturnali ci si celava il volto proprio per denunciare che non v’era disparità sociale e durante le dionisiache la maschera celava l’identità anche per non far sapere se si veniva dal mondo dei viventi o dei morti. Questa abitudine al camuffamento è addirittura più remota delle nostre civiltà mediterranee. A Babilonia c’erano i corsi mascherati e dà lì derivano i carri carnevaleschi perché il corteo delle feste di Akitu, che si tenevano all’inizio della primavera (per gli antichi l’inizio dell’anno coincideva con la ripresa del ciclo vitale della natura in consonanza con il mondo agricolo), era aperto da sfilate di carri che riproducevano il ciclo sole-luna, vita-morte, giusto-sbagliato, tenendo conto che durante queste festività la trasgressione era il primo motore. Questi carri passarono in Egitto e poi a Roma dove sfilavano i carrus navalis (una barca su ruote) che apriva il corteo in onore di Iside.
Alcuni sostengono che carnevale derivi proprio da carrus navalis. In realtà è ormai acclarato che il nostro carnevale deriva dall’accezione carnem levare che è eliminare (in epoca cristiana) la carne dalla tavola perché comincia la quaresima (martedì grasso che è l’ultimo giorno di Carnevale viene seguito dal mercoledì delle ceneri, quaranta giorni prima della Pasqua, ovunque in Italia se non a Milano dove per il rito ambrosiano il Carnevale finisce con l’ultima domenica prima della quaresima). In epoca pagana il carnem levare si riferiva a un’astinenza sessuale in segno di purificazione in attesa della fertilità delle idi di marzo. Come si vede dunque, per stare dalle parti degli antenati latini, nihil novi sub solem: noi facciamo gli scherzi di carnevale, ci mettiamo le maschere e anche quelle della commedia dell’arte, da Arlecchino a Pulcinella, hanno a riferimento il teatro antico e i significati rituali dell’evocazione dei morti perché non disturbassero i vivi, facciamo sfilare i carri, ci diamo alla crapula prima della quaresima, che altro non è se non la purificazione in vista della resurrezione di Cristo, così come in antico il digiuno purificatore procedeva l’innesco del nuovo ciclo vitale.
A Viareggio la satira, a Venezia il fascino. Rassegna dei principali corsi di carri e feste in maschera d’Italia
Sarà per l’eredità latina, ma l’Italia è la patria del Carnevale. Certo, il sambodromo di Rio de Janeiro è un emblema mondiale e lì, danza, carri, evocazioni di presenze animiste vanno dal 13 al 17 febbraio in una sorta di delirio complessivo, ma le feste italiane hanno un fascino unico, tra carri allegorici, maschere storiche e tradizioni locali.
Altri carnevali famosissimi sono quello di Santa Cruz di Tenerife in Spagna che comincia a gennaio e termina a fine febbraio con alcune tappe imprescindibili: l’elezione della reina (da noi invece domina Re Carnevale) il Caso Apoteosis (la grande sfilata del 17 febbraio) e l’Entierro della sardina che corrisponde ai nostri roghi rituali che si fa il giorno dopo mentre in tutte le strade la festa continua fino a fine mese; il carnevale di New Orleans dove il jazz è la colonna sonora, i carri allegorici risentono dell’atmosfera creola e il mardì grass è una sorta di riesumazione del rapporto con la Francia e proprio in Provenza si tiene il Carnevale di Nizza.
Ma in Italia se dici Carnevale pensi a Venezia per le feste fastose e a Viareggio per i carri allegorici. In realtà le sfilate, le feste, i raduni in maschera, le sagre sono diffuse lungo tutta la penisola e come detto a Mamoiada in Sardegna si trovano le tracce più remote del Carnevale.
A Venezia il programma è ricco: giovedì 12 febbraio sfilata dei carri a Pellestrina, taglio della testa del toro in piazza San Marco e show delle maschere per le calli. Sabato i carri sfilano a Marghera, domenica a Campalto. Il clou è martedì 17 con la sfilata sul Canal Grande, dove si possono incontrare personaggi storici come Giacomo Casanova nascosti dietro le maschere tradizionali:la Bauta (la più diffusa, bianca e senza bocca), la Moretta (velvet ovale femminile), il medico della peste (con il lungo becco) e la Ganaga (info www.carnevale.venezia.it).
A Viareggio, dove la satira prende forma tridimensionale, i corsi mascherati si tengono il 12, 15 e 17 febbraio, con la proclamazione del carro vincitore il 21 febbraio. Tutta la città è coinvolta e ovunque ci sono le feste rionali e grandi abbuffate gastronomiche (www.viareggio.ilcarnevale.com). Fano affida la regia del Carnevale al tre volte premio Oscar Dante Ferretti, con il tema di quest’anno Il viaggio di Vulon e il lancio delle caramelle domenica 15 febbraio. Altro carnevale storico è quello di Cento in provincia di Ferrara che è tra i più lunghi, si sviluppa su cinque settimane ed è gemellato con quello di Rio. Gli appuntamenti con le sfilate dei carri sono per il 15 e il 22 febbraio e il primo marzo (info: www.carnevaledicento.it).
Famosissimo in tutto il Sud è il Carnevale di Putignano che si vanta di essere il più antico d'Europa. La festa come da consuetudine è in programma per il 15 e 17 febbraio, ma a Putignano oltre alla maschere, ci sono concerti (una festa speciale è prevista per San Valentino) spaghettate, mostre (info: www.carnevalediputignano.it). In Sardegna oltre al Carnevale di Mamoiada con i Mamuthones (sfilata il 17 febbraio, martedì grasso) molto famoso ma anche molto spettacolare è quello di Oristano con la giostra della Sartiglia che si corre domenica 15 febbraio e il martedì grasso (17 febbraio). La particolarità di questo torneo equestre che affonda le radici ai tempi dei Giudicati è che i cavalieri che devono infilzare un anello fatto a stella con la lancia corrono con la maschera in volto. Ad animare il carnevale d’Ivrea è la battaglia delle arance: si svolge domenica 15, lunedì 16 e martedì 17. Il carnevale comincia il 15 ed è l’unico che sfocia nel mercoledì delle ceneri con la tradizionale polentata (info: www.storicornevaledivrea.it). Infine ultima tappa al Sud, in Sicilia, ad Acireale, dove si svolge con le date canoniche (dal 12 al 17 febbraio, ma la festa qui comincia a fine gennaio) una doppia sfilata di carri allegorici e di carri fioriti contornati come in tutti i cortei dalla festa di popolo (info: www.carnevaleacireale.eu).
I cenci, la bandiera della dolcezza fritta. Niente di meglio di un passito per scordarsi del passato: ecco i vini di Carnevale
Vuole la vulgata popolare che «fritta è buona anche una ciabatta». Sarà per questo che a Carnevale, in tutta Italia, si frigge. La verità è che questo è il modo più veloce per offrire dolci fragranti in quantità industriali. Sciovinismo a parte si può dire che la madre di tutti i dolcetti di carnevale sono i cenci, o gli stracci, che poi diventano frappe, sfrappole e via discorrendo nelle diverse cucine italiche.
Ma perché questi semplicissimi dolci toscani sono l’archetipo?
Semplicemente perché Pellegrino Artusi, che si era fatto fiorentino in esilio da Forlimpopoli, li codifica nel suo La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene nella ricetta 595 che così recita: «Farina, grammi 240. Burro, grammi 20. Zucchero in polvere, grammi 20. Uova, n. Acquavite, cucchiaiate n. l. Sale, un pizzico. Fate con questi ingredienti una pasta piuttosto soda, lavoratela moltissimo con le mani e lasciatela un poco in riposo, infarinata e involtata in un canovaccio. Se vi riuscisse tenera in modo da non poterla lavorare, aggiungete altra farina. Tiratene una sfoglia della grossezza d’uno scudo, e col coltello o con la rotellina a smerli, tagliatela a strisce lunghe un palmo circa e larghe due o tre dita. Fate in codeste strisce qualche incisione per ripiegarle o intrecciarle o accartocciarle onde vadano in padella (ove l’unto, olio o lardo, deve galleggiare) con forme bizzarre. Spolverizzatele con zucchero a velo quando non saranno più bollenti. Basta questa dose per farne un gran piatto. Se il pane lasciato in riposo avesse fatta la crosticina, tornatelo a lavorare».
Partendo dall’Artusi il viaggio in Italia è dolcissimo e ogni regione celebra il Carnevale con dolci tipici.
In Lombardia, dove il Carnevale si allunga fino alla domenica, si fanno i dolcetti che esaltano le mele: i laciaditt. A Venezia si dice che Casaonva andasse pazzo per le fritole che sono frittelle barocche con pinoli e uva passolina, mentre l’opulenza gonzaghesca impone i riccioli che sono però fatti in forno: farina gialla finissima con burro, zucchero, strutto, tuorli d'uova e scorza di limone grattugiata. Li amano tutti quelli che sciano, sono krapfen, magari ripieni di crema (insomma i bomboloni del resto d’Italia) che si sposano con le frittelle di mele caratteristiche anche delTrentino. Leggere come l’aria tanto che una tira l’altra sono le castagnole gonfie e cremose d’Alessandria che il Monferrato chiama Carciò. In Emilia si fanno i rosoni: impasto simile a quello dei cenci, ma intrecciati in modo da sembrare gli alamari asburgici con tanta scorza d’arancio e in Romagna si fa di castagnola che bagnata nell’Alchermes diventa lo scroccafuso tradizionale delle Marche dove ci sono anche i mitici arancini o limoncini che si possono o fare al forno o fritti. In Umbria si rispolvera la crescionda spoletina, ma anche e soprattutto le frittelle di riso, quelle di mele o quelle di pasta di pane addolcita col miele. Nel basso Lazio si preparano delle mini-castagnole e torna in tutto il centro Italia la cicerchiata arricchita di miele e mandorle dolci. È parente strettissima degli struffoli napoletani. La pignolata con la glassa di zucchero è emblema della Sicilia, in Sardegna trionfano le zeppole mentre a Napoli si fanno le graffe che sono ciambelle fritte intrecciate, parenti dei frati toscani e delle ciambelle abruzzesi, mentre in Puglia continua la stagione delle cartellate.
Con questi dolcetti, d’obbligo sono i passiti.
Si parte dalla Valle d’Aosta con lo Chambave Muscat (Lavrille e la Crotta des Vigneron da tenere in conto). Si scende in Piemonte con l’Asti Spumante (come si fa a non dire Gancia o Bosca) con il Moscato d’Asti (la Cuadrina) o col Barolo Chinato ottimo con la cioccolata (Pio Cesare) o col Brachetto d’Acqui un vino «fragoloso» (Rosa Regale di Banfi). In Lombardia il passito del Garda (Brolo dei Giusti) o il rarissimo Moscato di Scanzo (il Cipresso). In Veneto eccoci con il Recioto della Valpolicella rosso (Angelorum di Masi) e il Recioto di Soave bianco (Poesie Cantina di Soave) e il Torcolatod i Breganze (Maculan) e il Fiori d’Arancio (Ca’ Lustra). In Friuli Picolit (Livio Felluga) e Verduzzo (Ramandolo La Roncaia). In Trentino Alto Adige ecco il Moscato Giallo (Serenade di Caldaro) e il Moscato Rosa (Franz Hass) o il Vino Santo da Nosiola (Pravis). In Liguria lo Sciacchetrà (Possa) trionfa, in Toscana il ventaglio è ampio ma si risolve nel Vin Santo (Avignonesi, Antinori, Frescobaldi) e nell’Aleatico dell’Elba (Le Ripalte). Impeccabile in Umbria il Sagrantino Passito di Arnaldo Caprai, inarrivabile il Muffato della Sala (Antinori). Nelle Marche ottimo il Pius IX de Il Pollenza, buonissimo il Maximo di Umani Ronchio (da verdiccio prevalente) amabilissima la Vernaccia di Serrapetrona (Quacquarini e Fontezoppa). In Romagna suadente l’Albana Passita (La Zerbina). Nel Lazio Moscato di Terracina (Villa Gianna) e Aleatico di Gradoli oltre alla Malvasia (Stillato di Pallavicini). In Puglia si fa un grande passito da uva Fiano (Zoe Vignaioli Vespa). In Calabria il vino identitario è il Moscato passiti di Saracena (Millirosu) e in Sicilia si va sulle isole per lo Zibibbo di Pantelleria (Ben Rye) per la Malvasia delle Lipari (Hauner), per il Marsala (Florio o Vecchio Samperi) e infine in Sardegna tre opzioni: la Vernaccia di Oristano (Contini), il passito del Sulcis da Nasco e Vermentino (Latina di Santadi) o uno straordinario vino liquoroso come l’Anghelo Ruju di Sella e Mosca.
Continua a leggereRiduci
«L'effetto Olimpiadi porterà oltre 5 milioni di presenze negli agriturismi montani, intercettando una quota rilevante di visitatori alla ricerca di autenticità, paesaggi, produzioni locali e attività all'aria aperta. Un modello che coinvolge migliaia di aziende agricole, rafforza i piccoli comuni montani e valorizza i territori dove nasce la gran parte delle produzioni Dop e Igp italiane. Ad affermarlo sono le stime di Coldiretti e Campagna Amica, diffuse in occasione dell'apertura della Bit, la Borsa del Turismo a Milano.
L'impatto della vetrina olimpica si inserisce in un trend già strutturale di crescita, con soggiorni medi più lunghi, una spesa giornaliera più elevata e una domanda sempre più orientata alla qualità dell'esperienza, alla natura e al cibo di origine certa.
L'agriturismo rappresenta ormai da anni un componente fondamentale del turismo delle zone montane. Una struttura agrituristica su tre è in montagna e la presidia, e in oltre 13.000 offrono trekking, equitazione, ciclismo, escursionismo — realizzando ogni giorno quel binomio tra sport e cibo sano che le Olimpiadi portano alla ribalta mondiale. Si tratta della prima edizione dei Giochi Invernali pienamente aperta al pubblico dopo la pandemia, con una visibilità globale che proietta i territori olimpici sotto i riflettori internazionali.
In questo contesto Coldiretti e Campagna Amica sono protagoniste con una presenza diffusa nelle principali sedi di gara, trasformando l'appuntamento sportivo in un'esperienza completa che unisce sport, agricoltura e identità territoriale. A Bormio il Villaggio Coldiretti Valtellina accompagna per tutta la durata delle Olimpiadi atleti e visitatori con mercati a chilometro zero, ristorazione contadina e attività di animazione dedicate alle eccellenze agroalimentari locali. A Cortina d'Ampezzo l'Italia del cibo e delle filiere agricole trova spazio nelle iniziative promosse da Coldiretti e Campagna Amica all'interno dei luoghi simbolo dell'accoglienza olimpica, valorizzando i prodotti del territorio e il legame tra alimentazione, benessere e sport. A Predazzo, nel cuore della Val di Fiemme, la presenza di Coldiretti anima le serate olimpiche con eventi e degustazioni che raccontano la montagna trentina, le sue produzioni e la cultura agricola che la presidia ogni giorno.
Continua a leggereRiduci
La Nazionale azzurra di cricket impegnata al Mondiale 2026 (foto Federazione Cricket Italiana F.CR.I.)
A Calcutta, dove il cricket è più di uno sport e somiglia a una religione civile, l’Italia ha fatto il suo ingresso in una storia che fino a poco tempo fa sembrava lontanissima. Domenica 9 febbraio 2026 resterà una data simbolica: per la prima volta una Nazionale azzurra ha giocato un Mondiale di cricket. È successo all’Eden Gardens, uno dei templi di questo gioco, davanti a un pubblico curioso e a una piccola ma rumorosa pattuglia di tifosi arrivati dall’Italia per assistere a un debutto che vale già come traguardo.
Il risultato, contro la Scozia, è stato severo: 208 a 134 per gli avversari. Ma il senso della giornata va oltre il tabellino. Perché il cricket, seguito nel mondo da oltre due miliardi di persone, in Italia resta uno sport di nicchia, spesso confuso con altri giochi e quasi mai raccontato. Eppure oggi esistono una Federazione, un movimento e una Nazionale che è riuscita a qualificarsi per il Mondiale T20, la versione breve e più spettacolare del gioco, in corso tra India e Sri Lanka.
Per capire la portata dell’impresa bisogna partire proprio da qui: il T20 è il formato pensato per la televisione e per il grande pubblico, con partite che durano circa tre ore e ritmi serrati. Ogni squadra ha a disposizione 20 «over», cioè 120 lanci, per segnare più punti possibile. Poi si invertono i ruoli e vince chi ne fa di più. Il cricket, in fondo, è uno sport di mazza e palla, come il baseball, ma con regole e tempi tutti suoi. Due battitori stanno in campo insieme e cercano di colpire la palla per poi correre tra le linee di battuta, mentre la squadra in difesa prova a eliminarli: colpendo il «wicket» (tre paletti di legno), prendendo la palla al volo o sorprendendoli mentre corrono. Quando dieci battitori sono eliminati, o quando finiscono i lanci a disposizione, l’inning si chiude.
A rendere tutto più spettacolare ci sono le battute che finiscono oltre il confine del campo: se la palla esce al volo vale sei punti, se rimbalza prima di uscire ne vale quattro. È il momento che fa alzare gli stadi in piedi, soprattutto in India, dove il cricket è parte dell’identità nazionale e dove l’Eden Gardens è considerato una specie di cattedrale laica dello sport.
In questo scenario l’Italia si è presentata con una squadra che è quasi un ritratto dell’Italia contemporanea: un gruppo multietnico, fatto di figli e nipoti di emigrati italiani cresciuti in Australia, Sudafrica o Inghilterra, e di giocatori arrivati nel nostro Paese da Pakistan, Sri Lanka e India, diventati eleggibili dopo anni di residenza. Un mosaico di storie diverse, tenute insieme da una maglia azzurra che nel cricket, fino a poco fa, era quasi invisibile sulla mappa mondiale.
L’esordio è stato emozionante e complicato. Dopo pochi minuti l’Italia ha perso per infortunio il capitano Wayne Madsen, uno dei suoi uomini chiave, e da lì la partita si è messa in salita. La Scozia ha costruito un punteggio molto alto, difficile da inseguire, e nonostante una buona reazione nella seconda parte del match gli azzurri non sono riusciti a colmare il divario. Il finale ha premiato gli scozzesi, ma ha lasciato anche la sensazione che l’Italia, almeno per tratti, sia riuscita a stare dentro la partita.
Ora il calendario non concede pause: domani, giovedì 12 febbraio, a Mumbai c’è la sfida contro il Nepal, un’altra tappa di questo battesimo mondiale. Il girone è impegnativo, con avversari di grande tradizione come Inghilterra e Indie Occidentali, e per passare il turno servirebbe chiudere tra le prime due. Obiettivo difficile, ma non è questo il punto centrale di questa avventura.
Il vero dato storico è che l’Italia c’è. Che un Paese legato quasi esclusivamente al calcio, per quanto riguarda gli sport di squadra, si è presentato su uno dei palcoscenici più importanti di uno sport globale. Che in uno stadio simbolo di Calcutta, dove un tempo si giocava anche a calcio e dove sono passate generazioni di campioni, è risuonato anche l’inno italiano per un Mondiale di cricket. Il resto, risultati compresi, verrà dopo. Per ora, per gli azzurri, è già iniziato un viaggio che fino a ieri sembrava impensabile.
Continua a leggereRiduci