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2018-07-30
Neanche un prete per chiacchierare. Ma 9 italiani su 10 vogliono don Camillo
«Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar...», cantava Celentano una vita fa senza rendersi conto che esagerava. Sì, perché quando uscì Azzurro, nel maggio del 1968, i preti ancora c'erano: è oggi che sono spariti. In gran parte a causa del vertiginoso calo delle vocazioni di cui diremo, in parte anche per altri fattori, tipo un abbandono della talare e ultimamente pure del clergyman che ha reso il clero rimasto mimetizzato, quasi invisibile. Sui preti ancora vestiti da prete però non esistono statistiche: meglio così, dato che a sconsolare basta e avanza la situazione complessiva che vede sempre meno sacerdoti sempre più oberati.
Giusto un anno fa, per dire, in Trentino veniva ufficializzata l'assegnazione a don Maurizio Toldo, classe 1973, di ben 19 parrocchie. Probabilmente un record, anche se nel Belpaese i sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, con messe «non garantite» causa mancanza del dono dell'ubiquità, iniziano a non fare più notizia. Emblematico, in proposito, il caso della diocesi di Torino che già tempo addietro, a fronte di 355 parrocchie sparpagliate in 158 comuni, si è accorta di poter contare su 260 sacerdoti. Il che si è tradotto in 46 doppi incarichi, 14 tripli e 3 quadrupli.
La stagione del prete sotto casa, avvertono sociologi come Franco Garelli, è insomma tramontata: in futuro, saranno uno ogni dieci comunità. Insieme a loro, intanto, stanno sparendo pure le parrocchie: tra il 2012 e il 2016, nel nostro Paese, è stata tolta personalità giuridica a 55 di esse, quasi una al mese. Ciò nonostante, il primo problema rimane la carenza di sacerdoti: su 224 diocesi italiane, le parrocchie sono 25.610 e i parroci solo 16.905. Significa che all'appello mancano suppergiù 9.000 preti, emorragia che neppure le vocazioni adulte ed estere stanno arrestando. Altro che «neanche un prete per chiacchierar»: ne manca uno, ormai, pure con cui pregar.
Il punto è che neppure l'Annuario pontificio 2018 e l'Annuarium Statisticum Ecclesiae 2016, da poco distribuiti nelle librerie, tracciano uno scenario migliore. Tutt'altro. A livello globale viene infatti segnalato come le vocazioni sacerdotali, in linea con la flessione già riscontrata anni addietro, si siano ulteriormente ridotte, coi 116.843 seminaristi maggiori del 2015 che, un anno dopo, sono risultati 116.160. Quasi 700 in meno quindi, calo guidato dall'America meridionale con appena 5,13 seminaristi ogni 100.000 cattolici. Pur malconcia, l'Italia rispecchia quindi un trend globale. Già, ma come si è arrivati a questo? Quand'è iniziata la cupa stagione attuale?
In realtà già nei mitici anni Cinquanta, se si pensa che in Italia tra il 1941 e il 1950 ci furono 11.925 ordinazioni del clero diocesano poi scese, tra il 1951 e il 1960, a 8.265. L'inverno della fede vero e proprio però, anche se non è politicamente corretto dirlo, scoppiò negli anni successivi al Concilio vaticano II. Tra il 1964 e il 1974 si stima infatti siano stati 40.000 i sacerdoti che hanno abbandonato la loro vocazione. Un numero che lievita a 70.000, se si estendono le rilevazioni al 2004, anche se uno su sette pare ci abbia poi ripensato negli anni a seguire, riprendendo il ministero religioso. Per quanto riguarda le vocazioni, c'è da dire che se in Italia nel 1970 i seminaristi erano complessivamente 6.337, vent'anni dopo erano scesi a 3.588, e nel 2010 sono risultati 2.940: più che dimezzati.
Una flessione netta di cui i primi testimoni sono i seminari, che oggi tendono a somigliarsi un po' tutti presentandosi come palazzoni dagli sterminati cortili: a volte semidiroccati, altre restaurati, ma quasi sempre vuoti, chiusi o destinati ad altro. Come quello degli scalabriniani di Bassano del Grappa, Vicenza, così chiamato dal fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini, che una decina di anni fa, dopo sette decenni, è stato chiuso: oggi è un centro missionario nei cui corridoi è però ancora possibile ammirare foto in bianco e nero di centinaia di giovani seminaristi, tutti assiepati davanti al fotografo. Una cosa che stringe il cuore. Pure a Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano che entusiasmò il giovane Giacomo Biffi («c'era di che restare incantati»), l'andazzo è quello: un tempo felicemente affollato, ora conta i reduci.
Ma cos'ha portato, ci si chiedeva poc'anzi, a tutto questo? Per cominciare, c'è da dire che il calo delle vocazioni non è qualcosa di isolato, ma un fenomeno che riflette la più generale secolarizzazione della società, che ha colpito anche le vocazioni matrimoniali come dimostra il fatto che i matrimoni religiosi sono passati dal 386.589 del 1970 agli appena 138.199 del 2010. I seminari vuoti e svuotati, però, sono simbolo anche, anzi soprattutto d'altro: della perdita di fede.
Lo attesta una pioneristica ricerca francese del 1962 a cura di Fernand Boulard che, analizzando 455 casi di abbandono del sacerdozio tra il 1905 e il 1960, ha visto come la gran parte di essi riguardasse uomini di poca fede, che in fondo non ci credevano. Analogamente, un più esteso lavoro di Emilio Colagiovanni su 8.287 abbandoni di sacerdoti diocesani e religiosi ha rilevato come le percentuali di quanti domandarono la dispensa per «perdita di fede» tra il 1964 e il 1969 sia cresciuta di oltre otto volte. Il problema è che, nonostante simili evidenze, si seguita spesso a imputare crisi delle vocazioni ad altro, come il presunto ritardo dottrinale di una Chiesa restia a mettersi «al passo coi tempi». Alla perdita della fede, come se non bastasse, si somma così quella del raziocinio.
Tutto finito, allora, per i preti italiani? Fortunatamente no. Anche nella notte delle vocazioni di questi anni alcune luci brillano. Si tratta però dei sacerdoti che non t'aspetteresti: quelli all'antica, dell'Istituto del Verbo Incarnato, dei francescani dell'Immacolata e dell'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, di origine francese ma ultimamente arricchito da varie vocazioni italiane. Degna di nota, in quel di Ferrara, è poi la Fraternità sacerdotale della Familia Christi, il cui riconoscimento canonico risale al giugno 2014, che può già contare su sei sacerdoti giovani, età media 35 anni, e su sette seminaristi, tutti usi a vestire l'abito talare, i quali alla messa domenicale in latino oggi attirano una cinquantina di fedeli: non così pochi e comunque più del triplo di un anno fa, con peraltro diversi ragazzi.
Altro esempio emblematico è quello di don Luigi Maria Epicoco, classe 1980, sacerdote scrittore spesso in clergyman e talvolta in talare, che su Facebook conta oltre 40.000 follower, e i cui post sul Vangelo totalizzano migliaia di «mi piace» e centinaia di condivisioni; per non parlare delle sue conferenze, sempre affollatissime. L'abito ecclesiastico è abitudine anche di padre Maurizio Botta, sacerdote prefetto dell'oratorio di san Filippo Neri, il quale a Roma, con i pellegrinaggi notturni alle Sette Chiese, arriva a coinvolgere qualcosa come 900 persone, gran parte giovani. Che la popolarità di questi preti all'antica non sia causale lo conferma don Massimo Vacchetti, altro sacerdote spesso in talare, che nella sua tesi di licenza in teologia ha riportato gli esiti di una ricerca compiuta in uno studio di Scienze religiose: alla domanda «Le piacerebbe avere in parrocchia un prete come don Camillo?», il 90% ha risposto «sì».
Come mai? Forse perché il personaggio di Giovannino Guareschi parla con Cristo ma anche di Cristo, e di salvezza delle anime prima che di salvataggi, di fede prima che di filantropia: perciò affascinava ed affascina. Come i sacerdoti controcorrente di oggi i quali, cresciuti a pane e Ratzinger o pane e Chesterton, sfidano la cultura dominante. Non abbiamo più tutti i preti di un tempo, insomma, però ci sono rimasti i preti di una volta, i soli che si ancora si soffermano sulle verità eterne anziché sui soliti, tiepidi consigli morali. Per questo, anche se sembrano venire dal passato, sono il futuro.
Giuliano Guzzo
«Così io, a 27 anni, sono diventata suora di clausura»
Il 16 luglio si è svolto un evento importante nella piccola chiesa del monastero delle carmelitane scalze di Vicenza, dove vive suor Caterina, che ho incontrato in quell'occasione. Se non ci siete mai stati, quel luogo merita una tappa. Se non altro per vedere i sorrisi di questa monaca e delle sue 18 consorelle che ogni giorno pregano per noi.
Quando arriva in parlatorio sta sorridendo. Ha 44 anni suor Caterina di Gesù, ma ne dimostra dieci in meno perché la sua pelle non è segnata nemmeno da una ruga. Un metro e 74 centimetri. Snella. Sportiva. Prima di entrare in clausura, infatti, giocava a pallavolo, ruolo schiacciatrice. Poi ha abbandonato lo sport. E la carriera medica. Ho potuto intervistarla grazie al permesso straordinario che ci ha concesso la priora. A dividerci, una grata.
Suor Caterina di Gesù, come ti chiamavi prima di entrare qui?
«Erika».
Volevi fare la dottoressa?
«Sì, sono entrata in clausura subito dopo essermi laureata. Avevo 27 anni. Anziché specializzarmi in pediatria ho deciso di entrare nella specializzazione spirituale».
Avevi mai pensato prima di allora di farti suora?
«Ogni volta che nella mia vita dovevo fare delle scelte importanti, mi veniva il dubbio che il Signore mi chiamasse. Ma lo sentivo come un pensiero fastidioso, una mosca che io mandavo via perché dicevo no, non fa per me. Da ragazza frequentavo la chiesa ma non andavo a messa tutte le domeniche».
Com'era la tua vita prima di entrare in convento di clausura?
«Come quella di tante altre ragazze. Mi divertivo, andavo a ballare, avevo anche un fidanzato, uno studente di ingegneria, più grande di me di sei anni. Siamo stati insieme per circa due anni».
Sei stata anche in Africa in quel periodo…
«Sì, al secondo triennio di studio ho fatto uno scambio internazionale, tipo Erasmus. Ma in Africa. Là però ho avuto parecchi problemi di salute».
Quando hai capito che volevi farti suora?
«Durante le feste di Natale. Sentivo che mi mancava qualcosa. Senza il rapporto con Gesù non mi sembrava Natale. Da lì ho iniziato ad avere nostalgia di lui, così sono andata a confessarmi e ho pianto a lungo. Non sapevo cosa mi stesse succedendo. Il parroco mi disse di fare un esercizio e di pensare quando ero stata realmente felice nella mia vita».
E che risposta ti sei data?
«Ho riflettuto molto. Ricordo che nel giorno dell'Epifania ho aperto il Vangelo e mi sono messa a leggere, da quel giorno è iniziato un vero e proprio corteggiamento. Come due innamorati, io e lui. Man mano che passava il tempo Dio si faceva sempre più strada dentro di me, era un vero e proprio innamoramento. Non riuscivo quasi più a studiare avevo sempre il suo pensiero fisso. Così ho lasciato il mio ragazzo. Lo amavo, fino a quel momento pensavo alla vita matrimoniale con lui, ma dentro sentivo che non potevo renderlo felice perché avevo una sete più grande».
Perché hai scelto di diventare proprio una monaca di clausura?
«Non è stato facile. Quando ho intuito che Dio mi voleva nella vita contemplativa, c'è stata una vera lotta interiore. Ma come? Io così attiva, io dottoressa, io che mi laureo per aiutare gli altri… Perché, mi dicevo, devo cambiare tutti i miei progetti di vita? Perché devo chiudermi in un convento? Poi mi sono arresa…».
I tuoi genitori come hanno preso questa scelta?
«La mia è una famiglia è religiosa, mia madre insegnante e mio padre commerciante, ma quando ho cercato di spiegare loro quello che mi stava capitando, non se lo aspettavano. È stata una doccia fredda. Il più restio era mio fratello, che è un po' più giovane di me. Mi disse che se io fossi entrata in convento lui non sarebbe mai venuto a trovarmi. Ha fatto di tutto per convincermi a non farlo, mi ricattava affettivamente. Poi, alla fine, ha capito pure lui».
Ora ti viene a trovare?
«Sì, spesso. Alla domenica».
Qual è stato il momento più difficile?
«Il giorno in cui sono entrata in monastero abbiamo fatto una cerimonia in chiesa e poi siamo venuti in processione davanti alla porta dove possono entrare solo le postulanti. Quando mi sono girata ho visto mia mamma che piangeva abbracciata alla priora e, vedendola così, veniva da piangere pure a me».
Noi ci stiamo parlando da una grata, ma quando tua mamma ti viene a trovare hai l'opportunità di abbracciarla?
«Le tengo le mani ma non posso abbracciarla. L'ultima volta l'ho fatto durante la messa, il giorno della professione».
Sono diciassette anni fa…
«Sì, nel 2001».
Diciassette anni senza abbracciare la mamma.
«Lo rifarò quando ci sarà il 25esimo anniversario delle mia professione, se ci sarà ancora…».
Ti è mai venuta la nostalgia delle cose che ti piaceva fare fuori?
«No, perché entrare qui era il mio desiderio e quello del Signore. È vero, però, che amavo molto nuotare, andare in montagna, specialmente in notturna con il mio gruppo di amici. Figurati che i primi tempi che ero qui, mi mettevo a correre nel giardino del monastero. Con la veste, però, non era molto semplice».
E ora corri ancora?
«No, non lo faccio più. Non ne ho più bisogno. All'inizio però tutto è difficile è quasi un trauma. Anche il silenzio durante la giornata».
È difficile abituarsi al silenzio?
«Sì, anche per le cose normali. Per esempio, appena arrivata mi chiedevo se andasse bene quello che facevo e nessuno mi diceva nulla. Poi nessuna delle altre suore mi chiedeva: “Come stai?" oppure “hai dormito bene?". All'inizio mi sembrava tutto così strano».
Sorride spesso suor Caterina di Gesù, ha una voce limpida, suadente ma soprattutto serena. Devo ringraziarla perché ha sopportato le mie domande per due ore. Alcune mi sono parse subito sciocche, appena uscite dalla mia bocca. Come quando mi viene la curiosità di sapere se c'è un giorno in cui può dormire di più.
Ma anche la domenica devi alzarti alle 5.30 del mattino?
«No, alla domenica possiamo dormire di più».
E quando vi svegliate?
«Alle 5.45. Un quarto d'ora in più».
Ilaria Dalle Palle
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Sacerdoti con venti parrocchie e con quadrupli incarichi. In futuro ne avremo uno ogni dieci comunità. È l'effetto della crisi delle vocazioni. Ma ci sono segnali in controtendenza nelle fraternità «all'antica».«Giocavo a volley ed ero fidanzata, ma mi mancava qualcosa Il mio unico cruccio? Non riabbraccio mia madre da 17 anni».Lo speciale contiene due articoli«Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar...», cantava Celentano una vita fa senza rendersi conto che esagerava. Sì, perché quando uscì Azzurro, nel maggio del 1968, i preti ancora c'erano: è oggi che sono spariti. In gran parte a causa del vertiginoso calo delle vocazioni di cui diremo, in parte anche per altri fattori, tipo un abbandono della talare e ultimamente pure del clergyman che ha reso il clero rimasto mimetizzato, quasi invisibile. Sui preti ancora vestiti da prete però non esistono statistiche: meglio così, dato che a sconsolare basta e avanza la situazione complessiva che vede sempre meno sacerdoti sempre più oberati. Giusto un anno fa, per dire, in Trentino veniva ufficializzata l'assegnazione a don Maurizio Toldo, classe 1973, di ben 19 parrocchie. Probabilmente un record, anche se nel Belpaese i sacerdoti chiamati a guidare fino a 15 comunità, con messe «non garantite» causa mancanza del dono dell'ubiquità, iniziano a non fare più notizia. Emblematico, in proposito, il caso della diocesi di Torino che già tempo addietro, a fronte di 355 parrocchie sparpagliate in 158 comuni, si è accorta di poter contare su 260 sacerdoti. Il che si è tradotto in 46 doppi incarichi, 14 tripli e 3 quadrupli. La stagione del prete sotto casa, avvertono sociologi come Franco Garelli, è insomma tramontata: in futuro, saranno uno ogni dieci comunità. Insieme a loro, intanto, stanno sparendo pure le parrocchie: tra il 2012 e il 2016, nel nostro Paese, è stata tolta personalità giuridica a 55 di esse, quasi una al mese. Ciò nonostante, il primo problema rimane la carenza di sacerdoti: su 224 diocesi italiane, le parrocchie sono 25.610 e i parroci solo 16.905. Significa che all'appello mancano suppergiù 9.000 preti, emorragia che neppure le vocazioni adulte ed estere stanno arrestando. Altro che «neanche un prete per chiacchierar»: ne manca uno, ormai, pure con cui pregar.Il punto è che neppure l'Annuario pontificio 2018 e l'Annuarium Statisticum Ecclesiae 2016, da poco distribuiti nelle librerie, tracciano uno scenario migliore. Tutt'altro. A livello globale viene infatti segnalato come le vocazioni sacerdotali, in linea con la flessione già riscontrata anni addietro, si siano ulteriormente ridotte, coi 116.843 seminaristi maggiori del 2015 che, un anno dopo, sono risultati 116.160. Quasi 700 in meno quindi, calo guidato dall'America meridionale con appena 5,13 seminaristi ogni 100.000 cattolici. Pur malconcia, l'Italia rispecchia quindi un trend globale. Già, ma come si è arrivati a questo? Quand'è iniziata la cupa stagione attuale?In realtà già nei mitici anni Cinquanta, se si pensa che in Italia tra il 1941 e il 1950 ci furono 11.925 ordinazioni del clero diocesano poi scese, tra il 1951 e il 1960, a 8.265. L'inverno della fede vero e proprio però, anche se non è politicamente corretto dirlo, scoppiò negli anni successivi al Concilio vaticano II. Tra il 1964 e il 1974 si stima infatti siano stati 40.000 i sacerdoti che hanno abbandonato la loro vocazione. Un numero che lievita a 70.000, se si estendono le rilevazioni al 2004, anche se uno su sette pare ci abbia poi ripensato negli anni a seguire, riprendendo il ministero religioso. Per quanto riguarda le vocazioni, c'è da dire che se in Italia nel 1970 i seminaristi erano complessivamente 6.337, vent'anni dopo erano scesi a 3.588, e nel 2010 sono risultati 2.940: più che dimezzati.Una flessione netta di cui i primi testimoni sono i seminari, che oggi tendono a somigliarsi un po' tutti presentandosi come palazzoni dagli sterminati cortili: a volte semidiroccati, altre restaurati, ma quasi sempre vuoti, chiusi o destinati ad altro. Come quello degli scalabriniani di Bassano del Grappa, Vicenza, così chiamato dal fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini, che una decina di anni fa, dopo sette decenni, è stato chiuso: oggi è un centro missionario nei cui corridoi è però ancora possibile ammirare foto in bianco e nero di centinaia di giovani seminaristi, tutti assiepati davanti al fotografo. Una cosa che stringe il cuore. Pure a Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano che entusiasmò il giovane Giacomo Biffi («c'era di che restare incantati»), l'andazzo è quello: un tempo felicemente affollato, ora conta i reduci.Ma cos'ha portato, ci si chiedeva poc'anzi, a tutto questo? Per cominciare, c'è da dire che il calo delle vocazioni non è qualcosa di isolato, ma un fenomeno che riflette la più generale secolarizzazione della società, che ha colpito anche le vocazioni matrimoniali come dimostra il fatto che i matrimoni religiosi sono passati dal 386.589 del 1970 agli appena 138.199 del 2010. I seminari vuoti e svuotati, però, sono simbolo anche, anzi soprattutto d'altro: della perdita di fede.Lo attesta una pioneristica ricerca francese del 1962 a cura di Fernand Boulard che, analizzando 455 casi di abbandono del sacerdozio tra il 1905 e il 1960, ha visto come la gran parte di essi riguardasse uomini di poca fede, che in fondo non ci credevano. Analogamente, un più esteso lavoro di Emilio Colagiovanni su 8.287 abbandoni di sacerdoti diocesani e religiosi ha rilevato come le percentuali di quanti domandarono la dispensa per «perdita di fede» tra il 1964 e il 1969 sia cresciuta di oltre otto volte. Il problema è che, nonostante simili evidenze, si seguita spesso a imputare crisi delle vocazioni ad altro, come il presunto ritardo dottrinale di una Chiesa restia a mettersi «al passo coi tempi». Alla perdita della fede, come se non bastasse, si somma così quella del raziocinio.Tutto finito, allora, per i preti italiani? Fortunatamente no. Anche nella notte delle vocazioni di questi anni alcune luci brillano. Si tratta però dei sacerdoti che non t'aspetteresti: quelli all'antica, dell'Istituto del Verbo Incarnato, dei francescani dell'Immacolata e dell'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, di origine francese ma ultimamente arricchito da varie vocazioni italiane. Degna di nota, in quel di Ferrara, è poi la Fraternità sacerdotale della Familia Christi, il cui riconoscimento canonico risale al giugno 2014, che può già contare su sei sacerdoti giovani, età media 35 anni, e su sette seminaristi, tutti usi a vestire l'abito talare, i quali alla messa domenicale in latino oggi attirano una cinquantina di fedeli: non così pochi e comunque più del triplo di un anno fa, con peraltro diversi ragazzi.Altro esempio emblematico è quello di don Luigi Maria Epicoco, classe 1980, sacerdote scrittore spesso in clergyman e talvolta in talare, che su Facebook conta oltre 40.000 follower, e i cui post sul Vangelo totalizzano migliaia di «mi piace» e centinaia di condivisioni; per non parlare delle sue conferenze, sempre affollatissime. L'abito ecclesiastico è abitudine anche di padre Maurizio Botta, sacerdote prefetto dell'oratorio di san Filippo Neri, il quale a Roma, con i pellegrinaggi notturni alle Sette Chiese, arriva a coinvolgere qualcosa come 900 persone, gran parte giovani. Che la popolarità di questi preti all'antica non sia causale lo conferma don Massimo Vacchetti, altro sacerdote spesso in talare, che nella sua tesi di licenza in teologia ha riportato gli esiti di una ricerca compiuta in uno studio di Scienze religiose: alla domanda «Le piacerebbe avere in parrocchia un prete come don Camillo?», il 90% ha risposto «sì». Come mai? Forse perché il personaggio di Giovannino Guareschi parla con Cristo ma anche di Cristo, e di salvezza delle anime prima che di salvataggi, di fede prima che di filantropia: perciò affascinava ed affascina. Come i sacerdoti controcorrente di oggi i quali, cresciuti a pane e Ratzinger o pane e Chesterton, sfidano la cultura dominante. Non abbiamo più tutti i preti di un tempo, insomma, però ci sono rimasti i preti di una volta, i soli che si ancora si soffermano sulle verità eterne anziché sui soliti, tiepidi consigli morali. Per questo, anche se sembrano venire dal passato, sono il futuro. Giuliano Guzzo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/neanche-un-prete-per-chiacchierare-ma-9-italiani-su-10-vogliono-don-camillo-2590673386.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-io-a-27-anni-sono-diventata-suora-di-clausura" data-post-id="2590673386" data-published-at="1774139762" data-use-pagination="False"> «Così io, a 27 anni, sono diventata suora di clausura» Il 16 luglio si è svolto un evento importante nella piccola chiesa del monastero delle carmelitane scalze di Vicenza, dove vive suor Caterina, che ho incontrato in quell'occasione. Se non ci siete mai stati, quel luogo merita una tappa. Se non altro per vedere i sorrisi di questa monaca e delle sue 18 consorelle che ogni giorno pregano per noi. Quando arriva in parlatorio sta sorridendo. Ha 44 anni suor Caterina di Gesù, ma ne dimostra dieci in meno perché la sua pelle non è segnata nemmeno da una ruga. Un metro e 74 centimetri. Snella. Sportiva. Prima di entrare in clausura, infatti, giocava a pallavolo, ruolo schiacciatrice. Poi ha abbandonato lo sport. E la carriera medica. Ho potuto intervistarla grazie al permesso straordinario che ci ha concesso la priora. A dividerci, una grata. Suor Caterina di Gesù, come ti chiamavi prima di entrare qui? «Erika». Volevi fare la dottoressa? «Sì, sono entrata in clausura subito dopo essermi laureata. Avevo 27 anni. Anziché specializzarmi in pediatria ho deciso di entrare nella specializzazione spirituale». Avevi mai pensato prima di allora di farti suora? «Ogni volta che nella mia vita dovevo fare delle scelte importanti, mi veniva il dubbio che il Signore mi chiamasse. Ma lo sentivo come un pensiero fastidioso, una mosca che io mandavo via perché dicevo no, non fa per me. Da ragazza frequentavo la chiesa ma non andavo a messa tutte le domeniche». Com'era la tua vita prima di entrare in convento di clausura? «Come quella di tante altre ragazze. Mi divertivo, andavo a ballare, avevo anche un fidanzato, uno studente di ingegneria, più grande di me di sei anni. Siamo stati insieme per circa due anni». Sei stata anche in Africa in quel periodo… «Sì, al secondo triennio di studio ho fatto uno scambio internazionale, tipo Erasmus. Ma in Africa. Là però ho avuto parecchi problemi di salute». Quando hai capito che volevi farti suora? «Durante le feste di Natale. Sentivo che mi mancava qualcosa. Senza il rapporto con Gesù non mi sembrava Natale. Da lì ho iniziato ad avere nostalgia di lui, così sono andata a confessarmi e ho pianto a lungo. Non sapevo cosa mi stesse succedendo. Il parroco mi disse di fare un esercizio e di pensare quando ero stata realmente felice nella mia vita». E che risposta ti sei data? «Ho riflettuto molto. Ricordo che nel giorno dell'Epifania ho aperto il Vangelo e mi sono messa a leggere, da quel giorno è iniziato un vero e proprio corteggiamento. Come due innamorati, io e lui. Man mano che passava il tempo Dio si faceva sempre più strada dentro di me, era un vero e proprio innamoramento. Non riuscivo quasi più a studiare avevo sempre il suo pensiero fisso. Così ho lasciato il mio ragazzo. Lo amavo, fino a quel momento pensavo alla vita matrimoniale con lui, ma dentro sentivo che non potevo renderlo felice perché avevo una sete più grande». Perché hai scelto di diventare proprio una monaca di clausura? «Non è stato facile. Quando ho intuito che Dio mi voleva nella vita contemplativa, c'è stata una vera lotta interiore. Ma come? Io così attiva, io dottoressa, io che mi laureo per aiutare gli altri… Perché, mi dicevo, devo cambiare tutti i miei progetti di vita? Perché devo chiudermi in un convento? Poi mi sono arresa…». I tuoi genitori come hanno preso questa scelta? «La mia è una famiglia è religiosa, mia madre insegnante e mio padre commerciante, ma quando ho cercato di spiegare loro quello che mi stava capitando, non se lo aspettavano. È stata una doccia fredda. Il più restio era mio fratello, che è un po' più giovane di me. Mi disse che se io fossi entrata in convento lui non sarebbe mai venuto a trovarmi. Ha fatto di tutto per convincermi a non farlo, mi ricattava affettivamente. Poi, alla fine, ha capito pure lui». Ora ti viene a trovare? «Sì, spesso. Alla domenica». Qual è stato il momento più difficile? «Il giorno in cui sono entrata in monastero abbiamo fatto una cerimonia in chiesa e poi siamo venuti in processione davanti alla porta dove possono entrare solo le postulanti. Quando mi sono girata ho visto mia mamma che piangeva abbracciata alla priora e, vedendola così, veniva da piangere pure a me». Noi ci stiamo parlando da una grata, ma quando tua mamma ti viene a trovare hai l'opportunità di abbracciarla? «Le tengo le mani ma non posso abbracciarla. L'ultima volta l'ho fatto durante la messa, il giorno della professione». Sono diciassette anni fa… «Sì, nel 2001». Diciassette anni senza abbracciare la mamma. «Lo rifarò quando ci sarà il 25esimo anniversario delle mia professione, se ci sarà ancora…». Ti è mai venuta la nostalgia delle cose che ti piaceva fare fuori? «No, perché entrare qui era il mio desiderio e quello del Signore. È vero, però, che amavo molto nuotare, andare in montagna, specialmente in notturna con il mio gruppo di amici. Figurati che i primi tempi che ero qui, mi mettevo a correre nel giardino del monastero. Con la veste, però, non era molto semplice». E ora corri ancora? «No, non lo faccio più. Non ne ho più bisogno. All'inizio però tutto è difficile è quasi un trauma. Anche il silenzio durante la giornata». È difficile abituarsi al silenzio? «Sì, anche per le cose normali. Per esempio, appena arrivata mi chiedevo se andasse bene quello che facevo e nessuno mi diceva nulla. Poi nessuna delle altre suore mi chiedeva: “Come stai?" oppure “hai dormito bene?". All'inizio mi sembrava tutto così strano». Sorride spesso suor Caterina di Gesù, ha una voce limpida, suadente ma soprattutto serena. Devo ringraziarla perché ha sopportato le mie domande per due ore. Alcune mi sono parse subito sciocche, appena uscite dalla mia bocca. Come quando mi viene la curiosità di sapere se c'è un giorno in cui può dormire di più. Ma anche la domenica devi alzarti alle 5.30 del mattino? «No, alla domenica possiamo dormire di più». E quando vi svegliate? «Alle 5.45. Un quarto d'ora in più». Ilaria Dalle Palle
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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