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2025-12-04
Con la lista europea dei Paesi sicuri sarà più facile respingere i migranti
Cosa potrebbe cambiare? Innanzitutto, è stato stilato un elenco di nazioni che l’Unione europea non considera pericolose e nelle quali, dunque, sarebbe lecito rispedire i migranti. Oltre ai candidati all’ingresso nell’Ue, ci sono Kosovo, India, Colombia, Marocco, Tunisia, Egitto e Bangladesh. Diventerebbero leciti l’esame e anche il diniego rapido delle richieste d’asilo, formulate pure da persone provenienti da Paesi non presenti nella lista, che però abbiano legami familiari o linguistici con gli Stati sicuri, o che siano transitate di lì e che, lì, avrebbero potuto presentare domanda di accoglienza.
In pratica, diventerebbe più semplice rimandare indietro i subsahariani che, per sbarcare sulle nostre coste, a Malta o in Spagna, si imbarcano in Tunisia o in Marocco; rimane fuori la Libia, sempre sull’orlo di un’ennesima guerra civile. Stesso discorso varrebbe per siriani o afgani che, per arrivare in Germania, tentano la traversata dell’Egeo e seguono la rotta balcanica. Il fine ultimo è realizzare i «return hub» di cui hanno parlato sia Ursula von der Leyen, sia il commissario agli Affari interni, Magnus Brunner. Sul piano giuridico, sarebbero strutture differenti rispetto a quelle realizzate dal governo Meloni in Albania. Il polo di smistamento di Shengjin e i centri costruiti a Gjadër sono delle specie di enclave italiane al di là dell’Adriatico, frutto di un protocollo con Triana, ma sottoposte alla nostra giurisdizione. L’Ue sembra piuttosto orientata a esternalizzare la gestione delle richieste d’asilo. Il che, tra l’altro, le risparmierebbe la fatica di stipulare dei trattati con la miriade degli Stati di partenza. Non sempre retti da autorità affidabili.
Tuttavia, si potrebbe sbrogliare anche la matassa dei rimpatri da Gjadër e dai Cpr dello Stivale. Nella fase di massimo scontro con l’esecutivo, le nostre toghe annullavano i trattenimenti, sindacando la lista dei Paesi sicuri che il governo, inizialmente, aveva inserito in un decreto interministeriale e, poi, in un vero e proprio decreto legge. Ora sarebbe l’Europa stessa a stabilire quali siano le nazioni sicure. E nell’elenco figurano Bangladesh ed Egitto, dai quali arrivavano quasi tutti i migranti destinati al centro balcanico.
Com’è ovvio, i deputati Ue non si sono mossi a casaccio; si sono basati sulle valutazioni dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (Euaa). Nel documento approvato l’altro ieri, del Bangladesh si dice, ad esempio, che «non vi sono indicazioni di espulsioni, allontanamenti o estradizione di cittadini verso Paesi nei quali ci sia rischio di pena di morte, tortura, persecuzione, oppure trattamento inumano o degradante. In generale, non c’è rischio di subire mali gravi». Il Bangladesh non sarà evoluto come la Norvegia, però è «una Repubblica parlamentare governata da una Costituzione, che prescrive la separazione dei poteri». E benché preveda la pena capitale, le esecuzioni avvengono «di rado». Simili le osservazioni sull’Egitto: «Non c’è alcun conflitto armato in atto» né alcuna «minaccia di violenze indiscriminate». Il governo di Abdel Fattah al-Sisi ha manifestato la disponibilità a limitare la detenzione preventiva, a migliorare le condizioni carcerarie, a ridurre i reati punibili con la morte e «ad accrescere la cultura dei diritti umani nelle istituzioni».
È l’esatto opposto di quanto hanno più volte affermato i nostri tribunali. Solo che, con i loro criteri, nemmeno l’Italia sarebbe sicura. In virtù di una sentenza della Corte di giustizia Ue, i magistrati conservano la facoltà di esaminare caso per caso i ricorsi degli immigrati e di contestare le classificazioni dei Paesi d’origine. Ma l’intervento di Bruxelles restringerebbe i loro margini di discrezionalità. È il primato del diritto europeo, bellezza.
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L’elenco, che ha avuto la prima approvazione in Europa, contraddice i nostri giudici: comprende pure Egitto e Bangladesh. Potrebbero sbloccarsi sia i rimpatri negli Stati di transito, sia i trasferimenti in Albania.Eppur si muove. L’Europa che, per anni, ha creduto di poter affrontare il problema dell’immigrazione scaricandolo sugli Stati mediterranei, finalmente ha fatto qualche passo avanti. Prima, il via libera al Patto sull’asilo, che entrerà in vigore a giugno 2026. Ieri, il cdm avrebbe dovuto approvare il disegno di legge per attuarlo, però la discussione è slittata. Intanto, la commissione Libertà civili (Libe) del Parlamento Ue ha votato la revisione dell’elenco dei Paesi sicuri. Obiettivo: velocizzare i respingimenti. Se la plenaria di Strasburgo confermerà l’orientamento emerso mercoledì, potranno partire i negoziati con il Consiglio, per rendere operative le nuove norme. Che potrebbero persino anticipare il regolamento sulle migrazioni, riformato nel 2024. È stata l’ennesima scomposizione della maggioranza Ursula, la grande coalizione tra popolari e socialisti che sostiene la Commissione, a permettere la svolta. Per l’intesa, con 40 suffragi a favore e 32 contrari, si sono alleati Ppe e conservatori.Cosa potrebbe cambiare? Innanzitutto, è stato stilato un elenco di nazioni che l’Unione europea non considera pericolose e nelle quali, dunque, sarebbe lecito rispedire i migranti. Oltre ai candidati all’ingresso nell’Ue, ci sono Kosovo, India, Colombia, Marocco, Tunisia, Egitto e Bangladesh. Diventerebbero leciti l’esame e anche il diniego rapido delle richieste d’asilo, formulate pure da persone provenienti da Paesi non presenti nella lista, che però abbiano legami familiari o linguistici con gli Stati sicuri, o che siano transitate di lì e che, lì, avrebbero potuto presentare domanda di accoglienza.In pratica, diventerebbe più semplice rimandare indietro i subsahariani che, per sbarcare sulle nostre coste, a Malta o in Spagna, si imbarcano in Tunisia o in Marocco; rimane fuori la Libia, sempre sull’orlo di un’ennesima guerra civile. Stesso discorso varrebbe per siriani o afgani che, per arrivare in Germania, tentano la traversata dell’Egeo e seguono la rotta balcanica. Il fine ultimo è realizzare i «return hub» di cui hanno parlato sia Ursula von der Leyen, sia il commissario agli Affari interni, Magnus Brunner. Sul piano giuridico, sarebbero strutture differenti rispetto a quelle realizzate dal governo Meloni in Albania. Il polo di smistamento di Shengjin e i centri costruiti a Gjadër sono delle specie di enclave italiane al di là dell’Adriatico, frutto di un protocollo con Triana, ma sottoposte alla nostra giurisdizione. L’Ue sembra piuttosto orientata a esternalizzare la gestione delle richieste d’asilo. Il che, tra l’altro, le risparmierebbe la fatica di stipulare dei trattati con la miriade degli Stati di partenza. Non sempre retti da autorità affidabili.Tuttavia, si potrebbe sbrogliare anche la matassa dei rimpatri da Gjadër e dai Cpr dello Stivale. Nella fase di massimo scontro con l’esecutivo, le nostre toghe annullavano i trattenimenti, sindacando la lista dei Paesi sicuri che il governo, inizialmente, aveva inserito in un decreto interministeriale e, poi, in un vero e proprio decreto legge. Ora sarebbe l’Europa stessa a stabilire quali siano le nazioni sicure. E nell’elenco figurano Bangladesh ed Egitto, dai quali arrivavano quasi tutti i migranti destinati al centro balcanico.Com’è ovvio, i deputati Ue non si sono mossi a casaccio; si sono basati sulle valutazioni dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (Euaa). Nel documento approvato l’altro ieri, del Bangladesh si dice, ad esempio, che «non vi sono indicazioni di espulsioni, allontanamenti o estradizione di cittadini verso Paesi nei quali ci sia rischio di pena di morte, tortura, persecuzione, oppure trattamento inumano o degradante. In generale, non c’è rischio di subire mali gravi». Il Bangladesh non sarà evoluto come la Norvegia, però è «una Repubblica parlamentare governata da una Costituzione, che prescrive la separazione dei poteri». E benché preveda la pena capitale, le esecuzioni avvengono «di rado». Simili le osservazioni sull’Egitto: «Non c’è alcun conflitto armato in atto» né alcuna «minaccia di violenze indiscriminate». Il governo di Abdel Fattah al-Sisi ha manifestato la disponibilità a limitare la detenzione preventiva, a migliorare le condizioni carcerarie, a ridurre i reati punibili con la morte e «ad accrescere la cultura dei diritti umani nelle istituzioni».È l’esatto opposto di quanto hanno più volte affermato i nostri tribunali. Solo che, con i loro criteri, nemmeno l’Italia sarebbe sicura. In virtù di una sentenza della Corte di giustizia Ue, i magistrati conservano la facoltà di esaminare caso per caso i ricorsi degli immigrati e di contestare le classificazioni dei Paesi d’origine. Ma l’intervento di Bruxelles restringerebbe i loro margini di discrezionalità. È il primato del diritto europeo, bellezza.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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