
L'analisi sul governo
È corso un brivido prima sulla schiena di molti ministri, ieri pomeriggio quando alle 17,27 la portavoce del presidente del Consiglio Mario Draghi ha inviato nella chat dei giornalisti che seguono Palazzo Chigi tre righe improvvise: «Consiglio dei ministri convocato alle ore 18.00. All’odg Comunicazioni del Presidente». Perfino le maiuscole messe un po’ a capocchia hanno contribuito all’agitazione: nessuno dei convocati ne sapeva nulla, e c’è stato anche chi ha temuto un fulmine a ciel quasi sereno: le dimissioni del presidente del Consiglio.
O ancora peggio in questi tempi di guerra. Il mistero si è chiarito nel giro di una mezzoretta: Draghi per la prima volta dopo molto tempo ha voluto battere un colpo da Draghi. Davanti ai ministri è apparso un premier irritato e anche un po’ stufo delle liturgie e dei freni messigli da una strana e litigiosa maggioranza. Così Draghi ha voluto fare vedere a tutti che quando vuole sa battere i pugni. Non sulla guerra, non sul gas e sul petrolio, ma a sorpresa su un argomento che non sembrava in questo momento proprio in cima all’agenda politica: il ddl concorrenza che starebbe andando un po’ troppo per le lunghe per via della norma sui balneari che non passa in Senato con il centrodestra che frena la liberalizzazione delle spiagge.
Può fare simpatia ed essere anche popolare il Draghi che batte i pugni, e può trovare non pochi sostenitori anche sul punto delle concessioni sulle spiagge. Certo, avere fatto correre un brivido non solo ai ministri (che nulla sapevano prima che iniziasse il consiglio), ma pure ai mercati per una vicenda che onestamente sembra minore rende un po’ più difficile capire questa enfasi. Può essere che i partiti stiano stufando chi li deve tenere insieme. Ma che il suo compito non potesse essere una passeggiata doveva essere noto a Draghi le due volte (un anno fa e pochi mesi fa) in cui ha accettato l’incarico datogli da Sergio Mattarella. Ed è anche giusto in un paese normale che sia faticoso tenere insieme una maggioranza politica innaturale, che rappresenta due Italie diverse e spesso contrapposte negli interessi e nelle idee.
L’anomalia in un sistema democratico è un governo di questo tipo, non che fatichino a stare insieme Lega e Pd, Forza Italia e Cinque stelle: questo è naturale che accada. Se Draghi quella fatica voleva risparmiarsi doveva porsi il problema nel giorno stesso in cui ha fatto la lista dei ministri, scegliendo uomini e donne che voleva lui senza passare attraverso i vertici dei partiti. Ora diventa una fatica in più per il presidente del Consiglio: se i ministri di Forza Italia - per fare un esempio - dicono ok, questo non comporta affatto che i gruppi parlamentari seguano l’accordo, anzi. Quindi per portare a casa i provvedimenti tocca fare due giri: quello inutile in consiglio dei ministri, e poi i lunghi incontri con i leader di partito a cui Draghi non si sottrae, vivendoli però con lo stesso piacere di uno a cui si chiede di passare a gambe nude in mezzo a un sottobosco di ortiche. Ieri sera c’è stata la dimostrazione plastica di questa situazione: Draghi ha fatto minacciare la fiducia sul ddl concorrenza, che in effetti risale al dicembre scorso ed è ancora in prima lettura in commissione, sostenendo che l’approvazione è necessaria per ottenere i miliardi del PNRR e che questa era la missione primaria del suo esecutivo.
Gli hanno risposto con una cortese pernacchia i capigruppo di Forza Italia e Lega in Senato che in un comunicato hanno rivendicato la loro difesa dei balneari, aggiungendo ipocriti e pungenti allo stesso tempo: «Siamo ottimisti che si possa trovare un accordo positivo su un tema che, peraltro, non rientra negli accordi economici del PNRR». Il centrodestra vuole lo stralcio della norma, il governo non lo concederà e metterà la fiducia sul testo come è oggi convinto delle sue ragioni, che sono identiche a quelle della procedura di infrazione europea verso l’Italia e quelle con cui il Consiglio di Stato italiano ha bocciato ipotesi alternative. Chi vincerà il braccio di ferro? Se devo scommettere un euro in questo momento lo punto su Draghi, perché dallo sfogo di ieri non tornerà indietro e in questo momento una crisi politica danneggerebbe di più chi la va a provocare. Le spiagge interesseranno di sicuro i 100 mila che vi lavorano, ma agli altri milioni di italiani interessa solo potere trovare una sdraio e un ombrellone dove tirare il fiato qualche giorno con le proprie famiglie la prossima estate. Vincerà Draghi, e poi si metterà a posto in qualche modo per salvare la faccia a tutti. Ma questa giornata resterà come una ferita importante a pochi mesi dalla fine della legislatura. Passata la buriana sulla concorrenza resterà un governo davvero balneare a trascinarsi fino alla imminente fine...
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Gustavo Zagrebelsky e Giorgio Parisi (Ansa)
Gustavo Zagrebelsky teorizza due egemonie culturali: una buona e gramsciana, che verrebbe «dal basso», e una cattiva, di destra, imposta dall’alto. Giorgio Parisi dà la colpa del niet a Joseph Ratzinger al rettore che rese pubblica la lettera dei docenti: la censura va praticata in silenzio...
Il modo migliore per comprendere a fondo che cosa sia davvero il mondo della cosiddetta cultura italiana consiste nell’esaminare con attenzione le esternazioni di coloro che ne fanno parte e ne sono addirittura considerati autorevolissimi esponenti. A tale riguardo ci vengono in aiuto due nomi pesanti, due istituzioni: il sommo giurista Gustavo Zagrebelsky e il premio Nobel Giorgio Parisi. Il primo, intervistato dalla Stampa al Salone del libro di Torino, dichiara che «dall’alto la cultura non si cambia». Subito dopo, l’illustre Zagrebelsky spiega che esistono due tipi di egemonia culturale.
La prima è quella gramsciana: «L’espressione egemonia viene da Gramsci che aveva posto nei Quaderni dal carcere l’obiettivo alla classe operaia. Il suo pensiero era rivolto alla fermentazione dal basso, alla libertà degli artisti, dei filosofi e dei cittadini comuni che condividono un modo di stare insieme legato a certi valori, che più si diffondono e più diventano egemoni, cioè dominanti ma sempre basati sulla libertà». La seconda egemonia è invece quella «che parte dall’alto. Il fascismo aveva il ministero della Cultura popolare. Era la cultura promossa dall’alto, occupando i posti nell’università, cacciando i dissidenti, chiudendo i giornali. Cioè l’occupazione dei posti della cultura».
Dispiace contraddire il fine giurista, ma la realtà dimostra che le due egemonie da lui citate sono in realtà due aspetti del medesimo esercizio del potere. Da una parte si teorizza che il popolo deve fare propri certi valori armonizzandosi ad essi, dall’altra gli si impongono questi valori più o meno dolcemente occupando tutti i posti che contano. Che è esattamente ciò che per decenni ha fatto la sinistra in Italia. Quando la destra ha provato, maldestramente e solo in parte, a fare lo stesso, apriti cielo. Potremmo dunque sintetizzare il discorso di Zagrebelsky in questo modo: esistono due egemonie, una buona e una cattiva. Se comanda la sinistra, c’è quella buona. Il resto è pessimo. La verità, signori, è che la cultura si cambia solo dall’alto. Le élite dispongono, e il popolo può fare più o meno resistenza a seconda del suo stato di salute e della sua prontezza di spirito. In Italia le imposizioni progressiste hanno fatto breccia solo in parte, ma ciò non impedisce ai maestri del pensiero di considerarsi gli unici depositari della verità e di arrogarsi il diritto di dettare legge su un territorio - quello politico-culturale - che ritengono essere di loro esclusiva competenza.
Ed è qui che Giorgio Parisi - personalità nota per parlare di tutto tranne di ciò di cui è realmente esperto - ci fornisce un fulgido esempio dell’autoreferenzialità supponente della classe intellettuale dominante. Il Nobel fu tra i 67 scienziati che impedirono a Benedetto XVI di aprire l’anno accademico della Sapienza di Roma. Uno sfregio alla cultura e alla libertà di parola che è stato solo parzialmente sanato dalla visita di papa Leone XIV all’università romana dell’altro giorno. Ebbene, Parisi a distanza di quasi un ventennio coglie l’occasione di ribadire che fu giusto osteggiare Ratzinger. Se ne scaturì un putiferio, spiega, fu solo colpa del rettore del tempo. «Nella nostra lettera», argomenta Parisi, «consigliavamo al rettore di non consentire la visita se questo era possibile. La lettera finì sui giornali a gennaio senza data, pochi giorni prima della visita, ma era del novembre 2007 ed era stata mandata privatamente al rettore. Non volevamo minimamente annullare una visita già annunciata coram mundo: sarebbe stato un atto di scortesia. Era un consiglio ragionevole, se il rettore avesse accettato di programmare la visita in un’altra occasione, ma andò avanti e le cose non sono andate bene».
Chiaro no? Se il rettore avesse obbedito in silenzio non sarebbe accaduto nulla. Poi, Parisi chiarisce che a Prevost è stato permesso di entrare in ateneo, ma solo a determinate condizioni. «Benedetto XVI doveva inaugurare l’anno accademico, non compiere una visita pastorale, cosa che cambia moltissimo il contesto. La differenza è fondamentale», dice il Nobel. Già: Leone è andato in visita, ma sappiamo bene che non gli sarebbe stato concesso di tenere alcuna lezione: «La cosa più importante è il contesto differente, perché come non si invita il presidente della Repubblica ad aprire l’Anno Santo così non si invita un Papa ad aprire un anno accademico. In ogni caso sono contento di tutto quello che questo Papa sta facendo». Che gentile, Parisi. È così magnanimo da dare la benedizione al Papa. Ma solo perché - sia evidente a tutti - esprime garbatamente posizioni politiche che al nostro scienziato non dispiacciono troppo.
Eccola, l’egemonia culturale in purezza. Sono loro, gli eletti, i veri rappresentanti del Verbo in terra, a decidere chi possa parlare in una università, chi possa tenere lezioni e chi debba invece limitarsi a una visitina o addirittura tacere. Sono loro a decidere se un Papa è accettabile oppure no, se al Salone del libro può entrare un editore o un altro. Sono loro, sempre loro. Perché la cultura non si cambia dall’alto solo se non fai parte del circolino giusto.
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(Eu Photo)
La Corte dei Conti europea: non tutti gli Stati mandano rendiconti, solo i principali 100 progetti sono dettagliati sui costi reali. D’altronde, i 577 miliardi prestati da Bruxelles erano legati a voci di spesa incontrollabili o inutili.
L’Europa ha stanziato circa 577 miliardi di euro per la ripresa post Covid, facendo quindi lievitare il proprio debito, ma non è in grado di monitorare come vengono spesi.
Qui non si tratta solo di stanare eventuali furbizie ma di avere contezza che i fondi arrivino veramente a finanziare ciò che è utile a migliorare il Pil degli Stati membri. A mettere il dito nella piaga è l’ultimo rapporto della Corte dei Conti europea, che parla di lacune significative sulla tracciabilità e la trasparenza degli stanziamenti del Dispositivo per la ripresa e la resilienza, il maxi fondo da oltre 570 miliardi, pilastro del Pnrr (per l’Italia 194,4 miliardi di euro).
Al centro delle critiche c’è il sistema di finanziamento che si basa sul «pagamento a fronte dei risultati» piuttosto che sul rimborso dei costi effettivi. Una volta che la Commissione versa i fondi a uno Stato membro, questi confluiscono sul bilancio nazionale e diventa difficile tracciare le spese esatte fino al destinatario finale. Quindi, mentre la Commissione monitora il raggiungimento di un target che può essere, ad esempio, i 100 km costruiti di una ferrovia, non ha una visibilità completa su come ogni singola tranche di pagamento sia stata spesa internamente. Nonostante ci sia una piattaforma pubblica (il Recovery and resilience scoreboard), le informazioni su chi riceve effettivamente i fondi sono frammentate o non pienamente accessibili. Inoltre, siccome ogni Paese utilizza i propri sistemi di audit e controllo, la standardizzazione dei dati a livello europeo risulta difficoltosa. La mancanza di una tracciabilità per step, aumenta il rischio di un doppio finanziamento. Lo stesso progetto può ricevere fondi anche da altri programmi europei. Quindi la Corte raccomanda alla Commissione Ue di fornire linee guida più stringenti agli Stati membri sulla pubblicazione dei dati dei destinatari dei fondi e implementare i controlli.
In molti casi analizzati, i costi reali dei progetti completati risultano inferiori alle stime iniziali utilizzate per determinare i finanziamenti europei. Gli auditor rilevano inoltre che non tutti gli Stati raccolgono sistematicamente i dati richiesti sulla destinazione finale dei fondi. In alcuni casi le informazioni vengono fornite solo su richiesta e in ritardo.
Le regole del Recovery fund prevedono che ogni Stato pubblichi l’elenco dei 100 maggiori destinatari dei fondi, ma secondo la Corte questo obbligo è insufficiente per capire davvero dove finisca il denaro europeo. In oltre metà dei casi esaminati, i principali beneficiari risultano essere ministeri o enti pubblici nazionali. Tuttavia, gli Stati membri non sono obbligati a rendere pubblici i successivi pagamenti effettuati da queste amministrazioni verso imprese appaltatrici o altri soggetti coinvolti nei progetti. Se ad esempio, osserva la Corte, un progetto di digitalizzazione costa meno del previsto, lo Stato membro può trattenere la differenza senza che la Commissione possa richiederne la restituzione o sapere come verrà utilizzata. «Le informazioni pubbliche su chi beneficia realmente del Rrf e in quale misura restano incomplete», scrive la Corte. Nessuno dei dieci Paesi controllati (Austria, Bulgaria, Estonia, Francia, Germania, Lettonia, Malta, Paesi Bassi, Romania e Spagna) è andato oltre il requisito minimo della lista dei 100 beneficiari.
Francia e Germania non hanno integrato pienamente nei loro controlli lo strumento di data-mining Arachne (fornito dalla Commissione per scovare conflitti di interesse). Senza questo strumento, incrociare i dati per prevenire frodi tra diversi Paesi è quasi impossibile. In Spagna, l’iniezione massiccia di fondi Pnrr è stata convogliata attraverso il bilancio dello Stato. I revisori hanno evidenziato che una volta «mescolati» con le risorse nazionali, distinguere l’impatto specifico dei fondi europei rispetto a quelli nazionali diventa un esercizio puramente teorico. In Romania, per alcuni aiuti alle Pmi, si è discusso se il beneficiario fosse la banca che gestiva il prestito o l’impresa che lo riceveva. Questa ambiguità ha portato a pubblicare liste che non riflettevano il reale utilizzo economico dei fondi. Alcuni Paesi tra cui la Croazia si basano su «autodichiarazioni» dei beneficiari per quanto riguarda l’assenza di doppio finanziamento. La Commissione, però, non ha verificato sistematicamente se queste autodichiarazioni fossero supportate da controlli incrociati rigorosi. Il Portogallo ha reso disponibili i dati sui beneficiari finali solo molto tempo dopo che i fondi erano già stati impegnati o spesi. In Grecia, parte del Pnrr passa attraverso prestiti agevolati e incentivi fiscali. Tracciare chi beneficia di un risparmio sulle tasse grazie ai fondi europei è molto più complesso rispetto a tracciare chi riceve un bonifico per costruire un ponte. I Paesi Bassi hanno il problema della proprietà effettiva. Non raccolgono con precisione i dati sui titolari effettivi delle aziende (chi comanda davvero dietro lo schermo societario). Questo impedisce di sapere se i fondi finiscono a società collegate a paradisi fiscali o persone sanzionate.
Quanto all’Italia, molti dei beneficiari che appaiono nelle liste ufficiali sono ministeri, Comuni, agenzie regionali. Questi enti ricevono i fondi per poi distribuirli tramite appalti. Questo meccanismo rende difficile vedere qual è l’azienda che sta effettivamente costruendo una strada o digitalizzando una scuola perché sul database appare solo il Comune di riferimento. Inoltre, siccome i fondi Pnrr sono stati integrati nel bilancio statale, la Corte rileva che si mescolano con le tasse e i fondi nazionali e il controllo diventa difficile. È difficile dimostrare quali fondi sono stati spesi per le finalità del Pnrr e non per un’altra spesa corrente. La Corte dice anche che l’Italia è stata comunque brava a completare le riforme «sulla carta» per incassare le rate ma raggiungere un traguardo legislativo non garantisce che i soldi siano stati spesi in modo efficace sul territorio.
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Il grande critico musicale Ashley Kahn, firma di Downbeat, premiata con due Grammy Awards per i suoi lavori su Miles Davis e John Coltrane, descrive la traiettoria dei due giganti del jazz che nel 2026 avrebbe compiuto 100 anni.














