Troppi stranieri nelle nostre scuole. E l’italiano diventa seconda lingua
2026-05-23
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È corso un brivido prima sulla schiena di molti ministri, ieri pomeriggio quando alle 17,27 la portavoce del presidente del Consiglio Mario Draghi ha inviato nella chat dei giornalisti che seguono Palazzo Chigi tre righe improvvise: «Consiglio dei ministri convocato alle ore 18.00. All’odg Comunicazioni del Presidente». Perfino le maiuscole messe un po’ a capocchia hanno contribuito all’agitazione: nessuno dei convocati ne sapeva nulla, e c’è stato anche chi ha temuto un fulmine a ciel quasi sereno: le dimissioni del presidente del Consiglio.
O ancora peggio in questi tempi di guerra. Il mistero si è chiarito nel giro di una mezzoretta: Draghi per la prima volta dopo molto tempo ha voluto battere un colpo da Draghi. Davanti ai ministri è apparso un premier irritato e anche un po’ stufo delle liturgie e dei freni messigli da una strana e litigiosa maggioranza. Così Draghi ha voluto fare vedere a tutti che quando vuole sa battere i pugni. Non sulla guerra, non sul gas e sul petrolio, ma a sorpresa su un argomento che non sembrava in questo momento proprio in cima all’agenda politica: il ddl concorrenza che starebbe andando un po’ troppo per le lunghe per via della norma sui balneari che non passa in Senato con il centrodestra che frena la liberalizzazione delle spiagge.
Può fare simpatia ed essere anche popolare il Draghi che batte i pugni, e può trovare non pochi sostenitori anche sul punto delle concessioni sulle spiagge. Certo, avere fatto correre un brivido non solo ai ministri (che nulla sapevano prima che iniziasse il consiglio), ma pure ai mercati per una vicenda che onestamente sembra minore rende un po’ più difficile capire questa enfasi. Può essere che i partiti stiano stufando chi li deve tenere insieme. Ma che il suo compito non potesse essere una passeggiata doveva essere noto a Draghi le due volte (un anno fa e pochi mesi fa) in cui ha accettato l’incarico datogli da Sergio Mattarella. Ed è anche giusto in un paese normale che sia faticoso tenere insieme una maggioranza politica innaturale, che rappresenta due Italie diverse e spesso contrapposte negli interessi e nelle idee.
L’anomalia in un sistema democratico è un governo di questo tipo, non che fatichino a stare insieme Lega e Pd, Forza Italia e Cinque stelle: questo è naturale che accada. Se Draghi quella fatica voleva risparmiarsi doveva porsi il problema nel giorno stesso in cui ha fatto la lista dei ministri, scegliendo uomini e donne che voleva lui senza passare attraverso i vertici dei partiti. Ora diventa una fatica in più per il presidente del Consiglio: se i ministri di Forza Italia - per fare un esempio - dicono ok, questo non comporta affatto che i gruppi parlamentari seguano l’accordo, anzi. Quindi per portare a casa i provvedimenti tocca fare due giri: quello inutile in consiglio dei ministri, e poi i lunghi incontri con i leader di partito a cui Draghi non si sottrae, vivendoli però con lo stesso piacere di uno a cui si chiede di passare a gambe nude in mezzo a un sottobosco di ortiche. Ieri sera c’è stata la dimostrazione plastica di questa situazione: Draghi ha fatto minacciare la fiducia sul ddl concorrenza, che in effetti risale al dicembre scorso ed è ancora in prima lettura in commissione, sostenendo che l’approvazione è necessaria per ottenere i miliardi del PNRR e che questa era la missione primaria del suo esecutivo.
Gli hanno risposto con una cortese pernacchia i capigruppo di Forza Italia e Lega in Senato che in un comunicato hanno rivendicato la loro difesa dei balneari, aggiungendo ipocriti e pungenti allo stesso tempo: «Siamo ottimisti che si possa trovare un accordo positivo su un tema che, peraltro, non rientra negli accordi economici del PNRR». Il centrodestra vuole lo stralcio della norma, il governo non lo concederà e metterà la fiducia sul testo come è oggi convinto delle sue ragioni, che sono identiche a quelle della procedura di infrazione europea verso l’Italia e quelle con cui il Consiglio di Stato italiano ha bocciato ipotesi alternative. Chi vincerà il braccio di ferro? Se devo scommettere un euro in questo momento lo punto su Draghi, perché dallo sfogo di ieri non tornerà indietro e in questo momento una crisi politica danneggerebbe di più chi la va a provocare. Le spiagge interesseranno di sicuro i 100 mila che vi lavorano, ma agli altri milioni di italiani interessa solo potere trovare una sdraio e un ombrellone dove tirare il fiato qualche giorno con le proprie famiglie la prossima estate. Vincerà Draghi, e poi si metterà a posto in qualche modo per salvare la faccia a tutti. Ma questa giornata resterà come una ferita importante a pochi mesi dalla fine della legislatura. Passata la buriana sulla concorrenza resterà un governo davvero balneare a trascinarsi fino alla imminente fine...
Pochi giorni fa, la commissione consiliare dell’Unione Terre d’Argine, l’ente che in Emilia Romagna aggrega i Comuni di Campogalliano, Carpi, Novi di Modena e Soliera, si è riunita per discutere di «Scuola e contesti migratori nei servizi educativi e nel primo ciclo di istruzione».
Nella Regione rossa, con la più alta incidenza di cittadini stranieri (12,9% contro il 9,2% nazionale), la presenza di studenti che non parlano l’italiano come prima lingua sta aumentando velocemente. La normativa prevede un limite del 30% di stranieri per classe, ma nella sola Carpi si è passati da 27 su 144 classi (18,75%) che superavano la soglia nell’anno scolastico 2018/2019, a 51 classi su 136 (37,50%) dell’anno in corso. Una percentuale di studenti stranieri che è quasi la metà dell’intera scolaresca.
Non è certo un caso isolato. Nel 2022-23, l’Emilia-Romagna, con 40.442 alunni stranieri (23,2% sul totale regionale) aveva oltre la metà (4.721, 54,4%) delle classi di scuola primaria che superavano il 20%, e questo voleva dire che 29.815 (73,7%) di questi studenti senza cittadinanza italiana erano in classi con forte presenza di alunni con ridotta conoscenza dell’italiano.
Anche la Lombardia aveva 9.551 classi (47,9%) con percentuale di alunni stranieri oltre il 20%; i dati sulla Liguria erano di 1.205 classi (44,2%); il Veneto 4.053 (39,6%); la Toscana 2.602 (37,1%); il Piemonte 3.081 (35,3%). Questo significa difficoltà di adattamento e di apprendimento per gli stranieri, problemi per gli studenti italiani che si vedono rallentare l’avanzamento dei programmi e grande affanno per gli insegnanti che non riescono a svolgere il loro progetto educativo.
Il ministero dell’Istruzione e del Merito, dallo scorso anno assegna docenti di sostegno, una sorta di facilitatori della nostra lingua, proprio nelle classi con almeno il 20% di studenti stranieri «che si iscrivono per la prima volta al sistema nazionale di istruzione», o che comunque non raggiungono un livello A2 di conoscenza dell’italiano. Anche per il 2026-2026, i posti di potenziamento sono 762 a cui si può accedere con la classe di concorso A-23, dedicata all’insegnamento della lingua italiana «per discenti di lingua straniera».
Definito anche italiano L2 per indicare la lingua non materna (Lm) o lingua prima (L1), di fatto è l’italiano «come seconda lingua». Paradossalmente, una lingua di socializzazione secondaria e di scolarizzazione, che viene insegnata a stranieri nelle nostre scuole per favorire il loro apprendimento e l’integrazione. Mettendo a disposizione altri 762 docenti, che non bastano considerato l’alto numero di non madrelingua italiana nelle classi, ma che è l’Unione europea a imporci.
Il piano di potenziamento, stabilito con decreto, è infatti nell’ambito del Programma nazionale «Pn Scuola e competenze 2021-2027», rivolto alle scuole dell’infanzia, alle scuole del I e del II ciclo d’istruzione e ai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) di tutto il territorio nazionale, in attuazione del regolamento Ue 2021/1060 per «Un’Europa più sociale».
Il decreto ministeriale parla espressamente di «percorsi formativi» che devono prevedere «un potenziamento della lingua italiana personalizzato che tenga conto delle esigenze di ciascuno per una efficace e completa integrazione», nelle istituzioni scolastiche statali primarie e secondarie di primo e di secondo grado inserite in un apposito elenco.
A ciascuna scuola, che abbia classi con oltre il 20% di presenza di studenti stranieri, sono assegnate risorse in misura proporzionale e «sulla base dei progetti presentati dalle istituzioni scolastiche in base al livello di conoscenza della lingua italiana da parte degli studenti stranieri», per complessivi 12.817.500 euro. I destinatari delle iniziative sono le studentesse e gli studenti stranieri delle scuole individuate, con la precisazione che «le attività previste devono potenziare le competenze di base e, in particolare, la lingua italiana, perseguire la personalizzazione degli apprendimenti, rafforzando le inclinazioni e i talenti degli studenti, indipendentemente dalle condizioni di partenza».
Un lavoraccio non da poco, comunque con poche risorse e pochi insegnanti «di sostegno».
Secondo il Portale unico dei dati della scuola italiana, nel 2024/2025, gli alunni con cittadinanza non italiana hanno raggiunto la cifra di 911.578 unità: quasi il 12% della presenza totale nelle classi, italiana e straniera. L’anno precedente erano 910.984. E cinque anni prima, nel 2019/2020, erano 827.743. Nel 2024/2025, quasi 82 alunni su cento tra quelli non italiani arrivano da nazioni africane, asiatiche o extra Ue.
Anche il Regno Unito, dove l’inglese non è la prima lingua di 1,8 milioni di alunni, o uno su cinque, secondo il censimento scolastico 2024/25, è alle prese con i diktat dell’inclusione attraverso corsi a bambini stranieri che non possiedono le competenze linguistiche. Le scuole hanno ricevuto un record di 539 milioni di sterline quest’anno per soddisfare gli alunni che imparano «l’inglese come lingua aggiuntiva (Eal)» e per il prossimo anno scolastico si prevede che arrivino a 572 milioni di sterline, come segnala il Daily Mail. Il malcontento però dilaga, si chiedono maggiori interventi anche per studenti non stranieri che appartengono a classi sociali disagiate.
«E quindi hai partecipato al secondo attacco terroristico più mortifero della storia europea?». «Sì, ma niente di serio». Si ride per non piangere, parafrasando una celebre battuta di Tre uomini e una gamba. La notizia che Mohamed Bakkali, uno degli uomini condannati per il massacro del 13 novembre 2015, ha ottenuto il diritto a un permesso di uscita dal carcere in cui è detenuto, in Belgio, lascia in effetti spazio a poche altre reazioni possibili.
L’uomo potrà temporaneamente uscire dal carcere di Ittre, a Sud di Bruxelles, dove sta scontando una condanna a 30 anni. «Il tribunale ha preso questa decisione nonostante l’opposizione dell’accusa», ha affermato la procura della capitale, «l’accusa non ha diritto di appello e la decisione è quindi definitiva. Spetta al direttore del carcere attuarla». La decisione consentirà all’uomo di uscire dal carcere sei volte per 36 ore ciascuna.
Eppure, Bakkali non è uno sprovveduto capitato per sbaglio in un gioco più grande di lui. Degli attentati del Bataclan è stato organizzatore attivo. E non è l’unico attentato in cui è coinvolto.
Nato il 10 aprile 1987 a Verviers, nella provincia di Liegi, in Belgio, Bakkali cresce in una famiglia marocchina ben integrata. Ottiene un diploma professionale e lavora nella carrozzeria del padre. Nessuno contesto di degrado, quindi. Eppure, secondo una parabola abbastanza tipica degli jihadisti, ben presto Mohamed viene iniziato alla delinquenza comune, cominciando a compiere piccoli reati. Uno dei suoi soci commerciali in quel periodo è Khalid El Bakraoui, che insieme al fratello Ibrahim commetterà poi gli attentati suicidi del 22 marzo 2016 nella metropolitana e all’aeroporto di Bruxelles.
Anche Bakkali entra ben presto nelle maglie della rete islamista. Prima del Bataclan, è tra gli organizzatori dell’attentato al treno Amsterdam-Parigi del 21 agosto 2015. L’assalto, progettato e messo in atto da Ayoub El Khazzani, viene scongiurato da tre passeggeri statunitensi. In vista di quell’attacco, Bakkali aveva portato in auto dall’Ungheria a Bruxelles Abdelhamid Abaaoud, il coordinatore dell’assalto al treno e poi degli attentati parigini di pochi mesi successivi.
Durante la preparazione degli attacchi del 13 novembre allo Stade de France, ai dehors del centro e al Bataclan (132 morti e 413 feriti), Bakkali trasporta in auto diversi terroristi, trova loro dei veicoli e degli appartamenti, oltre a intrattenere costanti contatti telefonici con loro. Quando Salah Abdeslam fallisce la propria missione suicida-omicida e si avventura nella sua rocambolesca fuga nel cuore dell’Europa, fra errori marchiani delle forze dell’ordine mobilitate dopo la mattanza, alla fine si rifugia in una casa al terzo piano del civico 86 di rue Henri Bergé, a Schaerbeek, nella città metropolitana di Bruxelles. L’appartamento è stato affittato a settembre da Fernando Castillo, nome fittizio dietro cui si cela per l’appunto Bakkali. Il quale viene arrestato il 26 novembre 2015 ad Anderlecht e condannato, il 17 dicembre 2020, a 25 anni di reclusione per l’attentato al treno e a 30 anni per il Bataclan. Durante il processo, il fratello Abdelmajid, ascoltato come testimone, si permette persino una lamentela, avendo «l’impressione di scontare un pregiudizio, di essere già condannati in anticipo».
Un’accorata richiesta di garantismo che ora trova finalmente soddisfazione. Il permesso di cui godrà Bakkali, in accordo con la legge belga, consente ai detenuti di lasciare la prigione per un massimo di 36 ore per prepararsi al monitoraggio elettronico o persino alla libertà vigilata. A seguito di questa procedura, Bakkali dovrà comparire davanti ai tribunali belgi a settembre per un’udienza sulla sua richiesta di libertà vigilata, possibile dopo aver scontato un terzo della pena. Contattata dalla radio France Inter, la Procura nazionale antiterrorismo ha dichiarato di «riconoscere» il tribunale di Bruxelles come «indipendente e sovrano» nelle sue decisioni, ma ha dichiarato anche di «condividere la preoccupazione che tali decisioni hanno suscitato, in particolare nei confronti delle vittime». Ricordiamo: 132 morti e 413 feriti. Ma niente di serio.
Scotland Yard sapeva già che il «Lolita Express», il Boeing 727 di Jeffrey Epstein che trasportava ragazze e uomini d’affari in giro per il mondo, era atterrato almeno 90 volte nel Regno Unito, ai tempi della scandalosa amicizia del faccendiere pedofilo con Andrea d’Inghilterra, fratello minore di Re Carlo. E dopo l’uscita degli Epstein files, sapeva anche che alcune ragazze erano state introdotte perfino dentro Buckingham Palace.
Ieri però, la polizia britannica ha aggiunto un nuovo tassello al già impresentabile casellario giudiziale dell’ex principe, aggravandone la posizione: stando a quanto riferito da Sky News Uk, il terzogenito della regina Elisabetta è oggetto di un’indagine preliminare non soltanto per cattiva condotta in pubblico ufficio ma anche per sospetti reati sessuali. Una donna, pur non avendo ancora presentato denuncia formale, ha dichiarato di essere stata vittima di traffico sessuale organizzato da Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell e portata, diversi anni fa, nella ex residenza di Andrea vicino al castello di Windsor. I fatti sarebbero avvenuti nel 2010, dunque dopo la prima condanna e detenzione del faccendiere. In conformità con le linee guida britanniche, le forze di polizia non hanno fatto esplicito riferimento al figlio di Elisabetta d’Inghilterra ma hanno riferito di «un uomo sulla sessantina del Norfolk».
La polizia di Thames Valley non ha ancora avuto la possibilità di ascoltare la presunta vittima ma ha già incontrato il suo avvocato Brad Edwards, che in passato ha anche assistito Virginia Giuffre, attivista americana e principale accusatrice di Andrea d’Inghilterra. Già, perché questa non è la prima volta che Andrea è citato in giudizio per crimini sessuali: Giuffre, che si è suicidata l’anno scorso, lo aveva inizialmente menzionato a marzo 2011 in un’intervista al Daily Mail, circostanziando le accuse a dicembre 2014; ad agosto 2021 i legali della donna hanno depositato formalmente la causa civile Giuffre v. Prince Andrew. Pochi mesi dopo, a marzo 2022, l’accordo extragiudiziale: il figlio della defunta Regina Elisabetta ha pagato il silenzio di Giuffre 12 milioni di sterline, senza ammissione di colpevolezza ma con pesanti ripercussioni sulla monarchia.
La pubblicazione degli Epstein files a fine gennaio da parte dell’amministrazione Trump e l’uscita postuma, a ottobre 2025, del memoriale Nobody’s Girl hanno fornito riscontri fondamentali alle accuse di Giuffre, culminati con il clamoroso arresto, lo scorso 19 febbraio, dell’ex principe. Rilasciato 11 ore dopo, Andrea è stato privato da Re Carlo, in modo definitivo, di tutti i suoi titoli reali e onori (oggi all’anagrafe si chiama Andrew Mountbatten-Windsor) e mandato in «esilio» in una residenza di campagna a Sandringham, nel Norfolk. Anche l’ex premier Gordon Brown, a febbraio, ha sollecitato la polizia britannica a interrogarlo, chiedendo alle autorità di indagare per verificare se l’ex Altezza reale avesse utilizzato voli dei reali o basi della Royal Air Force per facilitare i traffici sessuali legati a Epstein; ma fino a ieri Andrew Mountbatten, che ha sempre negato ogni illecito, è stato sottoposto a indagini esclusivamente per cattiva condotta in pubblico ufficio.
Tuttavia, mentre Scotland Yard indagava sulle accuse secondo le quali il principe, quando era emissario commerciale in Asia per conto dei governi laburisti di Tony Blair e Brown (tra il 2001 e il 2011), avrebbe trasmesso a Jeffrey Epstein e ad altri uomini d’affari briefing riservati, dai milioni di file desceretati dal Dipartimento della Giustizia americano emergevano anche clamorose rivelazioni sulla sua condotta sessuale. I documenti declassificati raccontano che avrebbe fatto entrare a corte alcune ragazze, potenziali vittime di traffico sessuale. Almeno una giovane, hanno rivelato i file, è stata portata a Londra a bordo del Lolita Express, consentendole l’accesso al palazzo reale, con tanto di tour a Buckingham Palace. Per farla circolare a corte, sarebbe stato usato il nome in codice «Lady Windsor»: si tratterebbe, ipotizzano i media inglesi, della stessa donna che a breve potrebbe denunciare penalmente Andrea.
La polizia di Thames Valley ha detto di aver perquisito due indirizzi nel Berkshire, a circa 50 miglia a Ovest di Londra, e a Norfolk, a poco più di 100 miglia a Nord-est della capitale britannica, entrambe residenze di Mountbatten. Gli agenti stanno lavorando anche con la National Crime Agency per ottenere materiale non secretato dagli Stati Uniti. Anche il Dipartimento di Giustizia Usa, insieme con un gruppo di coordinamento delle forze di polizia britanniche, sta setacciando i files per ottenere ulteriori informazioni relative all’indagine nel Regno Unito. «Il nostro team di detective ed esperti sta lavorando meticolosamente attraverso una mole significativa d’informazioni che sono arrivate dal pubblico e da altre fonti», ha dichiarato il funzionario di polizia Oliver Wright. «Ci impegniamo a condurre un’indagine approfondita su tutto i livelli, ovunque possano portare», ha dichiarato.
