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2021-11-17
Nasce il fronte dell’apartheid
Il governatore della Liguria Giovanni Toti e il governatore del Piemonte Alberto Cirio (Ansa)
Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.
Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».
«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».
A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici».
Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». E Guido Rasi, microbiologo consulente del commissario Francesco Paolo Figliuolo, tuona: «Se i no vax hanno comportamenti che facilitino la circolazione virale, questo deve essere oggetto di una riflessione importante».
Sta tornando l’incubo dei «semafori». Le regole sui colori vanno aggiornate
Con rassegnazione, più che rabbia, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia attendono che scatti il giallo per sentirsi nuovamente ammoniti. Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche).
La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio.
Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente.
Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca.
Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi.
Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno.
«Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
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Da Forza Italia al Pd, passando per Matteo Renzi e molti governatori di centrodestra, si chiede a gran voce che le prossime restrizioni riguardino solo i non vaccinati. In barba al fatto che chi ha avuto la doppia dose può infettare. E che non farsi la puntura è un diritto. Ma sono le regole delle Regioni a colori che vanno cambiate per evitare chiusure inutili.Cinque Regioni verso il giallo: il boom di tamponi fa schizzare l'incidenza. Da rivedere pure i tassi d'occupazione dei reparti.Lo speciale contiene due articoli.Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici». Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». 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Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche). La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio. Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente. Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca. Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi. Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno. «Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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