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2021-11-17
Nasce il fronte dell’apartheid
Il governatore della Liguria Giovanni Toti e il governatore del Piemonte Alberto Cirio (Ansa)
Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.
Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».
«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».
A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici».
Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». E Guido Rasi, microbiologo consulente del commissario Francesco Paolo Figliuolo, tuona: «Se i no vax hanno comportamenti che facilitino la circolazione virale, questo deve essere oggetto di una riflessione importante».
Sta tornando l’incubo dei «semafori». Le regole sui colori vanno aggiornate
Con rassegnazione, più che rabbia, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia attendono che scatti il giallo per sentirsi nuovamente ammoniti. Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche).
La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio.
Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente.
Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca.
Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi.
Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno.
«Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
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Da Forza Italia al Pd, passando per Matteo Renzi e molti governatori di centrodestra, si chiede a gran voce che le prossime restrizioni riguardino solo i non vaccinati. In barba al fatto che chi ha avuto la doppia dose può infettare. E che non farsi la puntura è un diritto. Ma sono le regole delle Regioni a colori che vanno cambiate per evitare chiusure inutili.Cinque Regioni verso il giallo: il boom di tamponi fa schizzare l'incidenza. Da rivedere pure i tassi d'occupazione dei reparti.Lo speciale contiene due articoli.Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici». Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». E Guido Rasi, microbiologo consulente del commissario Francesco Paolo Figliuolo, tuona: «Se i no vax hanno comportamenti che facilitino la circolazione virale, questo deve essere oggetto di una riflessione importante». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nasce-fronte-apartheid-2655747631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sta-tornando-lincubo-dei-semafori-le-regole-sui-colori-vanno-aggiornate" data-post-id="2655747631" data-published-at="1637096936" data-use-pagination="False"> Sta tornando l’incubo dei «semafori». Le regole sui colori vanno aggiornate Con rassegnazione, più che rabbia, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia attendono che scatti il giallo per sentirsi nuovamente ammoniti. Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche). La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio. Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente. Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca. Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi. Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno. «Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
È un vero e proprio test sulla tenuta delle relazioni transatlantiche quello attorno a cui ruota la Conferenza sulla sicurezza iniziata ieri a Monaco.
Per comprenderlo, basta guardare alle parole pronunciate dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse è già persa», ha detto. «Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata», ha proseguito, per poi aggiungere: «L’ordine internazionale basato su diritti e regole non esiste più come una volta, è iniziata una nuova era». «Noi tedeschi sappiamo che un mondo in cui la legge è dettata dalla forza sarebbe un posto buio. Il nostro Paese ha imboccato questa strada nel XX secolo, fino a una fine amara e terribile», ha continuato il cancelliere, che ha anche messo in guardia la platea di Monaco dall’ascesa della Cina.
«In futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari», ha affermato. «Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Cari amici, far parte della Nato non è solo un vantaggio competitivo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Quindi, ripristiniamo e rilanciamo insieme la fiducia transatlantica. Noi europei stiamo facendo la nostra parte», ha anche detto, rivolgendosi agli Usa. Nell’occasione, Merz ha reso noto di essere in trattative con il presidente francese, Emmanuel Macron, per l’eventuale creazione di una forza nucleare europea congiunta. «Non lo faremo cancellando la Nato. Lo faremo costruendo un pilastro europeo forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza», ha precisato. Il cancelliere non ha comunque risparmiato ulteriori stoccate alla Casa Bianca. «Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Ci atteniamo agli accordi sul clima e all’Oms perché siamo convinti che le sfide globali possano essere risolte solo insieme», ha detto, sottolineando inoltre di voler rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale «più forte d’Europa».
Insomma, il cancelliere ha cercato una sorta di via intermedia: pur criticando duramente l’amministrazione Trump, non è parso intenzionato a rompere i rapporti transatlantici e, almeno per ora, pare orientato verso una posizione più morbida di quella francese che, negli scorsi mesi, ha più volte invocato lo scontro diretto con Washington (si pensi soltanto alla questione dei dazi). Sotto questo aspetto, si registra grande attesa per il discorso che terrà oggi Marco Rubio. «L’Europa è importante per noi. Siamo molto legati all’Europa. Credo che la maggior parte delle persone in questo Paese possa far risalire la propria eredità culturale o personale all’Europa. Siamo profondamente legati all’Europa e il nostro futuro è sempre stato legato a questo continente e continuerà a esserlo. Quindi, dobbiamo solo parlare di come sarà questo futuro», ha affermato il segretario di Stato americano prima di partire per Monaco, dove è arrivato ieri. E proprio nella giornata di ieri, Rubio ha avuto vari meeting, incontrando, tra gli altri, lo stesso Merz e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.
Non solo. Il capo del dipartimento di Stato americano ha avuto anche dei colloqui definiti «costruttivi» con i premier di Danimarca e Groenlandia, Mette Frederiksen e Jens Frederik Nielsen. In questo quadro, secondo il segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, oggi Rubio «continuerà senza dubbio a spingere gli europei ad assumere un ruolo di maggiore leadership nella Nato e a renderla maggiormente guidata dall’Europa». «Mi aspetto che ciò contribuisca solo a rafforzare il legame degli Stati Uniti con la Nato», ha anche affermato.
E attenzione. Washington non guarda soltanto alla necessità di riformare l’Alleanza atlantica: punta a fare altrettanto con l’Onu. «Stiamo spingendo con forza affinché l’Onu torni alle origini, a quella funzione di pacificazione e mantenimento della pace che è stata fondamentale fin dalla sua fondazione», ha dichiarato, ieri, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, sostenendo che l’Onu vada messa «a dieta». «Tutti concordano sul fatto che sia necessaria una riforma», ha precisato.
A tenere banco, è infine stata la crisi ucraina. Pur dicendosi a favore di una «pace negoziata», Macron, in un discorso un po’ velleitario in cui ha definito l’Europa un «esempio» da seguire, ha detto che «la risposta non può essere cedere alle richieste della Russia, ma aumentare la pressione sulla Russia». Il presidente francese ha quindi cercato di rivendicare un peso diplomatico per l’Europa. «Nessuna pace senza gli europei. Voglio essere molto chiaro: si può negoziare senza gli europei, se si preferisce, ma non si arriverà alla pace al tavolo delle trattative», ha affermato, per poi aggiungere comunque che, a seguito della pace in Ucraina, l’Europa dovrà elaborare delle «regole di coesistenza» con la Russia.
Tutto questo, senza risparmiare stoccate agli Usa su dazi e Groenlandia. Non solo. Il capo dell’Eliseo ha invocato la regolamentazione dei social media, elogiando il Dsa: un passaggio, questo, che probabilmente irriterà assai Washington. Infine, Macron ha cercato di far leva sul settore della Difesa - e specialmente sui missili a lungo raggio - per avvicinarsi maggiormente a Berlino. Il presidente francese ha, in particolare, detto che bisogna «riformulare la deterrenza nucleare» e, a tal proposito, ha reso noto di aver «avviato un dialogo strategico» con Merz.
L’asse Roma-Berlino è un segnale. Ue moribonda, è l’ora delle nazioni
Dopo lo choc dello scorso anno con il discorso di J.D. Vance, quest’anno la Conferenza annuale sulla sicurezza ha portato a Monaco Marco Rubio, il segretario di Stato dell’amministrazione di Donald Trump. Un anno di presidenza Trump ha già sconvolto a sufficienza l’azzimata Europa e Rubio, probabilmente, sarà più morbido di quanto fu il vicepresidente un anno fa. In una città militarizzata (circa 5.000 poliziotti sono stati dispiegati per l’evento, con unità cinofile e cecchini sui tetti) il segretario parlerà oggi alla conferenza. Morbido non significa, però, meno determinato: «Il vecchio mondo è finito», ha detto Rubio prima di partire per Monaco. «Viviamo in una nuova era geopolitica e questo richiederà a tutti noi di riesaminare come si presenta e quale sarà il nostro ruolo».
Certamente il segretario di Stato nel suo discorso di oggi terrà il punto che più volte è stato sottolineato da Washington, stimolando l’Europa a fare di più come alleato e a ritornare ai fondamenti della democrazia europea, che Vance lo scorso anno aveva criticato duramente.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha citato all’inizio del suo lungo discorso: «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance lo ha detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco e aveva ragione, noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio». L’Europa è reduce dal molto fumoso vertice a 27 per salvare sé stessa dalla crisi e arriva divisa (tanto per cambiare) a questo importante appuntamento annuale.
Il nuovo ruolo di guida assunto dal duo Friedrich Merz-Giorgia Meloni potrebbe, però, essere un primo segnale verso gli Stati Uniti che, nel Documento strategico sulla sicurezza nazionale del novembre 2025, avevano indicato nell’Unione europea l’origine della debolezza dell’alleato europeo: «Tra i problemi più ampi che l’Europa deve affrontare rientrano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi», si legge nel documento.
Il ritorno a un maggiore protagonismo degli Stati nazionali in Europa, la fine della furia regolatoria dell’Unione e una maggiore assunzione di responsabilità nella difesa è ciò che chiedono gli Usa. Il nuovo tandem italo-tedesco che sta assumendo leadership in Europa sembra voglia cogliere questi stimoli. Per ragioni diverse, ma in maniera convergente.
La Francia al momento è in una situazione critica a causa della instabilità politica, con l’ennesimo governo fragilissimo e un Emmanuel Macron il cui indice di gradimento è crollato a un drammatico 19%, e delle difficoltà economiche. Senza consenso in patria, isolato su dossier importanti in Europa e in tensione con Washington dopo la questione Groenlandia, per Macron l’unica opzione resta quella nucleare. L’unico Paese Ue ad avere un arsenale atomico è la Francia e il richiamo che Merz ha fatto ieri nel suo discorso ad una deterrenza europea riporta il presidente francese nella discussione.
Dopo gli scossoni dell’ultimo anno e le tensioni poi rientrate sulla Groenlandia, chi parla di una improbabile rottura tra Usa ed Europa non ha colto che in realtà è anche interesse dell’Europa assumere maggiore autonomia. Al quadro manca, però, la consapevolezza che, per farlo, la sovrastruttura dell’Unione non è adatta, mentre la cooperazione rafforzata su singoli temi può essere una strada percorribile. Non è un caso che ieri il cancelliere tedesco e il segretario di Stato americano abbiano avuto un bilaterale durato trenta minuti.
Al di là delle dichiarazioni roboanti e degli alati discorsi, Monaco 2026 potrebbe essere l’occasione di un rilancio dei rapporti tra Usa ed Europa, una volta compreso che tocca agli Stati nazionali muoversi, le uniche entità che rappresentano democraticamente i cittadini.
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