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2021-11-17
Nasce il fronte dell’apartheid
Il governatore della Liguria Giovanni Toti e il governatore del Piemonte Alberto Cirio (Ansa)
Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.
Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».
«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».
A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici».
Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». E Guido Rasi, microbiologo consulente del commissario Francesco Paolo Figliuolo, tuona: «Se i no vax hanno comportamenti che facilitino la circolazione virale, questo deve essere oggetto di una riflessione importante».
Sta tornando l’incubo dei «semafori». Le regole sui colori vanno aggiornate
Con rassegnazione, più che rabbia, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia attendono che scatti il giallo per sentirsi nuovamente ammoniti. Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche).
La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio.
Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente.
Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca.
Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi.
Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno.
«Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
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Da Forza Italia al Pd, passando per Matteo Renzi e molti governatori di centrodestra, si chiede a gran voce che le prossime restrizioni riguardino solo i non vaccinati. In barba al fatto che chi ha avuto la doppia dose può infettare. E che non farsi la puntura è un diritto. Ma sono le regole delle Regioni a colori che vanno cambiate per evitare chiusure inutili.Cinque Regioni verso il giallo: il boom di tamponi fa schizzare l'incidenza. Da rivedere pure i tassi d'occupazione dei reparti.Lo speciale contiene due articoli.Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici». Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». E Guido Rasi, microbiologo consulente del commissario Francesco Paolo Figliuolo, tuona: «Se i no vax hanno comportamenti che facilitino la circolazione virale, questo deve essere oggetto di una riflessione importante». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nasce-fronte-apartheid-2655747631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sta-tornando-lincubo-dei-semafori-le-regole-sui-colori-vanno-aggiornate" data-post-id="2655747631" data-published-at="1637096936" data-use-pagination="False"> Sta tornando l’incubo dei «semafori». Le regole sui colori vanno aggiornate Con rassegnazione, più che rabbia, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia attendono che scatti il giallo per sentirsi nuovamente ammoniti. Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche). La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio. Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente. Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca. Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi. Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno. «Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.