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2021-11-17
Nasce il fronte dell’apartheid
Il governatore della Liguria Giovanni Toti e il governatore del Piemonte Alberto Cirio (Ansa)
Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.
Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».
«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».
A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici».
Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». E Guido Rasi, microbiologo consulente del commissario Francesco Paolo Figliuolo, tuona: «Se i no vax hanno comportamenti che facilitino la circolazione virale, questo deve essere oggetto di una riflessione importante».
Sta tornando l’incubo dei «semafori». Le regole sui colori vanno aggiornate
Con rassegnazione, più che rabbia, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia attendono che scatti il giallo per sentirsi nuovamente ammoniti. Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche).
La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio.
Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente.
Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca.
Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi.
Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno.
«Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
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Da Forza Italia al Pd, passando per Matteo Renzi e molti governatori di centrodestra, si chiede a gran voce che le prossime restrizioni riguardino solo i non vaccinati. In barba al fatto che chi ha avuto la doppia dose può infettare. E che non farsi la puntura è un diritto. Ma sono le regole delle Regioni a colori che vanno cambiate per evitare chiusure inutili.Cinque Regioni verso il giallo: il boom di tamponi fa schizzare l'incidenza. Da rivedere pure i tassi d'occupazione dei reparti.Lo speciale contiene due articoli.Se il sonno della ragione genera mostri, quello delle Regioni produce incubi. Contro ogni buon senso, il fronte (bipartisan, da Italia viva, al Pd, ai leghisti) dei favorevoli a restrizioni solo per i non vaccinati, come avviene in Austria, è guidato proprio da alcuni presidenti di Regione. Inclusi molti di quelli di centrodestra. Sembra prendere piede l'idea che relegare chi non è vaccinato in una sorta di riserva indiana possa bloccare la diffusione del Covid: tesi che fa a pugni con un dato di fatto, ovvero che i vaccinati si contagiano e contagiano. Anzi: da un certo punto di vista, far passare il messaggio che i vaccinati possano fare tutto quello che vogliono è pericoloso, in quanto può portare chi si è fatto inoculare le due dosi ad abbassare la guardia. Certo, chi ha completato il ciclo vaccinale ha scarsissime probabilità di essere colpito da una forma grave di Covid, ma nessuno può escludere che possa contagiare una persona fragile, un non vaccinato.Il tutto, mentre i governatori danno già per scontate ulteriori restrizioni: «Chiederemo al governo come Regioni», dice il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «che le misure restrittive legate alle fasce di colore valgano per le persone che non hanno fatto il vaccino, non per le persone che lo hanno correttamente fatto. Se qualcuno deve essere convinto sono coloro che non si sono vaccinati, le misure che devono essere prese, lo devono essere solo per i non vaccinati», aggiunge Toti, «non certo per chi ha fatto fino in fondo il suo dovere». Toti esterna dopo aver sentito al telefono Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni, che si riunirà domani per discutere dell'argomento. Il quale Fedriga non ha dubbi sulla necessità di distinguere vaccinati e non vaccinati se si andrà verso nuove zone gialle: «La mia idea è che le restrizioni della zona gialla non valgono per i vaccinati. Chi si è protetto, ha partecipato alla campagna vaccinale, limita le ospedalizzazioni, salvaguarda il sistema di sanità pubblica non può pagare un prezzo di cui non ha nessuna colpa, perché ha creduto nella scienza e nello Stato».«Se si dovessero rendere necessarie nuove restrizioni», evidenzia da parte sua il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «e il vero gradone è rappresentato a mio avviso dalla cosiddetta zona arancione - queste dovrebbero coinvolgere esclusivamente coloro che non si sono vaccinati. La stragrande maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza e con senso di responsabilità nei confronti della comunità si è sottoposta al vaccino. Non sarebbe giusto far pagare a questa maggioranza», aggiunge Occhiuto, «la scelta incomprensibile di una minoranza, In questo senso concordo con il presidente Fedriga e con il presidente Toti». «Chi si è vaccinato», incalza il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, di Forza Italia, «ha dato prova di fiducia nelle istituzioni e io credo che questa fiducia debba essere ripagata sempre, per questo se ci dovessero essere nuove restrizioni queste non potranno essere pagare da coloro che si sono vaccinati perché sarebbe un'ingiustizia e questa fiducia debba essere ripagata sempre». In casa Fi, gli dà manforte la senatrice Licia Ronzulli: «Il governo ascolti le giuste richieste delle Regioni. Non si possono far ricadere su un intero Paese le conseguenze del comportamento irresponsabile di una sparuta minoranza di cui, oltretutto, fanno parte manifestanti no vax e no pass che si assembrano nelle piazze per protestare senza mascherina e senza rispettare il distanziamento, contribuendo così all'aumento dei contagi». Il presidente leghista della Lombardia, Attilio Fontana, paventa il rischio di «tensioni sociali», ma si allinea: «Va valorizzato l'atteggiamento degli oltre 8 milioni di lombardi che hanno con convinzione e senso di responsabilità aderito alla vaccinazione. Non possiamo pensare a restrizioni per questi cittadini, che hanno dimostrato fiducia, consapevolezza e senso del bene comune».A cavalcare il mantra c'è anche il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Mi piacerebbe», sottolinea a L'Aria che tira, su La7, «che l'Italia adottasse lo stesso modello dell'Austria: in lockdown vada chi non ha fatto il vaccino». Mentre, in casa dem, si fa avanti il presidente toscano, Eugenio Giani: «I contagi stanno risalendo. Ciò impone misure rigorose [...]. Se chi non è vaccinato vuole partecipare alla vita di comunità, deve immunizzarsi. Se non lo fa, approfitta di quello che hanno fatto gli altri. In questo caso credo sia giusto, come qualcuno ha proposto, assumere provvedimenti restrittivi nei confronti dei non vaccinati, per limitarne la mobilità negli spazi pubblici». Ufficialmente, il governo non raccoglie l'assist. Stefano Patuanelli, ministro grillino dell'Agricoltura, però incalza: «Siamo favorevoli a tutte le misure che ci aiutano ad abbassare i contagi». E Guido Rasi, microbiologo consulente del commissario Francesco Paolo Figliuolo, tuona: «Se i no vax hanno comportamenti che facilitino la circolazione virale, questo deve essere oggetto di una riflessione importante». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nasce-fronte-apartheid-2655747631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sta-tornando-lincubo-dei-semafori-le-regole-sui-colori-vanno-aggiornate" data-post-id="2655747631" data-published-at="1637096936" data-use-pagination="False"> Sta tornando l’incubo dei «semafori». Le regole sui colori vanno aggiornate Con rassegnazione, più che rabbia, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia attendono che scatti il giallo per sentirsi nuovamente ammoniti. Forse già da lunedì prossimo il monitoraggio «a semaforo», messo a punto un anno fa dal ministero della Salute durante l'ex governo Conte, definirà la Regione in livello di rischio moderato. A temere l'abbandono della zona bianca sono anche Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Liguria, Valle d'Aosta (in bilico le Marche). La curva epidemiologica sale ma senza grandi impennate (ieri +162 ricoveri e +6 ingressi in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale), eppure la parola d'ordine è accettare maggiori divieti, altrimenti il virus non ci lascia. Una vergognosa bugia, il Covid non se ne andrà, diventerà endemico, ma l'ennesimo inganno sortirà l'effetto di convincere molti a scegliere la via del terzo richiamo, con grande caos per i centri vaccinali ridotti di numero e già in affanno per somministrare l'antinfluenzale, mentre per chi rifiuta il farmaco anti Covid si profilano segregazioni all'austriaca. Nella persona inoculata, «clinicamente la protezione dal contagio diminuisce, dal 95%, dapprima al 70%, poi al 60%, quindi al 50% e infine al 45%, ma rispetto alla malattia grave rimane oltre il 90%», spiegava ieri Giorgio Palù, presidente dell'Aifa, in una diretta della Regione Veneto. Anche i vaccinati contagiano, per questo pensano di ridurre la validità del green pass da dodici a nove mesi, altrimenti la beffa di positivi con tanto di lasciapassare rischia sì di aumentare a oltranza i casi di contagio. Ma veniamo al nuovo cambio di colorazione. Quando in una Regione l'incidenza di positività settimanale è superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto Covid in area non critica (malattie infettive, medicina generale e pneumologia) supera il 15% e quello nelle terapie intensive va oltre il 10%, si accende la luce gialla e ricomincia l'ansia. Con le restrizioni in atto dovute al green pass, in questa fascia di colore non entrano molte nuove regole, a parte l'obbligo di mascherina all'aperto. Per eventi sportivi, teatri, sale, concerti all'aperto il limite della capienza diventa del 50%, al chiuso del 35% e forse si profilano restrizioni in tema di pranzi conviviali nelle prossime festività, tema assai dolente. Ma sono i parametri, già cambiati a luglio dalla cabina di regia affiancando all'incidenza dei contagi il tasso di ospedalizzazione, a rivelarsi inadeguati per la situazione attuale. Prima di tutto, il numero di tamponi giornalieri si è moltiplicato: intorno a 200.000 a luglio, intorno a mezzo milione a novembre. E ciò contribuisce a far schizzare l'incidenza dei casi: andrebbero valutati nuovi parametri per tenere conto del boom di test dovuto al green pass. E poi, si continuano a considerare i pazienti positivi, non chi si è «negativizzato» e rimane ancora ricoverato, e chi è in ospedale per altre patologie. Ieri in Friuli, con 249 nuovi contagi e una percentuale di positività del 3,97%, le persone ricoverate in terapia intensiva erano 25 (+2) e 168 (+10) i pazienti con Covid in altri reparti, ma non c'è trasparenza rispetto a quanto prima osservato. Per non finire in giallo, inoltre, le Regioni cercano di evitare la criticità consentendo la conversione di posti letto da altri reparti che penalizzano i pazienti non Covid. Per tornare alla non colorazione bisogna dimostrare di conservare per 14 giorni gli indicatori validi in zona bianca. Con l'attenzione solo sul coronavirus, si dimentica che l'influenza non è mai stata una passeggiata. Secondo i dati dell'Iss, ogni anno le sindromi simil influenzali, con sintomi riconducibili al male di stagione, coinvolgono circa il 9% degli italiani «con un minimo del 4%, circa 2,4 milioni di persone, osservato nella stagione 2005-2006, e un massimo del 15% registrato nella stagione 2017-18, quasi 9 milioni». A gennaio 2018 si parlava già di tre milioni di persone colpite dal virus. Però non ci furono allarmi in terapie intensive, non si pensò di imporre restrizioni per limitare i contagi. Eppure tra il 2007 e il 2017 l'influenza è stata la causa iniziale di morte per un totale di 5.060 decessi, una media di 460 l'anno. «A seconda delle stime dei diversi studi, vanno poi aggiunti tra le 4.000 e le 10.000 morti “indirette", dovute a complicanze polmonari o cardiovascolari, legate all'influenza», spiegò a febbraio dello scorso anno il virologo Fabrizio Pregliasco. Dal 14 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, il numero di casi simil influenzali fu di più di 5 milioni. Tra il 28 ottobre e il 3 novembre 2019, il primo bollettino stagionale della Rete Influnet dell'Istituto superiore di sanità segnalava senza preoccupazione 89.000 persone colpite da influenza. In Italia adesso c'è allarme per 7.698 nuovi casi di coronavirus in un giorno. «Cosa succederebbe se scoprissimo che la copertura dall'infezione dura meno di un anno?», si chiedeva ieri Il Foglio, tornando sulla questione efficacia del richiamo. In una prospettiva di più dosi annue, veniva affermato che «sarebbe opportuno valutare un mix di misure non farmacologiche di contenimento e di vaccinazioni, bilanciato e pensato in modo diverso dall'attuale». Ipotesi ventilata anche perché «con i vaccini attuali non potremmo continuare a lungo, e più che mai si renderebbe necessario investire su tipi di vaccini diversi e di possibile lunga durata». Le aziende farmacologiche, e governi come il nostro che non vuole mettere la parola fine all'emergenza, sono interessati a investire in questi farmaci, chiediamo noi, con tutto quello che stanno spendendo per i sieri in circolazione?
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Come previsto già dalle prime ore del Consiglio Ue, alla fine l’abolizione degli Ets, ossia il sistema di scambio delle quote di emissione, non è stata neanche discussa. A giugno si parlerà di una sua rimodulazione, ma l’impressione generale è che qualcuno abbia fatto il doppio gioco. L’Italia fin dall’inizio ha chiesto l’abolizione di questi strumenti, convinta che fosse la soluzione migliore per sollevare l’enorme pressione che grava oggi sulle imprese. Eppure, la maggior parte dei Paesi ha ragionato di rivedere gli Ets, non di abolirli, ma con calma, prima dell’estate.
Lo sforzo dell’Italia è stato notevole e qualcosa si è riuscito a ottenere. «Abbiamo portato a casa il risultato che era per noi irrinunciabile e sono soddisfatta di questo lungo Consiglio europeo», ha detto il premier Giorgia Meloni a Bruxelles nella notte tra giovedì e sabato. Scartata l’abolizione degli Ets, si puntava alla revisione. «Siamo riusciti a ottenere la possibilità per gli Stati membri di negoziare con la Commissione per affrontare le distorsioni che alcune regole europee producono», ha aggiunto ieri intervenendo in Rai. «Una di queste, e chiaramente è il nostro obiettivo, è l'Ets, una tassa sulle forme più inquinanti di energia che finisce per determinare un aumento del costo anche per quelle meno inquinanti». «Con il decreto bollette», ha continuato, «puntiamo alla sospensione di questo meccanismo perverso, ma serve un via libera della Commissione europea. E quello che c'è scritto nelle conclusioni del Consiglio ci dà la possibilità di ottenere quel via libera». Per la revisione sistemica, invece, Meloni guarda al prossimo vertice, previsto il 18 e 19 giugno.
«Le conclusioni del Consiglio europeo vanno nella direzione indicata dal governo italiano, grazie un’intensa azione diplomatica del presidente Meloni fatta di pragmatismo e buon senso», ha spiegato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia». Ha parlato di «una svolta storica» in merito «al riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto Bollette per affrontare le specificità italiane». Tradotto: il governo incassa una prima apertura al decreto Bollette, non ancora notificato a Bruxelles.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che inizialmente sembrava aperturista sull’abolizione dello strumento finanziario, ha poi virato per una sua modulazione. Anche lui si è mostrato soddisfatto della sua possibile revisione, e esaltandone però la funzione. «Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è un grande successo. Esiste ormai da più di 20 anni, è un sistema basato sul mercato, aperto a diverse tecnologie», ha detto, aggiungendo che l’Unione europea intende apportare «alcuni aggiustamenti» volti «a migliorare e preservare l’Ets, e non di un cambiamento fondamentale che incide sul cuore del sistema». Infine precisa: «Le misure destinate a beneficiare i singoli Stati membri particolarmente colpiti dagli alti prezzi dell’energia sono fatte su misura, mirate e di natura temporanea: riteniamo che questo sia l’approccio giusto».
Merz alla fine diventa così un alleato in più contro il muro «green» di Paesi nordici, Spagna e Portogallo, rafforzato dall’affondo di Pedro Sánchez contro chi «usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica» e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, che non è disposta a retromarce.
L’Italia, insieme ai leader di Visegrád, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ha chiesto anche interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Un’esortazione affiancata dal presidio della linea intransigente rappresentato da Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un «grido d’allarme», chiedendo il congelamento dell’Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l’Italia, frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.
Nell’immediato, è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria, già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Ai Paesi membri è stato raccomandato di effettuare «interventi mirati» di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore. Nel medio periodo, la strada resta quella spiegata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: più indipendenza energetica e puntare ancora su rinnovabili e, per fortuna, anche sul nucleare.
In Italia le conclusioni del Consiglio Ue vengono interpretate dalle opposizioni come una sconfitta: «A questo punto il decreto Bollette non è più sostenibile nella sua impostazione attuale», controbatte Sergio Costa del Movimento 5 stelle. Perché «nasce dall’idea di sterilizzare l’Ets, un’opzione che l’Europa ha respinto».
Orbán blocca ancora gli aiuti a Kiev: «Prima garanzie sul greggio russo»
Le tensioni tra l’Unione europea e l’Ungheria hanno raggiunto l’apice dopo che il premier ungherese Viktor Orbán non ha concesso il via libera al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Durante il Consiglio europeo, infatti, non è arrivata la fumata bianca. A pesare sul veto di Budapest è l’interruzione della fornitura di petrolio che proviene dall’oleodotto di Druzhba attraverso l’Ucraina. L’impianto, dopo essere stato preso di mira dai raid russi, è fuori uso da due mesi perché, a detta dell’Ungheria, Kiev non ha ancora voluto rimetterlo in moto per ragioni politiche. Dunque, nonostante la promessa recente del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di riparare l’oleodotto in sei settimane, Orbán è stato inflessibile: «Quello che ho fatto oggi (giovedì, ndr) è stato spezzare il blocco petrolifero imposto da Zelensky. Ho difeso gli interessi del Paese». Peraltro, il premier ungherese ha sottolineato: «Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo».
Ma il dossier relativo a Kiev si intreccia con quello mediorientale sulla questione energetica. E quindi, dopo il rifiuto poco lungimirante di Bruxelles ad aprire al gas e al petrolio di Mosca, Orbán è apparso ancora più intransigente. A tal proposito, ha commentato: «Il comportamento e la strategia degli europei in questo caso sono semplicemente folli» visto che i Paesi dell’Ue hanno bisogno del greggio russo per «sopravvivere».
Che la tensione si tagliasse col coltello, durante il Consiglio, è evidente dalle parole del primo ministro olandese, Rob Jetten: l’atmosfera è stata «gelida». A svelare il dietro le quinte è stato Politico: all’invettiva contro Orbán capeggiata dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sarebbe corrisposta una maggiore comprensione sulle vedute ungheresi da parte di alcuni premier, tra cui Giorgia Meloni e il belga Bart De Wever. Meloni ha però smentito questa versione: «Ho letto delle ricostruzioni bizzarre su quello che avrei detto. Ho sempre detto che la questione è risolvibile e per farlo serve flessibilità».
Di certo, la reazione dei leader europei è stata veemente. Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le istituzioni europee». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha puntato il dito contro Orbán per «non aver rispettato la parola data». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha affermato che il veto, arrivato dopo il consenso formale a dicembre, «costituisce una grave violazione della lealtà tra gli Stati membri». Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’accordo sul prestito «deve essere attuato senza indugio».
La questione sarà di nuovo al centro del dibattito tra almeno un mese, con i leader del Vecchio continente che auspicano l’assenza di Orbán visto che le elezioni in territorio ungherese sono alle porte. «Sperano che il 12 aprile ci sarà un cambio in Ungheria e che si formerà un governo filo-Bruxelles e filo-ucraino», ha detto in merito il primo ministro ungherese. Che ha pure rincarato la dose: «Abbiamo molte carte in mano. Il 40% dell’approvvigionamento elettrico dell’Ucraina passa attraverso l’Ungheria» e, se l’Ue «vuole dare soldi all’Ucraina nel prossimo bilancio settennale, noi non lo approveremo».
A sostenere la rielezione di Orbán sono i leader oltreoceano. A inizio aprile, il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, dovrebbe arrivare in Ungheria per ribadire il suo appoggio. Il viaggio arriva a distanza di un mese da quello del segretario di Stato americano, Marco Rubio. A unire i due Paesi è peraltro la comune visione sulla riapertura al gas russo per far fronte alla crisi energetica. Nel frattempo, oggi Budapest accoglierà il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che si incontrerà con il leader ungherese.
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Donald Trump (Ansa)
Ricordiamo infatti che dall’isola dipende circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Probabilmente non a caso, negli scorsi giorni, Washington ha trasferito unità anfibie in Medio Oriente, mentre ieri Reuters riferiva che gli Stati Uniti si stanno accingendo a inviare migliaia di nuovi soldati nella regione. In questo quadro, sempre ieri, un funzionario della Casa Bianca ha detto alla Cbs che Donald Trump «non ha intenzione» di inviare truppe di terra in Iran, ma ha aggiunto che, in caso, l’esercito americano potrebbe prendere Kharg «in qualsiasi momento».
È chiaro che, qualora dovesse schierare militari statunitensi per occupare l’isola, il presidente si troverebbe ad affrontare il rischio di un pantano. Dall’altra parte, Trump ha però estrema necessità di riaprire Hormuz: con le Midterm a novembre, non può infatti permettere che, negli Stati Uniti, il prezzo della benzina continui a salire. Il che potrebbe alla fine convincere il presidente a intervenire su Kharg. È quindi assai verosimile che, in questi giorni, la dialettica interna alla sua amministrazione si sia fatta più serrata.
Insomma, il nodo di Hormuz sta diventando sempre più centrale. E sta anche creando delle significative fibrillazioni nelle relazioni transatlantiche. «Senza gli Stati Uniti, la Nato è una tigre di carta! Non volevano unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora quella lotta è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro», ha dichiarato il presidente americano ieri su Truth, per poi aggiungere: «Si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica causa degli alti prezzi del petrolio. È così facile per loro farlo, con così pochi rischi. Codardi, non ce ne dimenticheremo!».
«Non mi sembra ci sia stato nessun atto di codardia da parte di nessuno, anzi penso che l’atteggiamento tenuto da molti alleati della Nato sia di aiuto agli americani», ha replicato Guido Crosetto.
Il post di Trump è arrivato nelle stesse ore in cui usciva la notizia del ritiro temporaneo della Nato dall’Iraq. «La missione Nato in Iraq ha riorganizzato la propria strategia, trasferendo in sicurezza tutto il personale dal Medio Oriente all’Europa», recita una nota, diffusa ieri pomeriggio, dell’Alleanza atlantica. «La missione Nato in Iraq proseguirà dal Comando delle Forze congiunte di Napoli», si legge ancora. Nel frattempo, la Polonia ha annunciato l’evacuazione delle sue truppe dall’Iraq, mentre Downing Street ha consentito a Washington di usare le proprie basi militari per le operazioni belliche contro i siti missilistici iraniani a Hormuz. Londra ha comunque precisato che non prenderà attivamente parte ai bombardamenti nell’area. In tutto questo, sempre ieri, Trump è tornato a parlare della situazione iraniana. «Stiamo attraversando un momento difficile. Vorremmo parlare con loro, ma non c’è nessuno con cui parlare. Non abbiamo nessuno con cui parlare. E sapete una cosa? Ci piace così», ha dichiarato. «La loro marina non c’è più. La loro aviazione non c’è più. La loro contraerea non c’è più. È tutto sparito. I loro radar non ci sono più. I loro leader non ci sono più. Ormai nessuno vuole essere un leader laggiù», ha aggiunto. «Non permetteremo loro di avere armi nucleari, perché se le avessero, le userebbero», ha anche detto.
E qui veniamo a un altro nodo che la Casa Bianca deve affrettarsi a sciogliere, se non vuole restare impantanata. Che le capacità militari iraniane siano state decimate è senz’altro vero. Dall’altra parte, dalle parole di Trump emerge un problema: l’assenza di un interlocutore a Teheran in questo momento. Il che potrebbe rivelarsi uno scoglio per la soluzione venezuelana che il presidente americano ha intenzione di adottare in Iran. Soluzione che, per Trump, è fondamentale sotto due punti di vista: ne ha bisogno sia per evitare di restare invischiato in un costoso processo di nation building sia per cooperare in futuro con l’Iran sul fronte della produzione petrolifera. Frattanto, la crisi mediorientale continua a intersecarsi con quella ucraina. Secondo Politico, la Russia avrebbe proposto agli Stati Uniti di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence con Teheran qualora Washington accettasse di fare la stessa cosa con Kiev. Un’offerta, quella di Mosca, che, secondo la testata, il governo statunitense avrebbe respinto.
Infine, è emerso un dato interessante: nonostante si registrino spaccature tra giornalisti e commentatori trumpisti sul conflitto in corso, gli elettori d’area appaiono ancora in gran parte fidarsi dell’inquilino della Casa Bianca. Ieri, un sondaggio di Politico ha rilevato che, tra i sostenitori di Trump, l’81% dei Maga e il 61% dei non appartenenti al movimento Maga appoggiano, almeno per ora, i bombardamenti statunitensi in Iran.
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Un elicottero «Apache» dell'Idf (Ansa)
Secondo fonti militari americane, velivoli d’attacco a bassa quota ed elicotteri Apache sono stati impiegati per colpire assetti navali iraniani e neutralizzare sistemi senza pilota utilizzati dalla Repubblica islamica.
Come riportato dal Wall Street Journal, saranno necessarie diverse settimane per disarticolare la rete militare costruita da Teheran lungo le proprie coste. Solo in una fase successiva Washington potrebbe valutare il dispiegamento di unità navali nello stretto e l’eventuale scorta ai convogli commerciali. Nel frattempo prosegue il rafforzamento del dispositivo militare statunitense: il Pentagono ha autorizzato l’invio altre tre unità da guerra e di un contingente compreso tra 2.200 e 2.500 marines destinati al comando centrale responsabile delle operazioni in Medio Oriente.
Sul fronte iraniano, le Guardie Rivoluzionarie hanno confermato la morte del portavoce Ali Mohammad Naini, precisando che «è stato martirizzato nel vile e criminale attacco terroristico condotto dalla parte americano-sionista all’alba». Contestualmente, l’esercito israeliano (Idf) ha reso noto che nella stessa operazione è stato eliminato anche Esmail Ahmadi, figura di rilievo dell’intelligence della Forza Basij. In una nota ufficiale, le Idf hanno sottolineato che «Ahmadi ha svolto un ruolo centrale nell’organizzazione e nell’esecuzione di attacchi terroristici e nella repressione delle proteste interne, attraverso arresti di massa e uso sistematico della violenza contro civili». Gli scontri hanno provocato nuove vittime anche sul territorio iraniano. A Tabriz, tredici membri dei Basij sono stati uccisi e diciotto feriti in un attacco contro un posto di blocco, con un bilancio destinato a salire. Nel clima di crescente tensione, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato: «I leader dell’Iran sono andati, i prossimi leader sono andati e nessuno vuole più esserlo». E ha aggiunto: «Vogliamo parlare con Teheran, ma non c’è nessuno con cui parlare. E sapete una cosa? Ci piace così».
Sul piano internazionale, la Nato ha annunciato il completamento del trasferimento del proprio personale dall’Iraq all’Europa, chiarendo che «la missione in Iraq proseguirà dal Comando delle Forze Congiunte di Napoli». L’Alleanza ha ribadito che il proprio ruolo rimane limitato al supporto e alla consulenza delle forze locali, senza coinvolgimento diretto nei combattimenti.
Tuttavia, l’instabilità crescente rischia di aprire nuovi spazi operativi per altre minacce, a partire dallo Stato islamico. Da Teheran arrivano intanto segnali di ulteriore irrigidimento. Il portavoce dell’esercito iraniano Sardar Shekarchi ha affermato che «l’assassinio dei funzionari dello Stato e dei comandanti delle forze armate è frutto della disperazione e dell’impotenza del nemico», aggiungendo minacce dirette: «Stiamo monitorando i vostri funzionari, i vostri piloti e i vostri soldati. Non passerà molto tempo prima che vengano trascinati fuori dai loro nascondigli e puniti».
L’avvertimento più esplicito riguarda la sicurezza globale: «D’ora in poi, i centri turistici e ricreativi di tutto il mondo non saranno più sicuri per i nemici». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rilanciato i suoi toni incendiari invocando la distruzione di Israele: «Possa Egli, il dominatore (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele». Le dichiarazioni sono state pronunciate al termine della preghiera del venerdì a Rize, città sul Mar Nero legata alle sue origini familiari. Erdogan ha inoltre aggiunto: «Che Dio ci protegga e ci liberi dalla calamità dei sionisti». Nel messaggio diffuso per la festività del Nowruz e attribuito a Mojtaba Khamenei si legge: «Auspico un anno ricco di vittorie e di aperture materiali e spirituali per il nostro popolo e per le nazioni musulmane, in particolare per il fronte della resistenza. La comunicazione arriva mentre si moltiplicano le indiscrezioni sulla presunta morte dello stesso Mojtaba Khamenei. Nelle ultime 24 ore il Kuwait ha intercettato un missile balistico e abbattuto 15 dei 25 droni ostili rilevati. Due velivoli senza pilota hanno colpito una raffineria della Kuwait Petroleum Corporation causando un incendio, poi domato senza feriti. Altri otto droni sono caduti fuori dall’area di rischio senza conseguenze. Droni hanno colpito una sede diplomatica americana nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, provocando forti esplosioni, secondo fonti di sicurezza citate da al-Arabiya e dall’agenzia iraniana Mehr.
A Gerusalemme è stato registrato un impatto dopo l’attivazione delle sirene antimissile, con frammenti caduti nei pressi del Muro del Pianto. Non si registrano vittime. Si tratta dell’ottavo missile lanciato dall’Iran nella stessa giornata. Nelle ultime 24 ore il conflitto ha causato 150 nuovi ricoveri negli ospedali israeliani, portando il totale dei feriti dal 28 febbraio a 4.099. Il conflitto intanto si estende anche alla Siria. L’aviazione israeliana ha colpito obiettivi militari nel Sud del Paese, tra cui centri di comando e depositi di armi, in risposta ad attacchi contro civili drusi. Le Idf hanno ribadito che non tollereranno minacce alla comunità drusa e continueranno a intervenire per proteggerla, mantenendo elevato il livello di allerta nell’area.
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Augusto Barbera (Imagoeconomica)
Alla fine sono arrivato alla conclusione che sia il sottoscritto che il professor Barbera semplicemente ci ispiriamo al buon senso, che in vista del referendum sulla giustizia e per districarsi dalle bufale di una campagna orrenda è strumento assolutamente necessario.
Riassumo qui i punti che ho condiviso con uno dei più autorevoli giuristi del campo avverso a quello dell’attuale maggioranza. Punto primo: la separazione delle carriere. Anche chi non è esperto in materia, capisce che pm e giudici fanno due lavori diversi. Il primo sostiene l’accusa e il secondo deve stabilire se quell’accusa sia fondata o meno. In pratica, uno è il controllore del lavoro dell’altro. Possono stare sullo stesso piano, condividere le carriere e pure i provvedimenti disciplinari? Ovvio che no. Il buon senso, quello di cui sopra, prevede che il pm stia sullo stesso piano del difensore. Il pubblico ministero se ha gli elementi esercita l’azione penale, l’avvocato tutela il suo assistito. Sopra di loro c’è il giudice.
Da questo semplice assunto consegue tutto il resto. Il Consiglio superiore della magistratura, se le carriere di pm e giudici sono divise dev’essere anch’esso separato, perché altrimenti gli uni e gli altri risulterebbero disgiunti in un’aula di tribunale ma riuniti poi quando devono ottenere promozioni o sanzioni, soprattutto se entrambe sono frutto di un accordo politico fra le fazioni di cui è composta la categoria. L’ho spiegato altre volte: le correnti sono un’anomalia, così come lo è l’Anm, ossia un sindacato che esercita un’influenza totale sulla gestione della giustizia. Il Csm è un organo amministrativo anche se ente costituzionale. Ma l’Associazione magistrati, che è privata come ogni sindacato, che titolo ha per occupare manu militari l’organismo che sovrintende a nomine e rimozioni di un ordine così delicato e vitale come quello della magistratura? A mio parere nessuno.
E qui veniamo al tema che riguarda l’Alta corte disciplinare e il sorteggio dei suoi componenti. Per i sostenitori del No la scelta affidata all’estrazione fra i 9.000 magistrati è sbagliata perché si rischia di nominare chi non ha competenza. Premetto che la platea dei candidati si riduce, perché si sceglie non tra chi ha appena indossato la toga, ma fra chi fa il magistrato da almeno vent’anni. Dunque, non proprio inesperti. Sostenere che un giudice o un pm che abbia esercitato così a lungo le proprie funzioni non sia in grado di valutare un illecito contestato a un collega è piuttosto sorprendente e getta luci inquietanti sulla categoria. Se quello stesso giudice o pm può giudicare o accusare un comune cittadino, perché non può stabilire se un magistrato ha sbagliato oppure no? La verità è che ,separando le carriere e soprattutto evitando che le sanzioni e le promozioni siano decise dalle correnti, si impedisce l’influenza di gruppi di pressione politica su tribunali e Procure e si restituisce indipendenza e autonomia a ogni singolo magistrato.
L’altra obiezione che ho sentito spesso riguarda l’indebolimento dei pm, i quali se separati dai giudici sarebbero più condizionabili dalla politica. E anche qui, premesso che gli articoli della Costituzione a tutela della magistratura continueranno a valere anche per i pubblici ministeri come per i giudici, i contrari alla riforma dovrebbero decidersi, perché se la legge Nordio rende vulnerabile chi esercita l’azione penale non può creare 2.000 Torquemada che non risponderanno a nessuno, come pure il fronte del No sostiene. È evidente che le due cose insieme non possono stare e questo evidenzia la debolezza delle argomentazioni, oltre che la malafede. Dicono che la riforma serve a mettere i magistrati sotto il controllo del governo e che questo è necessario per garantire l’immunità di una Casta fatta di politici e ricchi. In realtà, a subire i danni degli errori compiuti da pm e giudici non sono né gli onorevoli né i miliardari, ma la povera gente. Basta vedere chi sono le vittime degli orrori compiuti nelle aule di tribunale: pastori, muratori, contadini, operai, impiegati, pescatori. Non propriamente persone che si possano permettere principi del foro. Uomini e donne innocenti a cui, pur avendo trascorso periodi più o meno lunghi dietro le sbarre, nessuno ha mai chiesto scusa.
Mi sono trovato d’accordo anche con un’altra frase di Augusto Barbera: «L’Anm è scesa in campo come un partito politico» e la sinistra vi si è accodata. Forse per comodità, forse per debolezza. E questo è ciò che mi spaventa di più. Uso ancora le parole dell’ex presidente della Corte costituzionale, uomo di sinistra: «Così come i rappresentanti del potere esecutivo e legislativo devono rispettare le sentenze, non sarebbe male che la magistratura rispettasse le leggi e le riforme». Altrimenti, ma queste sono parole mie e non di Barbera, più che in una Repubblica democratica scivoleremmo in una Repubblica giudiziaria. Dove non c’è il turbante degli ayatollah, ma la toga.
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