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2024-06-09
Il Monte dei Paschi arato in Procura. In quattro anni arrivate 16 sentenze
Rocca Salimbeni, sede del Monte dei Paschi di Siena (Ansa)
L’ultima indagine sui crediti deteriorati di Mps è solo l’ennesimo capitolo di una via crucis giudiziaria che va avanti da anni, sia sul piano civile sia su quello penale. La Verità ha calcolato 16 sentenze in quattro anni, di cui 14 civili e 2 penali, che hanno di fatto sempre escluso responsabilità del vecchio management di Rocca Salimbeni, tra il 2006 e il 2017, per le perdite su Alexandria, il derivato oggetto della ristrutturazione realizzata con Nomura e Santorini, con Deutsche bank. Nello specifico le 14 sentenze civili trattano, e respingono, anche tutte le pretese sui mancati accantonamenti per crediti deteriorati.
A guardare i verdetti dei tribunali, viene quasi da pensare che a giovarsi di queste cause è stata soprattutto Mps. È quasi un paradosso. Ma accusata da fondi, semplici azionisti o investitori di averli ingannati nelle comunicazioni e nei bilanci, in realtà la banca senese ha incassato negli ultimi anni milioni di euro in spese processuali proprio da chi aveva perso tutto sottoscrivendo le sue azioni. I procedimenti sono iniziati nel 2018, quando ci fu la prima richiesta di archiviazione da parte dei pm di Milano Giordano Baggio e Stefano Civardi, per l’inchiesta sui derivati dove erano indagati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici dell’istituto di credito senese. In quell’occasione fu proprio Giuseppe Bivona del fondo Bluebell - ma anche consulente dei fondi Alken e York che in questi anni hanno chiesto (invano) il risarcimento dei danni a Mps - a opporsi all’archiviazione. Anche questa inchiesta riaperta, però, ha portato all’assoluzione sia di Profumo sia di Viola in appello cinque anni dopo la richiesta di archiviazione della stessa pubblica accusa milanese. In sostanza il rischio di rivedere un film già visto anche nell’ultimo procedimento riaperto a fine maggio (con la nuova inchiesta per truffa aggravata ai danni dello Stato), è molto alto.
Ancora prima di Viola e Profumo, infatti, sono già stati assolti in Cassazione in un altro procedimento anche l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari e l’ex direttore generale Antonio Vigni. Non è un caso che l’avvocato Giuseppe Iannacone, che insieme con l’avvocato Anna Giulia Zambelli assiste alcuni degli ex vertici di Mps, abbia dichiarato di non condividere l’ennesima indagine. «Porterà a celebrare una ulteriore fase processuale del tutto inutile, in quanto la Procura di Milano ha già accertato la perfetta buona fede dei miei assistiti, che hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci, nell’interesse di Mps, dei suoi azionisti e anche dello Stato italiano Eppure, in questi anni si sono succedute diverse di cause civili, portate avanti da semplici azionisti, ma anche dai fondi Alken e York, che hanno perso sistematicamente ogni volta. Bivona, che ha firmato con Alken e con York dei contratti con success fee (commissioni in caso di vittoria nelle cause), ha continuato in questi anni a dare battaglia ma i giudici fino a oggi non hanno premiato le sue tesi. Il 3 dicembre 2020, per esempio, il presidente Elena Riva Crugnola del tribunale di Milano decise di bocciare le richieste di Alken fund e Alken Luxembourg che, in quanto collegate a società di gestione di fondi che avevano investito in azioni Mps, chiedevano il risarcimento del danno per le perdite patite, pari a più di 400 milioni di euro. La sentenza invece condannò Alken a risarcire 250.000 euro a Mps e 300.000 euro a Profumo e Viola oltre a 68.000 euro allo stesso Giuseppe Mussari. Il 16 maggio scorso è toccato al fondo York global finance - che aveva chiesto un risarcimento superiore ai 100 milioni di euro per tutte le sue partecipate -vedersi respingere le proprie ragioni e dover versare a Profumo e Viola quasi 1,5 milioni di euro, suddivisi in tranche da 240.000 euro l’uno (più il 15% di spese generali e oneri), compresi altri 240.000 destinati a Mps e persino a Nomura. In pratica il fondo York è stato condannato a pagare per lite temeraria. Non finisce qui.
Mentre i processi penali venivano riaperti a Milano, tra la Toscana e la Lombardia sono andate avanti altre piccole cause civili, tutte finite in un nulla di fatto. Come quella di Firenze del 7 maggio del 2020, quando il giudice Patrizia Pompei respinse la domanda di Luca Q., che aveva deciso di portare in causa Mps per le perdite dovute all’acquisto di titoli nel marzo del 2016. Anche in quell’occasione Mps fu risarcita di 17.500 euro per le spese legali. Q. ci riprovò anche nel 2023, uscendone un’altra volta sconfitto e perdendo altri 9.000 euro. Anche il tribunale di Brescia nel 2023 ha respinto la richiesta di risarcimento del danno di Michele S., che aveva investito più di 500.000 euro in azioni Mps tra il 2011 e il 2016. Ma anche in questo caso, il giudice Raffaele Del Porto aveva ritenuto che la perdita non potesse «essere ricondotta alle carenze informative» lamentate proprio da S.. A Milano c’è un’altra sentenza del 18 del 2023, in una causa questa volta portata avanti da un gruppo di azionisti contro Mps, che ha rigettato l’ennesima richiesta di risarcimento del danno per false informazioni finanziarie nei confronti della banca. Le perdite degli investitori erano state ingenti, fino a 340.000 il più sfortunato mentre 34.000 per chi aveva perso di meno. Ma anche in questo caso Rocca Salimbeni l’ha spuntata, raccogliendo 49.000 euro di spese legali. I casi si sono moltiplicati negli anni. Il 20 maggio scorso il tribunale di Firenze (presidente Niccolò Galvani) ha respinto le richieste di Ubs fiduciaria contro Mps. Veniva chiesto il risarcimento del danno, più di 1 milione di euro, sempre per l’incompletezza dei bilanci del Monte dei Paschi tra il 2012 e il 2016. Il giudice ha rigettato la domanda, sostenendo che «la valutazione dei crediti deteriorati […] era ben presente ed evidenziata» nei prospetti 2014 e 2015. Anche qui Mps ha incassato 35.000 euro di spese processuali. Nel gennaio del 2023 è stato ancora il tribunale di Milano a respingere le richieste di Alessandra S. che chiedeva indietro 14.000 euro per la sottoscrizione di azioni Mps. La causa è costata alla ricorrente 7.000, finite sempre nell’istituto di credito senese. E anche in questo caso le tesi sono state smontate.
Nessuno ha mai pagato per gli errori politici
Sono stati pubblicati molti libri, fatte molte inchieste di approfondimento, ci sono state pure delle serie tv sulla crisi del Monte dei Paschi innescata dall’acquisto di Banca Antonveneta, varato dall’allora presidente Giuseppe Mussari con il placet della Fondazione, che poi ha portato all’ingresso dello Stato. Si è raccontato molto su cosa ha portato la banca senese sull’orlo del fallimento ma assai meno, al netto degli articoli di cronaca finanziaria, su come negli ultimi anni è stato portato avanti il risanamento dai nuovi manager chiamati al capezzale del Monte. Si tratta, è bene qui ricordarlo, di due periodi storici distinti e anche di inchieste giudiziarie diverse. È stato un risanamento lungo e complesso perché minato anche dalla pesante eredità del passato in termini di contenziosi legali che sin qui ha contribuito a spaventare possibili cavalieri bianchi sul mercato.
In seguito alla sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte di cassazione nei confronti degli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, il petitum complessivo era già sceso a fine settembre a 2,9 miliardi da 4,1 miliardi di fine giugno. A marzo 2024 ammonta a 495 milioni di euro, grazie alle sentenze favorevoli ottenute dalla banca e alle assoluzioni nei procedimenti penali. Peraltro, dall’11 ottobre scorso (giorno in cui è stata emessa in Cassazione la sentenza per Mussari e Vigni), tutte le pretese stragiudiziali, notificate alla banca successivamente al 29 aprile 2018, sono da considerarsi prescritte. Entro lunedì dovrebbero invece essere depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’appello di Milano ha assolto, ribaltando la decisione del Tribunale, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici di Mps, e Paolo Salvadori, allora presidente del collegio sindacale, finiti imputati, assieme alla banca senese, per una presunta, e ora ritenuta insussistente, erronea contabilizzazione dei derivati Santorini e Alexandria. Oltre ad aver chiuso uno dei filoni delle vicende di Rocca Salimbeni con la formula «il fatto non sussiste», la Corte, lo scorso 11 dicembre, ha revocato il risarcimento del danno alle parti civili e ha condannato queste ultime al pagamento delle spese processuali. In tal modo è stata azzerata la decisione con cui in primo grado erano stati inflitti 6 anni di reclusione all’ex ad Viola e al presidente Profumo, 3 anni e mezzo a Salvadori che guidava i revisori dei conti e 800.000 euro di sanzione pecuniaria all’istituto di credito. Le accuse, giudicate dalla Corte insussistenti, erano falso in bilancio e aggiotaggio.
Nel frattempo, lo Stato è sceso al 26,7% e dovrà alleggerire ulteriormente la sua presenza se vorrà trovare un partner per la banca. La discesa del Tesoro dal Monte è stata concordata da tempo con l’Europa, anzi è pure slittata a fine 2024 perché non c’è la fila di cavalieri bianchi all’orizzonte. In mezzo a spinte improvvise con le solite voci di risiko imminente e le solite smentite di chi viene tirato per la giacca verso l’altare, ci si dimentica cosa ha reso necessario nel 2017 l’ingresso dello Stato nel capitale della banca senese. Spesso ci si dimentica quale era il peccato originale di Rocca Salimbeni che ha portato la banca più antica del mondo a un passo dal crac con lo scellerato acquisto di Antonveneta del novembre 2007. C’è una foto che rappresenta il simbolo di quel «groviglio armonioso» che per decenni ha stretto Siena. Dietro a una finestra della Fondazione Mps, in quello scatto ormai ingiallito dal tempo, ci sono tre persone che osservano la corsa del Palio: Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell’allora Pci, l’ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, e Giuliano Amato. Che venne eletto alla Camera dei deputati proprio nella circoscrizione senese nel 1992. Del resto, è proprio con la legge Amato del 1990 che si creano le condizioni per la privatizzazione della banca. Nelle contrade ricordano bene quando la lotta interna ai Ds determinava le mosse del risiko bancario.
Resta, dunque, la verità storica: tra dissesti e tentativi di risanamento - costato fior di miliardi a azionisti e contribuenti - il Monte dei Paschi di Siena tiene la ribalta da oltre 17 anni, a partire da quell’acquisto di Antonveneta nel 2007 che ha fatto anche emergere il lato oscuro dei grovigli armoniosi tra finanza e politica (non solo locale) e con il quale si fa coincidere l’inizio della crisi della banca più antica del mondo.
E alla vigilia della vendita spunta l’ultima inchiesta. Stavolta per truffa allo Stato
Lo spettro delle inchieste giudiziarie è tornato ad allungarsi sul Monte dei Paschi di Siena proprio alla vigilia del prossimo 2 luglio, quando scadrà il lockup per il Mef guidato da Giancarlo Giorgetti di vendere un altro pacchetto della sua quota di Mps, oggi pari al 26,7%.
A fine maggio il gip della Procura di Milano, Teresa De Pascale, ha disposto l’imputazione coatta per cinque persone, tra cui l’ex ad Marco Morelli e gli ex presidenti Alessandro Falciai e Stefania Bariatti, accusati di false comunicazioni sociali e di manipolazione del mercato per non aver correttamente rettificato, nei bilanci 2016 e 2017, il valore di miliardi di euro di crediti deteriorati. Il gip ha inoltre disposto l’iscrizione nel registro degli indagati di Morelli, Falciai, Bariatti e dell’ex dirigente Nicola Clarelli per truffa aggravata ai danni dello Stato, assegnando alla Procura un termine di sei mesi per lo svolgimento di nuove indagini. A detta di De Pascale, infatti, «merita menzione il profilo sollevato» da Giuseppe Bivona, consulente di alcuni fondi in causa con Siena, «ed in alcun modo investigato dalla Procura, inerente alla denunciata truffa ai danni dello Stato per i 5,4 miliardi» della ricapitalizzazione precauzionale dell’agosto 2017. Secondo il gip «non appare peregrino che le false comunicazioni sociali abbiano potuto indurre in errore l’ente erogatore», cioè il Tesoro, consentendo a Mps di «conseguire indebitamente un finanziamento pubblico in assenza dei presupposti che lo legittimavano». La notizia di un probabile nuovo processo non gioca a favore di un’aggregazione. Gli investitori sono preoccupati dal rischio che la banca possa restare invischiata in un altro lungo e incerto procedimento penale. E complica anche l’uscita del Tesoro, impegnato a privatizzare la banca nel rispetto degli accordi presi con le autorità europee ai tempi della ricapitalizzazione precauzionale. Per questo abbiamo cercato di ricostruire la vicenda, sia attraverso gli atti giudiziari sia consultando le relazioni delle diverse autorità che si sono espresse sul risanamento del Monte. C’è stata davvero una truffa ai danni dello Stato o gli ex vertici sotto accusa hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci e i pareri espressi dagli organi di vigilanza nazionali e internazionali interpellati?
La presunta truffa allo Stato ha come presupposto un presunto falso in bilancio 2016 e 2017 per accantonamenti su crediti non conformi ai principi contabili e alle direttive di vigilanza dettate da Bce e Bankitalia. Sul corretto trattamento contabile degli accantonamenti e degli Npl negli anni 2016 e 2017, i pm chiedono l’archiviazione sulla base di pareri chiesti alla Consob, a Bankitalia e alla Bce, nonché sulla base anche di 8,4 miliardi accantonati tra bilancio 2016 e semestrale 2017. Questi bilanci chiudono con perdite complessive superiori ai 5,5 miliardi. Consultando gli atti delle autorità di vigilanza europee, si legge che la Bce aveva attestato - in accordo ovviamente con Bankitalia - la solvibilità dell’istituto senese a dicembre 2016 (sulla base della trimestrale al 30 settembre del 2016) e nuovamente dopo la fine dell’ispezione a giugno 2017 direttamente al Mef e alla Commissione europea. Ogni attestazione era stata trasmessa direttamente al ministero dell’Economia. Quest’ultimo aveva poi negoziato il piano di aiuti con la Commissione europea attraverso anche un’interlocuzione diretta con Bankitalia e Bce che, sistematicamente, controlla e verifica i conti trimestrali e le previsioni del piano triennale della banca. L’istituto di Francoforte chiude l’ispezione a giugno 2017 dopo aver verificato gli accantonamenti fatti dal bilancio 2016 alla semestrale 2017 e certifica la solvibilità e l’ammissibilità agli aiuti di Stato insieme alla conformità degli accantonamenti, con il via libera della Consob. A interloquire all’interno del Mef e anche con gli organi di vigilanza a quel tempo era Antonino Turicchi, ex funzionario del Tesoro (dal 2015 al 2020 direttore del dipartimento sulle partecipazioni) e poi vicepresidente del Monte (da dicembre 2017 e in cda dal 2015) così come a negoziare per il Mef con la Commissione Ue era Alessandro Rivera che poi nel 2018 diventerà direttore generale del Tesoro. Nessuna autorità di vigilanza italiana o estera ha mai sollevato eccezioni o contestazioni sui bilanci in oggetto.
Ma non sono stati accusati né indagati Danielle Nouy (ai tempi capo della Vigilanza Bce), né il suo team, Fabio Panetta - oggi governatore di Bankitalia ma ai tempi vicedirettore generale - l’allora capo direzione vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo e la sua squadra che insieme analizzarono e confermarono e certificarono la solvibilità di Mps, l’ammontare degli accantonamenti al Mef e al mercato con il bilancio 2016 e la semestrale 2017. Mps fu dichiarata solvibile da loro dopo aver ripetutamente dato informazioni al mercato che l’esito dell’ispezione avrebbe potuto comportare accantonamenti aggiuntivi. Se fosse valida la tesi Bivona, Bce, Bankitalia e anche Consob sarebbero parti coinvolte nella commissione del presunto reato di truffa allo Stato. Questa tesi, secondo quanto scrive la gip nell’ultima sentenza, appare «del tutto suggestiva, generica, fondata su mere illazioni ed in alcun modo riscontrata». Sarebbe, del resto, risultato difficile tecnicamente «truffare lo Stato» visto che chi validava era l’organo che approvava la solvibilità regolamentare. Senza dimenticare le sentenze civili pubblicate da inizio 2022 che hanno confermato la correttezza del trattamento contabile dei crediti deteriorati e respinto sia le tesi di Bivona sia le conclusioni della maxiperizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che erano stati incaricati dal gip Guido Salvini (ora in pensione e il cui posto è stato preso da De Pascale) di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Tra l’altro, nel prospetto dell’aumento di capitale di Mps lanciato a dicembre del 2016 e poi abortito, il management della banca aveva segnalato e così informato il mercato che l’esito dell’ispezione Bce (poi chiusa a giugno 2017) avrebbe potuto determinare maggiori accantonamenti e riclassificazioni crediti.
Dopo questa lunga ricostruzione ci restano alcune domande. Perché il provvedimento del gip chiede l’imputazione coatta per manipolazione del mercato (aggiotaggio) sul bilancio 2016 e semestrale 2017 quando il titolo Mps (e i bond della banca senese) è stato sospeso in Borsa dal 23 dicembre 2016 alla fine di ottobre 2017? Perché i vertici della banca non avviano cause legali nei confronti di chi continua sostenere che la banca è fallita?
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Finora in tutti i processi per le gestioni della banca, dal maggio 2020 a oggi si sono susseguiti solo verdetti favorevoli ai manager. Che erano stati citati sia dai fondi sia dai piccoli azionisti ritenutisi danneggiati.Rocca Salimbeni dalla crisi innescata dall’acquisto. Antonveneta al risanamento in attesa del cavaliere bianco.L’accusa pare debole: l’ok ai bilanci «incriminati» arrivò da Mef, Bankitalia e Bce. Ma si avvicina il 2 luglio, quando il Tesoro potrà cedere le quote: c’è il rischio stop.Lo speciale contiene tre articoli.L’ultima indagine sui crediti deteriorati di Mps è solo l’ennesimo capitolo di una via crucis giudiziaria che va avanti da anni, sia sul piano civile sia su quello penale. La Verità ha calcolato 16 sentenze in quattro anni, di cui 14 civili e 2 penali, che hanno di fatto sempre escluso responsabilità del vecchio management di Rocca Salimbeni, tra il 2006 e il 2017, per le perdite su Alexandria, il derivato oggetto della ristrutturazione realizzata con Nomura e Santorini, con Deutsche bank. Nello specifico le 14 sentenze civili trattano, e respingono, anche tutte le pretese sui mancati accantonamenti per crediti deteriorati. A guardare i verdetti dei tribunali, viene quasi da pensare che a giovarsi di queste cause è stata soprattutto Mps. È quasi un paradosso. Ma accusata da fondi, semplici azionisti o investitori di averli ingannati nelle comunicazioni e nei bilanci, in realtà la banca senese ha incassato negli ultimi anni milioni di euro in spese processuali proprio da chi aveva perso tutto sottoscrivendo le sue azioni. I procedimenti sono iniziati nel 2018, quando ci fu la prima richiesta di archiviazione da parte dei pm di Milano Giordano Baggio e Stefano Civardi, per l’inchiesta sui derivati dove erano indagati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici dell’istituto di credito senese. In quell’occasione fu proprio Giuseppe Bivona del fondo Bluebell - ma anche consulente dei fondi Alken e York che in questi anni hanno chiesto (invano) il risarcimento dei danni a Mps - a opporsi all’archiviazione. Anche questa inchiesta riaperta, però, ha portato all’assoluzione sia di Profumo sia di Viola in appello cinque anni dopo la richiesta di archiviazione della stessa pubblica accusa milanese. In sostanza il rischio di rivedere un film già visto anche nell’ultimo procedimento riaperto a fine maggio (con la nuova inchiesta per truffa aggravata ai danni dello Stato), è molto alto. Ancora prima di Viola e Profumo, infatti, sono già stati assolti in Cassazione in un altro procedimento anche l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari e l’ex direttore generale Antonio Vigni. Non è un caso che l’avvocato Giuseppe Iannacone, che insieme con l’avvocato Anna Giulia Zambelli assiste alcuni degli ex vertici di Mps, abbia dichiarato di non condividere l’ennesima indagine. «Porterà a celebrare una ulteriore fase processuale del tutto inutile, in quanto la Procura di Milano ha già accertato la perfetta buona fede dei miei assistiti, che hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci, nell’interesse di Mps, dei suoi azionisti e anche dello Stato italiano Eppure, in questi anni si sono succedute diverse di cause civili, portate avanti da semplici azionisti, ma anche dai fondi Alken e York, che hanno perso sistematicamente ogni volta. Bivona, che ha firmato con Alken e con York dei contratti con success fee (commissioni in caso di vittoria nelle cause), ha continuato in questi anni a dare battaglia ma i giudici fino a oggi non hanno premiato le sue tesi. Il 3 dicembre 2020, per esempio, il presidente Elena Riva Crugnola del tribunale di Milano decise di bocciare le richieste di Alken fund e Alken Luxembourg che, in quanto collegate a società di gestione di fondi che avevano investito in azioni Mps, chiedevano il risarcimento del danno per le perdite patite, pari a più di 400 milioni di euro. La sentenza invece condannò Alken a risarcire 250.000 euro a Mps e 300.000 euro a Profumo e Viola oltre a 68.000 euro allo stesso Giuseppe Mussari. Il 16 maggio scorso è toccato al fondo York global finance - che aveva chiesto un risarcimento superiore ai 100 milioni di euro per tutte le sue partecipate -vedersi respingere le proprie ragioni e dover versare a Profumo e Viola quasi 1,5 milioni di euro, suddivisi in tranche da 240.000 euro l’uno (più il 15% di spese generali e oneri), compresi altri 240.000 destinati a Mps e persino a Nomura. In pratica il fondo York è stato condannato a pagare per lite temeraria. Non finisce qui. Mentre i processi penali venivano riaperti a Milano, tra la Toscana e la Lombardia sono andate avanti altre piccole cause civili, tutte finite in un nulla di fatto. Come quella di Firenze del 7 maggio del 2020, quando il giudice Patrizia Pompei respinse la domanda di Luca Q., che aveva deciso di portare in causa Mps per le perdite dovute all’acquisto di titoli nel marzo del 2016. Anche in quell’occasione Mps fu risarcita di 17.500 euro per le spese legali. Q. ci riprovò anche nel 2023, uscendone un’altra volta sconfitto e perdendo altri 9.000 euro. Anche il tribunale di Brescia nel 2023 ha respinto la richiesta di risarcimento del danno di Michele S., che aveva investito più di 500.000 euro in azioni Mps tra il 2011 e il 2016. Ma anche in questo caso, il giudice Raffaele Del Porto aveva ritenuto che la perdita non potesse «essere ricondotta alle carenze informative» lamentate proprio da S.. A Milano c’è un’altra sentenza del 18 del 2023, in una causa questa volta portata avanti da un gruppo di azionisti contro Mps, che ha rigettato l’ennesima richiesta di risarcimento del danno per false informazioni finanziarie nei confronti della banca. Le perdite degli investitori erano state ingenti, fino a 340.000 il più sfortunato mentre 34.000 per chi aveva perso di meno. Ma anche in questo caso Rocca Salimbeni l’ha spuntata, raccogliendo 49.000 euro di spese legali. I casi si sono moltiplicati negli anni. Il 20 maggio scorso il tribunale di Firenze (presidente Niccolò Galvani) ha respinto le richieste di Ubs fiduciaria contro Mps. Veniva chiesto il risarcimento del danno, più di 1 milione di euro, sempre per l’incompletezza dei bilanci del Monte dei Paschi tra il 2012 e il 2016. Il giudice ha rigettato la domanda, sostenendo che «la valutazione dei crediti deteriorati […] era ben presente ed evidenziata» nei prospetti 2014 e 2015. Anche qui Mps ha incassato 35.000 euro di spese processuali. Nel gennaio del 2023 è stato ancora il tribunale di Milano a respingere le richieste di Alessandra S. che chiedeva indietro 14.000 euro per la sottoscrizione di azioni Mps. La causa è costata alla ricorrente 7.000, finite sempre nell’istituto di credito senese. E anche in questo caso le tesi sono state smontate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-monte-paschi-procura-2668484744.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuno-ha-mai-pagato-per-gli-errori-politici" data-post-id="2668484744" data-published-at="1717915187" data-use-pagination="False"> Nessuno ha mai pagato per gli errori politici Sono stati pubblicati molti libri, fatte molte inchieste di approfondimento, ci sono state pure delle serie tv sulla crisi del Monte dei Paschi innescata dall’acquisto di Banca Antonveneta, varato dall’allora presidente Giuseppe Mussari con il placet della Fondazione, che poi ha portato all’ingresso dello Stato. Si è raccontato molto su cosa ha portato la banca senese sull’orlo del fallimento ma assai meno, al netto degli articoli di cronaca finanziaria, su come negli ultimi anni è stato portato avanti il risanamento dai nuovi manager chiamati al capezzale del Monte. Si tratta, è bene qui ricordarlo, di due periodi storici distinti e anche di inchieste giudiziarie diverse. È stato un risanamento lungo e complesso perché minato anche dalla pesante eredità del passato in termini di contenziosi legali che sin qui ha contribuito a spaventare possibili cavalieri bianchi sul mercato. In seguito alla sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte di cassazione nei confronti degli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, il petitum complessivo era già sceso a fine settembre a 2,9 miliardi da 4,1 miliardi di fine giugno. A marzo 2024 ammonta a 495 milioni di euro, grazie alle sentenze favorevoli ottenute dalla banca e alle assoluzioni nei procedimenti penali. Peraltro, dall’11 ottobre scorso (giorno in cui è stata emessa in Cassazione la sentenza per Mussari e Vigni), tutte le pretese stragiudiziali, notificate alla banca successivamente al 29 aprile 2018, sono da considerarsi prescritte. Entro lunedì dovrebbero invece essere depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’appello di Milano ha assolto, ribaltando la decisione del Tribunale, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici di Mps, e Paolo Salvadori, allora presidente del collegio sindacale, finiti imputati, assieme alla banca senese, per una presunta, e ora ritenuta insussistente, erronea contabilizzazione dei derivati Santorini e Alexandria. Oltre ad aver chiuso uno dei filoni delle vicende di Rocca Salimbeni con la formula «il fatto non sussiste», la Corte, lo scorso 11 dicembre, ha revocato il risarcimento del danno alle parti civili e ha condannato queste ultime al pagamento delle spese processuali. In tal modo è stata azzerata la decisione con cui in primo grado erano stati inflitti 6 anni di reclusione all’ex ad Viola e al presidente Profumo, 3 anni e mezzo a Salvadori che guidava i revisori dei conti e 800.000 euro di sanzione pecuniaria all’istituto di credito. Le accuse, giudicate dalla Corte insussistenti, erano falso in bilancio e aggiotaggio. Nel frattempo, lo Stato è sceso al 26,7% e dovrà alleggerire ulteriormente la sua presenza se vorrà trovare un partner per la banca. La discesa del Tesoro dal Monte è stata concordata da tempo con l’Europa, anzi è pure slittata a fine 2024 perché non c’è la fila di cavalieri bianchi all’orizzonte. In mezzo a spinte improvvise con le solite voci di risiko imminente e le solite smentite di chi viene tirato per la giacca verso l’altare, ci si dimentica cosa ha reso necessario nel 2017 l’ingresso dello Stato nel capitale della banca senese. Spesso ci si dimentica quale era il peccato originale di Rocca Salimbeni che ha portato la banca più antica del mondo a un passo dal crac con lo scellerato acquisto di Antonveneta del novembre 2007. C’è una foto che rappresenta il simbolo di quel «groviglio armonioso» che per decenni ha stretto Siena. Dietro a una finestra della Fondazione Mps, in quello scatto ormai ingiallito dal tempo, ci sono tre persone che osservano la corsa del Palio: Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell’allora Pci, l’ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, e Giuliano Amato. Che venne eletto alla Camera dei deputati proprio nella circoscrizione senese nel 1992. Del resto, è proprio con la legge Amato del 1990 che si creano le condizioni per la privatizzazione della banca. Nelle contrade ricordano bene quando la lotta interna ai Ds determinava le mosse del risiko bancario. Resta, dunque, la verità storica: tra dissesti e tentativi di risanamento - costato fior di miliardi a azionisti e contribuenti - il Monte dei Paschi di Siena tiene la ribalta da oltre 17 anni, a partire da quell’acquisto di Antonveneta nel 2007 che ha fatto anche emergere il lato oscuro dei grovigli armoniosi tra finanza e politica (non solo locale) e con il quale si fa coincidere l’inizio della crisi della banca più antica del mondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-monte-paschi-procura-2668484744.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-alla-vigilia-della-vendita-spunta-lultima-inchiesta-stavolta-per-truffa-allo-stato" data-post-id="2668484744" data-published-at="1717915187" data-use-pagination="False"> E alla vigilia della vendita spunta l’ultima inchiesta. Stavolta per truffa allo Stato Lo spettro delle inchieste giudiziarie è tornato ad allungarsi sul Monte dei Paschi di Siena proprio alla vigilia del prossimo 2 luglio, quando scadrà il lockup per il Mef guidato da Giancarlo Giorgetti di vendere un altro pacchetto della sua quota di Mps, oggi pari al 26,7%. A fine maggio il gip della Procura di Milano, Teresa De Pascale, ha disposto l’imputazione coatta per cinque persone, tra cui l’ex ad Marco Morelli e gli ex presidenti Alessandro Falciai e Stefania Bariatti, accusati di false comunicazioni sociali e di manipolazione del mercato per non aver correttamente rettificato, nei bilanci 2016 e 2017, il valore di miliardi di euro di crediti deteriorati. Il gip ha inoltre disposto l’iscrizione nel registro degli indagati di Morelli, Falciai, Bariatti e dell’ex dirigente Nicola Clarelli per truffa aggravata ai danni dello Stato, assegnando alla Procura un termine di sei mesi per lo svolgimento di nuove indagini. A detta di De Pascale, infatti, «merita menzione il profilo sollevato» da Giuseppe Bivona, consulente di alcuni fondi in causa con Siena, «ed in alcun modo investigato dalla Procura, inerente alla denunciata truffa ai danni dello Stato per i 5,4 miliardi» della ricapitalizzazione precauzionale dell’agosto 2017. Secondo il gip «non appare peregrino che le false comunicazioni sociali abbiano potuto indurre in errore l’ente erogatore», cioè il Tesoro, consentendo a Mps di «conseguire indebitamente un finanziamento pubblico in assenza dei presupposti che lo legittimavano». La notizia di un probabile nuovo processo non gioca a favore di un’aggregazione. Gli investitori sono preoccupati dal rischio che la banca possa restare invischiata in un altro lungo e incerto procedimento penale. E complica anche l’uscita del Tesoro, impegnato a privatizzare la banca nel rispetto degli accordi presi con le autorità europee ai tempi della ricapitalizzazione precauzionale. Per questo abbiamo cercato di ricostruire la vicenda, sia attraverso gli atti giudiziari sia consultando le relazioni delle diverse autorità che si sono espresse sul risanamento del Monte. C’è stata davvero una truffa ai danni dello Stato o gli ex vertici sotto accusa hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci e i pareri espressi dagli organi di vigilanza nazionali e internazionali interpellati? La presunta truffa allo Stato ha come presupposto un presunto falso in bilancio 2016 e 2017 per accantonamenti su crediti non conformi ai principi contabili e alle direttive di vigilanza dettate da Bce e Bankitalia. Sul corretto trattamento contabile degli accantonamenti e degli Npl negli anni 2016 e 2017, i pm chiedono l’archiviazione sulla base di pareri chiesti alla Consob, a Bankitalia e alla Bce, nonché sulla base anche di 8,4 miliardi accantonati tra bilancio 2016 e semestrale 2017. Questi bilanci chiudono con perdite complessive superiori ai 5,5 miliardi. Consultando gli atti delle autorità di vigilanza europee, si legge che la Bce aveva attestato - in accordo ovviamente con Bankitalia - la solvibilità dell’istituto senese a dicembre 2016 (sulla base della trimestrale al 30 settembre del 2016) e nuovamente dopo la fine dell’ispezione a giugno 2017 direttamente al Mef e alla Commissione europea. Ogni attestazione era stata trasmessa direttamente al ministero dell’Economia. Quest’ultimo aveva poi negoziato il piano di aiuti con la Commissione europea attraverso anche un’interlocuzione diretta con Bankitalia e Bce che, sistematicamente, controlla e verifica i conti trimestrali e le previsioni del piano triennale della banca. L’istituto di Francoforte chiude l’ispezione a giugno 2017 dopo aver verificato gli accantonamenti fatti dal bilancio 2016 alla semestrale 2017 e certifica la solvibilità e l’ammissibilità agli aiuti di Stato insieme alla conformità degli accantonamenti, con il via libera della Consob. A interloquire all’interno del Mef e anche con gli organi di vigilanza a quel tempo era Antonino Turicchi, ex funzionario del Tesoro (dal 2015 al 2020 direttore del dipartimento sulle partecipazioni) e poi vicepresidente del Monte (da dicembre 2017 e in cda dal 2015) così come a negoziare per il Mef con la Commissione Ue era Alessandro Rivera che poi nel 2018 diventerà direttore generale del Tesoro. Nessuna autorità di vigilanza italiana o estera ha mai sollevato eccezioni o contestazioni sui bilanci in oggetto. Ma non sono stati accusati né indagati Danielle Nouy (ai tempi capo della Vigilanza Bce), né il suo team, Fabio Panetta - oggi governatore di Bankitalia ma ai tempi vicedirettore generale - l’allora capo direzione vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo e la sua squadra che insieme analizzarono e confermarono e certificarono la solvibilità di Mps, l’ammontare degli accantonamenti al Mef e al mercato con il bilancio 2016 e la semestrale 2017. Mps fu dichiarata solvibile da loro dopo aver ripetutamente dato informazioni al mercato che l’esito dell’ispezione avrebbe potuto comportare accantonamenti aggiuntivi. Se fosse valida la tesi Bivona, Bce, Bankitalia e anche Consob sarebbero parti coinvolte nella commissione del presunto reato di truffa allo Stato. Questa tesi, secondo quanto scrive la gip nell’ultima sentenza, appare «del tutto suggestiva, generica, fondata su mere illazioni ed in alcun modo riscontrata». Sarebbe, del resto, risultato difficile tecnicamente «truffare lo Stato» visto che chi validava era l’organo che approvava la solvibilità regolamentare. Senza dimenticare le sentenze civili pubblicate da inizio 2022 che hanno confermato la correttezza del trattamento contabile dei crediti deteriorati e respinto sia le tesi di Bivona sia le conclusioni della maxiperizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che erano stati incaricati dal gip Guido Salvini (ora in pensione e il cui posto è stato preso da De Pascale) di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Tra l’altro, nel prospetto dell’aumento di capitale di Mps lanciato a dicembre del 2016 e poi abortito, il management della banca aveva segnalato e così informato il mercato che l’esito dell’ispezione Bce (poi chiusa a giugno 2017) avrebbe potuto determinare maggiori accantonamenti e riclassificazioni crediti. Dopo questa lunga ricostruzione ci restano alcune domande. Perché il provvedimento del gip chiede l’imputazione coatta per manipolazione del mercato (aggiotaggio) sul bilancio 2016 e semestrale 2017 quando il titolo Mps (e i bond della banca senese) è stato sospeso in Borsa dal 23 dicembre 2016 alla fine di ottobre 2017? Perché i vertici della banca non avviano cause legali nei confronti di chi continua sostenere che la banca è fallita?
Lucio Malan (Imagoeconomica)
La matematica suggeriva che avrebbe vinto il Sì, ma poi si è visto che molti elettori sono andati in ordine sparso…
«Su molte questioni gli elettori non votano sempre secondo le linee del partito. Possiamo dire che sono state compatte più le forze politiche che gli elettori».
L’affluenza è un dato positivo per il governo o ha sfavorito il fronte del Sì?
«L’alta partecipazione è sempre un dato positivo. Siamo riusciti a mobilitare tanti elettori, ma qualcuno a casa rispetto alle politiche è rimasto. Era un argomento complesso e la campagna referendaria non ha aiutato».
Con questa affluenza si può dire che il governo ha riavvicinato i cittadini alla politica?
«Sì, ha coinvolto i cittadini più una questione specifica che la moltitudine di candidati per le europee. È un interessante spunto di riflessione».
Quali sono gli errori commessi, se ce ne sono stati?
«La perfezione non è di questo mondo. Nel complesso abbiamo fatto quello che bisognava fare: parlare del merito e del contenuto della riforma. È stato molto difficile perché si parlava di fake news, come l’assoggettamento della magistratura alla politica, oppure delle polemiche legate a frasi estrapolate. C’è rammarico».
Hanno influito le parole di Nordio e di Bartolozzi?
«Il distacco è tale che non si può pensare che abbiano cambiato in modo significativo l’esito del referendum. Si è offerta l’opportunità al fronte del No di fare campagna parlando di argomenti che non riguardavano il tema della riforma».
E la vicenda di Delmastro?
«Con la vicenda di Delmastro la sinistra ha fatto campagna elettorale sabato, domenica e anche lunedì, durante il silenzio elettorale. E anche se Delmastro non è indagato (non capisco neppure come si possa ipotizzare un reato), hanno costruito trasmissioni intere. Anche qui si è offerta la possibilità di parlar d’altro».
Quanto hanno influito la guerra e l’ostilità diffusa nei confronti un alleato come Trump?
«Non credo che ci abbia danneggiati, ma di sicuro non ci ha favoriti».
Si è creato un partito del No. No alla guerra, no alle riforme, no alle infrastrutture no al governo e via così?
«È facile dire no. Anche noi non siamo contenti della guerra e dei suoi riflessi sul costo della vita. Anche se la benzina costa 40 centesimi in meno rispetto a quanto costava dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ma nel 2022 per la sinistra andava tutto bene».
La sinistra festeggia. Un voto contro la riforma si traduce in un voto a favore delle opposizioni o si corre u troppo?
«Al partito del No è sufficiente dire no. Ma alle elezioni bisogna presentare un programma comune. Promesse favolose poi si devono scontrare con la realtà. Noi facciamo il nostro lavoro, vedremo cosa saranno capaci a mettere insieme gli altri. Dagli amici di Hannoun a Matteo Renzi… mi pare difficile».
Renzi invoca le dimissioni di Meloni.
«Ci vuole proprio coraggio.. Noi intanto attendiamo da dieci anni la sua uscita dalla politica così come aveva promesso se avesse perso il referendum che poi ha perso».
Nella saletta dell’Anm del tribunale di Napoli hanno suonato Bella ciao. E poi si canta «chi non salta Meloni è» Come la commenta?
«La commento con le sentenze della Corte di cassazione, della Corte costituzionale e con le dichiarazioni di diversi presidenti della Repubblica che dicono che il magistrato non solo deve essere imparziale ma deve anche apparirlo».
Crede ancora che si possano fare le riforme in Italia?
«È una necessità che resta, noi faremo il possibile per fare ciò che si può, ma da questa riforma dipendeva molto di quello che si poteva fare nel campo della giustizia».
Da domani si pensa alla legge elettorale?
«Certo. L’opposizione che oggi ribadisce di voler vincere dovrebbe avere interesse ad avere i numeri per governare».
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Benjamin Netanyahu (Ansa)
L’emittente Channel 12 ha però interpellato un alto funzionario della sicurezza nazionale, piuttosto cauto sulle prospettive di pace: è «prematuro» parlarne, ha risposto, aggiungendo che «non è previsto che Teheran accetti le condizioni attuali». Eventualmente, per Israele, che già scommetteva su almeno un altro paio di settimane di bombardamenti, si tratterebbe di scegliere: accodarsi agli Usa (più probabile) o andare avanti da sé (difficile, se venissero meno supporto logistico e rifornimenti americani).
Subito dopo l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca, che avrebbe concordato la sospensione per cinque giorni dei raid sulle infrastrutture energetiche, i media dello Stato ebraico hanno riferito che Tel Aviv era stata informata dal suo alleato e che era disposta ad adeguarsi ai termini della tregua. Nonostante la comunicazione dell’aeronautica, la quale sosteneva di aver lanciato un’offensiva contro Teheran. «Trump», ha poi spiegato una fonte israeliana, «ha senza dubbio fatto marcia indietro perché ha capito che il suo ultimatum» di 48 ore, diramato sabato, «non fa che complicare la situazione».
L’ufficio del primo ministro, Benjamin Netanyahu, all’inizio non ha commentato le dichiarazioni di The Donald, benché quest’ultimo assicurasse: «Israele sarà molto contento». Nel pomeriggio, JD Vance ha contattato il premier, con cui ha discusso le «componenti di un possibile accordo» per chiudere il conflitto. Alla fine, Netanyahu ha parlato al telefono con Trump: «Egli crede», ha riferito, «che ci sia una possibilità di sfruttare i successi militari per raggiungere tutti gli obiettivi attraverso un accordo. Tale accordo», ha giurato, «salvaguarderà i nostri interessi». Ma intanto, «continueremo a dirigere gli attacchi in Iran e Libano per eliminare il programma missilistico e nucleare e le leadership di Hezbollah». Si vede: le raffiche di ordigni sul Paese dei cedri hanno provocato 1.039 morti, tra cui 118 bambini.
Rispetto al leader Usa, Bibi ha meno da perdere. Questa guerra non avrà ridisegnato in modo definitivo l’equilibrio del Medio Oriente, ma è stata un passetto in più verso la costituzione del Grande Israele, antico pallino del sionismo oltranzista. Netanyahu bramava di coinvolgere gli Usa contro l’Iran almeno da un suo editoriale del 2002 su Chicago Sun-Times. Ieri, Reuters ha rivelato che, meno di 48 ore prima che scoppiassero le ostilità, egli ha convinto il tycoon a intervenire, ingolosendolo con la possibilità di uccidere Ali Khamenei. Non ha ottenuto un cambio di regime, però i simboli della tirannide sciita sono caduti vittime dei targeted killing e la nuova Guida suprema, Mojtaba, sarebbe ferita, isolata e impossibilitata a rispondere ai messaggi, stando al Washington Post. Se Teheran ha tenuto botta, le sue capacità sono state ridotte e il suo programma atomico dovrebbe essere stato riportato indietro di qualche anno. Certo, le mitologiche difese aree israeliane hanno mostrato dei limiti. Nessuna «cupola» è impenetrabile. Quella dello Stato ebraico era stata già messa a dura prova, nel 2025, da Hezbollah, dagli Huthi e dai missili balistici degli ayatollah. Stavolta, ha fatto impressione che un «buco» sia stato aperto ad Arad e Dimona, sede delle installazioni nucleari. Le Idf hanno ammesso malfunzionamenti nei sistemi antimissile. In più, l’economia è sotto pressione: la sospensione di diverse attività sta frenando la produzione e sul bilancio statale peseranno le enormi spese militari. Non a caso, la banca centrale, ieri, ha invocato un aumento della pressione fiscale. Ma è qui che si inseriscono le ambizioni di Netanyahu.
Qualche giorno fa, il premier le ha illustrate chiaramente: vista la situazione nel Golfo, ha osservato, «quello che bisogna fare è avere percorsi alternativi. Anziché passare per i punti bloccati degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb», minacciato dai ribelli yemeniti, «bisogna fare in modo che tutti gli oleodotti e i gasdotti vadano verso Ovest, attraverso la penisola arabica, direttamente nei nostri porti mediterranei». Vasto programma. Gli farebbe concorrenza il disegno egiziano: sfruttare l’oleodotto Sumed, che sbocca a Sidi Kerir, sulla costa mediterranea. E il piano andrebbe conciliato con lo spirito dei Patti di Abramo: l’iniziativa, al netto dei tempi di realizzazione dilatati, porterebbe le monarchie sunnite fuori dall’impasse iraniana, ma le metterebbe in posizione subordinata rispetto a Israele. Che invece, trasformandosi in un hub energetico di rilievo globale, accrescerebbe enormemente il suo potere negoziale: per chi dipende dalle importazioni di fonti fossili da quelle aree, diventerebbe impossibile opporsi ai disegni geopolitici di Tel Aviv.
Per punzecchiare le cancellerei europee, i vertici dello Stato ebraico stanno facendo leva sul dispiegamento di vettori a lunghissimo raggio da parte dei pasdaran: quei missili, ha annotato su X il ministero degli Esteri israeliano, «raggiungono già l’Europa». Al post era allegata una grafica con quattro razzi puntati su Roma, Londra, Parigi e Berlino. Tradotto: abortite ogni futura missione navale e attaccatevi al tubo di Netanyahu.
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