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2024-06-09
Il Monte dei Paschi arato in Procura. In quattro anni arrivate 16 sentenze
Rocca Salimbeni, sede del Monte dei Paschi di Siena (Ansa)
L’ultima indagine sui crediti deteriorati di Mps è solo l’ennesimo capitolo di una via crucis giudiziaria che va avanti da anni, sia sul piano civile sia su quello penale. La Verità ha calcolato 16 sentenze in quattro anni, di cui 14 civili e 2 penali, che hanno di fatto sempre escluso responsabilità del vecchio management di Rocca Salimbeni, tra il 2006 e il 2017, per le perdite su Alexandria, il derivato oggetto della ristrutturazione realizzata con Nomura e Santorini, con Deutsche bank. Nello specifico le 14 sentenze civili trattano, e respingono, anche tutte le pretese sui mancati accantonamenti per crediti deteriorati.
A guardare i verdetti dei tribunali, viene quasi da pensare che a giovarsi di queste cause è stata soprattutto Mps. È quasi un paradosso. Ma accusata da fondi, semplici azionisti o investitori di averli ingannati nelle comunicazioni e nei bilanci, in realtà la banca senese ha incassato negli ultimi anni milioni di euro in spese processuali proprio da chi aveva perso tutto sottoscrivendo le sue azioni. I procedimenti sono iniziati nel 2018, quando ci fu la prima richiesta di archiviazione da parte dei pm di Milano Giordano Baggio e Stefano Civardi, per l’inchiesta sui derivati dove erano indagati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici dell’istituto di credito senese. In quell’occasione fu proprio Giuseppe Bivona del fondo Bluebell - ma anche consulente dei fondi Alken e York che in questi anni hanno chiesto (invano) il risarcimento dei danni a Mps - a opporsi all’archiviazione. Anche questa inchiesta riaperta, però, ha portato all’assoluzione sia di Profumo sia di Viola in appello cinque anni dopo la richiesta di archiviazione della stessa pubblica accusa milanese. In sostanza il rischio di rivedere un film già visto anche nell’ultimo procedimento riaperto a fine maggio (con la nuova inchiesta per truffa aggravata ai danni dello Stato), è molto alto.
Ancora prima di Viola e Profumo, infatti, sono già stati assolti in Cassazione in un altro procedimento anche l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari e l’ex direttore generale Antonio Vigni. Non è un caso che l’avvocato Giuseppe Iannacone, che insieme con l’avvocato Anna Giulia Zambelli assiste alcuni degli ex vertici di Mps, abbia dichiarato di non condividere l’ennesima indagine. «Porterà a celebrare una ulteriore fase processuale del tutto inutile, in quanto la Procura di Milano ha già accertato la perfetta buona fede dei miei assistiti, che hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci, nell’interesse di Mps, dei suoi azionisti e anche dello Stato italiano Eppure, in questi anni si sono succedute diverse di cause civili, portate avanti da semplici azionisti, ma anche dai fondi Alken e York, che hanno perso sistematicamente ogni volta. Bivona, che ha firmato con Alken e con York dei contratti con success fee (commissioni in caso di vittoria nelle cause), ha continuato in questi anni a dare battaglia ma i giudici fino a oggi non hanno premiato le sue tesi. Il 3 dicembre 2020, per esempio, il presidente Elena Riva Crugnola del tribunale di Milano decise di bocciare le richieste di Alken fund e Alken Luxembourg che, in quanto collegate a società di gestione di fondi che avevano investito in azioni Mps, chiedevano il risarcimento del danno per le perdite patite, pari a più di 400 milioni di euro. La sentenza invece condannò Alken a risarcire 250.000 euro a Mps e 300.000 euro a Profumo e Viola oltre a 68.000 euro allo stesso Giuseppe Mussari. Il 16 maggio scorso è toccato al fondo York global finance - che aveva chiesto un risarcimento superiore ai 100 milioni di euro per tutte le sue partecipate -vedersi respingere le proprie ragioni e dover versare a Profumo e Viola quasi 1,5 milioni di euro, suddivisi in tranche da 240.000 euro l’uno (più il 15% di spese generali e oneri), compresi altri 240.000 destinati a Mps e persino a Nomura. In pratica il fondo York è stato condannato a pagare per lite temeraria. Non finisce qui.
Mentre i processi penali venivano riaperti a Milano, tra la Toscana e la Lombardia sono andate avanti altre piccole cause civili, tutte finite in un nulla di fatto. Come quella di Firenze del 7 maggio del 2020, quando il giudice Patrizia Pompei respinse la domanda di Luca Q., che aveva deciso di portare in causa Mps per le perdite dovute all’acquisto di titoli nel marzo del 2016. Anche in quell’occasione Mps fu risarcita di 17.500 euro per le spese legali. Q. ci riprovò anche nel 2023, uscendone un’altra volta sconfitto e perdendo altri 9.000 euro. Anche il tribunale di Brescia nel 2023 ha respinto la richiesta di risarcimento del danno di Michele S., che aveva investito più di 500.000 euro in azioni Mps tra il 2011 e il 2016. Ma anche in questo caso, il giudice Raffaele Del Porto aveva ritenuto che la perdita non potesse «essere ricondotta alle carenze informative» lamentate proprio da S.. A Milano c’è un’altra sentenza del 18 del 2023, in una causa questa volta portata avanti da un gruppo di azionisti contro Mps, che ha rigettato l’ennesima richiesta di risarcimento del danno per false informazioni finanziarie nei confronti della banca. Le perdite degli investitori erano state ingenti, fino a 340.000 il più sfortunato mentre 34.000 per chi aveva perso di meno. Ma anche in questo caso Rocca Salimbeni l’ha spuntata, raccogliendo 49.000 euro di spese legali. I casi si sono moltiplicati negli anni. Il 20 maggio scorso il tribunale di Firenze (presidente Niccolò Galvani) ha respinto le richieste di Ubs fiduciaria contro Mps. Veniva chiesto il risarcimento del danno, più di 1 milione di euro, sempre per l’incompletezza dei bilanci del Monte dei Paschi tra il 2012 e il 2016. Il giudice ha rigettato la domanda, sostenendo che «la valutazione dei crediti deteriorati […] era ben presente ed evidenziata» nei prospetti 2014 e 2015. Anche qui Mps ha incassato 35.000 euro di spese processuali. Nel gennaio del 2023 è stato ancora il tribunale di Milano a respingere le richieste di Alessandra S. che chiedeva indietro 14.000 euro per la sottoscrizione di azioni Mps. La causa è costata alla ricorrente 7.000, finite sempre nell’istituto di credito senese. E anche in questo caso le tesi sono state smontate.
Nessuno ha mai pagato per gli errori politici
Sono stati pubblicati molti libri, fatte molte inchieste di approfondimento, ci sono state pure delle serie tv sulla crisi del Monte dei Paschi innescata dall’acquisto di Banca Antonveneta, varato dall’allora presidente Giuseppe Mussari con il placet della Fondazione, che poi ha portato all’ingresso dello Stato. Si è raccontato molto su cosa ha portato la banca senese sull’orlo del fallimento ma assai meno, al netto degli articoli di cronaca finanziaria, su come negli ultimi anni è stato portato avanti il risanamento dai nuovi manager chiamati al capezzale del Monte. Si tratta, è bene qui ricordarlo, di due periodi storici distinti e anche di inchieste giudiziarie diverse. È stato un risanamento lungo e complesso perché minato anche dalla pesante eredità del passato in termini di contenziosi legali che sin qui ha contribuito a spaventare possibili cavalieri bianchi sul mercato.
In seguito alla sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte di cassazione nei confronti degli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, il petitum complessivo era già sceso a fine settembre a 2,9 miliardi da 4,1 miliardi di fine giugno. A marzo 2024 ammonta a 495 milioni di euro, grazie alle sentenze favorevoli ottenute dalla banca e alle assoluzioni nei procedimenti penali. Peraltro, dall’11 ottobre scorso (giorno in cui è stata emessa in Cassazione la sentenza per Mussari e Vigni), tutte le pretese stragiudiziali, notificate alla banca successivamente al 29 aprile 2018, sono da considerarsi prescritte. Entro lunedì dovrebbero invece essere depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’appello di Milano ha assolto, ribaltando la decisione del Tribunale, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici di Mps, e Paolo Salvadori, allora presidente del collegio sindacale, finiti imputati, assieme alla banca senese, per una presunta, e ora ritenuta insussistente, erronea contabilizzazione dei derivati Santorini e Alexandria. Oltre ad aver chiuso uno dei filoni delle vicende di Rocca Salimbeni con la formula «il fatto non sussiste», la Corte, lo scorso 11 dicembre, ha revocato il risarcimento del danno alle parti civili e ha condannato queste ultime al pagamento delle spese processuali. In tal modo è stata azzerata la decisione con cui in primo grado erano stati inflitti 6 anni di reclusione all’ex ad Viola e al presidente Profumo, 3 anni e mezzo a Salvadori che guidava i revisori dei conti e 800.000 euro di sanzione pecuniaria all’istituto di credito. Le accuse, giudicate dalla Corte insussistenti, erano falso in bilancio e aggiotaggio.
Nel frattempo, lo Stato è sceso al 26,7% e dovrà alleggerire ulteriormente la sua presenza se vorrà trovare un partner per la banca. La discesa del Tesoro dal Monte è stata concordata da tempo con l’Europa, anzi è pure slittata a fine 2024 perché non c’è la fila di cavalieri bianchi all’orizzonte. In mezzo a spinte improvvise con le solite voci di risiko imminente e le solite smentite di chi viene tirato per la giacca verso l’altare, ci si dimentica cosa ha reso necessario nel 2017 l’ingresso dello Stato nel capitale della banca senese. Spesso ci si dimentica quale era il peccato originale di Rocca Salimbeni che ha portato la banca più antica del mondo a un passo dal crac con lo scellerato acquisto di Antonveneta del novembre 2007. C’è una foto che rappresenta il simbolo di quel «groviglio armonioso» che per decenni ha stretto Siena. Dietro a una finestra della Fondazione Mps, in quello scatto ormai ingiallito dal tempo, ci sono tre persone che osservano la corsa del Palio: Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell’allora Pci, l’ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, e Giuliano Amato. Che venne eletto alla Camera dei deputati proprio nella circoscrizione senese nel 1992. Del resto, è proprio con la legge Amato del 1990 che si creano le condizioni per la privatizzazione della banca. Nelle contrade ricordano bene quando la lotta interna ai Ds determinava le mosse del risiko bancario.
Resta, dunque, la verità storica: tra dissesti e tentativi di risanamento - costato fior di miliardi a azionisti e contribuenti - il Monte dei Paschi di Siena tiene la ribalta da oltre 17 anni, a partire da quell’acquisto di Antonveneta nel 2007 che ha fatto anche emergere il lato oscuro dei grovigli armoniosi tra finanza e politica (non solo locale) e con il quale si fa coincidere l’inizio della crisi della banca più antica del mondo.
E alla vigilia della vendita spunta l’ultima inchiesta. Stavolta per truffa allo Stato
Lo spettro delle inchieste giudiziarie è tornato ad allungarsi sul Monte dei Paschi di Siena proprio alla vigilia del prossimo 2 luglio, quando scadrà il lockup per il Mef guidato da Giancarlo Giorgetti di vendere un altro pacchetto della sua quota di Mps, oggi pari al 26,7%.
A fine maggio il gip della Procura di Milano, Teresa De Pascale, ha disposto l’imputazione coatta per cinque persone, tra cui l’ex ad Marco Morelli e gli ex presidenti Alessandro Falciai e Stefania Bariatti, accusati di false comunicazioni sociali e di manipolazione del mercato per non aver correttamente rettificato, nei bilanci 2016 e 2017, il valore di miliardi di euro di crediti deteriorati. Il gip ha inoltre disposto l’iscrizione nel registro degli indagati di Morelli, Falciai, Bariatti e dell’ex dirigente Nicola Clarelli per truffa aggravata ai danni dello Stato, assegnando alla Procura un termine di sei mesi per lo svolgimento di nuove indagini. A detta di De Pascale, infatti, «merita menzione il profilo sollevato» da Giuseppe Bivona, consulente di alcuni fondi in causa con Siena, «ed in alcun modo investigato dalla Procura, inerente alla denunciata truffa ai danni dello Stato per i 5,4 miliardi» della ricapitalizzazione precauzionale dell’agosto 2017. Secondo il gip «non appare peregrino che le false comunicazioni sociali abbiano potuto indurre in errore l’ente erogatore», cioè il Tesoro, consentendo a Mps di «conseguire indebitamente un finanziamento pubblico in assenza dei presupposti che lo legittimavano». La notizia di un probabile nuovo processo non gioca a favore di un’aggregazione. Gli investitori sono preoccupati dal rischio che la banca possa restare invischiata in un altro lungo e incerto procedimento penale. E complica anche l’uscita del Tesoro, impegnato a privatizzare la banca nel rispetto degli accordi presi con le autorità europee ai tempi della ricapitalizzazione precauzionale. Per questo abbiamo cercato di ricostruire la vicenda, sia attraverso gli atti giudiziari sia consultando le relazioni delle diverse autorità che si sono espresse sul risanamento del Monte. C’è stata davvero una truffa ai danni dello Stato o gli ex vertici sotto accusa hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci e i pareri espressi dagli organi di vigilanza nazionali e internazionali interpellati?
La presunta truffa allo Stato ha come presupposto un presunto falso in bilancio 2016 e 2017 per accantonamenti su crediti non conformi ai principi contabili e alle direttive di vigilanza dettate da Bce e Bankitalia. Sul corretto trattamento contabile degli accantonamenti e degli Npl negli anni 2016 e 2017, i pm chiedono l’archiviazione sulla base di pareri chiesti alla Consob, a Bankitalia e alla Bce, nonché sulla base anche di 8,4 miliardi accantonati tra bilancio 2016 e semestrale 2017. Questi bilanci chiudono con perdite complessive superiori ai 5,5 miliardi. Consultando gli atti delle autorità di vigilanza europee, si legge che la Bce aveva attestato - in accordo ovviamente con Bankitalia - la solvibilità dell’istituto senese a dicembre 2016 (sulla base della trimestrale al 30 settembre del 2016) e nuovamente dopo la fine dell’ispezione a giugno 2017 direttamente al Mef e alla Commissione europea. Ogni attestazione era stata trasmessa direttamente al ministero dell’Economia. Quest’ultimo aveva poi negoziato il piano di aiuti con la Commissione europea attraverso anche un’interlocuzione diretta con Bankitalia e Bce che, sistematicamente, controlla e verifica i conti trimestrali e le previsioni del piano triennale della banca. L’istituto di Francoforte chiude l’ispezione a giugno 2017 dopo aver verificato gli accantonamenti fatti dal bilancio 2016 alla semestrale 2017 e certifica la solvibilità e l’ammissibilità agli aiuti di Stato insieme alla conformità degli accantonamenti, con il via libera della Consob. A interloquire all’interno del Mef e anche con gli organi di vigilanza a quel tempo era Antonino Turicchi, ex funzionario del Tesoro (dal 2015 al 2020 direttore del dipartimento sulle partecipazioni) e poi vicepresidente del Monte (da dicembre 2017 e in cda dal 2015) così come a negoziare per il Mef con la Commissione Ue era Alessandro Rivera che poi nel 2018 diventerà direttore generale del Tesoro. Nessuna autorità di vigilanza italiana o estera ha mai sollevato eccezioni o contestazioni sui bilanci in oggetto.
Ma non sono stati accusati né indagati Danielle Nouy (ai tempi capo della Vigilanza Bce), né il suo team, Fabio Panetta - oggi governatore di Bankitalia ma ai tempi vicedirettore generale - l’allora capo direzione vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo e la sua squadra che insieme analizzarono e confermarono e certificarono la solvibilità di Mps, l’ammontare degli accantonamenti al Mef e al mercato con il bilancio 2016 e la semestrale 2017. Mps fu dichiarata solvibile da loro dopo aver ripetutamente dato informazioni al mercato che l’esito dell’ispezione avrebbe potuto comportare accantonamenti aggiuntivi. Se fosse valida la tesi Bivona, Bce, Bankitalia e anche Consob sarebbero parti coinvolte nella commissione del presunto reato di truffa allo Stato. Questa tesi, secondo quanto scrive la gip nell’ultima sentenza, appare «del tutto suggestiva, generica, fondata su mere illazioni ed in alcun modo riscontrata». Sarebbe, del resto, risultato difficile tecnicamente «truffare lo Stato» visto che chi validava era l’organo che approvava la solvibilità regolamentare. Senza dimenticare le sentenze civili pubblicate da inizio 2022 che hanno confermato la correttezza del trattamento contabile dei crediti deteriorati e respinto sia le tesi di Bivona sia le conclusioni della maxiperizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che erano stati incaricati dal gip Guido Salvini (ora in pensione e il cui posto è stato preso da De Pascale) di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Tra l’altro, nel prospetto dell’aumento di capitale di Mps lanciato a dicembre del 2016 e poi abortito, il management della banca aveva segnalato e così informato il mercato che l’esito dell’ispezione Bce (poi chiusa a giugno 2017) avrebbe potuto determinare maggiori accantonamenti e riclassificazioni crediti.
Dopo questa lunga ricostruzione ci restano alcune domande. Perché il provvedimento del gip chiede l’imputazione coatta per manipolazione del mercato (aggiotaggio) sul bilancio 2016 e semestrale 2017 quando il titolo Mps (e i bond della banca senese) è stato sospeso in Borsa dal 23 dicembre 2016 alla fine di ottobre 2017? Perché i vertici della banca non avviano cause legali nei confronti di chi continua sostenere che la banca è fallita?
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Finora in tutti i processi per le gestioni della banca, dal maggio 2020 a oggi si sono susseguiti solo verdetti favorevoli ai manager. Che erano stati citati sia dai fondi sia dai piccoli azionisti ritenutisi danneggiati.Rocca Salimbeni dalla crisi innescata dall’acquisto. Antonveneta al risanamento in attesa del cavaliere bianco.L’accusa pare debole: l’ok ai bilanci «incriminati» arrivò da Mef, Bankitalia e Bce. Ma si avvicina il 2 luglio, quando il Tesoro potrà cedere le quote: c’è il rischio stop.Lo speciale contiene tre articoli.L’ultima indagine sui crediti deteriorati di Mps è solo l’ennesimo capitolo di una via crucis giudiziaria che va avanti da anni, sia sul piano civile sia su quello penale. La Verità ha calcolato 16 sentenze in quattro anni, di cui 14 civili e 2 penali, che hanno di fatto sempre escluso responsabilità del vecchio management di Rocca Salimbeni, tra il 2006 e il 2017, per le perdite su Alexandria, il derivato oggetto della ristrutturazione realizzata con Nomura e Santorini, con Deutsche bank. Nello specifico le 14 sentenze civili trattano, e respingono, anche tutte le pretese sui mancati accantonamenti per crediti deteriorati. A guardare i verdetti dei tribunali, viene quasi da pensare che a giovarsi di queste cause è stata soprattutto Mps. È quasi un paradosso. Ma accusata da fondi, semplici azionisti o investitori di averli ingannati nelle comunicazioni e nei bilanci, in realtà la banca senese ha incassato negli ultimi anni milioni di euro in spese processuali proprio da chi aveva perso tutto sottoscrivendo le sue azioni. I procedimenti sono iniziati nel 2018, quando ci fu la prima richiesta di archiviazione da parte dei pm di Milano Giordano Baggio e Stefano Civardi, per l’inchiesta sui derivati dove erano indagati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici dell’istituto di credito senese. In quell’occasione fu proprio Giuseppe Bivona del fondo Bluebell - ma anche consulente dei fondi Alken e York che in questi anni hanno chiesto (invano) il risarcimento dei danni a Mps - a opporsi all’archiviazione. Anche questa inchiesta riaperta, però, ha portato all’assoluzione sia di Profumo sia di Viola in appello cinque anni dopo la richiesta di archiviazione della stessa pubblica accusa milanese. In sostanza il rischio di rivedere un film già visto anche nell’ultimo procedimento riaperto a fine maggio (con la nuova inchiesta per truffa aggravata ai danni dello Stato), è molto alto. Ancora prima di Viola e Profumo, infatti, sono già stati assolti in Cassazione in un altro procedimento anche l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari e l’ex direttore generale Antonio Vigni. Non è un caso che l’avvocato Giuseppe Iannacone, che insieme con l’avvocato Anna Giulia Zambelli assiste alcuni degli ex vertici di Mps, abbia dichiarato di non condividere l’ennesima indagine. «Porterà a celebrare una ulteriore fase processuale del tutto inutile, in quanto la Procura di Milano ha già accertato la perfetta buona fede dei miei assistiti, che hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci, nell’interesse di Mps, dei suoi azionisti e anche dello Stato italiano Eppure, in questi anni si sono succedute diverse di cause civili, portate avanti da semplici azionisti, ma anche dai fondi Alken e York, che hanno perso sistematicamente ogni volta. Bivona, che ha firmato con Alken e con York dei contratti con success fee (commissioni in caso di vittoria nelle cause), ha continuato in questi anni a dare battaglia ma i giudici fino a oggi non hanno premiato le sue tesi. Il 3 dicembre 2020, per esempio, il presidente Elena Riva Crugnola del tribunale di Milano decise di bocciare le richieste di Alken fund e Alken Luxembourg che, in quanto collegate a società di gestione di fondi che avevano investito in azioni Mps, chiedevano il risarcimento del danno per le perdite patite, pari a più di 400 milioni di euro. La sentenza invece condannò Alken a risarcire 250.000 euro a Mps e 300.000 euro a Profumo e Viola oltre a 68.000 euro allo stesso Giuseppe Mussari. Il 16 maggio scorso è toccato al fondo York global finance - che aveva chiesto un risarcimento superiore ai 100 milioni di euro per tutte le sue partecipate -vedersi respingere le proprie ragioni e dover versare a Profumo e Viola quasi 1,5 milioni di euro, suddivisi in tranche da 240.000 euro l’uno (più il 15% di spese generali e oneri), compresi altri 240.000 destinati a Mps e persino a Nomura. In pratica il fondo York è stato condannato a pagare per lite temeraria. Non finisce qui. Mentre i processi penali venivano riaperti a Milano, tra la Toscana e la Lombardia sono andate avanti altre piccole cause civili, tutte finite in un nulla di fatto. Come quella di Firenze del 7 maggio del 2020, quando il giudice Patrizia Pompei respinse la domanda di Luca Q., che aveva deciso di portare in causa Mps per le perdite dovute all’acquisto di titoli nel marzo del 2016. Anche in quell’occasione Mps fu risarcita di 17.500 euro per le spese legali. Q. ci riprovò anche nel 2023, uscendone un’altra volta sconfitto e perdendo altri 9.000 euro. Anche il tribunale di Brescia nel 2023 ha respinto la richiesta di risarcimento del danno di Michele S., che aveva investito più di 500.000 euro in azioni Mps tra il 2011 e il 2016. Ma anche in questo caso, il giudice Raffaele Del Porto aveva ritenuto che la perdita non potesse «essere ricondotta alle carenze informative» lamentate proprio da S.. A Milano c’è un’altra sentenza del 18 del 2023, in una causa questa volta portata avanti da un gruppo di azionisti contro Mps, che ha rigettato l’ennesima richiesta di risarcimento del danno per false informazioni finanziarie nei confronti della banca. Le perdite degli investitori erano state ingenti, fino a 340.000 il più sfortunato mentre 34.000 per chi aveva perso di meno. Ma anche in questo caso Rocca Salimbeni l’ha spuntata, raccogliendo 49.000 euro di spese legali. I casi si sono moltiplicati negli anni. Il 20 maggio scorso il tribunale di Firenze (presidente Niccolò Galvani) ha respinto le richieste di Ubs fiduciaria contro Mps. Veniva chiesto il risarcimento del danno, più di 1 milione di euro, sempre per l’incompletezza dei bilanci del Monte dei Paschi tra il 2012 e il 2016. Il giudice ha rigettato la domanda, sostenendo che «la valutazione dei crediti deteriorati […] era ben presente ed evidenziata» nei prospetti 2014 e 2015. Anche qui Mps ha incassato 35.000 euro di spese processuali. Nel gennaio del 2023 è stato ancora il tribunale di Milano a respingere le richieste di Alessandra S. che chiedeva indietro 14.000 euro per la sottoscrizione di azioni Mps. La causa è costata alla ricorrente 7.000, finite sempre nell’istituto di credito senese. E anche in questo caso le tesi sono state smontate.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-monte-paschi-procura-2668484744.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuno-ha-mai-pagato-per-gli-errori-politici" data-post-id="2668484744" data-published-at="1717915187" data-use-pagination="False"> Nessuno ha mai pagato per gli errori politici Sono stati pubblicati molti libri, fatte molte inchieste di approfondimento, ci sono state pure delle serie tv sulla crisi del Monte dei Paschi innescata dall’acquisto di Banca Antonveneta, varato dall’allora presidente Giuseppe Mussari con il placet della Fondazione, che poi ha portato all’ingresso dello Stato. Si è raccontato molto su cosa ha portato la banca senese sull’orlo del fallimento ma assai meno, al netto degli articoli di cronaca finanziaria, su come negli ultimi anni è stato portato avanti il risanamento dai nuovi manager chiamati al capezzale del Monte. Si tratta, è bene qui ricordarlo, di due periodi storici distinti e anche di inchieste giudiziarie diverse. È stato un risanamento lungo e complesso perché minato anche dalla pesante eredità del passato in termini di contenziosi legali che sin qui ha contribuito a spaventare possibili cavalieri bianchi sul mercato. In seguito alla sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte di cassazione nei confronti degli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, il petitum complessivo era già sceso a fine settembre a 2,9 miliardi da 4,1 miliardi di fine giugno. A marzo 2024 ammonta a 495 milioni di euro, grazie alle sentenze favorevoli ottenute dalla banca e alle assoluzioni nei procedimenti penali. Peraltro, dall’11 ottobre scorso (giorno in cui è stata emessa in Cassazione la sentenza per Mussari e Vigni), tutte le pretese stragiudiziali, notificate alla banca successivamente al 29 aprile 2018, sono da considerarsi prescritte. Entro lunedì dovrebbero invece essere depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’appello di Milano ha assolto, ribaltando la decisione del Tribunale, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici di Mps, e Paolo Salvadori, allora presidente del collegio sindacale, finiti imputati, assieme alla banca senese, per una presunta, e ora ritenuta insussistente, erronea contabilizzazione dei derivati Santorini e Alexandria. Oltre ad aver chiuso uno dei filoni delle vicende di Rocca Salimbeni con la formula «il fatto non sussiste», la Corte, lo scorso 11 dicembre, ha revocato il risarcimento del danno alle parti civili e ha condannato queste ultime al pagamento delle spese processuali. In tal modo è stata azzerata la decisione con cui in primo grado erano stati inflitti 6 anni di reclusione all’ex ad Viola e al presidente Profumo, 3 anni e mezzo a Salvadori che guidava i revisori dei conti e 800.000 euro di sanzione pecuniaria all’istituto di credito. Le accuse, giudicate dalla Corte insussistenti, erano falso in bilancio e aggiotaggio. Nel frattempo, lo Stato è sceso al 26,7% e dovrà alleggerire ulteriormente la sua presenza se vorrà trovare un partner per la banca. La discesa del Tesoro dal Monte è stata concordata da tempo con l’Europa, anzi è pure slittata a fine 2024 perché non c’è la fila di cavalieri bianchi all’orizzonte. In mezzo a spinte improvvise con le solite voci di risiko imminente e le solite smentite di chi viene tirato per la giacca verso l’altare, ci si dimentica cosa ha reso necessario nel 2017 l’ingresso dello Stato nel capitale della banca senese. Spesso ci si dimentica quale era il peccato originale di Rocca Salimbeni che ha portato la banca più antica del mondo a un passo dal crac con lo scellerato acquisto di Antonveneta del novembre 2007. C’è una foto che rappresenta il simbolo di quel «groviglio armonioso» che per decenni ha stretto Siena. Dietro a una finestra della Fondazione Mps, in quello scatto ormai ingiallito dal tempo, ci sono tre persone che osservano la corsa del Palio: Giuseppe Mussari, già asceso dalla Fondazione al vertice del Monte grazie a un accordo politico fra esponenti della Margherita e dell’allora Pci, l’ex sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, e Giuliano Amato. Che venne eletto alla Camera dei deputati proprio nella circoscrizione senese nel 1992. Del resto, è proprio con la legge Amato del 1990 che si creano le condizioni per la privatizzazione della banca. Nelle contrade ricordano bene quando la lotta interna ai Ds determinava le mosse del risiko bancario. Resta, dunque, la verità storica: tra dissesti e tentativi di risanamento - costato fior di miliardi a azionisti e contribuenti - il Monte dei Paschi di Siena tiene la ribalta da oltre 17 anni, a partire da quell’acquisto di Antonveneta nel 2007 che ha fatto anche emergere il lato oscuro dei grovigli armoniosi tra finanza e politica (non solo locale) e con il quale si fa coincidere l’inizio della crisi della banca più antica del mondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mps-monte-paschi-procura-2668484744.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-alla-vigilia-della-vendita-spunta-lultima-inchiesta-stavolta-per-truffa-allo-stato" data-post-id="2668484744" data-published-at="1717915187" data-use-pagination="False"> E alla vigilia della vendita spunta l’ultima inchiesta. Stavolta per truffa allo Stato Lo spettro delle inchieste giudiziarie è tornato ad allungarsi sul Monte dei Paschi di Siena proprio alla vigilia del prossimo 2 luglio, quando scadrà il lockup per il Mef guidato da Giancarlo Giorgetti di vendere un altro pacchetto della sua quota di Mps, oggi pari al 26,7%. A fine maggio il gip della Procura di Milano, Teresa De Pascale, ha disposto l’imputazione coatta per cinque persone, tra cui l’ex ad Marco Morelli e gli ex presidenti Alessandro Falciai e Stefania Bariatti, accusati di false comunicazioni sociali e di manipolazione del mercato per non aver correttamente rettificato, nei bilanci 2016 e 2017, il valore di miliardi di euro di crediti deteriorati. Il gip ha inoltre disposto l’iscrizione nel registro degli indagati di Morelli, Falciai, Bariatti e dell’ex dirigente Nicola Clarelli per truffa aggravata ai danni dello Stato, assegnando alla Procura un termine di sei mesi per lo svolgimento di nuove indagini. A detta di De Pascale, infatti, «merita menzione il profilo sollevato» da Giuseppe Bivona, consulente di alcuni fondi in causa con Siena, «ed in alcun modo investigato dalla Procura, inerente alla denunciata truffa ai danni dello Stato per i 5,4 miliardi» della ricapitalizzazione precauzionale dell’agosto 2017. Secondo il gip «non appare peregrino che le false comunicazioni sociali abbiano potuto indurre in errore l’ente erogatore», cioè il Tesoro, consentendo a Mps di «conseguire indebitamente un finanziamento pubblico in assenza dei presupposti che lo legittimavano». La notizia di un probabile nuovo processo non gioca a favore di un’aggregazione. Gli investitori sono preoccupati dal rischio che la banca possa restare invischiata in un altro lungo e incerto procedimento penale. E complica anche l’uscita del Tesoro, impegnato a privatizzare la banca nel rispetto degli accordi presi con le autorità europee ai tempi della ricapitalizzazione precauzionale. Per questo abbiamo cercato di ricostruire la vicenda, sia attraverso gli atti giudiziari sia consultando le relazioni delle diverse autorità che si sono espresse sul risanamento del Monte. C’è stata davvero una truffa ai danni dello Stato o gli ex vertici sotto accusa hanno rispettato tutti gli obblighi di corretta redazione dei bilanci e i pareri espressi dagli organi di vigilanza nazionali e internazionali interpellati? La presunta truffa allo Stato ha come presupposto un presunto falso in bilancio 2016 e 2017 per accantonamenti su crediti non conformi ai principi contabili e alle direttive di vigilanza dettate da Bce e Bankitalia. Sul corretto trattamento contabile degli accantonamenti e degli Npl negli anni 2016 e 2017, i pm chiedono l’archiviazione sulla base di pareri chiesti alla Consob, a Bankitalia e alla Bce, nonché sulla base anche di 8,4 miliardi accantonati tra bilancio 2016 e semestrale 2017. Questi bilanci chiudono con perdite complessive superiori ai 5,5 miliardi. Consultando gli atti delle autorità di vigilanza europee, si legge che la Bce aveva attestato - in accordo ovviamente con Bankitalia - la solvibilità dell’istituto senese a dicembre 2016 (sulla base della trimestrale al 30 settembre del 2016) e nuovamente dopo la fine dell’ispezione a giugno 2017 direttamente al Mef e alla Commissione europea. Ogni attestazione era stata trasmessa direttamente al ministero dell’Economia. Quest’ultimo aveva poi negoziato il piano di aiuti con la Commissione europea attraverso anche un’interlocuzione diretta con Bankitalia e Bce che, sistematicamente, controlla e verifica i conti trimestrali e le previsioni del piano triennale della banca. L’istituto di Francoforte chiude l’ispezione a giugno 2017 dopo aver verificato gli accantonamenti fatti dal bilancio 2016 alla semestrale 2017 e certifica la solvibilità e l’ammissibilità agli aiuti di Stato insieme alla conformità degli accantonamenti, con il via libera della Consob. A interloquire all’interno del Mef e anche con gli organi di vigilanza a quel tempo era Antonino Turicchi, ex funzionario del Tesoro (dal 2015 al 2020 direttore del dipartimento sulle partecipazioni) e poi vicepresidente del Monte (da dicembre 2017 e in cda dal 2015) così come a negoziare per il Mef con la Commissione Ue era Alessandro Rivera che poi nel 2018 diventerà direttore generale del Tesoro. Nessuna autorità di vigilanza italiana o estera ha mai sollevato eccezioni o contestazioni sui bilanci in oggetto. Ma non sono stati accusati né indagati Danielle Nouy (ai tempi capo della Vigilanza Bce), né il suo team, Fabio Panetta - oggi governatore di Bankitalia ma ai tempi vicedirettore generale - l’allora capo direzione vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo e la sua squadra che insieme analizzarono e confermarono e certificarono la solvibilità di Mps, l’ammontare degli accantonamenti al Mef e al mercato con il bilancio 2016 e la semestrale 2017. Mps fu dichiarata solvibile da loro dopo aver ripetutamente dato informazioni al mercato che l’esito dell’ispezione avrebbe potuto comportare accantonamenti aggiuntivi. Se fosse valida la tesi Bivona, Bce, Bankitalia e anche Consob sarebbero parti coinvolte nella commissione del presunto reato di truffa allo Stato. Questa tesi, secondo quanto scrive la gip nell’ultima sentenza, appare «del tutto suggestiva, generica, fondata su mere illazioni ed in alcun modo riscontrata». Sarebbe, del resto, risultato difficile tecnicamente «truffare lo Stato» visto che chi validava era l’organo che approvava la solvibilità regolamentare. Senza dimenticare le sentenze civili pubblicate da inizio 2022 che hanno confermato la correttezza del trattamento contabile dei crediti deteriorati e respinto sia le tesi di Bivona sia le conclusioni della maxiperizia degli esperti Giangaetano Bellavia e Fulvia Ferradini che erano stati incaricati dal gip Guido Salvini (ora in pensione e il cui posto è stato preso da De Pascale) di verificare la corretta contabilizzazione, tra il 2012 e il 2015, delle rettifiche nei bilanci su miliardi di crediti deteriorati e i relativi accantonamenti. Tra l’altro, nel prospetto dell’aumento di capitale di Mps lanciato a dicembre del 2016 e poi abortito, il management della banca aveva segnalato e così informato il mercato che l’esito dell’ispezione Bce (poi chiusa a giugno 2017) avrebbe potuto determinare maggiori accantonamenti e riclassificazioni crediti. Dopo questa lunga ricostruzione ci restano alcune domande. Perché il provvedimento del gip chiede l’imputazione coatta per manipolazione del mercato (aggiotaggio) sul bilancio 2016 e semestrale 2017 quando il titolo Mps (e i bond della banca senese) è stato sospeso in Borsa dal 23 dicembre 2016 alla fine di ottobre 2017? Perché i vertici della banca non avviano cause legali nei confronti di chi continua sostenere che la banca è fallita?
Giorgia Meloni (Ansa)
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.
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Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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