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2023-04-19
La mortalità in Ue scende dopo tre anni. Mentre in Italia torna ad aumentare
Un doppio rimbalzo: uno - quello europeo - positivo; l’altro - quello italiano, negativo. Sono i nuovi dati sull’extra mortalità nel Vecchio continente, diffusi ieri da Eurostat. Che consentono di tirare un primo, si spera definitivo, sospiro di sollievo: a febbraio 2023, per la prima volta in tre anni, non è stato registrato un eccesso di morti. La pandemia e i suoi strascichi sono davvero finiti?
La buona notizia, quindi, è che l’indicatore utilizzato dall’istituto di statistica è sceso al di sotto del valore di riferimento, che coincide con il numero medio dei decessi nello stesso periodo del 2016-2019. Due mesi fa, l’Unione è arrivata a -2%. Un anno prima, era stato rilevato un macabro +8%; nel 2021, un +6%. A raffreddare l’entusiasmo, tuttavia, c’è la consapevolezza che il miglioramento lieve arriva solo al termine di un periodo nero: nell’ultimo trimestre dello scorso anno, infatti, la mortalità si è mantenuta a livelli molto sostenuti, dal +12% di ottobre, al +9% di novembre, fino all’inquietante picco di dicembre, con il +19%, il valore più alto dell’intero 2022. A gennaio 2023, era iniziato il trend calante, con un +3%, preludio al risultato di febbraio. Mese nel quale due terzi dei Paesi Ue non hanno registrato morti in eccesso. Adesso, non rimane da sperare che la tendenza si consolidi.
Tuttavia, in Italia abbiamo poco da festeggiare: il tasso di decessi, a febbraio, ha fatto registrare un sia pur modesto +0,8%, che giunge dopo il marcato e incoraggiante calo (-4,7%) di gennaio.
Lo Stivale, come noto, viene fuori da annate particolarmente difficili. Nel 2022 ci sono state 67.879 dipartite di troppo. Nel 2021, 63.415. Anomalie ben superiori alle fluttuazioni del periodo 2015-2019, quando la deviazione massima era arrivata ai 12.960 decessi. Per di più, considerando come annus horribilis per eccellenza il 2020, quando il Covid ha picchiato più duro, salta all’occhio che, dopo la diminuzione della mortalità nel 2021, c’è stato un nuovo incremento nel 2022, sebbene non ai livelli del primo anno di pandemia. Una stranezza che la stessa Istat ha provato ad attribuire al cambiamento climatico, con un’inferenza che è eufemistico definire debole.
Come avevano notato gli autori del report dell’associazione Umanità e ragione, in effetti, sia nel 2021 sia nel 2022, le morti si sono mantenute in «lineare e progressivo aumento». Il che porterebbe a escludere l’influsso di «fenomeni stagionali, quali l’influenza, il freddo o il caldo».
Non nascondiamoci dietro a un dito. Sul banco degli imputati per i numeri tremendi del complicato triennio che ci stiamo lasciando alle spalle, ci sono le restrizioni e i vaccini. Le prime possono aver agito indirettamente: piuttosto inefficaci nel limitare la diffusione del contagio, hanno invece contribuito a far saltare screening e cure per malattie serie, da quelle cardiovascolari a quelle oncologiche. Il che spiegherebbe il boom di trapassi nei mesi successivi a quelli più caldi dell’emergenza. Sarebbero gli effetti collaterali dei lockdown, dei quali nel Regno Unito, tanto per citare un Paese, si discute da almeno la scorsa estate.
Quanto alle iniezioni, i sospetti ricadono sulle reazioni avverse, specialmente miocarditi, pericarditi e trombosi, associate ai vaccini. Per onestà, va sottolineato che è impossibile stabilire con certezza una correlazione, sia pure in presenza di indizi. Tra essi, i dati inglesi di cui vi abbiamo dato conto ieri, dai quali si evince che, per uno strano caso, nei vaccinati (specie dopo la prima dose), aumentavano i decessi per cause diverse dal Covid. Coincidenza non significativa? Una colpa imputabile all’uso di Astrazeneca, da subito dimostratosi un preparato più problematico? Fatto sta che, dopo la pubblicazione del cruscotto di Eurostat, i maliziosi troveranno altro pane per i loro denti. È vero, difatti, che l’andamento delle morti era rimasto al di sopra della media fino alla fine dell’anno scorso. Ma è altrettanto vero che i segnali positivi del 2023 arrivano in un periodo in cui, di vaccinazioni, non si sente più parlare. Il grosso delle seconde e terze dosi è stato somministrato fino alla primavera 2021; poi, è stata la volta della campagna, decisamente meno efficace, per le quarte. Ma ormai, a porgere il braccio, praticamente non vanno nemmeno più i fragili.
Lo ribadiamo: non è lecito trarre alcuna conclusione affrettata sia dai riscontri allarmanti del periodo appena trascorso, sia dall’auspicabile miglioramento in atto. Solo, continuiamo a chiedere chiarezza. Ad esempio, in Italia, la commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid dovrebbe riuscire a ottenere dati scorporati sui decessi Covid e non Covid come quelli prodotti dall’Istat inglese. Se è andato tutto bene, come recitava uno slogan pandemico invecchiato malissimo, non c’è nulla da nascondere. Giusto?
«Il 71% degli effetti avversi gravi proveniva da specifiche fiale Pfizer»
Dopo l’ampia letteratura scientifica sugli effetti della proteina Spike, un nuovo allarme, stavolta su lotti fallati di vaccini anti Covid, sta infiammando il mondo politico in Danimarca. La preoccupante notizia dell’esistenza di fiale «difettose» di Pfizer, evidentemente causata da assenza di controlli nel corso della somministrazione di massa, è stata comunicata da un trio di ricercatori danesi guidati da Peter Riis Hansen, h-Index 64, professore presso il Dipartimento di Cardiologia dell’Ospedale Gentofte dell’Università di Copenhagen. Hansen ha pubblicato, insieme con i due colleghi Max Schmeling e Vibeke Manniche, una lettera sulla rivista peer reviewed European Journal of Clinical Investigation, nella quale i tre scienziati richiamano l’attenzione sulla «sicurezza dipendente da lotti di vaccino mRna Pfizer», così è intitolato il loro documento. L’articolo ha rilevato che su quasi 8 milioni di dosi di vaccino anti Covid somministrate in Danimarca (popolazione, 5.8 milioni di persone) da dicembre 2020 a gennaio 2022, su un totale di 52 lotti di vaccino, si sono verificati quasi 69.000 sospetti eventi avversi: più di 14.000 di questi eventi sospetti sono stati classificati come gravi, senza contare che sono stati registrati 579 decessi.
I ricercatori hanno suddiviso i 52 lotti in tre gruppi: quelli con tasso di segnalazione non grave, grave (ospedalizzazione, malattia pericolosa per la vita, disabilità permanente) o decesso.
Lo studio ha utilizzato i dati ufficiali registrati presso l’Agenzia danese per i medicinali (Danish Medical Agency, l’Aifa danese) e altri sistemi di segnalazione, tutti simili al Vaccine Adverse Event Reporting System (Vaers) utilizzato negli Stati Uniti; i dati sui numeri di lotto sono registrati presso lo Statens Serum Institut.
«Considerando i 701 milioni di dosi del vaccino Pfizer (somministrate in quel lasso di tempo, ndr) collegate a 971.021 segnalazioni di sospetti effetti avversi nello Spazio economico europeo, la possibilità di variazioni dipendenti dai lotti sembra degna di indagine», ammoniscono i ricercatori, «tenendo anche in considerazione l’autorizzazione concessa per uso di emergenza e la rapida attuazione di programmi di vaccinazione su larga scala». I tre scienziati nel loro articolo ricordano anche che nel 2021 in Giappone, in tre lotti di vaccini Moderna contenenti 1,6 milioni di dosi, sono state ritrovate 39 fiale contaminate da particelle di acciaio.
Peter McCullough, citatissimo cardiologo americano (h-Index 100), censurato da Twitter per aver opposto dubbi scientifici sulla vaccinazione anti Covid di massa, ha spiegato che lo studio danese ha rilevato che «il 71% degli eventi avversi gravi proveniva dal 4,2% delle dosi», Di conseguenza «i dati confermano che la maggior parte dei rischi sono legati alla dose somministrata, e non alla persona che la riceve: sono risultati di fondamentale importanza», ha chiosato McCullough, perché «implicano che la débâcle del vaccino anti Covid sia davvero un problema del prodotto, non dovuto alla suscettibilità del paziente. Inoltre, la mancanza di controlli ha generato un disastro per la sicurezza. Alcuni sfortunati pazienti hanno ricevuto troppo mRna, altri mRna contaminato o entrambi, quindi sono stati e sono tuttora esposti a iniezioni dannose e, in alcuni casi, letali».
I ricercatori sono stati chiari nel sottolineare che sono necessarie ulteriori ricerche per confermare i loro risultati e, ha confermato la ricercatrice Jessica Rose, «un’indagine più approfondita è necessaria per definire con più precisione per quale motivo i cittadini stanno subendo questa varietà di eventi avversi (di cui in Danimarca si parla senza più pudore, ndr)». Eventi avversi su cui in Italia la comunità scientifica continua colpevolmente a tacere, se non addirittura negare.
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Lieve risalita a febbraio nello Stivale. Al contrario, in Europa il trend si è invertito. Proprio dopo la frenata delle vaccinazioni.Uno studio danese mostra la correlazione tra danni collaterali e alcuni lotti del farmaco.Lo speciale contiene due articoli.Un doppio rimbalzo: uno - quello europeo - positivo; l’altro - quello italiano, negativo. Sono i nuovi dati sull’extra mortalità nel Vecchio continente, diffusi ieri da Eurostat. Che consentono di tirare un primo, si spera definitivo, sospiro di sollievo: a febbraio 2023, per la prima volta in tre anni, non è stato registrato un eccesso di morti. La pandemia e i suoi strascichi sono davvero finiti? La buona notizia, quindi, è che l’indicatore utilizzato dall’istituto di statistica è sceso al di sotto del valore di riferimento, che coincide con il numero medio dei decessi nello stesso periodo del 2016-2019. Due mesi fa, l’Unione è arrivata a -2%. Un anno prima, era stato rilevato un macabro +8%; nel 2021, un +6%. A raffreddare l’entusiasmo, tuttavia, c’è la consapevolezza che il miglioramento lieve arriva solo al termine di un periodo nero: nell’ultimo trimestre dello scorso anno, infatti, la mortalità si è mantenuta a livelli molto sostenuti, dal +12% di ottobre, al +9% di novembre, fino all’inquietante picco di dicembre, con il +19%, il valore più alto dell’intero 2022. A gennaio 2023, era iniziato il trend calante, con un +3%, preludio al risultato di febbraio. Mese nel quale due terzi dei Paesi Ue non hanno registrato morti in eccesso. Adesso, non rimane da sperare che la tendenza si consolidi.Tuttavia, in Italia abbiamo poco da festeggiare: il tasso di decessi, a febbraio, ha fatto registrare un sia pur modesto +0,8%, che giunge dopo il marcato e incoraggiante calo (-4,7%) di gennaio. Lo Stivale, come noto, viene fuori da annate particolarmente difficili. Nel 2022 ci sono state 67.879 dipartite di troppo. Nel 2021, 63.415. Anomalie ben superiori alle fluttuazioni del periodo 2015-2019, quando la deviazione massima era arrivata ai 12.960 decessi. Per di più, considerando come annus horribilis per eccellenza il 2020, quando il Covid ha picchiato più duro, salta all’occhio che, dopo la diminuzione della mortalità nel 2021, c’è stato un nuovo incremento nel 2022, sebbene non ai livelli del primo anno di pandemia. Una stranezza che la stessa Istat ha provato ad attribuire al cambiamento climatico, con un’inferenza che è eufemistico definire debole. Come avevano notato gli autori del report dell’associazione Umanità e ragione, in effetti, sia nel 2021 sia nel 2022, le morti si sono mantenute in «lineare e progressivo aumento». Il che porterebbe a escludere l’influsso di «fenomeni stagionali, quali l’influenza, il freddo o il caldo». Non nascondiamoci dietro a un dito. Sul banco degli imputati per i numeri tremendi del complicato triennio che ci stiamo lasciando alle spalle, ci sono le restrizioni e i vaccini. Le prime possono aver agito indirettamente: piuttosto inefficaci nel limitare la diffusione del contagio, hanno invece contribuito a far saltare screening e cure per malattie serie, da quelle cardiovascolari a quelle oncologiche. Il che spiegherebbe il boom di trapassi nei mesi successivi a quelli più caldi dell’emergenza. Sarebbero gli effetti collaterali dei lockdown, dei quali nel Regno Unito, tanto per citare un Paese, si discute da almeno la scorsa estate. Quanto alle iniezioni, i sospetti ricadono sulle reazioni avverse, specialmente miocarditi, pericarditi e trombosi, associate ai vaccini. Per onestà, va sottolineato che è impossibile stabilire con certezza una correlazione, sia pure in presenza di indizi. Tra essi, i dati inglesi di cui vi abbiamo dato conto ieri, dai quali si evince che, per uno strano caso, nei vaccinati (specie dopo la prima dose), aumentavano i decessi per cause diverse dal Covid. Coincidenza non significativa? Una colpa imputabile all’uso di Astrazeneca, da subito dimostratosi un preparato più problematico? Fatto sta che, dopo la pubblicazione del cruscotto di Eurostat, i maliziosi troveranno altro pane per i loro denti. È vero, difatti, che l’andamento delle morti era rimasto al di sopra della media fino alla fine dell’anno scorso. Ma è altrettanto vero che i segnali positivi del 2023 arrivano in un periodo in cui, di vaccinazioni, non si sente più parlare. Il grosso delle seconde e terze dosi è stato somministrato fino alla primavera 2021; poi, è stata la volta della campagna, decisamente meno efficace, per le quarte. Ma ormai, a porgere il braccio, praticamente non vanno nemmeno più i fragili.Lo ribadiamo: non è lecito trarre alcuna conclusione affrettata sia dai riscontri allarmanti del periodo appena trascorso, sia dall’auspicabile miglioramento in atto. Solo, continuiamo a chiedere chiarezza. Ad esempio, in Italia, la commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid dovrebbe riuscire a ottenere dati scorporati sui decessi Covid e non Covid come quelli prodotti dall’Istat inglese. Se è andato tutto bene, come recitava uno slogan pandemico invecchiato malissimo, non c’è nulla da nascondere. Giusto?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mortalita-ue-scende-3-anni-2659877828.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-71-degli-effetti-avversi-gravi-proveniva-da-specifiche-fiale-pfizer" data-post-id="2659877828" data-published-at="1681881607" data-use-pagination="False"> «Il 71% degli effetti avversi gravi proveniva da specifiche fiale Pfizer» Dopo l’ampia letteratura scientifica sugli effetti della proteina Spike, un nuovo allarme, stavolta su lotti fallati di vaccini anti Covid, sta infiammando il mondo politico in Danimarca. La preoccupante notizia dell’esistenza di fiale «difettose» di Pfizer, evidentemente causata da assenza di controlli nel corso della somministrazione di massa, è stata comunicata da un trio di ricercatori danesi guidati da Peter Riis Hansen, h-Index 64, professore presso il Dipartimento di Cardiologia dell’Ospedale Gentofte dell’Università di Copenhagen. Hansen ha pubblicato, insieme con i due colleghi Max Schmeling e Vibeke Manniche, una lettera sulla rivista peer reviewed European Journal of Clinical Investigation, nella quale i tre scienziati richiamano l’attenzione sulla «sicurezza dipendente da lotti di vaccino mRna Pfizer», così è intitolato il loro documento. L’articolo ha rilevato che su quasi 8 milioni di dosi di vaccino anti Covid somministrate in Danimarca (popolazione, 5.8 milioni di persone) da dicembre 2020 a gennaio 2022, su un totale di 52 lotti di vaccino, si sono verificati quasi 69.000 sospetti eventi avversi: più di 14.000 di questi eventi sospetti sono stati classificati come gravi, senza contare che sono stati registrati 579 decessi. I ricercatori hanno suddiviso i 52 lotti in tre gruppi: quelli con tasso di segnalazione non grave, grave (ospedalizzazione, malattia pericolosa per la vita, disabilità permanente) o decesso. Lo studio ha utilizzato i dati ufficiali registrati presso l’Agenzia danese per i medicinali (Danish Medical Agency, l’Aifa danese) e altri sistemi di segnalazione, tutti simili al Vaccine Adverse Event Reporting System (Vaers) utilizzato negli Stati Uniti; i dati sui numeri di lotto sono registrati presso lo Statens Serum Institut. «Considerando i 701 milioni di dosi del vaccino Pfizer (somministrate in quel lasso di tempo, ndr) collegate a 971.021 segnalazioni di sospetti effetti avversi nello Spazio economico europeo, la possibilità di variazioni dipendenti dai lotti sembra degna di indagine», ammoniscono i ricercatori, «tenendo anche in considerazione l’autorizzazione concessa per uso di emergenza e la rapida attuazione di programmi di vaccinazione su larga scala». I tre scienziati nel loro articolo ricordano anche che nel 2021 in Giappone, in tre lotti di vaccini Moderna contenenti 1,6 milioni di dosi, sono state ritrovate 39 fiale contaminate da particelle di acciaio. Peter McCullough, citatissimo cardiologo americano (h-Index 100), censurato da Twitter per aver opposto dubbi scientifici sulla vaccinazione anti Covid di massa, ha spiegato che lo studio danese ha rilevato che «il 71% degli eventi avversi gravi proveniva dal 4,2% delle dosi», Di conseguenza «i dati confermano che la maggior parte dei rischi sono legati alla dose somministrata, e non alla persona che la riceve: sono risultati di fondamentale importanza», ha chiosato McCullough, perché «implicano che la débâcle del vaccino anti Covid sia davvero un problema del prodotto, non dovuto alla suscettibilità del paziente. Inoltre, la mancanza di controlli ha generato un disastro per la sicurezza. Alcuni sfortunati pazienti hanno ricevuto troppo mRna, altri mRna contaminato o entrambi, quindi sono stati e sono tuttora esposti a iniezioni dannose e, in alcuni casi, letali». I ricercatori sono stati chiari nel sottolineare che sono necessarie ulteriori ricerche per confermare i loro risultati e, ha confermato la ricercatrice Jessica Rose, «un’indagine più approfondita è necessaria per definire con più precisione per quale motivo i cittadini stanno subendo questa varietà di eventi avversi (di cui in Danimarca si parla senza più pudore, ndr)». Eventi avversi su cui in Italia la comunità scientifica continua colpevolmente a tacere, se non addirittura negare.
Forze israeliane al confine con il Libano (Ansa)
Le Forze di Difesa israeliane hanno avviato una nuova operazione terrestre nel Libano meridionale con l’obiettivo di colpire infrastrutture e combattenti di Hezbollah e rafforzare la fascia di sicurezza lungo il confine settentrionale di Israele. L’annuncio è arrivato dai vertici militari, che hanno parlato di un ampliamento della zona cuscinetto e di un maggiore dispiegamento di truppe nell’area dopo l’intensificarsi degli attacchi del movimento sciita nelle ultime settimane, in un contesto regionale segnato dallo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele.
Durante l’operazione le truppe hanno individuato e ucciso diversi membri di Hezbollah. «Questa operazione rientra nell’ambito degli sforzi volti a stabilire una difesa avanzata, che comprende la distruzione delle infrastrutture terroristiche e l’eliminazione dei terroristi operanti nella zona, al fine di rimuovere le minacce e creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord», hanno dichiarato le Forze di Difesa israeliane. Prima dell’ingresso delle unità di terra, l’area era stata sottoposta a intensi bombardamenti aerei e a colpi di artiglieria «per eliminare le minacce». Nel dispositivo militare restano coinvolte anche altre unità. La 146ª Divisione di riserva è schierata nel settore occidentale del Libano meridionale, mentre la 36ª Divisione è impegnata in operazioni nel settore orientale.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ribadito che l’obiettivo dell’operazione è neutralizzare le minacce lungo il confine e garantire sicurezza alle comunità del nord di Israele. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, dal 2 marzo Hezbollah avrebbe sparato contro Israele circa cento razzi al giorno, oltre a impiegare più di cento droni. Secondo una nuova valutazione dell’Idf, tra l’85 e il 90% dell’arsenale missilistico di Hezbollah esistente prima del 2023 sarebbe stato distrutto nel corso del conflitto. Prima della guerra il gruppo sciita disponeva di oltre 150.000 razzi. Al momento del cessate il fuoco del novembre 2024 tra il 70 e l’80% di queste scorte era già stato eliminato, mentre nelle ultime settimane l’esercito israeliano avrebbe ulteriormente ridotto l’arsenale a una stima compresa tra 10.000 e 23.000 razzi. Ieri si è appreso che i media ufficiali libanesi non useranno più il termine «resistenza» per riferirsi a Hezbollah.
Secondo Al-Madoun, il ministro dell’Informazione Paul Murkus ha ordinato di citare l’organizzazione nei media statali solo come «Hezbollah». Nel sud del Libano si sono registrati anche episodi che hanno coinvolto le forze di interposizione delle Nazioni Unite. La missione Unifil ha riferito che i propri caschi blu sono stati presi di mira da colpi d’arma da fuoco «probabilmente da gruppi armati non statali» durante tre pattugliamenti nei pressi delle basi nel Libano meridionale. «Due pattuglie hanno risposto al fuoco per autodifesa e, dopo brevi scambi, hanno ripreso le loro attività programmate». Nessun soldato compresi i nostri militari, sono rimasti feriti. Dal Libano arrivano intanto segnali di apertura diplomatica. «Speriamo di ottenere una svolta grazie all’iniziativa che abbiamo lanciato, volta a porre fine alle perdite quotidiane subite da tutti i libanesi», ha dichiarato il presidente Joseph Aoun riferendosi alla proposta di negoziati diretti con Israele. Il capo dello Stato ha commentato anche l’escalation militare dopo che l’Idf ha avviato «operazioni di terra mirate» contro le roccaforti di Hezbollah nel sud del Libano. «Nessuno si aspettava un’altra guerra da parte di altri sul nostro territorio», ha affermato Aoun, riferendosi al fronte aperto da Hezbollah il 2 marzo al fianco dell’Iran. «Lo Stato è l’unico garante della protezione di tutti», ha aggiunto, assicurando il proprio «impegno a ripristinare l’autorità statale su tutto il territorio libanese, a prescindere dagli ostacoli». Nel frattempo le autorità libanesi hanno reso noto che oltre un milione di persone risultano registrate come sfollate dall’inizio del conflitto tra Israele e Hezbollah. Secondo un comunicato ufficiale, il numero dei civili registrati su una piattaforma collegata al ministero degli Affari sociali ha raggiunto quota 1.049.328, di cui 132.742 ospitati in più di 600 rifugi collettivi. Il bilancio delle vittime continua inoltre ad aumentare. Secondo il ministero della Salute libanese, dall’inizio della campagna di bombardamenti israeliani del 2 marzo sono morte 886 persone. Tra queste figurano 67 donne, 111 bambini e 38 operatori sanitari, mentre 2.141 persone sono rimaste ferite.
Nel frattempo si riapre anche il dossier energetico legato ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Il governo israeliano starebbe valutando la possibilità di annullare l’intesa firmata nel 2022 con il Libano sulla delimitazione dei confini marittimi. «È un accordo orribile e illegittimo, quindi dal mio punto di vista dobbiamo agire e annullare questo accordo sul gas - ha dichiarato il ministro dell’Energia Eli Cohen. Sul piano internazionale emergono anche mosse diplomatiche da parte di alcuni governi. Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, infatti, hanno emesso una nota congiunta in cui chiedono «un impegno significativo da parte dei rappresentanti israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile. Sosteniamo fermamente le iniziative per facilitare i colloqui e sollecitiamo un’immediata de-escalation». Nel pomeriggio di ieri, alcuni detriti «alcuni detriti provocati da razzi intercettati in aria dai sistemi antimissile israeliani» sono caduti sulla base italiana di Shama, come ha reso noto la Difesa.
Gli Huthi minacciano l’altro Stretto
La promessa da parte del gruppo degli Huthi di un imminente ingresso in guerra a fianco dell’Iran potrebbe essere deflagrante, soprattutto a livello economico. Questi ribelli, che controllano circa metà del territorio dello Yemen, hanno già minacciato di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb, un braccio di mare che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa e che è l’unica via per il canale di Suez. Prima della tregua, questa tribù sciita alleata di Teheran aveva bersagliato di droni e razzi tutte le navi che avevano fatto rotta verso il canale, mettendo in crisi il traffico marittimo fra Asia ed Europa. Oggi gli Huthi potrebbero chiudere Bab el-Mandeb, arrivando a minare il fondale e così bloccando ogni tipo di imbarcazione diretta verso il Mediterraneo.
Da questo stretto passano circa 8,8 milioni di barili di petrolio ogni giorno e il 12% del traffico marittimo mondiale. Dopo le enormi difficoltà nello stretto di Hormuz, questa nuova mossa potrebbe far schizzare il prezzo del greggio a 120 dollari, secondo molti economisti. Una doppia strozzatura metterebbe il mondo davanti a una delle più gravi interruzioni del commercio energetico degli ultimi decenni. Da Hormuz transitano circa 20 milioni di barili di petrolio ogni giorno, quasi un quinto del consumo mondiale, e queste interruzioni combinate peserebbero fino ad un quarto dei flussi globali di greggio. I colossi del trasporto marittimo stanno già interrompendo il traffico navale nel Mar Rosso, puntando sulla circumnavigazione del continente africano, una mossa che allunga i tempi di consegna di 14-16 giorni e aumenta sensibilmente le spese di viaggio e assicurative.
L’Europa sarebbe ancora una volta la prima a pagarne le conseguenze immediate. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, alla riunione dei ministri degli Esteri, ha inizialmente parlato della possibilità di un cambiamento del mandato della missione Aspides per permetterle di agire nello stretto di Hormuz, ma alla conferenza stampa finale ha detto che non c’è interesse a cambiare il suo mandato. Quest’operazione navale, il cui comando è appena passato dall’Italia, era nata nell’aprile del 2024 per difendere le navi nel Mar Rosso dopo i primi attacchi degli Huthi. Aspides, dal greco antico aspís, che significa scudo, ha carattere difensivo e un mandato destinato a durare fino al 2027. Otto nazioni europee hanno dato la loro disponibilità a partecipare, fornendo tre navi da guerra e oltre 600 militari. La Marina italiana ha impegnato in questa operazione cacciatorpedinieri come la Caio Duilio o l’Andrea Doria e moderne fregate come la Virginio Fasan. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito che le missioni Aspides e Atalanta, nata per combattere la pirateria in Somalia, restano con il mandato che hanno, ma con l’auspicio di poterle rafforzare. E i suoi omologhi Ue, al vertice di ieri, hanno confermato il disinteresse per un’operazione a Hormuz.
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Donald Trump (Ansa)
Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo ai Paesi membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario. Lo stesso vale per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti del carbonio, mitigando così l’impatto di tali costi in un’ampia gamma di industrie ad alta intensità energetica. Attualmente, 16 Stati membri stanno già facendo ricorso a questo strumento. La Commissione», aggiunge Ursula, «rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo agli Stati membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario».
Evidentemente i burosauri di Bruxelles hanno capito che di fronte allo sconquasso energetico mondiale non potevano continuare a far finta di niente, e quindi la prima mossa è quella di allentare i vincoli finanziari. Ma non è tutto: come ha chiesto pochi giorni fa Giorgia Meloni in Parlamento, l’Europa è finalmente sul punto di iniziare a smantellare le allucinanti politiche green per sostenere l’economia, in particolare intervenendo sull’Ets, il sistema europeo di tassazione del carbonio, che il premier aveva sollecitato a rivedere: «Gli Ets», aveva scandito la Meloni lo scorso 10 marzo, «sono di fatto una tassa voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa tassa non la pagano. A livello europeo», aveva aggiunto la Meloni, «stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico». E Ursula si adegua: «Stiamo accelerando il lavoro sulla prossima revisione dell’Ets», scrive ancora il presidente della Commissione Ue, «in particolare per definire una traiettoria di decarbonizzazione più realistica oltre il 2030. La Commissione Ue adotterà a breve i benchmark dell’Ets, tenendo conto delle preoccupazioni espresse dall’industria. L’Ets resta uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale e deve essere adeguato alle nuove realtà. La Commissione», aggiunge la Von der Leyen, «presenterà inoltre una proposta per rafforzare la riserva di stabilità del mercato dell’Ets affinché possa affrontare in modo più efficace l’eccessiva volatilità dei prezzi e mantenerli sotto controllo nel breve termine».
L’incubo di un razionamento dell’energia, con inevitabile crollo definitivo della credibilità (quella che rimane) della Ue, sembra smuovere le acque. Ma se da questo lato dunque la Commissione sembra finalmente essere scesa da Marte, non altrettanto può dirsi sul fronte dell’energia proveniente dalla Russia. Con il settore energetico letteralmente in tilt, sono in tanti a chiedere di intervenire riaprendo i gasdotti e gli oleodotti con Mosca. Il premier belga Bart De Wever, non certo un estremista putiniano, in un’intervista al quotidiano L’Echo squarcia il velo dell’ipocrisia, sollecitando una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina e la riapertura dei canali con Mosca: «In privato», sostiene De Wever, «i leader europei sono d’accordo con me, ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Dobbiamo porre fine al conflitto nell’interesse dell’Europa, senza essere ingenui nei confronti di Putin. Allo stesso tempo, dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia e recuperare l’accesso all’energia a basso costo. È una questione di buon senso». Manco a dirlo, la Commissione si mette di traverso, anzi minaccia una ulteriore stretta: «La Commissione europea», afferma il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, al termine del Consiglio europeo sull’energia di ieri, «intende formulare una proposta per mettere al bando le importazioni di petrolio dalla Russia. Come sapete, al momento ci sono sanzioni e ci sono due Paesi, Ungheria e Slovacchia, che hanno deroghe. Formuleremo una proposta per cambiare questo. Tutti i Paesi devono prepararsi per questa situazione. In futuro non vogliamo comprare energia dalla Russia». Per il commissario, servono «più rinnovabili il più velocemente possibile» per «abbassare i prezzi dell’energia in Europa».
In Consiglio è emerso anche un dialogo italo-francese: fonti transalpine hanno fatto sapere che le loro proposte hanno suscitato «molto interesse da parte dei nostri vicini, in particolare degli italiani».
L’Ungheria non sosterrà l’adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia e di un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina fino a quando Kiev non riprenderà le operazioni di riparazione dell’oleodotto Druzhba, che trasporta greggio dalla Russia verso la stessa Ungheria e la Slovacchia attraverso l’Ucraina scandisce il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto: «Se un Paese ci impone un blocco petrolifero», sottolinea Szijjarto, «non può aspettarsi che noi appoggiamo alcuna decisione a suo favore qui a Bruxelles». «Ho appena avuto un incontro, stamattina (ieri, ndr), con gli ucraini», sottolinea Jorgensen, «e stanno lavorando il più duramente possibile per riparare l’oleodotto».
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