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2018-05-16
La rete di amicizie dell’antimafia militante
ANSA
La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori.
Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.
I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.
Fabio Amendolara
Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia
Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy.
C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga.
Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita.
Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato.
Alessandro Da Rold
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L'inchiesta su Antonello Montante ha sollevato il coperchio su un intreccio di rapporti che, partendo dai potentati siciliani, avrebbe coinvolto i vertici della politica, delle forze dell'ordine e degli 007. In cambio di favori e incarichi, si vendevano informazioni.In Confindustria c'è sempre meno spazio per Vincenzo Bocca. Il presidente aveva puntato su Matteo Renzi, poi il caso Sole 24 Ore, ora queste indagini. E i big lo mollano.Lo speciale contiene due articoli.La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori. Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/montante-alfano-cancellieri-2569122301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-futuro-della-confindustria-ce-sempre-meno-spazio-per-boccia" data-post-id="2569122301" data-published-at="1782051438" data-use-pagination="False"> Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy. C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga. Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita. Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato. Alessandro Da Rold
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis e il cantante Olly
Ovvero diversi soggetti vennero chiamati a fare un’offerta. Tra gli aggiudicatari ci fu anche la storica agenzia di eventi cittadina che l’attuale amministrazione ha estromesso dal bando per l’organizzazione dell’ultimo show di San Silvestro, secondo il Tar della Liguria in modo irregolare. Ma questa volta la Procura non sembra reattiva da par suo. Nessuna indagine in tempo reale (ormai il Capodanno è passato da quasi sette mesi). E anche giornali e tv non sembrano troppo interessati alla questione.
La Concertopoli denunciata dalla Verità con analisi delle sentenze della giustizia amministrativa e delle società vincitrici del bando non sembra appassionare i segugi del giornalismo investigativo locale, che non hanno dedicato neppure una riga alla storia della Rst events e della Ops eventi, due società controllate da Nicolò Sasso e Alessandro Orlando che a Genova ottengono affidamenti su affidamenti e organizzano quasi tutti gli eventi a cui partecipa da protagonista la sindaca Silvia Salis. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro consegnati a una coppia di ditte con un solo dipendente. C’è poi la questione degli impianti sportivi comunali concessi gratuitamente dall’amministrazione comunale, con conti non proprio floridi. Per esempio la consigliera Anna Orlando ha chiesto delucidazioni sull’utilizzo, quasi certamente a titolo gratuito, dello stadio Luigi Ferraris per i tre concerti di Olly. Show privati per cui 90.000 fan hanno pagato tra i 49 e gli 89 euro a biglietto. Sarebbe stato «regalato» agli organizzatori anche il palazzetto dello sport cittadino per un quadrangolare internazionale di pallavolo. In questo caso, sempre senza bando, l’amministrazione ha versato anche un contributo di 180.000 euro alla Fipav che, però, le partite le ha fatte pagare profumatamente (70 euro a biglietto, comprensivi della prevendita). Da approfondire anche la questione della lounge extralusso allestita per gli ospiti vip a margine dell’evento di Capodanno. Agli invitati sarebbe stato offerto il catering di uno chef stellato e un servizio di baby-sitting.
polemiche
Ma torniamo alla gara delle polemiche. In vista del Capodanno 2025 il Comune lancia un bando che mette sul piatto 740.000 euro per portare almeno un grande artista a Genova. La Duemilagrandieventi propone un ribasso del 7,5%, circa 55.000 euro in meno rispetto alla base d’asta e assicura di avere pronti Ghali, i Subsonica e Joan Thiel. «Tutti e tre insieme», chiarisce Paola Donati, socia e direttrice dell’azienda. La Rst dentro alla busta ha, invece, il nome dei Pinguini tattici nucleari e un ribasso dello 0,5% (il costo complessivo è di 736.000 euro). La commissione aggiudicatrice, formata dalla dirigente dell’Ufficio Grandi eventi, Monica Bocchiardo, (secondo le nostre fonti in ottimi rapporti con i titolari della Rst), da Pietro Toso e Cinzia Marino, però, prima dell’aggiudicazione, fa la cosiddetta verifica di congruità e chiede alle parti di esibire i contratti firmati dei cantanti. La Duemilagrandieventi presenta le mail intercorse con gli agenti degli artisti e si sente rispondere che tali comunicazioni «sono riconducibili a mere trattative preliminari e non a un impegno vincolante per l’artista». In mancanza del «contratto di ingaggio o di opzione», viene espresso «il giudizio di incongruità dell’offerta». E anche se, dopo l’esclusione, alla società viene concesso di presentare eventuali accordi, la Duemilagradieventi fa sapere che, a quel punto, «nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione».
Parte così il ricorso al Tar, che dà ragione alla Duemilagrandieventi. Secondo i giudici amministrativi «dalla piana esegesi» del disciplinare di gara «si evince chiaramente che l’esistenza dei contratti di ingaggio degli artisti era necessaria solo al momento dell’aggiudicazione e non nelle fasi anteriori, quindi neppure nell’ambito del subprocedimento di verifica di congruità dell’offerta che, notoriamente, precede l’aggiudicazione». In seguito all’annullamento della gara, il Comune ha fatto ricorso e, a ottobre, il Consiglio di Stato dovrà dire la parola definitiva sulla querelle.
scintille
La consigliera leghista Paola Bordilli chiede da tempo chiarezza: «La sindaca ha incontrato, nel corso del bando di gara, gli aggiudicatari finali? Quali problemi ha la Salis a rispondere a questa domanda che pongo da novembre? Perché, nonostante abbiamo segnalato la questione al prefetto, il sindaco tace quasi in disprezzo anche della autorità governativa?». Durante le presunte trattative, i Pinguini tattici nucleari avrebbero accettato di limare leggermente il proprio cachet e, quasi contestualmente, il Comune avrebbe garantito un contributo per favorire lo sbarco di Olly nell’impianto genovese. Che sarebbe stato concesso gratuitamente.
Visto che gli spettacoli sono stati organizzati dalle medesime società, la domanda sorge spontanea: il presunto sconto sul gruppo milanese è stato bilanciato dalla possibilità di utilizzare lo stadio? Secondo una nostra fonte, la sindaca, quando ha saputo della vittoria del pacchetto con Ghali, non avrebbe gradito la notizia e non lo avrebbe nascosto. L’esclusione della Duemilagrandieventi è una conseguenza di quel presunto mancato gradimento della prima cittadina?
veglione
Si tratta di questioni ancora tutte da verificare. Noi abbiamo provato a chiederlo agli organizzatori, ma non ci è stata data risposta. Ma se la gara di Capodanno e l’annullamento deciso dal Tar sembrano interessare stampa, politica e magistratura molto meno dell’organizzazione del Tricapodanno da parte della giunta di centrodestra, resta aperto un altro tema. Quello della presunta telefonata tra Sasso e l’agente dello spettacolo Cristina Lodi, a cui, in vista del Capodanno 2025, l’imprenditore avrebbe riferito che non sarebbe stata gradita la sua presenza alla conferenza stampa e all’evento vero e proprio per la sua vecchia candidatura nelle fila del centrodestra.
Una vicenda che Sasso non ha voluto commentare, ma su cui è intervenuta Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera (più votata) del Comune di Genova: «Quello capitato a Cristina Lodi è un episodio molto increscioso. Bene che sia rientrato con la posizione dell’amministrazione comunale. Visto che è diventato pubblico, sarebbe opportuna una chiara presa di posizione della sindaca, anche se sono certa che tutto sia rientrato. Nessuna figura professionale può essere penalizzata per il fatto di essersi candidata in una lista politica, che in questo caso era “Noi moderati Bucci Orgoglio Genova” da me guidata».
La Cavo ha, però, un altro appunto da fare: «Quello che non torna, in questo momento, è soprattutto la rassegna stampa del Comune di Genova. Nonostante parlino della nostra città, non sono presenti gli articoli della Verità che questa settimana ha pubblicato inchieste su accrediti, concerti, sport legati a Genova. Un giorno può capitare, ma difficile pensare a una svista ripetuta. Ne chiederemo conto con un’interrogazione perché non può esserci il minimo sospetto di censura. I concerti e i grandi eventi che riempiono piazze e attirano i giovani li abbiamo sempre sostenuti e li continueremo a sostenere insieme al rispetto per la stampa».
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