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2018-05-16
La rete di amicizie dell’antimafia militante
ANSA
La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori.
Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.
I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.
Fabio Amendolara
Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia
Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy.
C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga.
Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita.
Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato.
Alessandro Da Rold
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L'inchiesta su Antonello Montante ha sollevato il coperchio su un intreccio di rapporti che, partendo dai potentati siciliani, avrebbe coinvolto i vertici della politica, delle forze dell'ordine e degli 007. In cambio di favori e incarichi, si vendevano informazioni.In Confindustria c'è sempre meno spazio per Vincenzo Bocca. Il presidente aveva puntato su Matteo Renzi, poi il caso Sole 24 Ore, ora queste indagini. E i big lo mollano.Lo speciale contiene due articoli.La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori. Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/montante-alfano-cancellieri-2569122301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-futuro-della-confindustria-ce-sempre-meno-spazio-per-boccia" data-post-id="2569122301" data-published-at="1777590339" data-use-pagination="False"> Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy. C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga. Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita. Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato. Alessandro Da Rold
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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