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2018-05-16
La rete di amicizie dell’antimafia militante
ANSA
La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori.
Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.
I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.
Fabio Amendolara
Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia
Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy.
C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga.
Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita.
Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato.
Alessandro Da Rold
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L'inchiesta su Antonello Montante ha sollevato il coperchio su un intreccio di rapporti che, partendo dai potentati siciliani, avrebbe coinvolto i vertici della politica, delle forze dell'ordine e degli 007. In cambio di favori e incarichi, si vendevano informazioni.In Confindustria c'è sempre meno spazio per Vincenzo Bocca. Il presidente aveva puntato su Matteo Renzi, poi il caso Sole 24 Ore, ora queste indagini. E i big lo mollano.Lo speciale contiene due articoli.La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori. Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/montante-alfano-cancellieri-2569122301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-futuro-della-confindustria-ce-sempre-meno-spazio-per-boccia" data-post-id="2569122301" data-published-at="1782321999" data-use-pagination="False"> Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy. C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga. Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita. Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato. Alessandro Da Rold
iStock
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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