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2018-05-16
La rete di amicizie dell’antimafia militante
ANSA
La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori.
Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.
I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.
Fabio Amendolara
Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia
Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy.
C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga.
Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita.
Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato.
Alessandro Da Rold
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L'inchiesta su Antonello Montante ha sollevato il coperchio su un intreccio di rapporti che, partendo dai potentati siciliani, avrebbe coinvolto i vertici della politica, delle forze dell'ordine e degli 007. In cambio di favori e incarichi, si vendevano informazioni.In Confindustria c'è sempre meno spazio per Vincenzo Bocca. Il presidente aveva puntato su Matteo Renzi, poi il caso Sole 24 Ore, ora queste indagini. E i big lo mollano.Lo speciale contiene due articoli.La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori. Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/montante-alfano-cancellieri-2569122301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-futuro-della-confindustria-ce-sempre-meno-spazio-per-boccia" data-post-id="2569122301" data-published-at="1779095726" data-use-pagination="False"> Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy. C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga. Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita. Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato. Alessandro Da Rold
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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