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2018-05-16
La rete di amicizie dell’antimafia militante
ANSA
La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori.
Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.
I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.
Fabio Amendolara
Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia
Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy.
C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga.
Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita.
Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato.
Alessandro Da Rold
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L'inchiesta su Antonello Montante ha sollevato il coperchio su un intreccio di rapporti che, partendo dai potentati siciliani, avrebbe coinvolto i vertici della politica, delle forze dell'ordine e degli 007. In cambio di favori e incarichi, si vendevano informazioni.In Confindustria c'è sempre meno spazio per Vincenzo Bocca. Il presidente aveva puntato su Matteo Renzi, poi il caso Sole 24 Ore, ora queste indagini. E i big lo mollano.Lo speciale contiene due articoli.La rete trasversale di relazioni che il cavaliere Calogero Antonio Montante detto Antonello, l'ex presidente di Confindustria Sicilia dipinto dai magistrati come un Giano Bifronte, era riuscito a intessere da ex paladino dell'antimafia, non è riuscita a proteggerlo dall'inchiesta in cui si ipotizza che è un concorrente esterno di Cosa nostra. Lui, però, fino a un certo punto, grazie a spiate, soffiate e dossier, si è sentito un intoccabile. Uno che agli occhi dei siciliani era a metà tra un personaggio da Gattopardo e un professionista dell'antimafia. Diventare uno che in Sicilia conta in molti ambienti non è facile. Ci si riesce solo con gli appoggi giusti. E Montante, stando alla storia raccontata dalle oltre 2.500 pagine dell'inchiesta di Caltanissetta, gli appoggi li aveva cercati. Ad esempio con ministri dell'Interno del calibro di Annamaria Cancellieri e Angelino Alfano. Con vertici dei servizi segreti come il generale Arturo Esposito (direttore dell'Aisi dal 2012 al 2016, indicato come «parte integrante del circuito relazionale» di Montante) e Valerio Blengini, vicedirettore dell'Aisi promosso dall'uscente governo Renzi, già in stretti rapporti con l'ex Rottamatore (quando Blengini era capocentro dei servizi a Firenze e Renzi era sindaco) e con l'imprenditore Marco Carrai. Con gli investigatori beccati a passare confidenze: stando all'inchiesta, la dirigente della Squadra mobile che riferiva al suo superiore Andrea Grassi del Servizio centrale operativo, che a sua volta lo diceva in un orecchio al caporeparto del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, che poi le faceva arrivare a chi era ai vertici: Esposito. E da lì, dritte dritte, le notizie utili arrivavano - secondo l'accusa - all'ex presidente del Senato Renato Schifani. C'era lui al giro di boa che rimetteva le informazioni sulla via siciliana: da Schifani al tributarista Angelo Cuva, poi al colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata (capocentro Dia a Palermo ed ex uomo dell'Aisi) che, quindi, le consegnava al cavalier Montante. Era sempre disponibile, il cavaliere. Pronto ad assumere i parenti degli uomini da avvicinare. Come la figlia dell'ex questore di Palermo Giuseppe Caruso (ex direttore dell'Agenzia per i beni confiscati) che, dopo un appuntamento annotato da Montante sulla sua fittissima agenda, riesce a passare dalla cassa integrazione a uno stipendio triplicato. E, stando al racconto di Marco Venturi (ex assessore della Regione Sicilia un tempo amico di Montante e ora diventato suo grande accusatore), come i figli del procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona, il primo alla Regione, il secondo alla Camera di commercio. L'elenco dei questuanti delle forze dell'ordine e della politica che hanno fatto richieste a Montante è lungo: c'è il generale Leonardo Gallitelli, comandante generale dell'Arma, il generale Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione carabinieri Toscana e finito nell'inchiesta Consip per rivelazione del segreto d'ufficio, l'ex capo della polizia Antonio Manganelli e il suo vice Francesco Cirillo, il generale della Finanza Michele Adinolfi. Le entrature ai massimi livelli nelle Fiamme gialle eranto tante. E anche le relazioni con i vertici della Dia vengono segnalate dagli investigatori. Dalle loro fonti, Montante e i suoi sodali otteneva soffiate. Come quella che ha avvisato il cavaliere che il suo ex amico Venturi aveva vuotato il sacco davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Lui, in dialetto siciliano, l'ha liquidata così: «In Commissione antimafia non c'è nenti di segretu». Quando le informazioni erano difficili da reperire, invece, veniva inviato qualcuno in missione: è documentato un incontro di Blengini con il questore di Caltanissetta Bruno Megale, «che tenta di sfruttare il rapporto di conoscenza ultradecennale» per ottenere notizie sull'inchiesta. Blengini, «attivato per esplicita direttiva del generale Esposito», però, arriva già troppo informato e si becca un «niet». Viene liquidato con frasi di circostanza e in più finisce in una relazione di servizio con cui Megale mette agli atti la vicenda.I rapporti con i governatori Rosario Crocetta, per la campagna elettorale del quale - stando alle accuse - sarebbero arrivate richieste di fondi neri per mezzo dell'ex senatore del Pd Beppe Lumia, e Totò Cuffaro, che stando alle intercettazioni di Giuseppe Tobia, presidente del tennis club di Caltanissetta, avrebbe ricevuto buste di soldi per 800.000 euro, chiudono il cerchio. Cuffaro le ha bollate come «farneticazioni». Crocetta, invece, per Montante era un «cretino di dimensioni cosmiche». Aveva azzerato l'ufficio stampa della Regione Sicilia. E questo per il cavaliere, che i rapporti con i giornali li teneva a cuore, era una follia. Per mantenerli aveva un infallibile metodo: inondarli di pubblicità. «Così non rompono i coglioni». Con poche parole descrive bene la sua idea: «È pazzesco, un governo si mantiene con la comunicazione. Renzi risolve indirettamente… pirchì Renzi duna i soldi… a… ai giornali». Come? Tramite «l'Eni, con le Poste, con Finmeccanica, con l'Enel... perché... sono le sue società... ci fa dare sponsorizzazioni». Tutte annotate sull'agenda. Come gli appuntamenti: «Avrei telefonato o ricevuto Carrai che è stato prorogato, quel figlio di puttana ha in mano tutto del figlio di Napolitano. Io avrei sollecitato un incontro a Firenze. Poi Adinolfi chiederebbe se Alfano mi avrebbe riferito qualcosa». Appunti criptici, che risalgono al 6 febbraio 2014, nei quali Montante appare preoccupato. Al pari di D'Agata e dei suoi sodali per la storia delle intercettazioni del presidente emerito Giorgio Napolitano con l'ex senatore Nicola Mancino. Su quelle conversazioni i vertici dello Stato ingaggiarono una battaglia, vinta, con la Procura di Palermo, la quale fu costretta a distruggerle. Ma forse qualche copia è rimasta in circolazione. O almeno questo è ciò che si evince dalle carte dell'inchiesta. Infatti quando l'ex pm Antonio Ingroia rilascia un'intervista al nostro Giacomo Amadori sulla sua intenzione di svelare in un romanzo il contenuto di quelle conversazioni, il ministero della Giustizia ordina un'ispezione. D'Agata, che aveva coordinato gli investigatori che eseguirono le intercettazioni, sembra molto agitato e parla con la moglie dell'articolo che ha conservato. Cerca di ricordare che cosa potesse aver detto al telefono sull'argomento, temendo di essere stato intercettato. La consorte lo prepara a un eventuale interrogatorio, ma lui non si tranquillizza e le fa notare «che altri avevano dichiarato che egli sapesse bene della pen drive sulla quale erano stati riversati i files audio delle intercettazioni per consentirne l'ascolto ai magistrati». Una chiavetta a cui i magistrati stanno probabilmente dando la caccia.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/montante-alfano-cancellieri-2569122301.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-futuro-della-confindustria-ce-sempre-meno-spazio-per-boccia" data-post-id="2569122301" data-published-at="1779731091" data-use-pagination="False"> Nel futuro della Confindustria c’è sempre meno spazio per Boccia Non c'è solo il caso Montante - nel senso di Antonio Calogero ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato due giorni fa - a creare malumori e imbarazzi in viale dell'Astronomia a Roma. Il prossimo 23 maggio è prevista un'assemblea dove il presidente Vincenzo Boccia dovrà fare un bilancio dei suoi due anni di mandato. Sono le cosiddette midterm confindustriali, il giro di boa in cui gli industriali del Bel Paese, dovranno confrontarsi in vista del rinnovo dei vertici nel 2020. In teoria potrebbe essere l'occasione per cambiare qualche vicepresidente e lanciare qualche nuova offerta programmatica. Ma l'aria che tira non è delle migliori. Anzi. Dopo una settimana non è ancora stata smaltita la scelta di Luxottica di uscire dalle associazioni di Confindustria, da Belluno a Torino fino a Treviso, dove ci sono gli stabilimenti della storica azienda di Leonardo Del Vecchio, fiore all'occhiello del Made in Italy. C'è un problema di rappresentanza sociale non indifferente, ha sottolineato anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, una criticità che va impattare anche sui conti della Confindustria bellunese per esempio - ma che soprattutto sancisce, dopo l'uscita già clamorosa della Fiat di Sergio Marchionne, che il partito di Confindustria conta molto meno che in passato. La voce degli industriali appare spenta, nemmeno paragonabile a quella delle presidenze di Giorgio Squinzi o dei suoi predecessori. Non solo. Del Vecchio al contrario di Marchionne esce senza polemica, ma lascia una ferita profonda di immagine per la confederazione, sia dal punto di vista associativo sia da quello politico. Per di più Boccia perde rappresentanza nel Nordest, nelle valli della Padania cara al vecchio leader leghista Umberto Bossi, dove la Lega di Matteo Salvini è ormai una maggioranza schiacciante, quasi di governo, tra Veneto e Lombardia, dopo aver vinto anche il Friuli Venezia Giulia con Massimiliano Fedriga. Di sicuro non ha aiutato la scommessa dell'attuale presidenza sul referendum istituzionale perso dall'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel 2016. La scelta renziana da parte di Boccia si è rivelata perdente. E adesso Confindustria ha meno mordente sulle prossime scelte di governo. Non a caso proprio ieri l'imprenditore salernitano è stato sibillino sulle trattative di governo tra il leader del M5s, Luigi Di Maio, e Salvini. «Lo stallo sul governo potrebbe creare problemi a lungo termine all'economia ma ora è presto per dirlo», ha spiegato, invitando i due «a non toccare il Jobs Act». Parole rimaste lì, a cui grillini e leghisti non hanno dato troppo ascolto. Del resto Boccia in questi due anni ha perso credibilità soprattutto per la vicenda del Sole 24 Ore, il quotidiano di viale Monterosa a Milano travolto da inchieste della magistratura e guerre interne, ricapitalizzato lo scorso anno, ma soprattutto ancora in perdita. Le scelte della presidenza sulla nomina del presidente Giorgio Fossa e dell'amministratore delegato Franco Moscetti non stanno dando i risultati sperati. Sui destini del Sole 24 Ore proprio Boccia aveva posto la sua fiducia nel settembre del 2016. Ma ora la situazione è ancora fuori controllo. Si mormora che Luigi Abete, consigliere di amministrazione, abbia chiesto un aiuto persino all'Abi (Associazione bancaria italiana), non ricevendo alcuna risposta in cambio. In viale dell'Astronomia qualcuno vorrebbe la testa di Moscetti e Fossa, alcuni persino dello stesso direttore Guido Gentili. Ma chi vuole prendersi in mano questa situazione, coi conti in questo stato? Per di più si dice che il direttore generale Marcella Panucci, sempre più incisiva, voglia portare come direttore Claudio Cerasa, ora al Foglio. Di diverso avviso Francesco Caltagirone e lo stesso Boccia, più propensi a incaricare Mario Orfeo, direttore generale della Rai in uscita. E pensare che mancano solo due anni alla scadenza del mandato. Alessandro Da Rold
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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