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2025-06-17
Il Mondiale per Club entra nel vivo: bene le europee, ma occhio alle sudamericane
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Ansa
Oltre alla prevedibile goleada del Bayern Monaco contro la favola neozelandese dell’Auckland City, buoni esordi per Psg (travolto 4-0 l’Atletico Madrid) e Chelsea (2-0 al Los Angeles Fc). Il Boca Juniors (senza Cavani) ha pareggiato 2-2 con il Benfica (espulso Belotti). Oggi è il giorno dell’Inter, in campo a Pasadena contro il Monterrey. Domani tocca alla Juve contro l’Al-Ain.
Siamo solo al terzo giorno del nuovo Mondiale per club, ma i primi segnali parlano chiaro: le squadre europee, fresche di successi continentali, sono arrivate negli Stati Uniti con un chiaro obiettivo, vincere, fare più strada possibile nel torneo milionario della Fifa e assicurarsi una buona fetta di premi, oltre che di gloria. E lo stanno dimostrando sul campo. A partire dal Paris Saint-Germain, che ha inaugurato il torneo con lo stesso strapotere visto nella finale di Champions League dello scorso 31 maggio a Monaco di Baviera, dove travolse l’Inter 5-0. La squadra di Luis Enrique ha replicato contro l’Atlético Madrid con un secco 4-0 che la candida già a favorita assoluta per la conquista del titolo. A proposito di goleade, ancora più eclatante è stato il 10-0 rifilato dal Bayern Monaco all’Auckland City, compagine dilettantistica neozelandese inserita nello stesso girone di Boca Juniors e Benfica, che si sono affrontate ieri all’Hard Rock Stadium di Miami pareggiando 2-2.
Una sconfitta così pesante, però, non cancella la straordinaria storia dell’Auckland City, che merita di essere raccontata. Con sede nei sobborghi di North Shore, alla periferia di Auckland, il club rappresenta la quintessenza del calcio dilettantistico: tutti i suoi giocatori studiano o lavorano a tempo pieno, alternando allenamenti serali a una vita fatta di sveglie all’alba, turni in magazzino, vendite porta a porta e riunioni in ufficio. Come raccontato dalla Cnn, il capitano Mario Ilich, per esempio, è rappresentante di vendita per la Coca Cola: la sua giornata tipo inizia alle 5 del mattino in palestra, prosegue in ufficio dalle 8 alle 17 e si chiude con due ore di allenamento prima di rientrare a casa alle 21. Stesso copione per il portiere Conor Tracey, impiegato in un’azienda veterinaria, costretto spesso a fare i conti con infortuni dovuti alla natura fisica del suo lavoro. Il club si è guadagnato la qualificazione alla Coppa del Mondo vincendo l’Oceania Champions League, ed è l’unico rappresentante del continente. Quando il sorteggio ha decretato il loro inserimento in un girone con Bayern Monaco, Benfica e Boca Juniors, i giocatori e lo staff tecnico si sono radunati negli spogliatoi alle sei del mattino e sono partiti abbracci e lacrime: «È il tabellone dei sogni», ha raccontato Tracey. «Ci misuriamo con squadre piene di campioni del mondo, contro cui probabilmente non giocheremo mai più». Una storia che sembra uscita da una sceneggiatura di Hollywood - tanto per restare in tema Usa - e che rende ancora più poetica, pur nella disfatta, la loro presenza in questo torneo.
Tra le big d’Europa ha ben figurato anche il Chelsea di Enzo Maresca, reduce dalla vittoria in Conference League contro il Betis. I Blues hanno battuto 2-0 il Los Angeles FC, ex squadra di Giorgio Chiellini, oggi dirigente della Juventus, attesa mercoledì a Washington (alle 3 del mattino italiane) dal debutto contro gli emiratini dell’Al-Ain. 24 ore prima toccherà invece alla nuova Inter guidata da Christian Chivu: al Rose Bowl di Los Angeles - lo stadio di Pasadena in cui l’Italia perse la finale mondiale del 1994 contro il Brasile - i nerazzurri affronteranno il Monterrey, club messicano che annovera tra le sue fila un Sergio Ramos ancora affamato. Attesa anche per gli esordi di Real Madrid e Manchester City, rispettivamente contro l’Al-Hilal di Simone Inzaghi e contro i marocchini del Wydad Casablanca.
Se da una parte il dominio europeo è fin qui evidente, dall’altra l’unica reale alternativa sembra arrivare dal Sudamerica. Le brasiliane in particolare stanno confermando ambizioni e qualità. Il Palmeiras, pur fermato sullo 0-0 dal Porto, resta una delle squadre più esperte e solide del torneo. Il Botafogo dell’ex interista Joaquin Correa ha superato 2-1 i Seattle Sounders, mentre il Flamengo ha superato agevolmente l’Esperance di Tunisi. Oggi tocca anche al Fluminense, campione della Libertadores 2024, impegnato contro il Borussia Dortmund. Capitolo Argentina. Il Boca Juniors, pur sempre iconico, non è più quello dei tempi di Martin Palermo e Carlos Tevez, e in questo torneo deve fare a meno anche di Edinson Cavani: contro il Benfica si è fatto rimontare da 2-0 a 2-2 nonostante la superiorità numerica per l’espulsione di Belotti e ha subito anche la beffa dei gol segnato dai due argentini della squadra portoghese, Angel Di Maria e Nicolás Otamendi, quest’ultimo fischiatissimo da inizio a fine partita dai tifosi Xeneize presenti sugli spalti dell’Hard Rock Stadium in quanto dichiarato tifoso del River Plate. River Plate di Marcelo Gallardo, che potrà contare sul talento più chiacchierato del calcio argentino e non solo: Franco Mastantuono, 17 anni, protagonista con un gol da cineteca nel Superclásico e già acquistato dal Real Madrid per una cifra record di 72,6 milioni di dollari, la cessione più costosa nella storia del calcio argentino. Il River debutterà oggi contro i giapponesi dell’Urawa Red Diamonds, nel gruppo dell’Inter.
A dare un primo segnale, però, è anche l’ambiente. Dopo l’esordio tra Inter Miami e Al Ahly, che ha inaugurato il torneo con una cerimonia in grande stile e uno stadio quasi pieno (60.927 spettatori su 65.326 posti disponibili), la percezione, almeno qui a Miami, è che si faccia fatica a riempire davvero gli spalti. E se i tifosi egiziani si sono fatti sentire più di quelli «di casa» - per lo più curiosi attratti dalla presenza di Messi - è stato solo il Boca Juniors, oggi, a portare il vero clima da Coppa del Mondo, con migliaia di supporter arrivati in massa in Florida. Una passione che si è vista anche a New York, dove i tifosi del Palmeiras hanno colorato Times Square alla vigilia del debutto. Ma sono eccezioni, rese possibili dalla vicinanza geografica e dalla potenza simbolica di alcuni club sudamericani. Per il resto, il rischio è che questa Coppa del Mondo per club resti uno spettacolo per pochi: affascinante, moderno, tecnologico, ma privo dell’anima che solo i tifosi sanno dare. Va bene l’innovazione, va bene lo show all'americana, con luci, effetti speciali e musica a tutto volume, ma il calcio resta un fatto popolare. E se per un Mondiale delle nazionali i tifosi che sentono il senso di appartenenza per il proprio Paese riempiono gli stadi in ogni angolo del mondo, per una partita di un club, come possono essere per esempio Juventus o Inter, fuori dall’Europa, è più difficile mobilitare le masse. Ecco allora che la Fifa, se vuole davvero far crescere questo torneo, dovrà capire come affiancare al prodotto-spettacolo il coinvolgimento autentico dei tifosi.
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Oltre alla prevedibile goleada del Bayern Monaco contro la favola neozelandese dell’Auckland City, buoni esordi per Psg (travolto 4-0 l’Atletico Madrid) e Chelsea (2-0 al Los Angeles Fc). Il Boca Juniors (senza Cavani) ha pareggiato 2-2 con il Benfica (espulso Belotti). Oggi è il giorno dell’Inter, in campo a Pasadena contro il Monterrey. Domani tocca alla Juve contro l’Al-Ain.Siamo solo al terzo giorno del nuovo Mondiale per club, ma i primi segnali parlano chiaro: le squadre europee, fresche di successi continentali, sono arrivate negli Stati Uniti con un chiaro obiettivo, vincere, fare più strada possibile nel torneo milionario della Fifa e assicurarsi una buona fetta di premi, oltre che di gloria. E lo stanno dimostrando sul campo. A partire dal Paris Saint-Germain, che ha inaugurato il torneo con lo stesso strapotere visto nella finale di Champions League dello scorso 31 maggio a Monaco di Baviera, dove travolse l’Inter 5-0. La squadra di Luis Enrique ha replicato contro l’Atlético Madrid con un secco 4-0 che la candida già a favorita assoluta per la conquista del titolo. A proposito di goleade, ancora più eclatante è stato il 10-0 rifilato dal Bayern Monaco all’Auckland City, compagine dilettantistica neozelandese inserita nello stesso girone di Boca Juniors e Benfica, che si sono affrontate ieri all’Hard Rock Stadium di Miami pareggiando 2-2.Una sconfitta così pesante, però, non cancella la straordinaria storia dell’Auckland City, che merita di essere raccontata. Con sede nei sobborghi di North Shore, alla periferia di Auckland, il club rappresenta la quintessenza del calcio dilettantistico: tutti i suoi giocatori studiano o lavorano a tempo pieno, alternando allenamenti serali a una vita fatta di sveglie all’alba, turni in magazzino, vendite porta a porta e riunioni in ufficio. Come raccontato dalla Cnn, il capitano Mario Ilich, per esempio, è rappresentante di vendita per la Coca Cola: la sua giornata tipo inizia alle 5 del mattino in palestra, prosegue in ufficio dalle 8 alle 17 e si chiude con due ore di allenamento prima di rientrare a casa alle 21. Stesso copione per il portiere Conor Tracey, impiegato in un’azienda veterinaria, costretto spesso a fare i conti con infortuni dovuti alla natura fisica del suo lavoro. Il club si è guadagnato la qualificazione alla Coppa del Mondo vincendo l’Oceania Champions League, ed è l’unico rappresentante del continente. Quando il sorteggio ha decretato il loro inserimento in un girone con Bayern Monaco, Benfica e Boca Juniors, i giocatori e lo staff tecnico si sono radunati negli spogliatoi alle sei del mattino e sono partiti abbracci e lacrime: «È il tabellone dei sogni», ha raccontato Tracey. «Ci misuriamo con squadre piene di campioni del mondo, contro cui probabilmente non giocheremo mai più». Una storia che sembra uscita da una sceneggiatura di Hollywood - tanto per restare in tema Usa - e che rende ancora più poetica, pur nella disfatta, la loro presenza in questo torneo.Tra le big d’Europa ha ben figurato anche il Chelsea di Enzo Maresca, reduce dalla vittoria in Conference League contro il Betis. I Blues hanno battuto 2-0 il Los Angeles FC, ex squadra di Giorgio Chiellini, oggi dirigente della Juventus, attesa mercoledì a Washington (alle 3 del mattino italiane) dal debutto contro gli emiratini dell’Al-Ain. 24 ore prima toccherà invece alla nuova Inter guidata da Christian Chivu: al Rose Bowl di Los Angeles - lo stadio di Pasadena in cui l’Italia perse la finale mondiale del 1994 contro il Brasile - i nerazzurri affronteranno il Monterrey, club messicano che annovera tra le sue fila un Sergio Ramos ancora affamato. Attesa anche per gli esordi di Real Madrid e Manchester City, rispettivamente contro l’Al-Hilal di Simone Inzaghi e contro i marocchini del Wydad Casablanca.Se da una parte il dominio europeo è fin qui evidente, dall’altra l’unica reale alternativa sembra arrivare dal Sudamerica. Le brasiliane in particolare stanno confermando ambizioni e qualità. Il Palmeiras, pur fermato sullo 0-0 dal Porto, resta una delle squadre più esperte e solide del torneo. Il Botafogo dell’ex interista Joaquin Correa ha superato 2-1 i Seattle Sounders, mentre il Flamengo ha superato agevolmente l’Esperance di Tunisi. Oggi tocca anche al Fluminense, campione della Libertadores 2024, impegnato contro il Borussia Dortmund. Capitolo Argentina. Il Boca Juniors, pur sempre iconico, non è più quello dei tempi di Martin Palermo e Carlos Tevez, e in questo torneo deve fare a meno anche di Edinson Cavani: contro il Benfica si è fatto rimontare da 2-0 a 2-2 nonostante la superiorità numerica per l’espulsione di Belotti e ha subito anche la beffa dei gol segnato dai due argentini della squadra portoghese, Angel Di Maria e Nicolás Otamendi, quest’ultimo fischiatissimo da inizio a fine partita dai tifosi Xeneize presenti sugli spalti dell’Hard Rock Stadium in quanto dichiarato tifoso del River Plate. River Plate di Marcelo Gallardo, che potrà contare sul talento più chiacchierato del calcio argentino e non solo: Franco Mastantuono, 17 anni, protagonista con un gol da cineteca nel Superclásico e già acquistato dal Real Madrid per una cifra record di 72,6 milioni di dollari, la cessione più costosa nella storia del calcio argentino. Il River debutterà oggi contro i giapponesi dell’Urawa Red Diamonds, nel gruppo dell’Inter.A dare un primo segnale, però, è anche l’ambiente. Dopo l’esordio tra Inter Miami e Al Ahly, che ha inaugurato il torneo con una cerimonia in grande stile e uno stadio quasi pieno (60.927 spettatori su 65.326 posti disponibili), la percezione, almeno qui a Miami, è che si faccia fatica a riempire davvero gli spalti. E se i tifosi egiziani si sono fatti sentire più di quelli «di casa» - per lo più curiosi attratti dalla presenza di Messi - è stato solo il Boca Juniors, oggi, a portare il vero clima da Coppa del Mondo, con migliaia di supporter arrivati in massa in Florida. Una passione che si è vista anche a New York, dove i tifosi del Palmeiras hanno colorato Times Square alla vigilia del debutto. Ma sono eccezioni, rese possibili dalla vicinanza geografica e dalla potenza simbolica di alcuni club sudamericani. Per il resto, il rischio è che questa Coppa del Mondo per club resti uno spettacolo per pochi: affascinante, moderno, tecnologico, ma privo dell’anima che solo i tifosi sanno dare. Va bene l’innovazione, va bene lo show all'americana, con luci, effetti speciali e musica a tutto volume, ma il calcio resta un fatto popolare. E se per un Mondiale delle nazionali i tifosi che sentono il senso di appartenenza per il proprio Paese riempiono gli stadi in ogni angolo del mondo, per una partita di un club, come possono essere per esempio Juventus o Inter, fuori dall’Europa, è più difficile mobilitare le masse. Ecco allora che la Fifa, se vuole davvero far crescere questo torneo, dovrà capire come affiancare al prodotto-spettacolo il coinvolgimento autentico dei tifosi.
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
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