True
2022-09-05
Cinquant'anni fa, il massacro delle Olimpiadi di Monaco
True
Uno dei terroristi durante le trattative il 5 settembre 1972 (Getty Images)
Poco prima dell’alba del 5 settembre 1972 sulla cancellata del «Kusoczinskidamm», la residenza olimpica degli atleti israeliani a Monaco di Baviera, otto figure con il volto coperto da passamontagna si arrampicavano protette dal buio che ancora avvolgeva il villaggio olimpico. Pochi istanti più tardi Moshe Weinberg, allenatore della squadra olimpica israeliana di wrestling, sentì un rumore provenire dall’esterno e si mise con la sua imponente mole a protezione della porta d’ingresso. Afferrato un coltello da cucina, il coach affrontò il primo dei terroristi palestinesi, Luttif Afif, mandandolo al tappeto con un violentissimo pugno. Pur ferito nella colluttazione che seguì, Weinberg fu in grado di mettere ko un altro terrorista prima di essere ucciso da una raffica di mitra. Il suo corpo fu prelevato e gettato dalla finestra nella sottostante Connollystrasse. Il più sanguinoso attacco terroristico ad un’olimpiade cominciò poco dopo le 4:30 del mattino. Anche un altro atleta israeliano tentò di reagire. Yosef Romano, nato a Bengasi da una famiglia di ebrei italiani e veterano della guerra dei sei giorni, era un campione di sollevamento pesi. Quando i terroristi irruppero nell’appartamento n.1 reagì come il collega Weinberg, colpendo al volto con un coltello Afif Ahmed Hamid, al quale riuscirà per qualche istante a sottrarre il kalashnikov. Morì anch’egli crivellato dai colpi delle armi automatiche dei fedayn. Alle 5 del mattino, il commando palestinese rivendicò l’assalto con la sigla «Settembre Nero» e chiese un riscatto per i nove ostaggi rimasti nelle loro mani. La richiesta fu la liberazione di 234 prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane e di alcuni membri del gruppo di terroristi rossi tedeschi «Bader-Meinhof». Cominciava la dolorosa trattativa con le autorità della Germania Ovest, mentre tutto il mondo assisteva con il fiato sospeso alla tragedia.
Perché «Settembre Nero» colpì a Monaco
L’attacco agli atleti israeliani da parte del gruppo terroristico dei fedayn palestinesi fu una conseguenza degli esiti della guerra dei sei giorni del 1967. Con la sconfitta giordana, l’Olp di Arafat ne aveva penetrato i confini creando un caposaldo per attaccare direttamente obiettivi in Israele. In seguito ad una serie di attentati per mano degli uomini del Fplp (Fronte per la Liberazione della Palestina) re Hussein di Giordania si rivolse per un intervento militare dapprima agli Inglesi (che declinarono) quindi agli Stati Uniti del Segretario di Stato Henry Kissinger, che suggerì a Richard Nixon l’opzione di un intervento diretto da parte di Israele con l’appoggio del Pentagono. Alla minaccia di intervento di Tel Aviv, la situazione in Giordania si aggravò, con la Siria di Assad (padre) che scelse di colpire la Giordania in quanto aveva cercato appoggio dal nemico israeliano. Dopo una serie di scontri in cui Assad fece l’errore di non impiegare l’aviazione, l’esercito giordano fu in grado di respingere i Siriani e di colpire mortalmente i membri dell’Olp che si trovavano nel territorio nazionale. I superstiti palestinesi si trasferirono così in Libano, dove posero le basi per la successiva guerra, reclutando terroristi nei campi profughi come quello di Shatila. Il cessate il fuoco tra le parti fu siglato al Cairo il 27 settembre 1970. Il mese in cui gli accordi furono firmati, ispirò il nome al gruppo terroristico palestinese che colpirà Monaco due anni più tardi.
Secondo il Dipartimento di Stato americano, «Settembre Nero» era un ramo di Fatah (il braccio politico dell’Olp) e a sua volta braccio armato dell’organizzazione per la liberazione palestinese. Dal 1970 gli esuli in Libano cacciati dalla Giordania e dall’Egitto non ebbero più il territorio israeliano come obiettivo territoriale confinante. Da qui la scelta di colpire obiettivi israeliani nel mondo. Un esempio, prima del massacro di Monaco di Baviera, fu l’attentato compiuto nel settembre 1970 presso l’aeroporto giordano di Dawson Field dove i terroristi presero in ostaggio cinque aerei di linea (El-Al, Swissair, Twa, Pan Am e Boac) e li fecero esplodere dopo aver liberato i passeggeri.
Le trattative, gli errori tedeschi, la strage all’aeroporto
Alla richiesta dei terroristi palestinesi, le parti in causa reagirono in modo tutt’altro che armonico. Da una parte le forze dell’ordine tedesche fecero leva sulla costituzione della Germania Ovest che riponeva la totale responsabilità delle operazioni alla polizia di Monaco. Dall’altra parte le autorità israeliane proposero inizialmente l’intervento di un corpo dell’esercito altamente specializzato nel recupero degli ostaggi, il «Sayeret», che inizialmente il cancelliere Willy Brandt scelse di far intervenire, salvo poi negare l’intervento per la reazione negativa delle autorità bavaresi. Al corto circuito contribuirono l’assoluta contrarietà del primo ministro israeliano Golda Meir ad ogni tipo di trattativa con i terroristi e il rifiuto del governo egiziano a collaborare con Bonn nell’ipotesi di bloccare i terroristi una volta atterrati al Cairo con l’aereo che avevano richiesto durante le trattative per l’evacuazione protetta dal territorio tedesco. L’impasse e la corsa contro il tempo fecero da volano ad una serie di errori fatali nella gestione degli eventi da parte delle autorità di Monaco. Le richieste dei terroristi di potersi imbarcare per il Cairo assieme ai nove atleti in ostaggio furono assecondate. I negoziatori riuscito a convincere i terroristi sulla migliore scelta della base militare di Fürstenfeldbruck sulla cui pista avrebbe atteso un Boeing 727 Lufthansa pronto ad imbarcarli. Per il trasferimento all’aeroporto furono usati due elicotteri ed i terroristi, che sospettavano un’azione immediata dopo l’uscita dal villaggio olimpico, si fecero trasferire assieme agli ostaggi da un minibus. La tragedia si compirà sulla pista di Fürstenfeldbruck, dove il capo delle operazioni Georg Wolf aveva preparato una trappola travestendo agenti antiterrorismo da equipaggio del jet Lufthansa. Nascosti lungo le strutture dell’aviosuperficie si erano appostati i cecchini tedeschi, con l’obiettivo di colpire i terroristi durante il trasferimento dall’elicottero al 727. Quello dei tiratori scelti fu il primo e più grave errore in quanto il numero di terroristi fu valutato in cinque uomini, a cui avrebbero dovuto sparare altrettanti cecchini. I commando palestinesi erano in realtà otto, il che riduceva di molto le probabilità di un esito chirurgico dell’operazione. Intorno alle 22:30 del 5 settembre 1972 i due elicotteri Uh-1 «Iroquois» dell’esercito toccarono la pista. La seconda situazione che rese tutto più difficile fu che tra il finto equipaggio Lufthansa e il centro delle operazioni non vi fosse alcun contatto radio. Nonostante ciò pochi minuti dopo i cecchini, in inferiorità numerica aprirono il fuoco fallendo gli obiettivi. Si scatenò una violentissima sparatoria, durata circa un’ora finché la Polizia tedesca decise di attaccare frontalmente i terroristi. L’esito fu tragico perché dapprima uno dei terroristi scagliò una granata contro il primo dei due elicotteri dove si trovavano cinque ostaggi, uccidendoli sul colpo. Gli altri atleti, che si trovavano sul secondo elicottero, furono freddati da una raffica di mitra esplosa nell’abitacolo da un secondo terrorista. Il bilancio del massacro fu terribile. Oltre ai nove ostaggi, morì nell’azione anche un agente tedesco dilaniato dall’esplosione dell’elicottero mentre tra i terroristi, due rimasero uccisi nello scontro con la polizia, altri due vennero arrestati dopo essersi finti morti e uno ucciso successivamente dopo che i cani poliziotto lo avevano stanato dal suo nascondiglio in un vagone ferroviario poco distante dall’aeroporto. Gli altri tre membri di «Settembre Nero», feriti, furono inizialmente trasferiti in ospedale. Tre giorni più tardi un’altro dirottamento compiuto da terroristi palestinesi chiese la liberazione del trio. Le autorità tedesche, nel timore di nuovi attentati sul territorio della federazione, acconsentirono e trasferirono i tre membri del commando in Libia.
L’ira di Dio
Il bilancio del massacro di Monaco ebbe gravi conseguenze. L’aviazione israeliana bombardò per ritorsione obiettivi Olp in Siria e Libano mentre la gestione tedesca della crisi fu criticata in tutto il mondo, tanto che in seguito alla strage il governo di Bonn decise di creare un corpo d’élite di polizia specializzato nel recupero degli ostaggi e nell’antiterrorismo, Il Gsg-9 (Grenzschutzgruppe-9). A Tel Aviv una impietrita Golda Meir, a sua volta accusata dai tedeschi di aver rifiutato le trattative, cominciò ad articolare quella che in codice si sarebbe chiamata «Operation-X», che prevedeva l’uccisione di tutti i membri di «Settembre Nero» per mano del Mossad. Al fine di preparare l’azione di risposta, la «lady di ferro» israeliana costituì una commissione speciale alla quale presero parte i vertici dei servizi (il capo del Mossad Zwi Zamir) e della difesa (Moshe Dayan). Da quel momento partirà l’operazione che la stampa internazionale ribattezzò «Ira di Dio - Wrath of God» durata circa un ventennio, con esiti in alcuni casi fallimentari. Tali furono i risultati del tentativo di assassinio di una delle menti della strage di Monaco, il «Principe rosso» Ali Hassan Salameh. Segnalato nel paese di Lillehammer in Norvegia (che sarà a sua volta ospite di olimpiadi invernali nel 1994) dai vertici dell’operazione stabilitisi a Ginevra, fu pedinato per mesi dagli agenti del Mossad. Il 21 luglio 1973 l’azione si risolse con un errore fatale perché al suo posto, a causa della forte somiglianza con il terrorista palestinese, fu ucciso di fronte alla moglie incinta un giovane marocchino cameriere in un locale della cittadina, Ahmed Bouchiki. In un’altra occasione gli uomini dell’operazione eliminarono una persona non direttamente coinvolta nei fatti di Monaco. Fu anche il primo degli obiettivi ad essere colpito a poco più di un mese dalla strage il 16 ottobre 1972. Abdel Zuaiter, personaggio conosciuto in Italia per la propria attività di intellettuale a favore della causa palestinese ed amico di Alberto Moravia, fu freddato a Roma da un commando del Mossad in quanto considerato membro di «Settembre Nero». Tra il 1972 e il 1988 furono portati a termine gli attacchi contro ex membri dell’organizzazione terroristica palestinese in particolare nelle principali capitali europee dove questi operavano. I servizi israeliani per quasi vent’anni portarono avanti, parallelamente agli assalti a colpi di mitra o piazzando bombe negli appartamenti dei terroristi, una guerra psicologica fatta di lettere bomba, falsi annunci funebri, pressioni su famiglie vicine all’organizzazione palestinese. Dall’altra parte se dal 1974 «Settembre Nero» fu soppresso in seguito alla scelta di Arafat di non voler appoggiare alcuna strage terroristica al di fuori della Striscia di Gaza, dei Territori occupati e della Cisgiordania, durante gli anni seguiti alla strage delle olimpiadi del 1972 proseguì le proprie azioni terroristiche contro obiettivi israeliani. Sopra tutti, l’attacco contro Golda Meir che avrebbe dovuto portare al suo assassinio a Roma nel gennaio 1973 e sventato in extremis dai servizi segreti italiani dopo una soffiata da parte dei colleghi israeliani. Proprio nella Capitale, la violenza di «Settembre nero» colpì alcuni mesi dopo quando il 17 dicembre un commando di terroristi dell'organizzazione fece irruzione nel terminal dell'aeroporto di Fiumicino sparando all'impazzata e gettando in seguito una bomba all'interno del volo Pan-Am 110 per Teheran, causando la morte di 30 passeggeri ta cui una bambina italiana di soli 9 anni. Il bilancio finale sarà di 34 morti, che ancora una volta a pochi mesi dall'orrore di Monaco insanguinò le piste degli aeroporti europei.
Continua a leggereRiduci
Il 5 settembre 1972 un commando di palestinesi prese in ostaggio un gruppo di atleti israeliani. Il risultato fu una strage, per gli errori della polizia tedesca nella gestione delle operazioni. Golda Meir e il Mossad dichiararono guerra ai terroristi di «Settembre Nero».Poco prima dell’alba del 5 settembre 1972 sulla cancellata del «Kusoczinskidamm», la residenza olimpica degli atleti israeliani a Monaco di Baviera, otto figure con il volto coperto da passamontagna si arrampicavano protette dal buio che ancora avvolgeva il villaggio olimpico. Pochi istanti più tardi Moshe Weinberg, allenatore della squadra olimpica israeliana di wrestling, sentì un rumore provenire dall’esterno e si mise con la sua imponente mole a protezione della porta d’ingresso. Afferrato un coltello da cucina, il coach affrontò il primo dei terroristi palestinesi, Luttif Afif, mandandolo al tappeto con un violentissimo pugno. Pur ferito nella colluttazione che seguì, Weinberg fu in grado di mettere ko un altro terrorista prima di essere ucciso da una raffica di mitra. Il suo corpo fu prelevato e gettato dalla finestra nella sottostante Connollystrasse. Il più sanguinoso attacco terroristico ad un’olimpiade cominciò poco dopo le 4:30 del mattino. Anche un altro atleta israeliano tentò di reagire. Yosef Romano, nato a Bengasi da una famiglia di ebrei italiani e veterano della guerra dei sei giorni, era un campione di sollevamento pesi. Quando i terroristi irruppero nell’appartamento n.1 reagì come il collega Weinberg, colpendo al volto con un coltello Afif Ahmed Hamid, al quale riuscirà per qualche istante a sottrarre il kalashnikov. Morì anch’egli crivellato dai colpi delle armi automatiche dei fedayn. Alle 5 del mattino, il commando palestinese rivendicò l’assalto con la sigla «Settembre Nero» e chiese un riscatto per i nove ostaggi rimasti nelle loro mani. La richiesta fu la liberazione di 234 prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane e di alcuni membri del gruppo di terroristi rossi tedeschi «Bader-Meinhof». Cominciava la dolorosa trattativa con le autorità della Germania Ovest, mentre tutto il mondo assisteva con il fiato sospeso alla tragedia.Perché «Settembre Nero» colpì a MonacoL’attacco agli atleti israeliani da parte del gruppo terroristico dei fedayn palestinesi fu una conseguenza degli esiti della guerra dei sei giorni del 1967. Con la sconfitta giordana, l’Olp di Arafat ne aveva penetrato i confini creando un caposaldo per attaccare direttamente obiettivi in Israele. In seguito ad una serie di attentati per mano degli uomini del Fplp (Fronte per la Liberazione della Palestina) re Hussein di Giordania si rivolse per un intervento militare dapprima agli Inglesi (che declinarono) quindi agli Stati Uniti del Segretario di Stato Henry Kissinger, che suggerì a Richard Nixon l’opzione di un intervento diretto da parte di Israele con l’appoggio del Pentagono. Alla minaccia di intervento di Tel Aviv, la situazione in Giordania si aggravò, con la Siria di Assad (padre) che scelse di colpire la Giordania in quanto aveva cercato appoggio dal nemico israeliano. Dopo una serie di scontri in cui Assad fece l’errore di non impiegare l’aviazione, l’esercito giordano fu in grado di respingere i Siriani e di colpire mortalmente i membri dell’Olp che si trovavano nel territorio nazionale. I superstiti palestinesi si trasferirono così in Libano, dove posero le basi per la successiva guerra, reclutando terroristi nei campi profughi come quello di Shatila. Il cessate il fuoco tra le parti fu siglato al Cairo il 27 settembre 1970. Il mese in cui gli accordi furono firmati, ispirò il nome al gruppo terroristico palestinese che colpirà Monaco due anni più tardi. Secondo il Dipartimento di Stato americano, «Settembre Nero» era un ramo di Fatah (il braccio politico dell’Olp) e a sua volta braccio armato dell’organizzazione per la liberazione palestinese. Dal 1970 gli esuli in Libano cacciati dalla Giordania e dall’Egitto non ebbero più il territorio israeliano come obiettivo territoriale confinante. Da qui la scelta di colpire obiettivi israeliani nel mondo. Un esempio, prima del massacro di Monaco di Baviera, fu l’attentato compiuto nel settembre 1970 presso l’aeroporto giordano di Dawson Field dove i terroristi presero in ostaggio cinque aerei di linea (El-Al, Swissair, Twa, Pan Am e Boac) e li fecero esplodere dopo aver liberato i passeggeri.Le trattative, gli errori tedeschi, la strage all’aeroportoAlla richiesta dei terroristi palestinesi, le parti in causa reagirono in modo tutt’altro che armonico. Da una parte le forze dell’ordine tedesche fecero leva sulla costituzione della Germania Ovest che riponeva la totale responsabilità delle operazioni alla polizia di Monaco. Dall’altra parte le autorità israeliane proposero inizialmente l’intervento di un corpo dell’esercito altamente specializzato nel recupero degli ostaggi, il «Sayeret», che inizialmente il cancelliere Willy Brandt scelse di far intervenire, salvo poi negare l’intervento per la reazione negativa delle autorità bavaresi. Al corto circuito contribuirono l’assoluta contrarietà del primo ministro israeliano Golda Meir ad ogni tipo di trattativa con i terroristi e il rifiuto del governo egiziano a collaborare con Bonn nell’ipotesi di bloccare i terroristi una volta atterrati al Cairo con l’aereo che avevano richiesto durante le trattative per l’evacuazione protetta dal territorio tedesco. L’impasse e la corsa contro il tempo fecero da volano ad una serie di errori fatali nella gestione degli eventi da parte delle autorità di Monaco. Le richieste dei terroristi di potersi imbarcare per il Cairo assieme ai nove atleti in ostaggio furono assecondate. I negoziatori riuscito a convincere i terroristi sulla migliore scelta della base militare di Fürstenfeldbruck sulla cui pista avrebbe atteso un Boeing 727 Lufthansa pronto ad imbarcarli. Per il trasferimento all’aeroporto furono usati due elicotteri ed i terroristi, che sospettavano un’azione immediata dopo l’uscita dal villaggio olimpico, si fecero trasferire assieme agli ostaggi da un minibus. La tragedia si compirà sulla pista di Fürstenfeldbruck, dove il capo delle operazioni Georg Wolf aveva preparato una trappola travestendo agenti antiterrorismo da equipaggio del jet Lufthansa. Nascosti lungo le strutture dell’aviosuperficie si erano appostati i cecchini tedeschi, con l’obiettivo di colpire i terroristi durante il trasferimento dall’elicottero al 727. Quello dei tiratori scelti fu il primo e più grave errore in quanto il numero di terroristi fu valutato in cinque uomini, a cui avrebbero dovuto sparare altrettanti cecchini. I commando palestinesi erano in realtà otto, il che riduceva di molto le probabilità di un esito chirurgico dell’operazione. Intorno alle 22:30 del 5 settembre 1972 i due elicotteri Uh-1 «Iroquois» dell’esercito toccarono la pista. La seconda situazione che rese tutto più difficile fu che tra il finto equipaggio Lufthansa e il centro delle operazioni non vi fosse alcun contatto radio. Nonostante ciò pochi minuti dopo i cecchini, in inferiorità numerica aprirono il fuoco fallendo gli obiettivi. Si scatenò una violentissima sparatoria, durata circa un’ora finché la Polizia tedesca decise di attaccare frontalmente i terroristi. L’esito fu tragico perché dapprima uno dei terroristi scagliò una granata contro il primo dei due elicotteri dove si trovavano cinque ostaggi, uccidendoli sul colpo. Gli altri atleti, che si trovavano sul secondo elicottero, furono freddati da una raffica di mitra esplosa nell’abitacolo da un secondo terrorista. Il bilancio del massacro fu terribile. Oltre ai nove ostaggi, morì nell’azione anche un agente tedesco dilaniato dall’esplosione dell’elicottero mentre tra i terroristi, due rimasero uccisi nello scontro con la polizia, altri due vennero arrestati dopo essersi finti morti e uno ucciso successivamente dopo che i cani poliziotto lo avevano stanato dal suo nascondiglio in un vagone ferroviario poco distante dall’aeroporto. Gli altri tre membri di «Settembre Nero», feriti, furono inizialmente trasferiti in ospedale. Tre giorni più tardi un’altro dirottamento compiuto da terroristi palestinesi chiese la liberazione del trio. Le autorità tedesche, nel timore di nuovi attentati sul territorio della federazione, acconsentirono e trasferirono i tre membri del commando in Libia.L’ira di DioIl bilancio del massacro di Monaco ebbe gravi conseguenze. L’aviazione israeliana bombardò per ritorsione obiettivi Olp in Siria e Libano mentre la gestione tedesca della crisi fu criticata in tutto il mondo, tanto che in seguito alla strage il governo di Bonn decise di creare un corpo d’élite di polizia specializzato nel recupero degli ostaggi e nell’antiterrorismo, Il Gsg-9 (Grenzschutzgruppe-9). A Tel Aviv una impietrita Golda Meir, a sua volta accusata dai tedeschi di aver rifiutato le trattative, cominciò ad articolare quella che in codice si sarebbe chiamata «Operation-X», che prevedeva l’uccisione di tutti i membri di «Settembre Nero» per mano del Mossad. Al fine di preparare l’azione di risposta, la «lady di ferro» israeliana costituì una commissione speciale alla quale presero parte i vertici dei servizi (il capo del Mossad Zwi Zamir) e della difesa (Moshe Dayan). Da quel momento partirà l’operazione che la stampa internazionale ribattezzò «Ira di Dio - Wrath of God» durata circa un ventennio, con esiti in alcuni casi fallimentari. Tali furono i risultati del tentativo di assassinio di una delle menti della strage di Monaco, il «Principe rosso» Ali Hassan Salameh. Segnalato nel paese di Lillehammer in Norvegia (che sarà a sua volta ospite di olimpiadi invernali nel 1994) dai vertici dell’operazione stabilitisi a Ginevra, fu pedinato per mesi dagli agenti del Mossad. Il 21 luglio 1973 l’azione si risolse con un errore fatale perché al suo posto, a causa della forte somiglianza con il terrorista palestinese, fu ucciso di fronte alla moglie incinta un giovane marocchino cameriere in un locale della cittadina, Ahmed Bouchiki. In un’altra occasione gli uomini dell’operazione eliminarono una persona non direttamente coinvolta nei fatti di Monaco. Fu anche il primo degli obiettivi ad essere colpito a poco più di un mese dalla strage il 16 ottobre 1972. Abdel Zuaiter, personaggio conosciuto in Italia per la propria attività di intellettuale a favore della causa palestinese ed amico di Alberto Moravia, fu freddato a Roma da un commando del Mossad in quanto considerato membro di «Settembre Nero». Tra il 1972 e il 1988 furono portati a termine gli attacchi contro ex membri dell’organizzazione terroristica palestinese in particolare nelle principali capitali europee dove questi operavano. I servizi israeliani per quasi vent’anni portarono avanti, parallelamente agli assalti a colpi di mitra o piazzando bombe negli appartamenti dei terroristi, una guerra psicologica fatta di lettere bomba, falsi annunci funebri, pressioni su famiglie vicine all’organizzazione palestinese. Dall’altra parte se dal 1974 «Settembre Nero» fu soppresso in seguito alla scelta di Arafat di non voler appoggiare alcuna strage terroristica al di fuori della Striscia di Gaza, dei Territori occupati e della Cisgiordania, durante gli anni seguiti alla strage delle olimpiadi del 1972 proseguì le proprie azioni terroristiche contro obiettivi israeliani. Sopra tutti, l’attacco contro Golda Meir che avrebbe dovuto portare al suo assassinio a Roma nel gennaio 1973 e sventato in extremis dai servizi segreti italiani dopo una soffiata da parte dei colleghi israeliani. Proprio nella Capitale, la violenza di «Settembre nero» colpì alcuni mesi dopo quando il 17 dicembre un commando di terroristi dell'organizzazione fece irruzione nel terminal dell'aeroporto di Fiumicino sparando all'impazzata e gettando in seguito una bomba all'interno del volo Pan-Am 110 per Teheran, causando la morte di 30 passeggeri ta cui una bambina italiana di soli 9 anni. Il bilancio finale sarà di 34 morti, che ancora una volta a pochi mesi dall'orrore di Monaco insanguinò le piste degli aeroporti europei.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
Continua a leggereRiduci
iStock
Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
Continua a leggereRiduci
Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
Continua a leggereRiduci
Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
Continua a leggereRiduci