2023-03-20
La nascita della mitragliatrice e i modelli italiani che fecero la storia
True
Fiat-Revelli mod.1914 durante la Grande Guerra (Getty Images)
All’inizio furono gli «organi», armi sperimentali del Rinascimento. Leonardo da Vinci, genio poliedrico, non mancò di progettarne uno nel Codice Atlantico. L’antenato della moderna mitragliatrice, strumento sognato lungo i secoli per aumentare la potenza di fuoco in battaglia, constava sostanzialmente di un numero variabile di canne ad avancarica di piccolo calibro che sparavano contemporaneamente un numero variabile di pallettoni. Nota anche come ribadocchino, non ebbe ampia diffusione a causa delle difficoltà e dei tempi di caricamento delle armi dell’epoca. Solo nel XVIII secolo, precisamente nel 1718, in Inghilterra fu realizzata un’arma a ripetizione che per forma e principio può essere considerata una progenitrice del fucile mitragliatore. La Puckle gun, inventata dall’avvocato londinese James Puckle, era sostanzialmente un revolver a canna lunga al cui tamburo fu applicato un meccanismo a ingranaggi che permetteva lo sparo a ripetizione. La curiosità che riguarda questa proto-mitragliatrice è che il suo utilizzo (molto limitato) ebbe un risvolto religioso. Si inserì infatti nelle lotte interne tra Protestanti e Cattolici in Gran Bretagna e Irlanda e l’arma era pubblicizzata come «arma per la causa protestante», senza mezzi termini. Ma anche contro i pirati musulmani del Mediterraneo come strumento efficace per arrestare gli arrembaggi alle navi. Per i Turchi l’inventore suggeriva l’uso di pallottole quadrate invece dei normali pallettoni, in quanto «maggiormente dannose». Alla fine l’arma di Puckle fu rifiutata dall’esercito britannico al quale era stata proposta per l’inaffidabilità dell’innesto a pietra focaia.
Alla metà del secolo XIX nel campo delle armi a ripetizione vi fu un ulteriore passo in avanti con un modello che, pur non ancora automatico, sparava colpi alternati e non simultanei come le precedenti mitragliatrici pluricanna. Si trattava della Claxton .690 (dal nome del colonnello americano che la inventò, F.S. Claxton), una delle prime mitragliatrici prodotte in piccola serie anche dalla licenziataria belga Désiré Lachaussée. Tecnicamente la .690 (dal calibro che in Italia corrisponde a 25mm) era dotata di un cilindro che alloggiava sei canne rotanti alimentate da un meccanismo che prevedeva un pozzo munizioni gestito da un servente, le quali venivano immesse nelle due canne centrali. Tramite una leva posta in fondo all’arma un sistema meccanico garantiva lo sparo alternato di due canne, che al loro surriscaldamento venivano sostituite da quelle successive contenute nel cilindro. La cadenza era di 80 colpi al minuto. Quest’arma era presente in Vaticano il giorno della presa di Porta Pia a disposizione del generale Hermann von Kanzler, a capo delle truppe pontificie. Posizionata nei pressi di Porta San Giovanni, non entrò tuttavia in azione il 20 settembre 1870.
Tredici anni dopo, nel 1883, la nascita della prima mitragliatrice automatica progenitrice di quelle attuali. Il brevetto fu depositato da Hiram Maxim, inventore americano di stanza a Londra. La rivoluzione della sua mitragliatrice stava nella completa automatizzazione del colpo a ripetizione, grazie allo sfruttamento meccanico della forza di rinculo che azionava un sistema di ricarica dei proiettili per mezzo di molle e ingranaggi. La Maxim aveva una cadenza di fuoco fino a 600 colpi/minuto con proiettili calibro 303 britannici (cal 7,7 in Italia) ed era raffreddata per la prima volta ad acqua grazie al manicotto cilindrico attorno alla canna. La Maxim fu la progenitrice di molte mitragliatrici prodotte nei diversi Paesi e alla base della britannica Vickers, colosso delle armi del Regno Unito che assorbirà più tardi l’azienda fondata dall’inventore della moderna mitragliatrice. La Maxim fu una delle armi protagoniste delle guerre coloniali britanniche di fine Ottocento, come il conflitto Anglo-boero del 1899 e fu usata anche durante la Grande Guerra. Anche il Regio Esercito ne fece uso all’inizio del conflitto, avendola inizialmente preferita a quelle di produzione nazionale.
Proprio durante la prima guerra mondiale, dove le armi automatiche fecero la differenza nella prima vera guerra tecnologica, l’industria delle armi italiana progredì rapidamente, fatto che portò alla realizzazione di una delle mitragliatrici medie più diffuse di tutto il conflitto: la Fiat-Revelli modello 1914. Già nel 1908 un capo tecnico dell’esercito, Giuseppe Perino, realizzò la prima arma automatica di fabbricazione italiana, la Modello 1908. Come la Maxim, la mitragliatrice Perino era completamente automatica ed era alimentata con il calibro 6,5 dei fucili Carcano in dotazione al Regio Esercito, pesava 27 kg ed aveva una cadenza di fuoco di 450 colpi al minuto. Si trattava di un’arma all’avanguardia, che tuttavia non fu mai prodotta in grandi numeri per l’iniziale diffidenza dei Comandi nei confronti delle armi pesanti, una visione ristretta che fece rischiare gravi svantaggi allo scoppio delle ostilità. Alle poche Perino in dotazione e alle mitragliatrici straniere, si affiancò quella che più tardi risulterà la mitragliatrice più diffusa di tutta la Grande Guerra, costruita dall’unica grande azienda in grado di offrire una grande capacità produttiva in serie, la Fiat del Senatore Giovanni Agnelli. Progettata dall’ingegnere Bethel Abiel Revelli de Beaumont, l’arma fu presentata nel 1911 per le prove e il periodo sperimentale previsto dalle normative. Tra gli esperti, i pareri sulla Fiat-Revelli si sono divisi. Alcuni la ritengono meno affidabile e maneggevole della Perino, puntando il dito sul potere politico della Fiat che avrebbe imposto il proprio modello. Altri invece ne sottolineano la longevità e la grande diffusione come contributo all’armamento dell’esercito durante la Grande Guerra. Tecnicamente, l’arma aveva un peso di 38,5 Kg senza treppiede con cadenza di tiro da 500 colpi/minuto (teorica) con gittata a 2.500 metri. I proiettili erano i classici Carcano cal 6,5 usati anche dai fucili modello 91. Fu costruita presso le officine della Società Metallurgica Bresciana (SMB) e nella città lombarda fu fondata la scuola mitraglieri dell’Esercito, dalla quale uscivano gli uomini delle Compagnie mitraglieri Fiat della quali fece parte anche il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La modello 1914 fu la mitragliatrice standard per tutti i conflitti successivi che interessarono l’Italia, dall’Etiopia alla Guerra di Spagna. In queste ultime due campagne la mitragliatrice fu soggetta ad un aggiornamento dal quale nacque la Revelli 14/35, frutto della modifica delle esistenti 1914 ma con calibro portato agli 8mm come la mitragliatrice Breda e il raffreddamento ad aria, che permetteva l’eliminazione del serbatoio dell’acqua da 18 kg e relativo servente.
Nel primo dopoguerra un’altra grande azienda meccanica sviluppò una delle mitragliatrici pesanti protagoniste del secondo conflitto mondiale, la Breda. Già attiva nella produzione di armi automatiche leggere, fece partire il progetto della nuova mitragliatrice, dalla Modello 5C, di fatto un fucile mitragliatore. Ne uscì una delle armi più diffuse tra il 1940 e il 1945, la Breda Mod. 30 attiva su tutti i fronti, dall’Africa, alla Grecia, alla Russia. Era un’arma dalla meccanica raffinata, sebbene altrettanto delicata. Dotata di otturatore solidale e corto rinculo, aveva un sistema di lubrificazione del proiettile in canna ad olio, molto sensibile alla polvere ed alle basse temperature. Precisa nel tiro, era tuttavia soggetta a frequenti inceppamenti e a surriscaldamenti a causa sia degli agenti atmosferici come sabbia e gelo (costantemente presenti in Nord Africa come in Russia) che per l’elevato calore durante lo sparo che avveniva peraltro ad otturatore chiuso. Nonostante questi non trascurabili difetti, fu prodotta in oltre 30.000 pezzi ai quali si aggiunse un altro modello del colosso italiano, la Mod. 37, a tutti gli effetti una «pesante». A differenza della Mod.30 la nuova mitragliatrice aveva una gittata molto più lunga (ben 5.000 metri) e usava proiettili appositi calibro 8x 59mm simili a quelli tedeschi. Molto più affidabile della Mod.30, poteva anche essere utilizzata come pezzo contraerei una volta montata su apposito affusto. L’unica pecca di un’arma molto affidabile era il peso rispetto ad altre armi equivalenti, di quasi 20 kg senza treppiede, ma nonostante ciò rimaneva l’arma automatica più avanzata tanto che sarà impiegata a lungo anche nel dopoguerra e all’estero, quando fu usata durante la guerra coloniale portoghese. La Breda 37 fu l’ultima pesante progettata e costruita in Italia e alcuni pezzi rimasero in servizio fino alla fine degli anni Sessanta. Con l’ingresso dell’Italia nella Nato infatti, la standardizzazione degli armamenti e delle munizioni vedrà la predominanza di modelli inglesi e americani o evoluzioni di armi dell’ultima guerra come la Beretta Franchi MG42/59 introdotta alla fine degli anni Cinquanta, che altro non era se non una versione ammodernata della mitragliatrice tedesca, la MG42.
Il primo fucile mitragliatore era italiano.
Un primato italiano riguarda invece la storia dei fucili mitragliatori o submachine gun. E’il caso del fucile mitragliatore OVP 1918, dove la sigla sta per «Officine di Villar Perosa», una azienda specializzata in costruzioni meccaniche e cuscinetti a sfera dell’orbita Fiat. L’archetipo del mitra moderno nacque nelle officine piemontesi dove si costruivano biciclette per bersaglieri, serbatoi per autocarri e altre forniture militari ancora una volta dal genio di Revelli de Beaumont. In origine la pistola mitragliatrice battezzata Fiat- Revelli mod.1915 fu impiegata in modo limitato e spesso montata sugli aeroplani da caccia per il suo peso contenuto. A terra invece fu trattata erroneamente come un’arma difensiva e dotata di un pesante scudo protettivo che ne limitava la mobilità. Solo nel 1917 e per iniziativa del generale Luigi Capello la pistola mitragliatrice, appaltata definitivamente alle Officine di Villar Perosa e marchiata da queste ultime, fu finalmente impiegata per azioni offensive portate avanti in particolare dagli Arditi e fu sottoposta ad importanti modifiche che la resero sempre più vicina ad un moderno fucile mitragliatore. Originariamente la OVP era un’arma binata, con due canne e due singoli caricatori di forma semilunata da 25 colpi ciascuno rivolti verso l’alto. Il manico era quello tipico a doppia maniglia delle mitragliatrici e poteva essere dotata di un bipiede. Per permettere la rapidità di trasporto e la prontezza al fuoco fu applicato all’arma un supporto a cinghia che passava attorno al collo del mitragliere e fu aggiunto un calcio in legno per agevolarne l’impugnatura, che rendeva l’arma della OVP esteticamente molto vicina ad un fucile più che ad una mitragliatrice leggera. La potenza di fuoco era da record: la cadenza di fuoco (teorica) era di ben 3.000 colpi/minuto, velocità che faceva esaurire i due caricatori in circa un secondo, risultando superiore ad ogni altra arma automatica in uso nella Grande Guerra. Non mancavano i difetti, come ad esempio la mancanza di un sistema di raffreddamento che imponeva lunghe pause. Verso la fine della guerra, nel 1918, una singola canna della Villar Perosa mod. 1915 fu impiegata fornita di calciolo e ribattezzata OVP 1918. Era il primo fucile mitragliatore italiano, dotato di selettore per colpo singolo o a raffica regolato da due distinti grilletti per le due cadenze di fuoco e caratterizzato da un calcio molto simile a quello del Carcano '91. Utilizzando lo stesso schema tecnico, la Beretta progettò il suo primo fucile mitragliatore, Il Moschetto Automatico Beretta 1918 o MAB/18, che fu utilizzato anch’esso dagli Arditi e in seguito durante la guerra d’Etiopia, affiancato più tardi dalla sua evoluzione, il Beretta MAB/38, che rimarrà in servizio fino agli anni Settanta in dotazione ad Esercito, Polizia e Arma dei Carabinieri. Sia la Villar Perosa che i MAB utilizzarono i proiettili Glisenti calibro 9mm, nati per utilizzo sulle pistole.
Continua a leggereRiduci
Nel 1883 Hiram Maxim brevettò la prima mitragliatrice automatica al mondo, che cambiò per sempre la storia bellica. Largamente utilizzata nella Grande Guerra, fu caratterizzata da numerosi primati italiani. E italiano fu il primo fucile mitragliatore.All’inizio furono gli «organi», armi sperimentali del Rinascimento. Leonardo da Vinci, genio poliedrico, non mancò di progettarne uno nel Codice Atlantico. L’antenato della moderna mitragliatrice, strumento sognato lungo i secoli per aumentare la potenza di fuoco in battaglia, constava sostanzialmente di un numero variabile di canne ad avancarica di piccolo calibro che sparavano contemporaneamente un numero variabile di pallettoni. Nota anche come ribadocchino, non ebbe ampia diffusione a causa delle difficoltà e dei tempi di caricamento delle armi dell’epoca. Solo nel XVIII secolo, precisamente nel 1718, in Inghilterra fu realizzata un’arma a ripetizione che per forma e principio può essere considerata una progenitrice del fucile mitragliatore. La Puckle gun, inventata dall’avvocato londinese James Puckle, era sostanzialmente un revolver a canna lunga al cui tamburo fu applicato un meccanismo a ingranaggi che permetteva lo sparo a ripetizione. La curiosità che riguarda questa proto-mitragliatrice è che il suo utilizzo (molto limitato) ebbe un risvolto religioso. Si inserì infatti nelle lotte interne tra Protestanti e Cattolici in Gran Bretagna e Irlanda e l’arma era pubblicizzata come «arma per la causa protestante», senza mezzi termini. Ma anche contro i pirati musulmani del Mediterraneo come strumento efficace per arrestare gli arrembaggi alle navi. Per i Turchi l’inventore suggeriva l’uso di pallottole quadrate invece dei normali pallettoni, in quanto «maggiormente dannose». Alla fine l’arma di Puckle fu rifiutata dall’esercito britannico al quale era stata proposta per l’inaffidabilità dell’innesto a pietra focaia. Alla metà del secolo XIX nel campo delle armi a ripetizione vi fu un ulteriore passo in avanti con un modello che, pur non ancora automatico, sparava colpi alternati e non simultanei come le precedenti mitragliatrici pluricanna. Si trattava della Claxton .690 (dal nome del colonnello americano che la inventò, F.S. Claxton), una delle prime mitragliatrici prodotte in piccola serie anche dalla licenziataria belga Désiré Lachaussée. Tecnicamente la .690 (dal calibro che in Italia corrisponde a 25mm) era dotata di un cilindro che alloggiava sei canne rotanti alimentate da un meccanismo che prevedeva un pozzo munizioni gestito da un servente, le quali venivano immesse nelle due canne centrali. Tramite una leva posta in fondo all’arma un sistema meccanico garantiva lo sparo alternato di due canne, che al loro surriscaldamento venivano sostituite da quelle successive contenute nel cilindro. La cadenza era di 80 colpi al minuto. Quest’arma era presente in Vaticano il giorno della presa di Porta Pia a disposizione del generale Hermann von Kanzler, a capo delle truppe pontificie. Posizionata nei pressi di Porta San Giovanni, non entrò tuttavia in azione il 20 settembre 1870.Tredici anni dopo, nel 1883, la nascita della prima mitragliatrice automatica progenitrice di quelle attuali. Il brevetto fu depositato da Hiram Maxim, inventore americano di stanza a Londra. La rivoluzione della sua mitragliatrice stava nella completa automatizzazione del colpo a ripetizione, grazie allo sfruttamento meccanico della forza di rinculo che azionava un sistema di ricarica dei proiettili per mezzo di molle e ingranaggi. La Maxim aveva una cadenza di fuoco fino a 600 colpi/minuto con proiettili calibro 303 britannici (cal 7,7 in Italia) ed era raffreddata per la prima volta ad acqua grazie al manicotto cilindrico attorno alla canna. La Maxim fu la progenitrice di molte mitragliatrici prodotte nei diversi Paesi e alla base della britannica Vickers, colosso delle armi del Regno Unito che assorbirà più tardi l’azienda fondata dall’inventore della moderna mitragliatrice. La Maxim fu una delle armi protagoniste delle guerre coloniali britanniche di fine Ottocento, come il conflitto Anglo-boero del 1899 e fu usata anche durante la Grande Guerra. Anche il Regio Esercito ne fece uso all’inizio del conflitto, avendola inizialmente preferita a quelle di produzione nazionale. Proprio durante la prima guerra mondiale, dove le armi automatiche fecero la differenza nella prima vera guerra tecnologica, l’industria delle armi italiana progredì rapidamente, fatto che portò alla realizzazione di una delle mitragliatrici medie più diffuse di tutto il conflitto: la Fiat-Revelli modello 1914. Già nel 1908 un capo tecnico dell’esercito, Giuseppe Perino, realizzò la prima arma automatica di fabbricazione italiana, la Modello 1908. Come la Maxim, la mitragliatrice Perino era completamente automatica ed era alimentata con il calibro 6,5 dei fucili Carcano in dotazione al Regio Esercito, pesava 27 kg ed aveva una cadenza di fuoco di 450 colpi al minuto. Si trattava di un’arma all’avanguardia, che tuttavia non fu mai prodotta in grandi numeri per l’iniziale diffidenza dei Comandi nei confronti delle armi pesanti, una visione ristretta che fece rischiare gravi svantaggi allo scoppio delle ostilità. Alle poche Perino in dotazione e alle mitragliatrici straniere, si affiancò quella che più tardi risulterà la mitragliatrice più diffusa di tutta la Grande Guerra, costruita dall’unica grande azienda in grado di offrire una grande capacità produttiva in serie, la Fiat del Senatore Giovanni Agnelli. Progettata dall’ingegnere Bethel Abiel Revelli de Beaumont, l’arma fu presentata nel 1911 per le prove e il periodo sperimentale previsto dalle normative. Tra gli esperti, i pareri sulla Fiat-Revelli si sono divisi. Alcuni la ritengono meno affidabile e maneggevole della Perino, puntando il dito sul potere politico della Fiat che avrebbe imposto il proprio modello. Altri invece ne sottolineano la longevità e la grande diffusione come contributo all’armamento dell’esercito durante la Grande Guerra. Tecnicamente, l’arma aveva un peso di 38,5 Kg senza treppiede con cadenza di tiro da 500 colpi/minuto (teorica) con gittata a 2.500 metri. I proiettili erano i classici Carcano cal 6,5 usati anche dai fucili modello 91. Fu costruita presso le officine della Società Metallurgica Bresciana (SMB) e nella città lombarda fu fondata la scuola mitraglieri dell’Esercito, dalla quale uscivano gli uomini delle Compagnie mitraglieri Fiat della quali fece parte anche il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La modello 1914 fu la mitragliatrice standard per tutti i conflitti successivi che interessarono l’Italia, dall’Etiopia alla Guerra di Spagna. In queste ultime due campagne la mitragliatrice fu soggetta ad un aggiornamento dal quale nacque la Revelli 14/35, frutto della modifica delle esistenti 1914 ma con calibro portato agli 8mm come la mitragliatrice Breda e il raffreddamento ad aria, che permetteva l’eliminazione del serbatoio dell’acqua da 18 kg e relativo servente. Nel primo dopoguerra un’altra grande azienda meccanica sviluppò una delle mitragliatrici pesanti protagoniste del secondo conflitto mondiale, la Breda. Già attiva nella produzione di armi automatiche leggere, fece partire il progetto della nuova mitragliatrice, dalla Modello 5C, di fatto un fucile mitragliatore. Ne uscì una delle armi più diffuse tra il 1940 e il 1945, la Breda Mod. 30 attiva su tutti i fronti, dall’Africa, alla Grecia, alla Russia. Era un’arma dalla meccanica raffinata, sebbene altrettanto delicata. Dotata di otturatore solidale e corto rinculo, aveva un sistema di lubrificazione del proiettile in canna ad olio, molto sensibile alla polvere ed alle basse temperature. Precisa nel tiro, era tuttavia soggetta a frequenti inceppamenti e a surriscaldamenti a causa sia degli agenti atmosferici come sabbia e gelo (costantemente presenti in Nord Africa come in Russia) che per l’elevato calore durante lo sparo che avveniva peraltro ad otturatore chiuso. Nonostante questi non trascurabili difetti, fu prodotta in oltre 30.000 pezzi ai quali si aggiunse un altro modello del colosso italiano, la Mod. 37, a tutti gli effetti una «pesante». A differenza della Mod.30 la nuova mitragliatrice aveva una gittata molto più lunga (ben 5.000 metri) e usava proiettili appositi calibro 8x 59mm simili a quelli tedeschi. Molto più affidabile della Mod.30, poteva anche essere utilizzata come pezzo contraerei una volta montata su apposito affusto. L’unica pecca di un’arma molto affidabile era il peso rispetto ad altre armi equivalenti, di quasi 20 kg senza treppiede, ma nonostante ciò rimaneva l’arma automatica più avanzata tanto che sarà impiegata a lungo anche nel dopoguerra e all’estero, quando fu usata durante la guerra coloniale portoghese. La Breda 37 fu l’ultima pesante progettata e costruita in Italia e alcuni pezzi rimasero in servizio fino alla fine degli anni Sessanta. Con l’ingresso dell’Italia nella Nato infatti, la standardizzazione degli armamenti e delle munizioni vedrà la predominanza di modelli inglesi e americani o evoluzioni di armi dell’ultima guerra come la Beretta Franchi MG42/59 introdotta alla fine degli anni Cinquanta, che altro non era se non una versione ammodernata della mitragliatrice tedesca, la MG42. Il primo fucile mitragliatore era italiano.Un primato italiano riguarda invece la storia dei fucili mitragliatori o submachine gun. E’il caso del fucile mitragliatore OVP 1918, dove la sigla sta per «Officine di Villar Perosa», una azienda specializzata in costruzioni meccaniche e cuscinetti a sfera dell’orbita Fiat. L’archetipo del mitra moderno nacque nelle officine piemontesi dove si costruivano biciclette per bersaglieri, serbatoi per autocarri e altre forniture militari ancora una volta dal genio di Revelli de Beaumont. In origine la pistola mitragliatrice battezzata Fiat- Revelli mod.1915 fu impiegata in modo limitato e spesso montata sugli aeroplani da caccia per il suo peso contenuto. A terra invece fu trattata erroneamente come un’arma difensiva e dotata di un pesante scudo protettivo che ne limitava la mobilità. Solo nel 1917 e per iniziativa del generale Luigi Capello la pistola mitragliatrice, appaltata definitivamente alle Officine di Villar Perosa e marchiata da queste ultime, fu finalmente impiegata per azioni offensive portate avanti in particolare dagli Arditi e fu sottoposta ad importanti modifiche che la resero sempre più vicina ad un moderno fucile mitragliatore. Originariamente la OVP era un’arma binata, con due canne e due singoli caricatori di forma semilunata da 25 colpi ciascuno rivolti verso l’alto. Il manico era quello tipico a doppia maniglia delle mitragliatrici e poteva essere dotata di un bipiede. Per permettere la rapidità di trasporto e la prontezza al fuoco fu applicato all’arma un supporto a cinghia che passava attorno al collo del mitragliere e fu aggiunto un calcio in legno per agevolarne l’impugnatura, che rendeva l’arma della OVP esteticamente molto vicina ad un fucile più che ad una mitragliatrice leggera. La potenza di fuoco era da record: la cadenza di fuoco (teorica) era di ben 3.000 colpi/minuto, velocità che faceva esaurire i due caricatori in circa un secondo, risultando superiore ad ogni altra arma automatica in uso nella Grande Guerra. Non mancavano i difetti, come ad esempio la mancanza di un sistema di raffreddamento che imponeva lunghe pause. Verso la fine della guerra, nel 1918, una singola canna della Villar Perosa mod. 1915 fu impiegata fornita di calciolo e ribattezzata OVP 1918. Era il primo fucile mitragliatore italiano, dotato di selettore per colpo singolo o a raffica regolato da due distinti grilletti per le due cadenze di fuoco e caratterizzato da un calcio molto simile a quello del Carcano '91. Utilizzando lo stesso schema tecnico, la Beretta progettò il suo primo fucile mitragliatore, Il Moschetto Automatico Beretta 1918 o MAB/18, che fu utilizzato anch’esso dagli Arditi e in seguito durante la guerra d’Etiopia, affiancato più tardi dalla sua evoluzione, il Beretta MAB/38, che rimarrà in servizio fino agli anni Settanta in dotazione ad Esercito, Polizia e Arma dei Carabinieri. Sia la Villar Perosa che i MAB utilizzarono i proiettili Glisenti calibro 9mm, nati per utilizzo sulle pistole.
(IStock)
La signora Liliana vive a Reggio Calabria, è cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica. Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. L’hanno presa in giro.
Il signor Giovanni vive ad Avellino e soffre di una grave malattia al cuore. Ha bisogno di una visita: si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. Ancora una volta: fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025». Con un piccolo particolare: Giovanni non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai stata proposta. Hanno preso in giro anche lui.
Potremmo continuare: le testimonianze di questo tipo sono a decine. Quello che abbiamo scoperto a Fuori dal Coro è uno scandalo nello scandalo: non bastano le liste d’attesa lunghissime e le visite fissate il giorno di san mai più, hanno deciso di prendere i pazienti per i fondelli indicando sui loro fogli di prenotazioni l’esistenza di prime visite che in realtà non esistono. Sono finte. Inventate. Completamente farlocche. Sui documenti ufficiali dell’Asl c’è scritto che quelle visite (mai esistite) sono state rifiutate dal paziente. Ma le Asl lo sanno benissimo che non è vero. In pratica dichiarano il falso. E lo fanno deliberatamente, per aggirare la legge e taroccare le statistiche. Una delle Regioni dove sono state segnalate più visite farlocche, per esempio, è la Campania, che si autoproclama «eccellenza nella gestione delle liste d’attesa» presentando report con risultati strepitosi. Che sono fasulli, però.
Prendiamo il caso della signora Marisa: la visita per suo figlio è stata fissata nel gennaio 2027, cosa già di per sé completamente illegale. Ma nei report ufficiali della Regione Campania risulterà fissata il 26 marzo 2026, perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. Peccato che il paziente non abbia rifiutato un bel niente: quella visita rifiutata non è stata proposta. Quella visita (fintamente) rifiutata compare automaticamente sul foglio di prenotazione e molti pazienti, magari, neppure se ne accorgono. Si tratta di un trucco. Un trucco indecente. Anzi di più: si tratta di una vera e propria truffa ai danni di chi sta male. E non capisco come si possa tollerare: se io dichiarassi il falso verrei (giustamente) condannato. Perché se lo fa l’Asl nessuno dice nulla?
Per altro c’è anche un tema economico: sulla base di quelle statistiche (evidentemente taroccate) e di quei report (evidentemente fasulli), infatti, vengono distribuiti premi ai dirigenti che possono dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi, quando invece gli obiettivi non sono stati raggiunti per una beata mazza di niente. Vengono così premiati dirigenti che ogni giorno mettono a repentaglio la vita di chi sta male e non può permettersi visite a pagamento. È chiaro infatti che se a un malato di cuore, a rischio infarto e con insufficienza respiratoria, viene fissata una visita il 22 settembre 2027 (è successo a Mario, ad Avellino), probabilmente lo si condanna a morte. E leggere sul foglio prenotazione la palese falsità che Mario avrebbe rinunciato a una visita il 2 dicembre 2025, è una crudeltà, oltre che una truffa.
«Perché mai avrei dovuto rinunciare a una visita il 2 dicembre scorso se ho ogni notte paura di morire?», ci ha detto Mario. In effetti. Ma sono settimane che raccogliamo testimonianze come la sua. E raccogliamo pure documenti. Ed è incredibile che nessuno si sia ancora mosso per porre fine a questo scandalo. Un ministro della salute ce l’abbiamo ancora? Orazio Schillaci che fa? Dorme?
Faccio notare a buonanotte fiorellino Schillaci, ex collaboratore di Speranza, che lui aveva fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare. Invece non succede. E questo trucchetto delle prime visite rifiutate viene utilizzato anche e proprio per aggirare quella legge, per fare in modo che le visite siano tranquillamente fissate nel maggio 2027 o addirittura nel settembre 2027, senza che nessun direttore Asl si senta obbligato a intervenire. Ovvio, no? «Il ritardo è colpa del paziente». Ma non è vero. È un inganno. Una truffa. Possibile che il ministro non abbia nulla da dire? Possibile che non senta il dovere di almeno muovere gli ispettori? O di far sentire la sua voce? Che cosa aspetta?
Continua a leggereRiduci
(Imagoeconomica)
Tutto ha origine da una manifestazione tenuta a Massa-Carrara lo scorso 3 ottobre. Quel giorno, per protestare contro Israele ma, soprattutto, contro il governo e in favore della Palestina, un gruppo di dirigenti della Cgil ha pensato bene di occupare i binari, interrompendo la circolazione dei treni sulla linea Pisa-La Spezia. Che cosa c’entrassero con Gaza i convogli in viaggio tra la stazione della torre pendente e quella della cittadina ligure, non è dato sapere.
Ma i sindacalisti, oltre a causare diversi problemi di viabilità, in occasione dello sciopero generale decisero che si dovesse anche fermare il traffico ferroviario. Non risulta che, dopo lo stop a locomotiva e vagoni, la situazione dei palestinesi sia migliorata. In compenso, però, la Polfer ha fatto le sue indagini e, dopo aver visionato le telecamere e identificato alcuni dei partecipanti al corteo, ha segnalato tutto alla Procura, perché perseguisse il reato di «interruzione di pubblico servizio ferroviario». Risultato, i pm hanno fatto i loro accertamenti e, qualche giorno fa, hanno notificato l’avviso di conclusione indagini a 37 persone. La comunicazione dei pubblici ministeri di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e per questo si informano le persone coinvolte. Ma la notifica dell’atto, che consente agli indagati di prendere visione del procedimento in vista di una decisione del gip, ha suscitato le reazioni furibonde della Cgil.
La succursale toscana dell’organizzazione guidata da Landini non ci è andata piano. «È inaccettabile che il dissenso sociale e politico venga trattato come un problema di ordine pubblico e la protesta venga trasformata in reato», hanno strillato i vertici della confederazione. Ma, oltre a lamentare una presunta repressione delle opinioni politiche, la Cgil è andata oltre, annunciando «valutazioni e iniziative sia politiche che nelle sedi opportune, anche a tutela dei diritti delle persone coinvolte e della libertà di manifestazione». Ovviamente nessuno minaccia il diritto a dissentire e tantomeno quello di sfilare in corteo, ma va da sé che, se la libertà di chi protesta limita quella di chi vuole viaggiare, costringendo quest’ultimo a rimanere ore a bordo di un vagone, qualche cosa non va. Il ragionamento di buon senso, però, non pare attecchire tra i vertici toscani del sindacato, i quali hanno attaccato «l’operazione messa in campo dalla Procura di Massa-Carrara, perché utilizza a piene mani il cosiddetto diritto penale del dissenso, ossia quel microsistema di norme che incriminano, limitando l’esercizio delle libertà costituzionali, tutte le forme di dissenso».
Così, dopo aver accusato i pm di agire fuori dalla Costituzione, la Cgil ha indetto uno sciopero generale in tutta la Toscana. «Faremo una grande manifestazione la mattina di sabato 24 gennaio», ha annunciato l’esecutivo regionale. Ma solo se «si passasse dagli atti di indagine al rinvio a giudizio delle 37 persone raggiunte da un avviso di garanzia». In altre parole, siamo allo sciopero preventivo o, per essere più chiari, allo sciopero interdittivo, per impedire il processo nei confronti delle persone accusate.
Minacciare uno sciopero se i pm chiederanno il processo per i sindacalisti è un curioso modo di sostenere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. È anche una maniera un po’ originale di interpretare l’obbligatorietà dell’azione penale, oltre che, come detto, la libertà di manifestare. Ma qui non si parla di separazione delle carriere, ma solo di separazione dei cervelli di certi funzionari confederali.
Continua a leggereRiduci
Luca Palamara. Nel Riquadro, Eugenio Maria Turco (Ansa)
A proposito di quest’ultima, fortunata lista, nei mesi scorsi, avevamo citato il caso del nuovo procuratore generale della Cassazione, Pietro Gaeta, ma ci sono molte altre toghe che non hanno subito i contraccolpi delle sponsorizzazioni emerse dal telefono dell’ex ras delle nomine. Un tema già sollevato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando ha dichiarato che il Csm, nel caso Palamara, «ha messo la polvere sotto il tappeto». L’ennesima conferma a queste parole la rinveniamo nella nomina, deliberata mercoledì dal plenum di Palazzo Bachelet, di Eugenio Turco quale presidente del Tribunale di Grosseto. Infatti, sette anni fa, Donatella Ferranti, allora deputata del Partito democratico e presidente della commissione Giustizia, oggi giudice in Cassazione, aveva inviato a Palamara numerosi messaggi per sollecitare la nomina di Turco a presidente di sezione del Tribunale di Viterbo e di Francesco Salzano quale avvocato generale alla Procura generale della Cassazione. Ma, nonostante la denuncia di interferenze dem da parte dell’ex consigliere del Csm Nino Di Matteo e la richiesta di iniziative disciplinari, nulla è stato fatto né nei confronti della Ferranti, la cui pratica in prima commissione è stata chiusa senza strascichi, né nei confronti dei magistrati da lei segnalati.
Il nuovo presidente del Tribunale di Grosseto, nato a Castrovillari nel 1960, nominato magistrato nel 1987, ha iniziato la carriera presso la Procura di Lucera, poi è stato pretore e giudice a Viterbo. Dal 2015 si è trasferito in Serbia come «esperto residente» nell’ambito di un progetto europeo in tema di anticorruzione. Ma nel 2018 decide di tornare nel Belpaese con il sostegno della Ferranti. Ottenendo, il 21 settembre di quell’anno, la poltrona di presidente di sezione in una delle ultimissime votazioni utili della consiliatura del Csm di Palamara. Ma torniamo indietro di sei mesi, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Quel giorno, sul cellulare dell’ex leader di Unicost, giunge un messaggio proprio della Ferranti, la quale, nelle ore conclusive della sua carriera da parlamentare, anziché per il partito, sta cercando voti per gli amici al Csm: «Luca volevo segnalarti che Eugenio Turco ha uno specifico interesse per presidente sezione Viterbo. Tra l’altro è interesse avere un magistrato residente che conosce problematiche reali Tribunale... stimato da tutto il foro. Grazie», scrive la politica dem. Dopo circa cinque ore torna alla carica: «Ti manderà sms direttamente perché ha sciolto sue perplessità… preferiva Roma, ma se a Roma non c’è possibilità meglio puntare su Viterbo... sua mancanza si sente, sono tutti giovanissimi… può essere aiuto per Covelli e punto di riferimento in tutti i sensi».
A questo punto Palamara batte un colpo: «Carissima Donatella, ho visto Eugenio l’altro giorno e considerami al suo fianco». Ferranti è informata: «Sì, lo so, me lo ha detto lui stamani... meglio non perderlo per Viterbo, poi si vedrà... gli altri tutta gente che fa i pendolari, non ce lo possiamo permettere». A luglio, dopo l’insediamento del governo giallo-verde e le elezioni del nuovo Csm, Palamara chiede all’ex parlamentare dem un contatto del deputato renziano David Ermini, futuro vicepresidente del Csm («Mi mandi numero?»). La Ferranti si raccomanda («Luca cerca di chiudere tu le cose prima di andartene») e suggerisce quella che potrebbe essere la strada giusta per piazzare Ermini al vertice del parlamentino dei giudici, ovvero un abboccamento con il futuro portabandiera della sinistra giudiziaria dentro al Csm, Giuseppe Cascini. Quindi aggiunge una raccomandazione: «Non facciamo i soliti». Palamara annuncia rivelazioni: «Poi ti spiego bene situazione». L’ex politica insiste: «Mi raccomando per tutto, anche Viterbo, oltre Francesco (Salzano, ndr)». Palamara si mostra disponibile: «Ok ci vediamo e parliamo». La Ferranti si trasforma in suffragetta di Ermini: «David è persona perbene conoscitore problemi giustizia buon carattere... insomma, dico, che ha meno di Vietti (Michele, ex vicepresidente del Csm, ndr)?!!». Palamara concorda: «Lo so bene». Il 13 settembre l’ex deputata dem, di rientro dalle vacanze, è sul pezzo: «Luca non fare scherzi oggi per avvocato generale... avevi tu parlato con Francesco, non puoi abbandonarlo». Palamara annuncia di voler mantenere la parola: «Infatti io non lo abbandono… perché se si vota io voto lui». La Ferranti è al suo fianco: «Mi sto battendo per nostro amico con molta esposizione... manteniamo le parole per favore, ingiustizie non tollerabili... porta a casa anche Eugenio». Palamara la rassicura su Turco: «Eugenio già fatto: 5 a 1». Due giorni fa il nuovo scatto di carriera.
Continua a leggereRiduci
Sergio Spadaro, Fabio De Pasquale e Piercamillo Davigo (Ansa)
I due magistrati sono stati riconosciuti colpevoli per non aver messo a disposizione, tra febbraio e marzo 2021, atti ritenuti rilevanti sulla credibilità del principale accusatore, Vincenzo Armanna, nel processo Eni-Nigeria. La pena, otto mesi di reclusione, sospesa, resta sullo sfondo. In primo piano, ora, c’è il capitolo civile.
La difesa di Gianfranco Falcioni (avvocati Gian Filippo Schiaffino e Alberto Annichiarico), imprenditore assolto nel processo principale milanese Eni-Nigeria come tutti gli altri imputati perché il fatto non sussiste, è pronto a rivolgersi al giudice civile per ottenere un indennizzo che oggi punta a oltre 50.000 euro, dopo che la Corte d’appello ha circoscritto il danno risarcibile a quello morale, legato alla perdita di possibilità difensive.
Il tribunale di Brescia, in primo grado, aveva riconosciuto il diritto della parte civile al risarcimento, rinviando la quantificazione al giudice. Le motivazioni della sentenza d’Appello hanno confermato l’impianto della condanna e ristretto il perimetro del danno, ma non hanno chiuso la partita: l’hanno solo spostata su un altro tavolo. È su quel tavolo che Falcioni torna oggi, forte di una condanna confermata a carico di De Pasquale e Spadaro e di un’impostazione già tracciata fin dall’inizio del processo.
Quando Falcioni si costituisce parte civile, nel settembre 2022, la linea è più ampia. Nell’atto depositato a Brescia chiede il risarcimento dei danni e prospetta anche una somma subito esecutiva, che in udienza verrà indicata in 100.000 euro, come anticipo sul risarcimento complessivo. Con il passaggio in Appello, la strategia si affina: niente più maxi-anticipi, ma una richiesta più mirata, oggi concentrata su una cifra più contenuta, ritenuta coerente con il solo danno morale riconosciuto dalla Corte.
Il punto più delicato resta, però, un altro: la posizione dello Stato. Nel processo di Brescia, il ministero della Giustizia non si è costituito parte civile contro De Pasquale e Spadaro. Non ha chiesto danni per la lesione dell’interesse pubblico. Tuttavia, lo Stato è dentro il processo: la presidenza del Consiglio dei ministri è indicata come responsabile civile e, dunque, può essere chiamata a pagare in solido se il giudice civile riconoscerà il danno.
È una scelta che non nasce con l’attuale esecutivo. Quando Falcioni deposita la sua costituzione di parte civile (21 settembre 2022), il governo è ancora quello guidato da Mario Draghi, con Marta Cartabia ministro della Giustizia. Ed è qui che emerge una linea politica e istituzionale precisa. Sotto il governo Draghi, infatti, lo Stato sceglie di costituirsi parte civile nel processo contro Luca Palamara, rivendicando apertamente un danno all’immagine e al funzionamento della giustizia. Nel procedimento contro l’ex numero uno dell’Anm, la reazione dello Stato è stata di segno opposto. In quel processo si sono costituiti parte civile il ministero della Giustizia, l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura, rivendicando un danno diretto all’immagine e al corretto funzionamento dell’ordine giudiziario. In parallelo, la Corte dei Conti ha promosso l’azione contabile, chiedendo a Palamara oltre 120.000 euro per danno erariale.
La stessa scelta non viene fatta nei procedimenti che riguardano De Pasquale e Spadaro, né in quello che ha coinvolto Davigo, condannato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio nella vicenda dei verbali Amara. Su Palamara lo Stato colpisce, sugli altri magistrati si ferma, accettando di rispondere economicamente come datore pubblico. Ora lo scenario potrebbe cambiare con il governo Meloni. Anche il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha definito «sconcertante» quanto emerso, anche alla luce dell’articolo pubblicato ieri dalla Verità, sulla condotta dei pm nel processo Eni-Nigeria. Gasparri ha annunciato un’interrogazione al ministro Carlo Nordio, per sapere se De Pasquale e Spadaro siano ancora in servizio e ritenuti idonei a svolgere le loro funzioni in modo imparziale. «E come mai il ministro della Giustizia, non si sia costituito parte civile ai tempi del governo Draghi?», chiede Gasparri. «È anche per questo che la riforma della giustizia rappresenta un passaggio necessario per dire basta a derive che minano la credibilità del sistema giudiziario e la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto».
Va, infine, ricordato che Eni e gli altri imputati assolti nel processo milanese non hanno avviato azioni risarcitorie contro i magistrati. La linea del gigante petrolifero è sempre stata quella di ottenere una pronuncia di merito, non una rivalsa economica. Luigi Bisignani, invece, ha spesso ribadito che, come gli aveva insegnato lo storico leader Dc, Giulio Andreotti, «con i giudici quelle poche volte che si vince non si deve mai stravincere…».
Continua a leggereRiduci