2023-03-20
La nascita della mitragliatrice e i modelli italiani che fecero la storia
True
Fiat-Revelli mod.1914 durante la Grande Guerra (Getty Images)
All’inizio furono gli «organi», armi sperimentali del Rinascimento. Leonardo da Vinci, genio poliedrico, non mancò di progettarne uno nel Codice Atlantico. L’antenato della moderna mitragliatrice, strumento sognato lungo i secoli per aumentare la potenza di fuoco in battaglia, constava sostanzialmente di un numero variabile di canne ad avancarica di piccolo calibro che sparavano contemporaneamente un numero variabile di pallettoni. Nota anche come ribadocchino, non ebbe ampia diffusione a causa delle difficoltà e dei tempi di caricamento delle armi dell’epoca. Solo nel XVIII secolo, precisamente nel 1718, in Inghilterra fu realizzata un’arma a ripetizione che per forma e principio può essere considerata una progenitrice del fucile mitragliatore. La Puckle gun, inventata dall’avvocato londinese James Puckle, era sostanzialmente un revolver a canna lunga al cui tamburo fu applicato un meccanismo a ingranaggi che permetteva lo sparo a ripetizione. La curiosità che riguarda questa proto-mitragliatrice è che il suo utilizzo (molto limitato) ebbe un risvolto religioso. Si inserì infatti nelle lotte interne tra Protestanti e Cattolici in Gran Bretagna e Irlanda e l’arma era pubblicizzata come «arma per la causa protestante», senza mezzi termini. Ma anche contro i pirati musulmani del Mediterraneo come strumento efficace per arrestare gli arrembaggi alle navi. Per i Turchi l’inventore suggeriva l’uso di pallottole quadrate invece dei normali pallettoni, in quanto «maggiormente dannose». Alla fine l’arma di Puckle fu rifiutata dall’esercito britannico al quale era stata proposta per l’inaffidabilità dell’innesto a pietra focaia.
Alla metà del secolo XIX nel campo delle armi a ripetizione vi fu un ulteriore passo in avanti con un modello che, pur non ancora automatico, sparava colpi alternati e non simultanei come le precedenti mitragliatrici pluricanna. Si trattava della Claxton .690 (dal nome del colonnello americano che la inventò, F.S. Claxton), una delle prime mitragliatrici prodotte in piccola serie anche dalla licenziataria belga Désiré Lachaussée. Tecnicamente la .690 (dal calibro che in Italia corrisponde a 25mm) era dotata di un cilindro che alloggiava sei canne rotanti alimentate da un meccanismo che prevedeva un pozzo munizioni gestito da un servente, le quali venivano immesse nelle due canne centrali. Tramite una leva posta in fondo all’arma un sistema meccanico garantiva lo sparo alternato di due canne, che al loro surriscaldamento venivano sostituite da quelle successive contenute nel cilindro. La cadenza era di 80 colpi al minuto. Quest’arma era presente in Vaticano il giorno della presa di Porta Pia a disposizione del generale Hermann von Kanzler, a capo delle truppe pontificie. Posizionata nei pressi di Porta San Giovanni, non entrò tuttavia in azione il 20 settembre 1870.
Tredici anni dopo, nel 1883, la nascita della prima mitragliatrice automatica progenitrice di quelle attuali. Il brevetto fu depositato da Hiram Maxim, inventore americano di stanza a Londra. La rivoluzione della sua mitragliatrice stava nella completa automatizzazione del colpo a ripetizione, grazie allo sfruttamento meccanico della forza di rinculo che azionava un sistema di ricarica dei proiettili per mezzo di molle e ingranaggi. La Maxim aveva una cadenza di fuoco fino a 600 colpi/minuto con proiettili calibro 303 britannici (cal 7,7 in Italia) ed era raffreddata per la prima volta ad acqua grazie al manicotto cilindrico attorno alla canna. La Maxim fu la progenitrice di molte mitragliatrici prodotte nei diversi Paesi e alla base della britannica Vickers, colosso delle armi del Regno Unito che assorbirà più tardi l’azienda fondata dall’inventore della moderna mitragliatrice. La Maxim fu una delle armi protagoniste delle guerre coloniali britanniche di fine Ottocento, come il conflitto Anglo-boero del 1899 e fu usata anche durante la Grande Guerra. Anche il Regio Esercito ne fece uso all’inizio del conflitto, avendola inizialmente preferita a quelle di produzione nazionale.
Proprio durante la prima guerra mondiale, dove le armi automatiche fecero la differenza nella prima vera guerra tecnologica, l’industria delle armi italiana progredì rapidamente, fatto che portò alla realizzazione di una delle mitragliatrici medie più diffuse di tutto il conflitto: la Fiat-Revelli modello 1914. Già nel 1908 un capo tecnico dell’esercito, Giuseppe Perino, realizzò la prima arma automatica di fabbricazione italiana, la Modello 1908. Come la Maxim, la mitragliatrice Perino era completamente automatica ed era alimentata con il calibro 6,5 dei fucili Carcano in dotazione al Regio Esercito, pesava 27 kg ed aveva una cadenza di fuoco di 450 colpi al minuto. Si trattava di un’arma all’avanguardia, che tuttavia non fu mai prodotta in grandi numeri per l’iniziale diffidenza dei Comandi nei confronti delle armi pesanti, una visione ristretta che fece rischiare gravi svantaggi allo scoppio delle ostilità. Alle poche Perino in dotazione e alle mitragliatrici straniere, si affiancò quella che più tardi risulterà la mitragliatrice più diffusa di tutta la Grande Guerra, costruita dall’unica grande azienda in grado di offrire una grande capacità produttiva in serie, la Fiat del Senatore Giovanni Agnelli. Progettata dall’ingegnere Bethel Abiel Revelli de Beaumont, l’arma fu presentata nel 1911 per le prove e il periodo sperimentale previsto dalle normative. Tra gli esperti, i pareri sulla Fiat-Revelli si sono divisi. Alcuni la ritengono meno affidabile e maneggevole della Perino, puntando il dito sul potere politico della Fiat che avrebbe imposto il proprio modello. Altri invece ne sottolineano la longevità e la grande diffusione come contributo all’armamento dell’esercito durante la Grande Guerra. Tecnicamente, l’arma aveva un peso di 38,5 Kg senza treppiede con cadenza di tiro da 500 colpi/minuto (teorica) con gittata a 2.500 metri. I proiettili erano i classici Carcano cal 6,5 usati anche dai fucili modello 91. Fu costruita presso le officine della Società Metallurgica Bresciana (SMB) e nella città lombarda fu fondata la scuola mitraglieri dell’Esercito, dalla quale uscivano gli uomini delle Compagnie mitraglieri Fiat della quali fece parte anche il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La modello 1914 fu la mitragliatrice standard per tutti i conflitti successivi che interessarono l’Italia, dall’Etiopia alla Guerra di Spagna. In queste ultime due campagne la mitragliatrice fu soggetta ad un aggiornamento dal quale nacque la Revelli 14/35, frutto della modifica delle esistenti 1914 ma con calibro portato agli 8mm come la mitragliatrice Breda e il raffreddamento ad aria, che permetteva l’eliminazione del serbatoio dell’acqua da 18 kg e relativo servente.
Nel primo dopoguerra un’altra grande azienda meccanica sviluppò una delle mitragliatrici pesanti protagoniste del secondo conflitto mondiale, la Breda. Già attiva nella produzione di armi automatiche leggere, fece partire il progetto della nuova mitragliatrice, dalla Modello 5C, di fatto un fucile mitragliatore. Ne uscì una delle armi più diffuse tra il 1940 e il 1945, la Breda Mod. 30 attiva su tutti i fronti, dall’Africa, alla Grecia, alla Russia. Era un’arma dalla meccanica raffinata, sebbene altrettanto delicata. Dotata di otturatore solidale e corto rinculo, aveva un sistema di lubrificazione del proiettile in canna ad olio, molto sensibile alla polvere ed alle basse temperature. Precisa nel tiro, era tuttavia soggetta a frequenti inceppamenti e a surriscaldamenti a causa sia degli agenti atmosferici come sabbia e gelo (costantemente presenti in Nord Africa come in Russia) che per l’elevato calore durante lo sparo che avveniva peraltro ad otturatore chiuso. Nonostante questi non trascurabili difetti, fu prodotta in oltre 30.000 pezzi ai quali si aggiunse un altro modello del colosso italiano, la Mod. 37, a tutti gli effetti una «pesante». A differenza della Mod.30 la nuova mitragliatrice aveva una gittata molto più lunga (ben 5.000 metri) e usava proiettili appositi calibro 8x 59mm simili a quelli tedeschi. Molto più affidabile della Mod.30, poteva anche essere utilizzata come pezzo contraerei una volta montata su apposito affusto. L’unica pecca di un’arma molto affidabile era il peso rispetto ad altre armi equivalenti, di quasi 20 kg senza treppiede, ma nonostante ciò rimaneva l’arma automatica più avanzata tanto che sarà impiegata a lungo anche nel dopoguerra e all’estero, quando fu usata durante la guerra coloniale portoghese. La Breda 37 fu l’ultima pesante progettata e costruita in Italia e alcuni pezzi rimasero in servizio fino alla fine degli anni Sessanta. Con l’ingresso dell’Italia nella Nato infatti, la standardizzazione degli armamenti e delle munizioni vedrà la predominanza di modelli inglesi e americani o evoluzioni di armi dell’ultima guerra come la Beretta Franchi MG42/59 introdotta alla fine degli anni Cinquanta, che altro non era se non una versione ammodernata della mitragliatrice tedesca, la MG42.
Il primo fucile mitragliatore era italiano.
Un primato italiano riguarda invece la storia dei fucili mitragliatori o submachine gun. E’il caso del fucile mitragliatore OVP 1918, dove la sigla sta per «Officine di Villar Perosa», una azienda specializzata in costruzioni meccaniche e cuscinetti a sfera dell’orbita Fiat. L’archetipo del mitra moderno nacque nelle officine piemontesi dove si costruivano biciclette per bersaglieri, serbatoi per autocarri e altre forniture militari ancora una volta dal genio di Revelli de Beaumont. In origine la pistola mitragliatrice battezzata Fiat- Revelli mod.1915 fu impiegata in modo limitato e spesso montata sugli aeroplani da caccia per il suo peso contenuto. A terra invece fu trattata erroneamente come un’arma difensiva e dotata di un pesante scudo protettivo che ne limitava la mobilità. Solo nel 1917 e per iniziativa del generale Luigi Capello la pistola mitragliatrice, appaltata definitivamente alle Officine di Villar Perosa e marchiata da queste ultime, fu finalmente impiegata per azioni offensive portate avanti in particolare dagli Arditi e fu sottoposta ad importanti modifiche che la resero sempre più vicina ad un moderno fucile mitragliatore. Originariamente la OVP era un’arma binata, con due canne e due singoli caricatori di forma semilunata da 25 colpi ciascuno rivolti verso l’alto. Il manico era quello tipico a doppia maniglia delle mitragliatrici e poteva essere dotata di un bipiede. Per permettere la rapidità di trasporto e la prontezza al fuoco fu applicato all’arma un supporto a cinghia che passava attorno al collo del mitragliere e fu aggiunto un calcio in legno per agevolarne l’impugnatura, che rendeva l’arma della OVP esteticamente molto vicina ad un fucile più che ad una mitragliatrice leggera. La potenza di fuoco era da record: la cadenza di fuoco (teorica) era di ben 3.000 colpi/minuto, velocità che faceva esaurire i due caricatori in circa un secondo, risultando superiore ad ogni altra arma automatica in uso nella Grande Guerra. Non mancavano i difetti, come ad esempio la mancanza di un sistema di raffreddamento che imponeva lunghe pause. Verso la fine della guerra, nel 1918, una singola canna della Villar Perosa mod. 1915 fu impiegata fornita di calciolo e ribattezzata OVP 1918. Era il primo fucile mitragliatore italiano, dotato di selettore per colpo singolo o a raffica regolato da due distinti grilletti per le due cadenze di fuoco e caratterizzato da un calcio molto simile a quello del Carcano '91. Utilizzando lo stesso schema tecnico, la Beretta progettò il suo primo fucile mitragliatore, Il Moschetto Automatico Beretta 1918 o MAB/18, che fu utilizzato anch’esso dagli Arditi e in seguito durante la guerra d’Etiopia, affiancato più tardi dalla sua evoluzione, il Beretta MAB/38, che rimarrà in servizio fino agli anni Settanta in dotazione ad Esercito, Polizia e Arma dei Carabinieri. Sia la Villar Perosa che i MAB utilizzarono i proiettili Glisenti calibro 9mm, nati per utilizzo sulle pistole.
Continua a leggereRiduci
Nel 1883 Hiram Maxim brevettò la prima mitragliatrice automatica al mondo, che cambiò per sempre la storia bellica. Largamente utilizzata nella Grande Guerra, fu caratterizzata da numerosi primati italiani. E italiano fu il primo fucile mitragliatore.All’inizio furono gli «organi», armi sperimentali del Rinascimento. Leonardo da Vinci, genio poliedrico, non mancò di progettarne uno nel Codice Atlantico. L’antenato della moderna mitragliatrice, strumento sognato lungo i secoli per aumentare la potenza di fuoco in battaglia, constava sostanzialmente di un numero variabile di canne ad avancarica di piccolo calibro che sparavano contemporaneamente un numero variabile di pallettoni. Nota anche come ribadocchino, non ebbe ampia diffusione a causa delle difficoltà e dei tempi di caricamento delle armi dell’epoca. Solo nel XVIII secolo, precisamente nel 1718, in Inghilterra fu realizzata un’arma a ripetizione che per forma e principio può essere considerata una progenitrice del fucile mitragliatore. La Puckle gun, inventata dall’avvocato londinese James Puckle, era sostanzialmente un revolver a canna lunga al cui tamburo fu applicato un meccanismo a ingranaggi che permetteva lo sparo a ripetizione. La curiosità che riguarda questa proto-mitragliatrice è che il suo utilizzo (molto limitato) ebbe un risvolto religioso. Si inserì infatti nelle lotte interne tra Protestanti e Cattolici in Gran Bretagna e Irlanda e l’arma era pubblicizzata come «arma per la causa protestante», senza mezzi termini. Ma anche contro i pirati musulmani del Mediterraneo come strumento efficace per arrestare gli arrembaggi alle navi. Per i Turchi l’inventore suggeriva l’uso di pallottole quadrate invece dei normali pallettoni, in quanto «maggiormente dannose». Alla fine l’arma di Puckle fu rifiutata dall’esercito britannico al quale era stata proposta per l’inaffidabilità dell’innesto a pietra focaia. Alla metà del secolo XIX nel campo delle armi a ripetizione vi fu un ulteriore passo in avanti con un modello che, pur non ancora automatico, sparava colpi alternati e non simultanei come le precedenti mitragliatrici pluricanna. Si trattava della Claxton .690 (dal nome del colonnello americano che la inventò, F.S. Claxton), una delle prime mitragliatrici prodotte in piccola serie anche dalla licenziataria belga Désiré Lachaussée. Tecnicamente la .690 (dal calibro che in Italia corrisponde a 25mm) era dotata di un cilindro che alloggiava sei canne rotanti alimentate da un meccanismo che prevedeva un pozzo munizioni gestito da un servente, le quali venivano immesse nelle due canne centrali. Tramite una leva posta in fondo all’arma un sistema meccanico garantiva lo sparo alternato di due canne, che al loro surriscaldamento venivano sostituite da quelle successive contenute nel cilindro. La cadenza era di 80 colpi al minuto. Quest’arma era presente in Vaticano il giorno della presa di Porta Pia a disposizione del generale Hermann von Kanzler, a capo delle truppe pontificie. Posizionata nei pressi di Porta San Giovanni, non entrò tuttavia in azione il 20 settembre 1870.Tredici anni dopo, nel 1883, la nascita della prima mitragliatrice automatica progenitrice di quelle attuali. Il brevetto fu depositato da Hiram Maxim, inventore americano di stanza a Londra. La rivoluzione della sua mitragliatrice stava nella completa automatizzazione del colpo a ripetizione, grazie allo sfruttamento meccanico della forza di rinculo che azionava un sistema di ricarica dei proiettili per mezzo di molle e ingranaggi. La Maxim aveva una cadenza di fuoco fino a 600 colpi/minuto con proiettili calibro 303 britannici (cal 7,7 in Italia) ed era raffreddata per la prima volta ad acqua grazie al manicotto cilindrico attorno alla canna. La Maxim fu la progenitrice di molte mitragliatrici prodotte nei diversi Paesi e alla base della britannica Vickers, colosso delle armi del Regno Unito che assorbirà più tardi l’azienda fondata dall’inventore della moderna mitragliatrice. La Maxim fu una delle armi protagoniste delle guerre coloniali britanniche di fine Ottocento, come il conflitto Anglo-boero del 1899 e fu usata anche durante la Grande Guerra. Anche il Regio Esercito ne fece uso all’inizio del conflitto, avendola inizialmente preferita a quelle di produzione nazionale. Proprio durante la prima guerra mondiale, dove le armi automatiche fecero la differenza nella prima vera guerra tecnologica, l’industria delle armi italiana progredì rapidamente, fatto che portò alla realizzazione di una delle mitragliatrici medie più diffuse di tutto il conflitto: la Fiat-Revelli modello 1914. Già nel 1908 un capo tecnico dell’esercito, Giuseppe Perino, realizzò la prima arma automatica di fabbricazione italiana, la Modello 1908. Come la Maxim, la mitragliatrice Perino era completamente automatica ed era alimentata con il calibro 6,5 dei fucili Carcano in dotazione al Regio Esercito, pesava 27 kg ed aveva una cadenza di fuoco di 450 colpi al minuto. Si trattava di un’arma all’avanguardia, che tuttavia non fu mai prodotta in grandi numeri per l’iniziale diffidenza dei Comandi nei confronti delle armi pesanti, una visione ristretta che fece rischiare gravi svantaggi allo scoppio delle ostilità. Alle poche Perino in dotazione e alle mitragliatrici straniere, si affiancò quella che più tardi risulterà la mitragliatrice più diffusa di tutta la Grande Guerra, costruita dall’unica grande azienda in grado di offrire una grande capacità produttiva in serie, la Fiat del Senatore Giovanni Agnelli. Progettata dall’ingegnere Bethel Abiel Revelli de Beaumont, l’arma fu presentata nel 1911 per le prove e il periodo sperimentale previsto dalle normative. Tra gli esperti, i pareri sulla Fiat-Revelli si sono divisi. Alcuni la ritengono meno affidabile e maneggevole della Perino, puntando il dito sul potere politico della Fiat che avrebbe imposto il proprio modello. Altri invece ne sottolineano la longevità e la grande diffusione come contributo all’armamento dell’esercito durante la Grande Guerra. Tecnicamente, l’arma aveva un peso di 38,5 Kg senza treppiede con cadenza di tiro da 500 colpi/minuto (teorica) con gittata a 2.500 metri. I proiettili erano i classici Carcano cal 6,5 usati anche dai fucili modello 91. Fu costruita presso le officine della Società Metallurgica Bresciana (SMB) e nella città lombarda fu fondata la scuola mitraglieri dell’Esercito, dalla quale uscivano gli uomini delle Compagnie mitraglieri Fiat della quali fece parte anche il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini. La modello 1914 fu la mitragliatrice standard per tutti i conflitti successivi che interessarono l’Italia, dall’Etiopia alla Guerra di Spagna. In queste ultime due campagne la mitragliatrice fu soggetta ad un aggiornamento dal quale nacque la Revelli 14/35, frutto della modifica delle esistenti 1914 ma con calibro portato agli 8mm come la mitragliatrice Breda e il raffreddamento ad aria, che permetteva l’eliminazione del serbatoio dell’acqua da 18 kg e relativo servente. Nel primo dopoguerra un’altra grande azienda meccanica sviluppò una delle mitragliatrici pesanti protagoniste del secondo conflitto mondiale, la Breda. Già attiva nella produzione di armi automatiche leggere, fece partire il progetto della nuova mitragliatrice, dalla Modello 5C, di fatto un fucile mitragliatore. Ne uscì una delle armi più diffuse tra il 1940 e il 1945, la Breda Mod. 30 attiva su tutti i fronti, dall’Africa, alla Grecia, alla Russia. Era un’arma dalla meccanica raffinata, sebbene altrettanto delicata. Dotata di otturatore solidale e corto rinculo, aveva un sistema di lubrificazione del proiettile in canna ad olio, molto sensibile alla polvere ed alle basse temperature. Precisa nel tiro, era tuttavia soggetta a frequenti inceppamenti e a surriscaldamenti a causa sia degli agenti atmosferici come sabbia e gelo (costantemente presenti in Nord Africa come in Russia) che per l’elevato calore durante lo sparo che avveniva peraltro ad otturatore chiuso. Nonostante questi non trascurabili difetti, fu prodotta in oltre 30.000 pezzi ai quali si aggiunse un altro modello del colosso italiano, la Mod. 37, a tutti gli effetti una «pesante». A differenza della Mod.30 la nuova mitragliatrice aveva una gittata molto più lunga (ben 5.000 metri) e usava proiettili appositi calibro 8x 59mm simili a quelli tedeschi. Molto più affidabile della Mod.30, poteva anche essere utilizzata come pezzo contraerei una volta montata su apposito affusto. L’unica pecca di un’arma molto affidabile era il peso rispetto ad altre armi equivalenti, di quasi 20 kg senza treppiede, ma nonostante ciò rimaneva l’arma automatica più avanzata tanto che sarà impiegata a lungo anche nel dopoguerra e all’estero, quando fu usata durante la guerra coloniale portoghese. La Breda 37 fu l’ultima pesante progettata e costruita in Italia e alcuni pezzi rimasero in servizio fino alla fine degli anni Sessanta. Con l’ingresso dell’Italia nella Nato infatti, la standardizzazione degli armamenti e delle munizioni vedrà la predominanza di modelli inglesi e americani o evoluzioni di armi dell’ultima guerra come la Beretta Franchi MG42/59 introdotta alla fine degli anni Cinquanta, che altro non era se non una versione ammodernata della mitragliatrice tedesca, la MG42. Il primo fucile mitragliatore era italiano.Un primato italiano riguarda invece la storia dei fucili mitragliatori o submachine gun. E’il caso del fucile mitragliatore OVP 1918, dove la sigla sta per «Officine di Villar Perosa», una azienda specializzata in costruzioni meccaniche e cuscinetti a sfera dell’orbita Fiat. L’archetipo del mitra moderno nacque nelle officine piemontesi dove si costruivano biciclette per bersaglieri, serbatoi per autocarri e altre forniture militari ancora una volta dal genio di Revelli de Beaumont. In origine la pistola mitragliatrice battezzata Fiat- Revelli mod.1915 fu impiegata in modo limitato e spesso montata sugli aeroplani da caccia per il suo peso contenuto. A terra invece fu trattata erroneamente come un’arma difensiva e dotata di un pesante scudo protettivo che ne limitava la mobilità. Solo nel 1917 e per iniziativa del generale Luigi Capello la pistola mitragliatrice, appaltata definitivamente alle Officine di Villar Perosa e marchiata da queste ultime, fu finalmente impiegata per azioni offensive portate avanti in particolare dagli Arditi e fu sottoposta ad importanti modifiche che la resero sempre più vicina ad un moderno fucile mitragliatore. Originariamente la OVP era un’arma binata, con due canne e due singoli caricatori di forma semilunata da 25 colpi ciascuno rivolti verso l’alto. Il manico era quello tipico a doppia maniglia delle mitragliatrici e poteva essere dotata di un bipiede. Per permettere la rapidità di trasporto e la prontezza al fuoco fu applicato all’arma un supporto a cinghia che passava attorno al collo del mitragliere e fu aggiunto un calcio in legno per agevolarne l’impugnatura, che rendeva l’arma della OVP esteticamente molto vicina ad un fucile più che ad una mitragliatrice leggera. La potenza di fuoco era da record: la cadenza di fuoco (teorica) era di ben 3.000 colpi/minuto, velocità che faceva esaurire i due caricatori in circa un secondo, risultando superiore ad ogni altra arma automatica in uso nella Grande Guerra. Non mancavano i difetti, come ad esempio la mancanza di un sistema di raffreddamento che imponeva lunghe pause. Verso la fine della guerra, nel 1918, una singola canna della Villar Perosa mod. 1915 fu impiegata fornita di calciolo e ribattezzata OVP 1918. Era il primo fucile mitragliatore italiano, dotato di selettore per colpo singolo o a raffica regolato da due distinti grilletti per le due cadenze di fuoco e caratterizzato da un calcio molto simile a quello del Carcano '91. Utilizzando lo stesso schema tecnico, la Beretta progettò il suo primo fucile mitragliatore, Il Moschetto Automatico Beretta 1918 o MAB/18, che fu utilizzato anch’esso dagli Arditi e in seguito durante la guerra d’Etiopia, affiancato più tardi dalla sua evoluzione, il Beretta MAB/38, che rimarrà in servizio fino agli anni Settanta in dotazione ad Esercito, Polizia e Arma dei Carabinieri. Sia la Villar Perosa che i MAB utilizzarono i proiettili Glisenti calibro 9mm, nati per utilizzo sulle pistole.
(iStock)
E ieri ha portato a casa la sua missione con il voto favorevole della maggioranza (Pd, Avs-Ecolò e Lista Funaro), il no di Italia viva e l’astensione di M5s e Spc (Sinistra progetto comune). Non proprio un bel segnale per il campo largo, anche se grillini e rifondaroli sono all’opposizione.
Fatto sta che da domani anche nelle zone che vanno da Campo di Marte e San Jacopino fino alle aree Bronzino e Pier Vettori, Fonderia e Petrarca (sottozona A3 e A4), gli Airbnb saranno tabù. Per intenderci, le sottozone A3 e A4 corrispondono a 11,21 chilometri quadrati e racchiudono 67.780 abitazioni.
Non uno scherzo. Anche perché da tempo i paletti fiorentini sono i più rigidi del Paese. Oltre a non ammettere nuove autorizzazioni per i cosiddetti contratti turistici, ora anche nei territori più periferici (l’allargamento riguarda più di 500 nuove strade) saranno «inammissibili» cucine inferiori ai 9 metri quadrati, l’impatto acustico dovrà essere limitato entro determinate soglie e a chi dovesse violare le regole saranno comminate sanzioni fino a 10.000 euro.
Insomma, un’altra bella botta per la proprietà privata e per i cittadini che magari hanno ricevuto un piccolo immobile in donazione, hanno sempre pagato le tasse e rispettato le regole, ma ora non sono liberi di metterlo a reddito come meglio credono.
«Non ho gradito i tempi e le modalità con cui è stata frettolosamente portata in aula la delibera», spiega alla Verità il vicepresidente del consiglio comunale, lato Fratelli d’Italia, Alessandro Draghi, «l’emergenza abitativa non può ricadere sui privati. Bloccare le locazioni turistiche nella corona attorno ai viali vuol dire semplicemente trasferire il fenomeno ancor più in periferia».
E la pensano allo stesso modo le oltre 400 persone che si sono riunite ieri in piazza della Signoria per protestare contro la delibera. «Il settore degli affitti brevi», spiegano i promotori del Coordinamento 4 Giugno, «coinvolge ormai migliaia di famiglie fiorentine e rappresenta una componente importante dell’economia cittadina. È sbagliato indicarlo come il principale responsabile del problema abitativo. Esiste certamente un tema casa e un disagio abitativo, che non va sottovalutato. Ma la risposta non può essere quella di limitare la proprietà privata o colpire i piccoli proprietari. Il problema si affronta aumentando l’offerta di alloggi attraverso la rigenerazione urbana, il recupero del patrimonio inutilizzato e l’acquisizione di nuovo patrimonio abitativo da destinare alla locazione a canoni sostenibili». Quindi i dettagli del caso Firenze. «Oggi, il Comune ha oltre 800 alloggi in edilizia residenziale pubblica inutilizzati e di conseguenza non può aggiungere il problema abitativo ai piccoli proprietari privati perché non è credibile oltre che ingiusto. Noi diciamo sì alle regole e ai controlli contro l’abusivismo, ma no a provvedimenti ideologici che rischiano di penalizzare famiglie, lavoratori e piccoli risparmiatori senza produrre benefici concreti sul fronte dell’emergenza abitativa».
Anche perché poi succede che i fondi e le società immobiliari abbiano il via libera alle locazioni brevi di appartamenti di extra lusso, mentre i privati restano a bocca asciutta.
Contraddizione che è diventata palese quando il Tar, qualche giorno fa, ha dato il via libera alla possibilità di fare attività di Airbnb in un mega palazzo vicino al Duomo che conta più di 100 alloggi extra lusso.
Il complesso Bufalini è di proprietà della società di gestione del risparmio Namira, che ha acquistato i circa 18.000 metri quadrati del complesso nel 2024 da Tom Barrack e oggi lo gestisce attraverso il fondo Kalon.
Perché Namira può fare Airbnb e i fiorentini no? Di chi è la colpa? Secondo i giudici del tribunale regionale, la variante di aprile del piano urbanistico comunale dello scorso anno aveva escluso il complesso Bufalini dal blocco previsto per gli Airbnb (in base anche a una convenzione del 2017, che non escludeva la destinazione turistica) e anche se la Funaro ha approvato un regolamento che vieta nuovi affitti brevi nell’area Unesco, «la licenza» resta.
Il sindaco si dice pronto a ricorrere al Consiglio di Stato, ma non risponde ad alcune semplici domande che molti dei suoi cittadini le stanno ponendo.
Esistono altri immobili in centro nella stessa situazione? Sono state concesse ulteriori eccezioni alle rigidissime regole imposte dalla sinistra? Sono ipotizzabili nuove varianti urbanistiche nel centro della città che aprono le porte agli affitti brevi, magari per i soliti alloggi extra lusso in mano ai fondi?
La Funaro non risponde. Ma se emergessero nuovi edifici che per un motivo o per l’altro ottengono l’autorizzazione a fare Airbnb, al danno per i cittadini fiorentini si aggiungerebbe la beffa, e il sindaco perderebbe completamente la faccia.
Continua a leggereRiduci
Rocco Basilico e Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
A stipularla Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico sotto la regia della madre, Nicoletta Zampillo ultima moglie di Leonardo Del Vecchio. l’accordo spiana la strada a Leonardo Del Vecchio verso la maggioranza assoluta di Delfin, la cassaforte di famiglia. Vuol dire controllare un impero globale. La holding oggi vale circa 42 miliardi e che custodisce non soltanto il controllo di Essilor Luxottica, ma anche partecipazioni strategiche in Generali, Monte dei Paschi di Siena e Unicredit.
Dentro quelle mura lussemburghesi si concentrano quote, potere, dividendi, influenza e soprattutto la lunga ombra di uno dei più grandi imprenditori italiani del dopoguerra. Ecco perché la tregua assume un significato che va ben oltre il tradizionale romanzo familiare degli eredi. Sul tavolo c’era l’architettura di uno degli snodi più delicati del capitalismo italiano. Per settimane la tensione era salita come la pressione dentro una pentola dimenticata sul fuoco.
Da una parte Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito del fondatore di Luxottica, impegnato a portare a termine il grande riassetto della holding. Dall’altra Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo e del banchiere Paolo Basilico, deciso a contestare il percorso scelto per la redistribuzione delle quote. La battaglia si era rapidamente trasferita nelle aule del Granducato. Basilico aveva impugnato davanti al Tribunale del Lussemburgo le delibere approvate dall’assemblea di Delfin. Nel mirino c’erano due decisioni particolarmente rilevanti: l’aumento dei dividendi e soprattutto l’operazione destinata a consentire a Leonardo Maria di acquistare il 25% della holding detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio.
Una partita gigantesca. Perché quel 25% rappresenta una quota che, ai valori correnti della cassaforte, sfiora gli 11 miliardi. Una di quelle somme che smettono di essere denaro e diventano geografia economica.
L’operazione avrebbe portato Leonardo Maria Del Vecchio al 37,5% di Delfin, consolidando una posizione destinata a renderlo il principale punto di riferimento della governance futura. Un progetto complesso anche dal punto di vista finanziario.
Per sostenere l’acquisto era infatti previsto un finanziamento da circa 10 miliardi una delle operazioni più rilevanti mai viste in una vicenda successoria italiana. Un’architettura che richiedeva stabilità, certezze giuridiche e soprattutto l’assenza di nuvole legali all’orizzonte.
Le contestazioni giudiziarie rischiavano invece di trasformarsi in una fastidiosa sabbia negli ingranaggi.
Nel frattempo si era aggiunto un altro capitolo.
A fine maggio Nicoletta Zampillo aveva inviato una lettera al consiglio di amministrazione di Delfin manifestando la volontà di rimettere in discussione la rinuncia effettuata nel 2022 a metà della quota del 25% a lei destinata dal marito a favore del figlio Rocco.
Un passaggio che aveva contribuito ad aumentare ulteriormente la temperatura.
Gli osservatori finanziari seguivano gli sviluppi come si segue una finale di Champions League. Per una ragione semplice: dietro la disputa familiare c’erano asset che pesano enormemente sugli equilibri economici del Paese. Delfin possiede infatti il 32,4% di Essilor Luxottica, il campione mondiale dell’occhialeria nato dalla fusione che ha cambiato la geografia del settore. Ma non basta. Controlla anche il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena, il 10% di Generali e il 2,7% di Unicredit.
Tradotto dal linguaggio delle partecipazioni a quello della realtà: una quota rilevante del risparmio italiano, del credito alle imprese, delle assicurazioni e della finanza nazionale passa direttamente o indirettamente sotto l’ombrello della cassaforte creata da Del Vecchio.
Secondo quanto emerge dalle ricostruzioni delle ultime ore, sia Leonardo Maria Del Vecchio sia Rocco Basilico si sarebbero impegnati a ritirare le rispettive iniziative giudiziarie. Una scelta che consente di sbloccare un'impasse che durava ormai da settimane e che rischiava di allungare ulteriormente i tempi del riassetto.
La tregua arriva a quattro anni dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio.
Quattro anni nei quali l’eredità del fondatore ha continuato a esercitare una forza gravitazionale impressionante. Come accade spesso nelle grandi dinastie imprenditoriali, il patrimonio non è soltanto una questione economica. È anche una questione di leadership, di visione, di equilibrio tra rami familiari e di gestione del potere.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Anzi, ieri è stato ucciso, da una bomba di mortaio, un casco blu del contingente Onu Unifil. È accaduto nell’area di Marjayoun, vicino Dibbine, nell’avamposto «Miguel de Cervantes» di militari spagnoli. La granata ha ucciso un militare di nazionalità serba e ha ferito un militare spagnolo e uno salvadoregno.
Il caduto era il sergente Milovan Jovanovic, che avrebbe compiuto 37 anni domani, essendo nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo e lascia una moglie e due figli. Il suo decesso è avvenuto dopo un vano ricovero in elicottero al Centro medico universitario di Beirut. Si conferma una volta di più la precaria posizione dell’Unifil, schierato in Libano dal 1978 e sempre fra due fuochi. Attualmente l’Unifil è sotto il comando del generale italiano Diodato Abagnara e conta 7.478 uomini, fra cui 746 italiani. L’esercito israeliano ha attribuito a Hezbollah la morte del serbo, affermando che «una serie di colpi di mortaio provenienti dalla zona di Qotrani ed effettuati da Hezbollah». Poi l’esercito libanese rilevava: «Le truppe israeliane si sono ritirate da Debbine, nel distretto di Marjeyoun, per facilitare il monitoraggio del cessate il fuoco».
Nella notte era arrivato l’assenso di Beirut a un cessate il fuoco concordato con Israele, con la mediazione dell’amministrazione americana di Donald Trump. Accordo basato sul disarmo di Hezbollah e su «aree pilota» sgomberate dalla presenza israeliana e di Hezbollah e presidiate da truppe libanesi. Alla milizia sciita si chiede il ritiro a Nord del fiume Litani. Il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato che «i negoziati sono stati difficili e sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano Marco Rubio». La tregua diverrebbe effettiva «24 ore dall’approvazione definitiva» e sarebbe preparatoria di negoziati dal 22 giugno. Da parte israeliana, il premier Benjamin Netanyahu ha discusso l’accordo con il suo gabinetto di sicurezza nazionale, ma il problema pare lo stesso del precedente cessate il fuoco di ottobre 2024: il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi. Se il ministro della Difesa Israel Katz si dice soddisfatto, il titolare della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, parla di «grave errore» evocando complicità fra governo libanese e sciiti. Naim Qassem, capo di Hezbollah, ha già definito l’accordo «una capitolazione e una sconfitta». Stando a indiscrezioni del giornale israeliano Haaretz, Qassem rifiuterebbe l’accordo su impulso dell’Iran, dato che gli ayatollah non intendono separare la crisi nel Golfo Persico da quella libanese, come invece vorrebbe Trump.
Un funzionario israeliano ha anticipato alla testata Ynet che l’esercito ebraico «rimarrà nelle aree conquistate» fra cui la cresta del castello di Beaufort, e che «proseguiranno le operazioni per smantellare Hezbollah». Afferma che il senso dell’accordo è «spingere lo stato libanese ad affrontare Hezbollah», risolvendo il problema di una milizia che è uno «Stato nello Stato». Proprio ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato aiuti per 100 milioni di euro destinati «al rafforzamento dell’esercito libanese». In giornata Israele ha compiuto raid con droni e aerei, colpendo Sohmor e altri siti nella valle della Bekaa, come la diga di Qaraoun, oltre a un’automobile sulla strada Kfar Kila e Zefta, facendo sei morti e otto feriti. Hezbollah ha lanciato razzi sui soldati israeliani, oltre a droni che sono stati abbattuti. Gli sciiti hanno però rivendicato la distruzione di un carro armato israeliano al castello di Beufort con un missile.
Ieri, dopo che il direttore del Mossad, David Barnea, ha lasciato l’incarico a Roman Gofman, il Jerulasem Post ha rivelato che l’uccisione, il 27 settembre 2024, dello storico capo di Hezbollah Hassan Nasrallah con un raid aereo sarebbe dovuta a speciali sistemi di puntamento installati nel suo quartier generale da spie del servizio segreto ebraico. Nel frattempo, è aumentato il numero delle vittime del raid israeliano su Gaza: si parla di 11 morti, inclusi dei bambini.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Uno scoglio sul tavolo è del resto quello della crisi libanese: non è infatti un mistero che la Repubblica islamica voglia la risoluzione del conflitto tra Israele ed Hezbollah come parte integrante di un eventuale accordo con la Casa Bianca. «La nostra condizione iniziale per accettare un cessate il fuoco nella guerra regionale è stata un cessate il fuoco su tutti i fronti, Libano compreso», hanno affermato, ieri, i pasdaran, per poi aggiungere: «Il nemico deve cessare urgentemente gli attacchi contro il popolo libanese e ritirarsi immediatamente oltre i confini internazionali, evacuando i territori occupati del Libano e riconoscendo l’integrità territoriale del Libano».
Mercoledì, Washington, Beirut e Gerusalemme avevano emesso un comunicato congiunto, concordando un cessate il fuoco «subordinato alla completa cessazione degli attacchi di Hezbollah». Tuttavia, ieri, il leader della stessa Hezbollah, Naim Qassem, ha bollato l’accordo tra Libano e Israele come una «resa». Ha quindi affermato che gli attacchi contro il Nord dello Stato ebraico proseguiranno fin quando continueranno i bombardamenti israeliani sul Paese dei Cedri. Poco dopo, un funzionario di Hezbollah ha confermato il rifiuto della tregua. Bisognerà quindi capire quale impatto avrà questa situazione sul destino della diplomazia tra Stati Uniti e Iran. D’altronde, un altro scoglio riguarda Hormuz. Ieri, il ministero degli Esteri iraniano ha detto che Teheran «non intende riscuotere tasse di passaggio, dazi di transito o pagamenti per i diritti di transito», ma soltanto delle tariffe di servizio. Non è al momento chiaro come reagirà Washington, che si è sempre espressa contro eventuali pedaggi imposti dalla Repubblica islamica nello Stretto.
Nel frattempo, Donald Trump avrebbe deciso di non riprendere le ostilità con Teheran, a meno che la Repubblica islamica non uccida dei soldati americani. Non solo. Oltre a dire che le trattative con il regime khomeinista starebbero andando «molto bene», il presidente statunitense non ha escluso l’eventualità di incontrare la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: un Khamenei che, secondo Washington, sarebbe coinvolto nei negoziati e che, ieri, ha esortato gli iraniani a «preservare l’unità nazionale». In tutto questo, mercoledì, il presidente americano ha ammesso di aver definito «pazzo» Benjamin Netanyahu durante un litigio telefonico, ma ha anche cercato di gettare acqua sul fuoco. «Abbiamo lavorato molto bene insieme. Bibi mi piace molto. E lavoro molto bene con lui», ha detto. Lunedì, Trump si era notevolmente irritato con il premier israeliano, ritenendo che i raid dello Stato ebraico su Beirut avrebbero compromesso le trattative in corso tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta cercando di salvaguardare il processo diplomatico con Teheran, tentando di raffrenare sia Hezbollah che Gerusalemme. Tuttavia, nel mezzo di queste manovre complicate, Trump si sta ritrovando a dover affrontare una grana interna. L’altro ieri, la Camera dei rappresentanti, anche attraverso il voto favorevole di quattro deputati repubblicani dissidenti, ha approvato una risoluzione che esige la conclusione del conflitto in Iran: una circostanza che, neanche a dirlo, ha profondamente irritato il presidente statunitense. «Con una votazione insignificante, la Camera ha votato, con quattro repubblicani corrotti e tutti i democratici, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle trattative finali per porre fine alla guerra con la Repubblica islamica dell’Iran. Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica?», ha tuonato Trump, ieri, su Truth.
Come riportato da The Hill, non è chiaro se la risoluzione abbia forza di legge e se sia quindi vincolante. Bisognerà inoltre attendere l’eventuale ok del Senato. Ciò detto, dal punto di vista politico, si configura potenzialmente un problema per il presidente americano. Continua infatti ad aumentare la pressione su di lui, affinché chiuda la questione iraniana. Ricordiamo che, sulla base del War powers act, il presidente deve ottenere l’ok del Congresso, qualora le azioni militari da lui ordinate superino i 60 giorni. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha finora sostenuto che le ostilità con Teheran sono terminate a seguito del cessate il fuoco stipulato l’8 aprile e prorogato a tempo indeterminato il 21 dello stesso mese: il che, argomenta la Casa Bianca, renderebbe inutile richiedere e ottenere l’autorizzazione da parte del potere legislativo. Sarà quindi necessario capire in che modo questa questione si intersecherà con le trattative iraniane. E se avrà degli impatti in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Continua a leggereRiduci