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2025-06-17
Missione Meloni: trattare con il tycoon
Giorgia Meloni al G7 in Canada (Ansa)
G7, ovvero Giorgia7: la riunione dei capi di Stato e di governo delle 7 nazioni più industrializzate del mondo in corso a Kananaskis, in Canada, vede il presidente del Consiglio italiano vestire i panni della protagonista assoluta. Il motivo, o uno dei motivi, è che sarà molto difficile stavolta trovare una intesa piena su tutti i temi più scottanti tra Donald Trump e gli altri leader, e l’unica che può tentare in qualche modo di ammorbidire il tycoon è proprio Giorgia Meloni. Detto ciò, tentare non significa riuscire, non stavolta, non in questo G7 che fonti diplomatiche definiscono alla Verità come «concitato», con il conflitto tra Israele e Iran che tiene banco e rischia di offuscare gli altri dossier sul tavolo, dalla situazione in Ucraina a quella a Gaza, per finire ai dazi. Concitazione e pure «confusione», ci viene riferito, con la proposta di Trump di far svolgere a Vladimir Putin il ruolo di mediatore tra Israele e Iran che ha acuito la frattura tra il tycoon e gli altri leader; un clima di incertezza testimoniato ad esempio dalla indiscrezione rilanciata dalla Reuters ieri pomeriggio alle 17.20 ora italiana, le 11.20 in Canada, che riferisce che Donald Trump non avrebbe ancora firmato il comunicato congiunto per la de-escalation del conflitto tra Israele e Iran. La bozza contiene l'impegno per salvaguardare la stabilità dei mercati, quelli energetici, e sostiene che Israele ha il diritto di difendersi. Tanto per non farsi mancare niente, tra l’altro, prima di arrivare in Canada, Emmanuel Macron è andato in Groenlandia, accolto dalla premier danese Mette Frederiksen, e ha rifilato una bella stoccata a Trump: «Sono venuto», ha detto Macron, «per trasmettere un messaggio di solidarietà alla Danimarca, alla Groenlandia e al popolo groenlandese: la Groenlandia non può essere venduta». Tornando alla Meloni, prima dell’apertura dei lavori il premier ha partecipato a una riunione di coordinamento europeo con Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Nella serata precedente c’era già stato un lungo colloquio informale tra la Meloni, Macron, Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il primo ministro canadese, Mark Carney. L’obiettivo di questi colloqui, trovare una posizione coordinata dei Paesi europei e del Canada sul conflitto in Medio Oriente per poi cercare tutti insieme un punto d’incontro con Trump. Non solo: a quanto si apprende, nelle discussioni con i leader del G7 a margine dei lavori del vertice, Giorgia Meloni si è impegnata per proporre un’iniziativa comune per un cessate il fuoco a Gaza, su cui ha riscontrato aperture da parte dei partner europei. Potrebbe essere inquadrato in questa cornice il colloquio telefonico che la Meloni ha avuto con l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani. Con Starmer e Merz la Meloni ha avuto anche due incontri bilaterali: il presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, ha riferito Palazzo Chigi, hanno tra l'altro avuto uno scambio di vedute sui più recenti sviluppi in Medio Oriente e sulla guerra in Ucraina, nel quadro delle relazioni transatlantiche e in vista del prossimo vertice Nato dell’Aja. A breve distanza dal loro recente colloquio a Palazzo Chigi, prosegue la nota, «l’incontro ha permesso di confermare la comune volontà di riunire a Roma, a inizio 2026, una nuova edizione del vertice intergovernativo tra Italia e Germania e di mantenere uno stretto coordinamento sui principali temi dell’agenda Ue, come il contrasto alle migrazioni irregolari e la competitività». Fruttuoso anche il bilaterale con Starmer, con il quale pure si è discusso di Ucraina e Medio Oriente: «Penso che sia un’ottima occasione», ha detto la Meloni incontrando il leader britannico, «trascorrere due giorni insieme in questo momento difficile e cercare di discutere tutti i temi: i recenti avvenimenti in Medio Oriente, il percorso verso una pace giusta e duratura in Ucraina, e poi gli sforzi che dovremo compiere in Europa per rafforzare la nostra difesa e la nostra sicurezza, che ci porteranno al vertice della Nato. E molti temi bilaterali, molte cose importantissime che l'Italia e il Regno Unito stanno facendo insieme, anche ad esempio in materia di difesa con il Gcap e altre iniziative molto strategiche. Sono molto soddisfatta», ha sottolineato la Meloni, «della nostra cooperazione in materia di migrazione». A proposito di migrazione, l’argomento è stato uno dei più importanti tra quelli trattati nella quarta sessione dei lavori di ieri, che si è conclusa quando in Italia era notte fonda, dedicata al tema «rendere sicuro il mondo»: non a caso, il coordinamento di questa sessione è stato affidato proprio a Giorgia Meloni, che ha avuto nel pomeriggio di ieri un altro bilaterale con il padrone di casa, il premier canadese Carney. Fonti diplomatiche fanno notare alla Verità che sul tema della migrazione e del contrasto al traffico di essere umani la presidenza del G7 canadese sta procedendo in continuità con quella italiana. Parlando di dazi, invece, il cancelliere tedesco Merz ha auspicato «progressi nella controversia sui dazi con gli Stati Uniti. Io, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni», ha detto Merz, «siamo determinati a tentare di discutere nuovamente la questione dei dazi con la controparte statunitense durante questi due giorni. Non ci sarà una soluzione in questo vertice, ma forse potremmo avvicinarci a una soluzione a piccoli passi». Oggi in Canada arriva anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che dovrebbe avere un bilaterale con la Meloni. Infine, una curiosità: mentre si avvicinavano alla tavola rotonda del vertice, ieri sera, il nostro premier ha scambiato qualche parola con Donald Trump e poi con Macron: con l’inquilino dell’Eliseo il dialogo è stato fitto e, a quanto si vede in filmati che hanno fatto subito il giro dei social, l’espressione della Meloni dopo aver ascoltato le parole del leader francese è stata un mix tra lo stupore e l’incredulità.
«Pronto, qui Tajani». Telefonate in serie agli omologhi: negoziare
Nella corsa contro il tempo per disinnescare l’escalation tra Israele e Iran, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha avuto dei colloqui telefonici direttamente con i protagonisti del conflitto.
Parlando con il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, Tajani, ha esortato «le parti coinvolte nel conflitto a ritrovare un dialogo», chiedendo anche «di continuare a tutelare la sicurezza degli italiani presenti nella regione». Nel post condiviso su X, il vicepremier ha confermato: «Lavoriamo per una ripresa del negoziato, l’Italia ribadisce la sua contrarietà alla ricerca nucleare a uso militare in Iran». E ha sottolineato l’importanza che resti «aperto lo stretto di Hormuz», visto che è «fondamentale snodo per il commercio internazionale». La de-escalation e la tutela degli italiani sono state al centro anche della conversazione con l’omologo israeliano, Gideon Sa'ar.
«Ho ribadito l’importanza di riprendere il dialogo attraverso i negoziati», senza dimenticare la richiesta di «garantire l’incolumità dei cittadini italiani in Israele» ha spiegato il vicepremier. Dall’altra parte, l’impegno del governo italiano è orientato «a proteggere le sedi diplomatiche israeliane e i luoghi di culto ebraici in Italia» e «a prevenire tutti i rischi di attentati».
Ma la costante attività diplomatica del titolare della Farnesina si è estesa anche ad altri Paesi mediorientali su cui incombe il rischio dell’allargamento del conflitto, con potenziali effetti economici inclusi. Con il principe dell’Arabia Saudita, Faisal Bin Farhan al Saud, oltre a ripetere l’appello per il ritorno dell’Iran al tavolo dei negoziati sul nucleare e l’invito alla de-escalation, ha affrontato i pericoli connessi alla navigazione nello stretto di Hormuz. Anche riguardo alle attività svolte dai tecnici internazionali, nonché italiani, nelle infrastrutture petrolifere. I due si sono anche espressi su Gaza, ribadendo la necessità del cessate il fuoco, della tutela dei gazawi e della ripresa degli aiuti umanitari. Tajani ha espresso le stesse posizioni anche con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e con il vice primo ministro e ministro degli Esteri dell’Iraq, Fuad Hussein. Il primo ha fatto presente i rischi delle operazioni militari per il Qatar, ponendo l’accento anche sui 10.000 tecnici internazionali che lavorano sulle piattaforme petrolifere off-shore nel Paese. Verso il secondo, Tajani ha rivolto parole di apprezzamento per la linea moderata intrapresa dall’Iraq, auspicando anche che Baghdad eserciti un ruolo importante per convincere Teheran a riprendere i negoziati. Dall’altra parte, Fuad Hussein ha fornito informazioni «sulla agibilità momentanea dei punti di imbarco del petrolio iracheno» come afferma un comunicato del ministero. Gli stessi argomenti sono stati affrontati nella riunione di Tajani con gli ambasciatori delle sedi interessate dal conflitto. Tra l’altro, i consolati e le ambasciate stanno fornendo assistenza agli italiani che intendono andarsene da Israele e dall’Iran.
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Il presidente del Consiglio protagonista di vari bilaterali in Canada per stemperare le tensioni tra capi di Stato e governo. Poi rilancia l’iniziativa per il cessate fuoco a Gaza. Sul tavolo anche le contrattazioni sulla rimodulazione dei dazi.Il ministro degli Esteri italiano e l’angoscia per il conflitto che minaccia italiani e filiera del petrolio.Lo speciale contiene due articoliG7, ovvero Giorgia7: la riunione dei capi di Stato e di governo delle 7 nazioni più industrializzate del mondo in corso a Kananaskis, in Canada, vede il presidente del Consiglio italiano vestire i panni della protagonista assoluta. Il motivo, o uno dei motivi, è che sarà molto difficile stavolta trovare una intesa piena su tutti i temi più scottanti tra Donald Trump e gli altri leader, e l’unica che può tentare in qualche modo di ammorbidire il tycoon è proprio Giorgia Meloni. Detto ciò, tentare non significa riuscire, non stavolta, non in questo G7 che fonti diplomatiche definiscono alla Verità come «concitato», con il conflitto tra Israele e Iran che tiene banco e rischia di offuscare gli altri dossier sul tavolo, dalla situazione in Ucraina a quella a Gaza, per finire ai dazi. Concitazione e pure «confusione», ci viene riferito, con la proposta di Trump di far svolgere a Vladimir Putin il ruolo di mediatore tra Israele e Iran che ha acuito la frattura tra il tycoon e gli altri leader; un clima di incertezza testimoniato ad esempio dalla indiscrezione rilanciata dalla Reuters ieri pomeriggio alle 17.20 ora italiana, le 11.20 in Canada, che riferisce che Donald Trump non avrebbe ancora firmato il comunicato congiunto per la de-escalation del conflitto tra Israele e Iran. La bozza contiene l'impegno per salvaguardare la stabilità dei mercati, quelli energetici, e sostiene che Israele ha il diritto di difendersi. Tanto per non farsi mancare niente, tra l’altro, prima di arrivare in Canada, Emmanuel Macron è andato in Groenlandia, accolto dalla premier danese Mette Frederiksen, e ha rifilato una bella stoccata a Trump: «Sono venuto», ha detto Macron, «per trasmettere un messaggio di solidarietà alla Danimarca, alla Groenlandia e al popolo groenlandese: la Groenlandia non può essere venduta». Tornando alla Meloni, prima dell’apertura dei lavori il premier ha partecipato a una riunione di coordinamento europeo con Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Nella serata precedente c’era già stato un lungo colloquio informale tra la Meloni, Macron, Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il primo ministro canadese, Mark Carney. L’obiettivo di questi colloqui, trovare una posizione coordinata dei Paesi europei e del Canada sul conflitto in Medio Oriente per poi cercare tutti insieme un punto d’incontro con Trump. Non solo: a quanto si apprende, nelle discussioni con i leader del G7 a margine dei lavori del vertice, Giorgia Meloni si è impegnata per proporre un’iniziativa comune per un cessate il fuoco a Gaza, su cui ha riscontrato aperture da parte dei partner europei. Potrebbe essere inquadrato in questa cornice il colloquio telefonico che la Meloni ha avuto con l’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani. Con Starmer e Merz la Meloni ha avuto anche due incontri bilaterali: il presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, ha riferito Palazzo Chigi, hanno tra l'altro avuto uno scambio di vedute sui più recenti sviluppi in Medio Oriente e sulla guerra in Ucraina, nel quadro delle relazioni transatlantiche e in vista del prossimo vertice Nato dell’Aja. A breve distanza dal loro recente colloquio a Palazzo Chigi, prosegue la nota, «l’incontro ha permesso di confermare la comune volontà di riunire a Roma, a inizio 2026, una nuova edizione del vertice intergovernativo tra Italia e Germania e di mantenere uno stretto coordinamento sui principali temi dell’agenda Ue, come il contrasto alle migrazioni irregolari e la competitività». Fruttuoso anche il bilaterale con Starmer, con il quale pure si è discusso di Ucraina e Medio Oriente: «Penso che sia un’ottima occasione», ha detto la Meloni incontrando il leader britannico, «trascorrere due giorni insieme in questo momento difficile e cercare di discutere tutti i temi: i recenti avvenimenti in Medio Oriente, il percorso verso una pace giusta e duratura in Ucraina, e poi gli sforzi che dovremo compiere in Europa per rafforzare la nostra difesa e la nostra sicurezza, che ci porteranno al vertice della Nato. E molti temi bilaterali, molte cose importantissime che l'Italia e il Regno Unito stanno facendo insieme, anche ad esempio in materia di difesa con il Gcap e altre iniziative molto strategiche. Sono molto soddisfatta», ha sottolineato la Meloni, «della nostra cooperazione in materia di migrazione». A proposito di migrazione, l’argomento è stato uno dei più importanti tra quelli trattati nella quarta sessione dei lavori di ieri, che si è conclusa quando in Italia era notte fonda, dedicata al tema «rendere sicuro il mondo»: non a caso, il coordinamento di questa sessione è stato affidato proprio a Giorgia Meloni, che ha avuto nel pomeriggio di ieri un altro bilaterale con il padrone di casa, il premier canadese Carney. Fonti diplomatiche fanno notare alla Verità che sul tema della migrazione e del contrasto al traffico di essere umani la presidenza del G7 canadese sta procedendo in continuità con quella italiana. Parlando di dazi, invece, il cancelliere tedesco Merz ha auspicato «progressi nella controversia sui dazi con gli Stati Uniti. Io, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni», ha detto Merz, «siamo determinati a tentare di discutere nuovamente la questione dei dazi con la controparte statunitense durante questi due giorni. Non ci sarà una soluzione in questo vertice, ma forse potremmo avvicinarci a una soluzione a piccoli passi». Oggi in Canada arriva anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che dovrebbe avere un bilaterale con la Meloni. Infine, una curiosità: mentre si avvicinavano alla tavola rotonda del vertice, ieri sera, il nostro premier ha scambiato qualche parola con Donald Trump e poi con Macron: con l’inquilino dell’Eliseo il dialogo è stato fitto e, a quanto si vede in filmati che hanno fatto subito il giro dei social, l’espressione della Meloni dopo aver ascoltato le parole del leader francese è stata un mix tra lo stupore e l’incredulità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missione-meloni-trattare-con-trump-2672383029.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronto-qui-tajani-telefonate-in-serie-agli-omologhi-negoziare" data-post-id="2672383029" data-published-at="1750144643" data-use-pagination="False"> «Pronto, qui Tajani». Telefonate in serie agli omologhi: negoziare Nella corsa contro il tempo per disinnescare l’escalation tra Israele e Iran, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha avuto dei colloqui telefonici direttamente con i protagonisti del conflitto.Parlando con il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, Tajani, ha esortato «le parti coinvolte nel conflitto a ritrovare un dialogo», chiedendo anche «di continuare a tutelare la sicurezza degli italiani presenti nella regione». Nel post condiviso su X, il vicepremier ha confermato: «Lavoriamo per una ripresa del negoziato, l’Italia ribadisce la sua contrarietà alla ricerca nucleare a uso militare in Iran». E ha sottolineato l’importanza che resti «aperto lo stretto di Hormuz», visto che è «fondamentale snodo per il commercio internazionale». La de-escalation e la tutela degli italiani sono state al centro anche della conversazione con l’omologo israeliano, Gideon Sa'ar.«Ho ribadito l’importanza di riprendere il dialogo attraverso i negoziati», senza dimenticare la richiesta di «garantire l’incolumità dei cittadini italiani in Israele» ha spiegato il vicepremier. Dall’altra parte, l’impegno del governo italiano è orientato «a proteggere le sedi diplomatiche israeliane e i luoghi di culto ebraici in Italia» e «a prevenire tutti i rischi di attentati».Ma la costante attività diplomatica del titolare della Farnesina si è estesa anche ad altri Paesi mediorientali su cui incombe il rischio dell’allargamento del conflitto, con potenziali effetti economici inclusi. Con il principe dell’Arabia Saudita, Faisal Bin Farhan al Saud, oltre a ripetere l’appello per il ritorno dell’Iran al tavolo dei negoziati sul nucleare e l’invito alla de-escalation, ha affrontato i pericoli connessi alla navigazione nello stretto di Hormuz. Anche riguardo alle attività svolte dai tecnici internazionali, nonché italiani, nelle infrastrutture petrolifere. I due si sono anche espressi su Gaza, ribadendo la necessità del cessate il fuoco, della tutela dei gazawi e della ripresa degli aiuti umanitari. Tajani ha espresso le stesse posizioni anche con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e con il vice primo ministro e ministro degli Esteri dell’Iraq, Fuad Hussein. Il primo ha fatto presente i rischi delle operazioni militari per il Qatar, ponendo l’accento anche sui 10.000 tecnici internazionali che lavorano sulle piattaforme petrolifere off-shore nel Paese. Verso il secondo, Tajani ha rivolto parole di apprezzamento per la linea moderata intrapresa dall’Iraq, auspicando anche che Baghdad eserciti un ruolo importante per convincere Teheran a riprendere i negoziati. Dall’altra parte, Fuad Hussein ha fornito informazioni «sulla agibilità momentanea dei punti di imbarco del petrolio iracheno» come afferma un comunicato del ministero. Gli stessi argomenti sono stati affrontati nella riunione di Tajani con gli ambasciatori delle sedi interessate dal conflitto. Tra l’altro, i consolati e le ambasciate stanno fornendo assistenza agli italiani che intendono andarsene da Israele e dall’Iran.
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
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Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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Jacques Moretti (Ansa)
Intanto, la Procura di Roma va avanti nella sua inchiesta: i pm ipotizzano anche il «disastro colposo» e sono al lavoro per inviare una rogatoria alle autorità svizzere per chiedere la lista degli indagati, gli atti relativi agli interrogatori e la relativa attività istruttoria. Attualmente il fascicolo in cui si ipotizza anche l’omicidio colposo, lesioni colpose e incendio, avviato a piazzale Clodio, è contro ignoti.
Una volta che gli atti verranno trasmessi dalla Svizzera, ci sarà l’iscrizione nel registro di Jacques e Jessica Moretti e di altre posizioni eventuali. Piazzale Clodio ha anche conferito l’incarico al medico legale che dovrà eseguire l’autopsia sul corpo di Riccardo Minghetti, 16 anni, una delle sei vittime italiane. L’esame autoptico è iniziato con alcuni accertamenti radiologici preliminari al Policlinico Gemelli di Roma. Gli accertamenti proseguiranno con una équipe di specialisti medici chiamati a chiarire le cause del decesso e le dinamiche cliniche che hanno portato alla morte di Riccardo. Il lavoro dei pm romani, capofila nelle indagini, si intreccia con quello di altre Procure italiane. A Genova l’autopsia su Emanuele Galeppini, 16 anni anche lui, è fissata per il 20 gennaio. A Bologna è stata disposta la riesumazione del corpo di Giovanni Tamburi, mentre restano sospese le tumulazioni di Chiara Costanzo e Achille Barosi, in attesa di ulteriori accertamenti.
Sébastien Fanti, avvocato di alcune delle famiglie delle vittime del rogo, commentando la decisione del tribunale di convalidare l’arresto di Jacques Moretti, ha chiarito di poter essere solo «parzialmente soddisfatto» perché per il momento la custodia cautelare riguarda solo il gestore del locale: «Ognuno vivrà con la propria coscienza», ha riferito, «il padre di un bambino arso vivo mi ha detto: “è morto come in guerra, quindi d’ora in poi è guerra”».
Anche i genitori delle vittime italiane si dicono sconcertati. «Per quanto ci riguarda, come familiari dei feriti, tutti uniti qui al Niguarda, c’è sconcerto perché è vero che sono stati confermati gli arresti, ma sono passati 12 giorni e non c’è ancora un indagato nel Comune di Crans-Montana», ha sottolineato Umberto Marcucci, padre di Manfredi, ragazzo romano di 16 anni ricoverato assieme ad altri 10 feriti nell’ospedale milanese.
Il primo vero segnale nei confronti del Comune di Crans-Montana lo dà la Procura del Vallese che ha respinto la richiesta della municipalità di presentarsi come parte lesa. Lo riporta Rts. Appena due giorni dopo la tragedia, il Consiglio comunale di Crans -Montana annunciò di aver preso «la decisione unanime» di costituirsi «parte civile» nel procedimento penale, una dichiarazione che suscitò scalpore. Se da un lato il Comune dichiara di essere vittima dell’accaduto, dall’altro riconosce di essere venuto meno ai propri doveri mancando di compiere per cinque anni le ispezioni al Constellation. Carenze che potrebbero comportare azioni legali nei confronti di alcuni dipendenti comunali. Da qui la Procura, nelle motivazioni del respingimento, motiva: «Il Comune non può essere considerato parte attrice in quanto la parte lesa è costituita da qualsiasi persona i cui diritti siano stati direttamente lesi da un reato e non in quanto autorità incaricata della tutela degli interessi pubblici».
Proseguono intanto anche le sofferenze dei sopravvissuti.
I feriti italiani sono undici, alcuni molto gravi. Nove di loro sono particolarmente critici. «Con l’arrivo di Leonardo Bove, ieri sera da Zurigo, siamo arrivati ad avere tutti i ragazzi che dovevano rientrare. È stato fatto il primo check questa mattina su Leonardo e le condizioni sono estremamente critiche», ha spiegato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, che fin dall’inizio sta seguendo l’emergenza. «Leonardo è uno dei due ragazzi che erano dati per dispersi e che per qualche giorno, appunto, non se ne conosceva l’identità: uno è Leonardo, l’altro è Kean. Adesso vicini di letto in questo momento in terapia intensiva». Ancora: «Sette sono in rianimazione intubati, cinque al centro ustioni», fa sapere Bertolaso. «Speriamo che un paio di loro nelle prossime giornate possano essere estubati. Per tre o quattro di loro il percorso sarà molto più lungo e complicato. I genitori sono tutti qui, hanno un loro spazio dove si possono incontrare, dove possono stare vicino ai figli, e incontrano soprattutto i medici curanti. Li ho trovati tutti tranquilli, ma in grande ansia. Ci sono un paio di genitori che non sono di Milano e gli abbiamo messo a disposizione strutture alberghiere. Sono tutti soddisfatti di quello che stiamo facendo».
Per quanto riguarda Eleonora Palmieri, la veterinaria ventinovenne originaria di Cattolica, «immagino che la prossima settimana verrà trasferita in una struttura ospedaliera vicino a casa sua. L’ho trovata in ottime condizioni», ha concluso Bertolaso.
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