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2022-11-16
«Missili russi sulla Polonia»: Nato in allerta
Il luogo dell'impatto a Przewodów, Polonia (Ansa)
Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali».
Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo.
Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi.
Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio
Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto.
I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti.
Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini.
Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
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Giallo su due razzi di Mosca che potrebbero essere stati abbattuti da Kiev. Confermate due vittime nel villaggio di Przewodow. Washington: «Difenderemo ogni centimetro dell’Alleanza atlantica». Varsavia e Budapest in allarme. Ora si teme l’escalation.Oltre a Kiev colpita duramente Kharkiv. L’esercito russo tiene le posizioni nel Lugansk.Lo speciale contiene due articoli.Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo. Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-russi-polonia-2658669455.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tempesta-di-fuoco-sullucraina-blackout-cittadini-al-gelo-e-al-buio" data-post-id="2658669455" data-published-at="1668609715" data-use-pagination="False"> Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto. I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti. Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini. Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.