True
2022-11-16
«Missili russi sulla Polonia»: Nato in allerta
Il luogo dell'impatto a Przewodów, Polonia (Ansa)
Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali».
Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo.
Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi.
Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio
Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto.
I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti.
Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini.
Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
Continua a leggereRiduci
Giallo su due razzi di Mosca che potrebbero essere stati abbattuti da Kiev. Confermate due vittime nel villaggio di Przewodow. Washington: «Difenderemo ogni centimetro dell’Alleanza atlantica». Varsavia e Budapest in allarme. Ora si teme l’escalation.Oltre a Kiev colpita duramente Kharkiv. L’esercito russo tiene le posizioni nel Lugansk.Lo speciale contiene due articoli.Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo. Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-russi-polonia-2658669455.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tempesta-di-fuoco-sullucraina-blackout-cittadini-al-gelo-e-al-buio" data-post-id="2658669455" data-published-at="1668609715" data-use-pagination="False"> Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto. I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti. Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini. Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
Alicia Keys ed Eros Ramazzotti sul palco del teatro Ariston (Ansa)
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
Continua a leggereRiduci
La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci