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2022-11-16
«Missili russi sulla Polonia»: Nato in allerta
Il luogo dell'impatto a Przewodów, Polonia (Ansa)
Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali».
Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo.
Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi.
Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio
Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto.
I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti.
Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini.
Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
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Giallo su due razzi di Mosca che potrebbero essere stati abbattuti da Kiev. Confermate due vittime nel villaggio di Przewodow. Washington: «Difenderemo ogni centimetro dell’Alleanza atlantica». Varsavia e Budapest in allarme. Ora si teme l’escalation.Oltre a Kiev colpita duramente Kharkiv. L’esercito russo tiene le posizioni nel Lugansk.Lo speciale contiene due articoli.Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo. Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-russi-polonia-2658669455.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tempesta-di-fuoco-sullucraina-blackout-cittadini-al-gelo-e-al-buio" data-post-id="2658669455" data-published-at="1668609715" data-use-pagination="False"> Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto. I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti. Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini. Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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