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2022-11-16
«Missili russi sulla Polonia»: Nato in allerta
Il luogo dell'impatto a Przewodów, Polonia (Ansa)
Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali».
Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo.
Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi.
Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio
Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto.
I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti.
Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini.
Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
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Giallo su due razzi di Mosca che potrebbero essere stati abbattuti da Kiev. Confermate due vittime nel villaggio di Przewodow. Washington: «Difenderemo ogni centimetro dell’Alleanza atlantica». Varsavia e Budapest in allarme. Ora si teme l’escalation.Oltre a Kiev colpita duramente Kharkiv. L’esercito russo tiene le posizioni nel Lugansk.Lo speciale contiene due articoli.Prima o poi doveva succedere e il caso ha voluto che proprio mentre è in corso il G20 a Giacarta (Indonesia), avvenisse quello che possiamo definire come il più pericoloso incidente dall’inizio della guerra in Ucraina a oggi. Al termine di una giornata che ha visto il Paese bombardato in almeno 11 delle sue 28 regioni e in cui sia Kiev che Leopoli, Zhytomyr, Kharkiv sono rimaste al buio dopo i missili e le bombe russe. Nel tardo pomeriggio di ieri diversi media polacchi e un alto funzionario dell’intelligence statunitense hanno reso noto che almeno due missili russi sono si sono abbattuti sulla Polonia, Paese membro della Nato, uccidendo due persone. Secondo quanto riferito, i missili si sono schiantati contro il villaggio di Przewodów, una città di confine a soli 70 chilometri dalla principale città dell’Ucraina occidentale, Leopoli. Anche i media Usa confermano che due missili russi sono caduti nel territorio della Polonia, membro della Nato dal 1999. Lo sostiene l’agenzia Bloomberg citando l’Associated Press che, a sua volta, cita un funzionario dell’intelligence americana. Mentre scriviamo la situazione è ancora confusa e alcuni media sostengono che i missili caduti potrebbero essere razzi ucraini che sono stati abbattuti dai russi. Vero o falso? Impossibile saperlo con certezza. Mosca, ad esempio, come riferito dall’agenzia Tass, nega responsabilità e definisce una «provocazione» i report sull’incidente. Solo una cosa è sicura: la Polonia è un membro della Nato e di conseguenza quanto accaduto potrebbe segnare una svolta pericolosissima nel conflitto ucraino, perché se verrà accertato che c’è stato un lancio di missili russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta, come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, siglato nel 1949, che recita: « Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Nervi saldi; la reazione all’attacco non è automatica, anche se viene legittimata. Quella della risposta armata è, praticamente, una fra le opzioni possibili. A chi tocca valutare la risposta della Nato? Al Consiglio di sicurezza dei Paesi membri: «Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso», prosegue l’articolo 5, «saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali». Subito dopo l’attacco, il presidente del Consiglio polacco Mateusz Morawiecki ha convocato «una riunione urgente del Comitato per la sicurezza nazionale e la difesa». Lo ha annunciato su Twitter Piotr Müller, il portavoce di Morawiecki, che comunque ha invitato a «non pubblicare informazioni non confermate», finché tutte le ipotesi saranno esaminate. Va ricordato che nel marzo scorso il presidente americano, Joe Biden, aveva ribadito all’omologo polacco, Andrzej Duda, riferendosi all’articolo 5 del Trattato, che esso costituisce «un vincolo sacro». Anche l’Ungheria ha convocato il suo consiglio di Difesa: «In risposta allo stop dei trasferimenti di petrolio attraverso l’oleodotto di Druzhba e il missile che ha colpito il territorio della Polonia, il premier Viktor Orbán ha convocato il consiglio di Difesa per le 20», ha scritto su Twitter il portavoce del governo Zoltan Kovacs. La centrale elettrica che si trova nei pressi dell’oleodotto di Druzhba, nel pomeriggio, secondo gli ucraini è stata colpita da un razzo russo. Infine, in serata, il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder, in un briefing con la stampa ha dichiarato: «Siamo al corrente delle notizie di stampa sulla caduta di missili russi in Polonia. Al momento non abbiamo altre informazioni che possano confermarle. Stiamo indagando. Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro di territorio Nato», come prevede l’articolo 5» ha concluso Ryder. Parole che mettono i brividi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/missili-russi-polonia-2658669455.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tempesta-di-fuoco-sullucraina-blackout-cittadini-al-gelo-e-al-buio" data-post-id="2658669455" data-published-at="1668609715" data-use-pagination="False"> Tempesta di fuoco sull’Ucraina. Blackout: cittadini al gelo e al buio Piovono missili sull’Ucraina e la capitale torna a essere uno degli obiettivi di Mosca. Ci sarebbe almeno un morto a Kiev dopo che i russi hanno lanciato quattro missili, di cui due andati a segno, su edifici residenziali nel centro della città. Il sindaco, Vitaliy Klitschko, ha espresso preoccupazione per quanto avvenuto alla presenza di autorità estere. La delegazione olandese, in visita in Ucraina, è riuscita a mettersi al sicuro in un rifugio antiaereo. Il governo dei Paesi Bassi ha assicurato che il ministro degli Esteri, Wopke Hoekstra, anche lui tra i presenti, non ha riportato ferite e sta bene. Secondo il capo dell’ufficio della presidenza ucraina, Andriy Yermak, i pesanti bombardamenti sarebbero la reazione russa al discorso del presidente Volodymyr Zelensky al G20. «La Russia risponde al potente discorso di Zelensky al G20 con un nuovo attacco missilistico. Veramente qualcuno pensa seriamente che il Cremlino voglia la pace? Comunque alla fine i terroristi perdono sempre», ha scritto. I «massicci bombardamenti» sono «l’umiliazione russa di tutti i leader che hanno sostenuto l’idea del dialogo con l’aggressore», dice a sua volta il consigliere presidenziale ucraino, Mikhailo Podolyak. La giornata di ieri è stata caratterizzata da un record negativo, stando ai dati forniti dal portavoce del comando dell’Aeronautica militare delle Forze armate ucraine, Yuriy Ignat, secondo il quale gli invasori russi hanno lanciato un centinaio di missili su tutto il territorio, superando così l’attacco del 10 ottobre, quando furono lanciati 84 missili. Due di questi sarebbero caduti in Polonia provocando due morti. Anche la situazione per le infrastrutture energetiche peggiora, essendo queste prese di mira per lasciare gli ucraini al freddo e al buio. La maggior parte degli attacchi sono stati registrati nel centro e nel Nord del Paese. La situazione nella capitale è difficile e l’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità Ukrenergo dichiara di «essere costretto ad avviare blackout di emergenza per bilanciare il sistema di alimentazione ed evitare incidenti alle apparecchiature». Secondo il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, però, gli obiettivi principali non sono le infrastrutture elettriche ma «le armi letali fornite all’Ucraina, così come i mercenari stranieri che combattono dalla parte di Kiev». Esplosioni e raid sono state segnalati anche a Leopoli e Kharkiv. Per quanto riguarda la regione di Kherson, i russi dell’amministrazione di Novaya Kakhovka hanno lasciato la città a causa dei bombardamenti delle forze ucraine, trasferendosi in aree più sicure: «Il fuoco indiscriminato proveniente dalla sponda occidentale del Dnepr ha reso la vita della città insicura», afferma il servizio stampa. Più in generale, le truppe russe si sono ritirate di circa 15-20 chilometri dalle linee attrezzate sulla riva sinistra del Dnepr, e vanno verso l’entroterra per proteggersi dai bombardamenti ucraini. Circa i tempi del ritiro da Kherson, arriva una «soffiata» dell’intelligence americana. I russi avrebbero aspettato il voto di midterm prima di annunciarlo, per evitare di avvantaggiare elettoralmente il presidente americano Joe Biden. Polemiche sono sorte, intanto, per un video della Cnn che mostra un ucraino che, entrando nella città riconquistata, alza il braccio per fare il saluto romano. Duri combattimenti sono in corso anche nel Donbass, in particolare nel Lugansk, dove le truppe ucraine si stanno avvicinando alle principali città della regione, come Rubizhne e Kremennaya. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serghei Gaidai, ha ammesso però che le forze armate ucraine non possono avanzare rapidamente, perché «lì il nemico è riuscito a prepararsi un po’». In ogni caso, secondo l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, l’Ucraina avrebbe «già recuperato il 50% dei territori occupati dalla Russia dal 24 febbraio».
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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