
- Dopo gli articoli del «Fatto», Re Sergio rimette in discussione un proprio provvedimento che i suoi consiglieri avevano difeso a spada tratta. Il Colle scarica su Nordio. La Corte d’Appello di Milano: per noi tutto regolare.
- L’ex soubrette al Colle: «Ha adottato un bimbo con gravi patologie». La Corte d’Appello dice sì tirando in ballo il Cav, capace di generare «senso di impunità».
Lo speciale contiene due articoli.
Troppa grazia san Sergio. Ieri il Quirinale ha deciso di riaprire il dossier Nicole Minetti e a due mesi dalla firma ha innestato una fragorosa marcia indietro. Lo ha fatto con implicita sorpresa e toni perentori, come se il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avesse firmato il discusso atto di clemenza a sua insaputa e senza essere garantito dalle verifiche necessarie per dare un perimetro di «inattaccabilità» al caso. La frenata a tempo scaduto arriva dopo un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che ha sollevato dubbi sull’intera «operazione grazia», inducendo lo staff del presidente a indossare i guanti di amianto per trasferire altrove la patata bollente.
L’ufficio stampa del Quirinale ha ufficializzato una dura presa di distanza dal dossier sul quale aveva l’ultima parola: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Nicole Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa». La risposta da via Arenula è arrivata a stretto giro: «Al termine delle verifiche, nessuno degli elementi negativi presentati dalla stampa consta agli atti della procedura».
La clemenza del Colle ha evitato l’esecuzione della condanna (3 anni e 11 mesi) alla protagonista della stagione delle «cene eleganti» berlusconiane. Clemenza derivata da un presupposto dato per certo: «L’affidamento in prova avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero». Il capro espiatorio del «dietrofront» non poteva che essere il più semplice e politicamente comodo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Infatti il masso in arrivo dal Colle gli è caduto immediatamente su un piede. E sull’intera questione, per proprietà transitiva, è partito il cinema delle opposizioni: «Venga in aula», «Deve spiegare», «Si dimetta».
Tutto scontato ma tutto troppo semplice, visto che gli attori della pièce sono tre. 1) è il ministero a istruire le domande di grazia (Corte Costituzionale, sentenza numero 200 del 2006); 2) è la Procura generale della corte d’Appello (in questo caso di Milano) a concretizzare il dossier e a rilevarne i profili di rilevanza e di debolezza; 3) è il Quirinale ad apporre la firma che decreta la responsabilità istituzionale del gesto. Non esiste un precedente di annullamento della grazia. Sul tema si è espresso Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all’Università Roma 3: «In linea di principio non è prevista la revoca. Ma se è stata concessa su presupposti erronei o non conferenti non si può escludere che l’atto sia revocabile».
È vero che il Colle non ha gli strumenti per indagare sulla veridicità delle carte arrivate, ma si suppone che valuti a fondo pesi e contrappesi e - soprattutto davanti a nomi divisivi come quello di Nicole Minetti - interloquisca con gli altri attori allo scopo di dare alla grazia tutti i crismi dell’ineluttabilità. Ciò che è stato fatto, visto che nei giorni successivi alla grazia tutti i quirinalisti hanno difeso la decisione e lo stesso capo ufficio stampa Giovanni Grasso ha spiegato su X a un contestatore: «C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare, purtroppo non posso rivelare i dettagli perché c’é di mezzo la tutela di un minore. Sono sicuro che se sapesse le motivazioni le condividerebbe». Ora il clima è cambiato e il refrain è: impallinare Nordio.
Le obiezioni sollevate dal Fatto ipotizzano che la nuova vita dell’ex igienista dentale con il compagno Giuseppe Cipriani non sarebbe coerente con la grazia. Quel bambino di 9 anni, proveniente dall’Instituto del Niño y Adolescente di Maldonado in Uruguay, non sarebbe stato realmente abbandonato dai suoi genitori. La madre biologica è viva, ma da quando è scoppiato il caso sarebbe irreperibile. L’avvocata dei genitori biologici, Mercedes Nieto, non può più rispondere sulla vicenda: è morta nel 2024 insieme al marito, carbonizzati nella loro casa a Garzón. È aperta un’inchiesta per duplice omicidio. Per ottenere l’affidamento del piccolo, Minetti ha intentato una causa di «Separazione definitiva e perdita della patria potestà» vinta nel 2023. Sempre il quotidiano di Marco Travaglio avanza dubbi sulle cure al bambino, sottoposto a un’operazione chirurgica a Boston nel 2021 quando non era ancora ufficialmente figlio di Minetti.
Il bimbo era realmente in un orfanotrofio, l’adozione sembra legittima. La stessa madre adottiva ha dato mandato ai suoi avvocati di «diffidare il Fatto dalla diffusione di ulteriori notizie false, diffamatorie, gravemente lesive della mia reputazione personale e famigliare». Dal canto suo la procura generale di Milano, che diede parere favorevole a firma del sostituto Gaetano Brusa (già presidente del tribunale di Sorveglianza di Genova), ha sottolineato: «Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti richiesti dal ministero. Il quadro era completo e non emergevano dati anomali».
Secondo prassi consolidata, il caso è esploso politicamente. Angelo Bonelli (Avs) annuncia un’interrogazione parlamentare. Debora Serracchiani (Pd) tuona: «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far dimettere Nordio? Il supplemento di analisi segnala un livello di approssimazione e sciatteria a via Arenula mai visto prima». In tutto ciò nessuno ha messo in dubbio l’operato del Quirinale e della Procura generale di Milano. È curioso notare come i magistrati non vengano neppure sfiorati e il Colle - spesso applaudito per essere un controllore inflessibile della Costituzione (caso più recente il decreto Sicurezza) - in questa vicenda venga fatto passare per un notaio giustamente passivo. Il «non poteva non sapere» non è più di moda. Nei giochi di potere italiani siamo tornati al Manzoni buonanima, con un vaso di coccio fra i vasi di ferro. Indovinate quali.
Ecco la domanda e l’ok delle toghe
Ecco i due documenti che raccontano - fino a qui - la storia della grazia per Nicole Minetti. Il primo è una richiesta inviata nel 2025 al presidente della Repubblica: la firma un prestigioso studio legale milanese e ricostruisce la vicenda di un bimbo - il cui nome ovviamente rimane tutelato per ragioni di privacy - con gravi patologie. Nelle 13 pagine, l’avvocato ricostruisce la vita della Minetti dopo la condanna: la giovane età in cui sono stati commessi i reati, il cambio di vita, le distanze dal contesto «irripetibile» in cui si erano consumati, la relazione con Giuseppe Cipriani, la consapevolezza delle condotte illecite. Quindi la richiesta spiega nei particolari i problemi di salute del piccolo (anch’essi tutelati da privacy), conosciuto in Uruguay dove la Minetti si reca per seguire gli affari del compagno, imprenditore. I due ricorrono all’adozione speciale nel 2020, perché la situazione del bimbo è così compromessa da non permettere il suo inserimento negli elenchi comuni. Si legge che «i genitori hanno garantito al minore tutte le cure necessarie per la patologia di cui è portatore», fino a un delicato intervento chirurgico. Quattro anni dopo tale intervento (in America), però - e siamo al 2025 - un consulto medico riscontra la necessità di nuove cure. Ecco che «l’espiazione della pena necessariamente sul territorio italiano potrebbe impedire alla madre», si legge, «l’assistenza al piccolo», vista la necessità di numerosi viaggi. I legali allegano i referti psicologici sulla necessità del piccolo di non subire altri abbandoni, e di permettergli di rimanere collegato al suo Paese natale, dove la Minetti - dicono gli avvocati - vuole svolgere ancora attività di volontariato. Viene garantito il «reinserimento sociale» dell’ex consigliere regionale lombardo, citando i «quindici anni» di «condotta ineccepibile». Alla missiva vengono annessi 12 documenti, tra cui le carte mediche, attestazioni di due diversi istituti di carità, le relazioni degli psicologi.
La seconda carta che La Verità mostra qui è il parere favorevole della Corte d’Appello della Procura generale di Milano, che in data 9 gennaio 2026 dà l’ok su richiesta del ministero della Giustizia. Anche qui, è molto interessante leggere le motivazioni: il sostituto procuratore Gaetano Brusa riscontra in pieno le ragioni della domanda di grazia, e ritiene la documentazione prodotta «indicativa di radicale presa di distanza dal passato deviante», nonché una «positiva rielaborazione di quanto i valori della convivenza civile siano stati alterati nel contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati». Viene citato Silvio Berlusconi come figura che «indubbiamente» avrebbe creato situazioni capaci di «ingenerare senso di impunità» e «condizionare le scelte» della donna «nel rendere efficiente il sistema prostitutivo» in atto ad Arcore. Dunque «la spinta criminale» aveva origine in «condizionamenti esterni» ormai esauriti, a cui la Minetti sarebbe ora impermeabile.
Viste queste carte, il Colle aveva detto sì. Fino a ieri.






