Dopo quattro anni dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio, la cassaforte di famiglia Delfin smette di essere un forziere intoccabile. Dentro, si intrecciano le partecipazioni nell’impero EssilorLuxottica, il 17,5% di Mps, il 10,01% di Generali e il 2,7% di Unicredit. Un mosaico finanziario che, più che una holding, assomiglia sempre di più a una cabina di regia della finanza italiana.
Ora si cambia passo, Leonardo Maria diventa il primo azionista con un investimenti stimato in circa 11 miliardi. Ieri mattina nell’assemblea della holding tenuta a Lussemburgo il clima è stato quello delle decisioni che pesano miliardi. I soci con sei voti favorevoli su otto (contrari Claudio Del Vecchio e Rocco Basilico, fratello di Leonardo Maria per parte della madre Nicoletta Zampillo) hanno dato il loro via libera al trasferimento delle quote di Luca e Paola nella Lmdv di Leonardo Maria, che salirà così al 37,5% del capitale. Via libera anche alla politica di distribuzione delle cedole. Anche in questo caso senza unanimità: sette i favorevoli, unico contrario Rocco. Attualmente per mancanza di accordi tra gli otto soci, la distribuzione era limitata al 10% fissato dallo statuto. Per il triennio 2025-2027 verrà erogato l’80% degli utili. In altre parole: la cassaforte si apre. Entro giugno incasserà 1,5 miliardi di euro di dividendi dalle partecipate. Un record.
Il motore resta EssilorLuxottica. Da sola garantisce circa 600 milioni. Ma attorno si muove un sistema che produce cassa con precisione meccanica: Generali, Mps, Unicredit e Covivio alimentano un flusso complessivo di 831 milioni dalle sole banche e assicurazioni. Leonardo Maria dovrebbe incassare circa 450 milioni. Liquidità indispensabile per sostenere la leva cui dovrà ricorrere per finanziare l’acquisto della quota dei fratelli. A mettere a disposizione i 10 miliardi che serviranno a chiudere l’operazione sarà un pool composto da Unicredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole. Un’operazione strutturata su 18 mesi, con tassi tra il 3% e il 4%, che poggia però su una scommessa implicita: che i dividendi futuri di Delfin siano sufficienti a sostenere il debito. Anche per questo il portafoglio della cassaforte cambierà struttura. Mps, Generali, Unicredit: diventano asset liquidi, vendibili, scambiabili, se serve.
Non a caso si affaccia anche un’ipotesi che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata eretica: lo scorporo delle partecipazioni in una società separata, eventualmente quotata. Una sorta di Delfin 2.0, pensata per facilitare dismissioni graduali senza impatti traumatici sui mercati e sulle governance. Proprio la possibile riorganizzazione del portafoglio di Delfin attrae l’attenzione degli analisti. Barclays riapre un dossier sempre verde che porta alla nascita del terzo polo. In sostanza le nozze tra Banco Bpm e Montepaschi. Secondo gli analisti, l’operazione «si sta avvicinando» e avrebbe senso strategico in gran parte degli scenari analizzati. Un matrimonio bancario che, se amichevole, creerebbe valore e sinergie immediate. Anche se la struttura non è semplice: servirebbe un delicato equilibrio tra premi di offerta, cessioni antitrust e asset incrociati come le 139 filiali toscane da dismettere e la quota del 39% di Agos.
In questo schema, Delfin non è spettatore. È il primo azionista di Mps. E questo cambia tutto. Perché in un eventuale consolidamento tra Banco Bpm e Mps, la holding degli eredi Del Vecchio si troverebbe al centro di un nuovo polo bancario italiano. Un perno decisivo, capace di influenzare non solo i dividendi, ma anche la geometria del sistema finanziario. Barclays lo dice con prudenza: operazioni complesse, sì, ma fattibili. E forse perfino utili. Soprattutto perché, tra sinergie industriali e governance incrociate, si aprirebbe anche uno spazio per nuove alleanze nella bancassicurazione. Cambia la mappa del sistema.
E così si torna al punto di partenza. Delfin trova un azionista al 37,5% distribuisce più dividendi, e si ritrova al centro del risiko. Tutto sembra razionale, tutto sembra ordinato.
Ma nelle grandi storie della finanza, quando tutto appare ordinato, è il momento in cui qualcosa si muove sotto la superficie. E qui arriva la vera sorpresa.
Gli analisti descrivono sinergie e possibili governance. Gli investitori contano dividendi. Ma la domanda che nessuno scrive nei report è un’altra: chi sta davvero guidando la trasformazione di Delfin?
La risposta, per ora, resta sospesa tra un’assemblea a Lussemburgo, un dividendo da incassare e una banca d’affari londinese. E come spesso accade, la finanza italiana non cambia quando decide di farlo. Cambia quando qualcuno si accorge che è già cambiata.





