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2024-02-23
Milano fashion week si riscopre romantica. La donna torna soave
Ansa
Assistere a una sfilata di Prada e porsi delle domande è un tutt’uno. È come quando si va a una mostra d’arte contemporanea e nasce una discussione su ciò che si è visto e compreso. Miuccia Prada stupisce e fa riflettere. Questa volta ha affrontato l’idea di romanticismo, «che forse in questo momento è considerato un tabù, soprattutto nella moda», spiega la stilista descrivendo la collezione. «Gli abiti rivelano un senso di romanticismo che tocca i valori dell’amore e dell’attenzione. L’amore tra le persone, romantico ma anche familiare. Non è tanto una dichiarazione teorica, quanto una conversazione sulle emozioni. Per me queste sono idee vitali, da sempre presenti in ciò che realizziamo, nel creare bellezza e nel fare le cose con amore». La storia che collega la vita delle persone: i riferimenti alla moda del passato raccontano vite vissute, ma anche modi di vivere odierni. «Riflettere sulla storia ci insegna a comprendere i nostri errori e i nostri punti di forza. Il passato è l’unica cosa che abbiamo. Detesto l’idea della nostalgia, come se la storia non insegnasse nulla. La storia insegna tutto, soprattutto nei momenti difficili». Tradotto in abiti, la collezione Prada è un insieme di ricordi rivisti ai giorni nostri e con gli occhi di Miuccia Prada e Raf Simons. Dalle giacche maschili sartoriali, spalle importanti, agli abiti e gonne impalpabili. E poi il chiodo, il bomber, i piccoli golfini.
Si parla d’amore anche da Max Mara e si «rubano» le parole a Colette, ispiratrice della collezione firmata, come da anni, dal direttore creativo Ian Griffiths. La prosa di Colette è profonda e passionale. Con la franchezza che la contraddistingueva, dichiarò che «l’amore non è un sentimento onesto». Alla «woman in control» di Max Mara, si aggiunge un tocco di stile Belle Époque, di glamour demi-monde e di sensualità. Moderna, sobria, eppure profondamente evocativa: Max Mara è per la moda quello che Colette è per la letteratura. Nessuna si vestiva come lei: giacca, pantalone, cravatta. Codici ripresi nella collezione super chic in blu, nero, grigio e qualche tocco di cammello. Nuovi cappotti talvolta con maniche a kimono realizzati in compatto melton di cashmere e in doppio tessuto di cammello e alpaca, oppure lavorati a maglia con bordi finiti al laser. Delicati volant donano nuova femminilità consapevole.
La stessa di Alberta Ferretti, che racconta la sua collezione tra concretezza e poesia. «Le donne sono molto più sicure di una volta, lo vedo nelle scelte, mi piace ascoltarle e non sono così influenzabili». Potere alla femminilità, Ferretti lo dice con i completi grigi, impeccabili tailleur maschili e abiti perfetti. «Mi piace che la donna faccia sua la mia moda e la interpreti come preferisce».
Un concetto che si confà anche ad Alessandro Dell’Acqua per N21, che non si smentisce mai: perché è chic con stile, perché la sua è un’eleganza colta, fatta di piccoli pezzi d’autore come il tailleur in panno nero tagliato al vivo e ricamato con cristalli e jais o le gonne e gli abiti costruiti con pannelli aperti che prevedono sottovesti o anche nude look. «Ho voluto raccontare un mondo femminile che non ha un solo punto di vista, ma che riesce a contenere la drammaticità, la giocosità, la leggerezza e la sensualità».
Donne guerriere da Antonio Marras. Quest’anno, lo stilista ha portato in scena la reale figura medievale di Eleonora D’Arborea (interpretata da Anna della Rosa), mentre Filippo Timi è entrato nei panni del suo falconiere. Emerge l’immagine di questa regnante-eroina che nella sua visione di «nazione» ha garantito parità tra «ricchi e poveri». Ecco perché damaschi e broccati si alternano a check plaid, piede de poule e argyle, che hanno un sapore d’Oltremanica. Il massimalismo di Marras si narra attraverso le lavorazioni ridondanti dei tessuti materici che da sempre caratterizzano la sfilata Marras e che per l’autunno/inverno 2024-2025 diventano preziosi.
Chiude la giornata il romantismo di Emporio Armani, con passerella finale sotto una nevicata coinvolgente. Come gli abiti. «Se smembrati sono tutti molto portabili a tutte le età della donna», spiega Giorgio Armani, «c’è qualche concessione allo spettacolo. E resta donna anche con un cappottone da uomo». Domina il nero, unito alle sfumature del malva, dell’ultravioletto, del verde giada, del grigio. In questo scenario si muove una donna tipicamente armaniana, che ha la libertà istintiva di Emporio: porta i pantaloni sotto l’abito vaporoso che per lei è una camicia, riscopre il cappotto dalle forme ampie e avvolgenti, il gilet di tessuto o di crochet; indossa tute, pantaloni sciolti che si chiudono al fondo.
«L’eleganza ha a che fare con la gentilezza»
«Il lusso dell’eleganza, l’eleganza della gentilezza. Se sei gentile sei aperto al mondo al pensiero altrui, sei universale, creativo, geniale. Stiamo andando verso un bel gusto e questo vale per la donna e per l’uomo. Vestiti bene, eleganti, chic, giovani, freschi. Cose che non butterai mai via, che lasci in eredità». Brunello Cucinelli declina così non solo la sua collezione, ma il momento che stiamo vivendo. E parte da una «Lettera alle donne» che ha voluto scrivere e «che mi ha fatto anche piangere». «Vengo da una famiglia di tutte donne. Da bambine già coccolate, avete un tasso del dolore e di comprensione molto più alto del nostro: quando l’essere umano è in difficoltà chiama sempre la mamma. Vi ho paragonate ai poeti, che sono per me gli uomini più importanti dell’umanità. Ho vissuto in una famiglia matriarcale dove la nonna smistava tutto, gli uomini portavano la busta paga a casa e la consegnavano alla mamma».
La moda è anche un mezzo per lanciare messaggi sociali?
«È sempre stato così. Duemila anni fa l’imperatore Adriano diceva: “Quel senatore è molto ricco, ma non è elegante. Quell’altro non è molto ricco, ma è molto raffinato”. La moda fa parte di noi, i primi secondi di un incontro sono importanti. Come sei vestito, come ti curi».
Si parla di un 2024 difficile dal punto di vista economico.
«Non la penso così. È l’unico momento da quando sono nato che l’Italia ha il 7% della disoccupazione, 500.000 persone non accettano certi lavori. E hanno ragione perché certi mestieri non hanno dignità, né morale nè economica. Ma se tu accettasi avresti una disoccupazione al 4%. Vuol dire che l’Italia è un Paese serio. Siamo credibili. Qualche anno fa andando in giro per il mondo non ci consideravano così».
Pensa sia merito di questo governo?
«Penso che abbiamo bisogno di persone perbene, di qualsiasi partito. Voglio essere compartecipe attivo del mio governo chiunque esso sia. Questa democrazia sarebbe piaciuta moltissimo a Pericle».
Tante aziende però lamentano un calo.
«Sono cose che avvengono. Quando la tua crescita vuol essere esageratamente pazzesca e in due tre anni cresci del 30%, dove vuoi andare? Torniamo a una crescita garbata, a un modo di vivere gentile. Quando fai 3 bilion e vai da 3 a 6 devi fare un’altra azienda con 30.000 persone in un anno. Monsieur Arnault ha detto una cosa bellissima: “Se cresciamo del 9/10% c’è un equilibrio di produzione”. Il Pil ce l’abbiamo come gli altri Paesi. Adesso farò due cene in Germania perché voglio andare ad Amburgo e Düsseldorf a dire che non c’è nulla di catastrofico».
Il nostro problema è la mancanza di manodopera?
«Certo. Se non ridiamo quella dignità morale ed economica al lavoro, chi verrà a lavorare nelle nostre fabbriche? Al governo chiederei sempre la stessa cosa: aiutateci a far sì che gli stipendi degli operai siano più alti. Un professore prende stipendi bassi per un mestiere fondamentale ed educativo. Vorrei un equilibrio migliore nello stipendio degli esseri umani. Che vale anche per noi imprese, io ci provo. Le nostre imprese possono fare un 1% in meno di profitto da destinare in altro modo perché la gente deve lavorare con soddisfazione in un luogo bello. Puoi lavorare senza finestre a 1.400 euro al mese a 23 anni perché dobbiamo fare profitti più alti? Ora i nodi vengono al pettine».
Gli altri industriali la seguono in questo?
«Ormai credo che abbiamo tutti capito che deve cambiare qualcosa, altrimenti decidi di non produrre qui».
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Prada sfata il tabù dell’amore, Max Mara ispirata da Colette Ferretti e N21 dalla poesia. Magia Armani, sfilata sotto la neve.Lo stilista umbro: «Il Paese sta bene, non ha mai avuto la disoccupazione al 7%. Ora aiutiamo i lavoratori».Lo speciale contiene due articoliAssistere a una sfilata di Prada e porsi delle domande è un tutt’uno. È come quando si va a una mostra d’arte contemporanea e nasce una discussione su ciò che si è visto e compreso. Miuccia Prada stupisce e fa riflettere. Questa volta ha affrontato l’idea di romanticismo, «che forse in questo momento è considerato un tabù, soprattutto nella moda», spiega la stilista descrivendo la collezione. «Gli abiti rivelano un senso di romanticismo che tocca i valori dell’amore e dell’attenzione. L’amore tra le persone, romantico ma anche familiare. Non è tanto una dichiarazione teorica, quanto una conversazione sulle emozioni. Per me queste sono idee vitali, da sempre presenti in ciò che realizziamo, nel creare bellezza e nel fare le cose con amore». La storia che collega la vita delle persone: i riferimenti alla moda del passato raccontano vite vissute, ma anche modi di vivere odierni. «Riflettere sulla storia ci insegna a comprendere i nostri errori e i nostri punti di forza. Il passato è l’unica cosa che abbiamo. Detesto l’idea della nostalgia, come se la storia non insegnasse nulla. La storia insegna tutto, soprattutto nei momenti difficili». Tradotto in abiti, la collezione Prada è un insieme di ricordi rivisti ai giorni nostri e con gli occhi di Miuccia Prada e Raf Simons. Dalle giacche maschili sartoriali, spalle importanti, agli abiti e gonne impalpabili. E poi il chiodo, il bomber, i piccoli golfini. Si parla d’amore anche da Max Mara e si «rubano» le parole a Colette, ispiratrice della collezione firmata, come da anni, dal direttore creativo Ian Griffiths. La prosa di Colette è profonda e passionale. Con la franchezza che la contraddistingueva, dichiarò che «l’amore non è un sentimento onesto». Alla «woman in control» di Max Mara, si aggiunge un tocco di stile Belle Époque, di glamour demi-monde e di sensualità. Moderna, sobria, eppure profondamente evocativa: Max Mara è per la moda quello che Colette è per la letteratura. Nessuna si vestiva come lei: giacca, pantalone, cravatta. Codici ripresi nella collezione super chic in blu, nero, grigio e qualche tocco di cammello. Nuovi cappotti talvolta con maniche a kimono realizzati in compatto melton di cashmere e in doppio tessuto di cammello e alpaca, oppure lavorati a maglia con bordi finiti al laser. Delicati volant donano nuova femminilità consapevole. La stessa di Alberta Ferretti, che racconta la sua collezione tra concretezza e poesia. «Le donne sono molto più sicure di una volta, lo vedo nelle scelte, mi piace ascoltarle e non sono così influenzabili». Potere alla femminilità, Ferretti lo dice con i completi grigi, impeccabili tailleur maschili e abiti perfetti. «Mi piace che la donna faccia sua la mia moda e la interpreti come preferisce». Un concetto che si confà anche ad Alessandro Dell’Acqua per N21, che non si smentisce mai: perché è chic con stile, perché la sua è un’eleganza colta, fatta di piccoli pezzi d’autore come il tailleur in panno nero tagliato al vivo e ricamato con cristalli e jais o le gonne e gli abiti costruiti con pannelli aperti che prevedono sottovesti o anche nude look. «Ho voluto raccontare un mondo femminile che non ha un solo punto di vista, ma che riesce a contenere la drammaticità, la giocosità, la leggerezza e la sensualità». Donne guerriere da Antonio Marras. Quest’anno, lo stilista ha portato in scena la reale figura medievale di Eleonora D’Arborea (interpretata da Anna della Rosa), mentre Filippo Timi è entrato nei panni del suo falconiere. Emerge l’immagine di questa regnante-eroina che nella sua visione di «nazione» ha garantito parità tra «ricchi e poveri». Ecco perché damaschi e broccati si alternano a check plaid, piede de poule e argyle, che hanno un sapore d’Oltremanica. Il massimalismo di Marras si narra attraverso le lavorazioni ridondanti dei tessuti materici che da sempre caratterizzano la sfilata Marras e che per l’autunno/inverno 2024-2025 diventano preziosi. Chiude la giornata il romantismo di Emporio Armani, con passerella finale sotto una nevicata coinvolgente. Come gli abiti. «Se smembrati sono tutti molto portabili a tutte le età della donna», spiega Giorgio Armani, «c’è qualche concessione allo spettacolo. E resta donna anche con un cappottone da uomo». Domina il nero, unito alle sfumature del malva, dell’ultravioletto, del verde giada, del grigio. In questo scenario si muove una donna tipicamente armaniana, che ha la libertà istintiva di Emporio: porta i pantaloni sotto l’abito vaporoso che per lei è una camicia, riscopre il cappotto dalle forme ampie e avvolgenti, il gilet di tessuto o di crochet; indossa tute, pantaloni sciolti che si chiudono al fondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-fashion-week-si-riscopre-romantica-la-donna-torna-soave-2667344569.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leleganza-ha-a-che-fare-con-la-gentilezza" data-post-id="2667344569" data-published-at="1708628747" data-use-pagination="False"> «L’eleganza ha a che fare con la gentilezza» «Il lusso dell’eleganza, l’eleganza della gentilezza. Se sei gentile sei aperto al mondo al pensiero altrui, sei universale, creativo, geniale. Stiamo andando verso un bel gusto e questo vale per la donna e per l’uomo. Vestiti bene, eleganti, chic, giovani, freschi. Cose che non butterai mai via, che lasci in eredità». Brunello Cucinelli declina così non solo la sua collezione, ma il momento che stiamo vivendo. E parte da una «Lettera alle donne» che ha voluto scrivere e «che mi ha fatto anche piangere». «Vengo da una famiglia di tutte donne. Da bambine già coccolate, avete un tasso del dolore e di comprensione molto più alto del nostro: quando l’essere umano è in difficoltà chiama sempre la mamma. Vi ho paragonate ai poeti, che sono per me gli uomini più importanti dell’umanità. Ho vissuto in una famiglia matriarcale dove la nonna smistava tutto, gli uomini portavano la busta paga a casa e la consegnavano alla mamma». La moda è anche un mezzo per lanciare messaggi sociali? «È sempre stato così. Duemila anni fa l’imperatore Adriano diceva: “Quel senatore è molto ricco, ma non è elegante. Quell’altro non è molto ricco, ma è molto raffinato”. La moda fa parte di noi, i primi secondi di un incontro sono importanti. Come sei vestito, come ti curi». Si parla di un 2024 difficile dal punto di vista economico. «Non la penso così. È l’unico momento da quando sono nato che l’Italia ha il 7% della disoccupazione, 500.000 persone non accettano certi lavori. E hanno ragione perché certi mestieri non hanno dignità, né morale nè economica. Ma se tu accettasi avresti una disoccupazione al 4%. Vuol dire che l’Italia è un Paese serio. Siamo credibili. Qualche anno fa andando in giro per il mondo non ci consideravano così». Pensa sia merito di questo governo? «Penso che abbiamo bisogno di persone perbene, di qualsiasi partito. Voglio essere compartecipe attivo del mio governo chiunque esso sia. Questa democrazia sarebbe piaciuta moltissimo a Pericle». Tante aziende però lamentano un calo. «Sono cose che avvengono. Quando la tua crescita vuol essere esageratamente pazzesca e in due tre anni cresci del 30%, dove vuoi andare? Torniamo a una crescita garbata, a un modo di vivere gentile. Quando fai 3 bilion e vai da 3 a 6 devi fare un’altra azienda con 30.000 persone in un anno. Monsieur Arnault ha detto una cosa bellissima: “Se cresciamo del 9/10% c’è un equilibrio di produzione”. Il Pil ce l’abbiamo come gli altri Paesi. Adesso farò due cene in Germania perché voglio andare ad Amburgo e Düsseldorf a dire che non c’è nulla di catastrofico». Il nostro problema è la mancanza di manodopera? «Certo. Se non ridiamo quella dignità morale ed economica al lavoro, chi verrà a lavorare nelle nostre fabbriche? Al governo chiederei sempre la stessa cosa: aiutateci a far sì che gli stipendi degli operai siano più alti. Un professore prende stipendi bassi per un mestiere fondamentale ed educativo. Vorrei un equilibrio migliore nello stipendio degli esseri umani. Che vale anche per noi imprese, io ci provo. Le nostre imprese possono fare un 1% in meno di profitto da destinare in altro modo perché la gente deve lavorare con soddisfazione in un luogo bello. Puoi lavorare senza finestre a 1.400 euro al mese a 23 anni perché dobbiamo fare profitti più alti? Ora i nodi vengono al pettine». Gli altri industriali la seguono in questo? «Ormai credo che abbiamo tutti capito che deve cambiare qualcosa, altrimenti decidi di non produrre qui».
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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