- Il presidente americano si prepara alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. I democratici cantano già vittoria ma devono fare i conti con la crescita economica, la gestione positiva dell’immigrazione, l’attacco boomerang al giudice Brett Kavanaugh e infine, alla tipologia stessa delle elezioni per la Camera: hanno per lo più valore locale.
- Nel terzo trimestre gli Usa sono cresciuti a un tasso del 3,5%, ma la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva.
- Da Emmanuel Macron ad Angela Merkel, i leader europei con gli scatoloni in mano tifano per un ridimensionamento di The Donald.
Lo speciale contiene tre articoli.
Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell’Asino: un’autentica “onda democratica” sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale “anatra zoppa” negli ultimi due anni del suo mandato.
Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l’esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile – proseguono – che l’Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.
Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l’economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l’economia americana non le vedeva da anni.
L’altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all’immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall’America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l’inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c’è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l’altro, che – contrariamente a quanto spesso si afferma – il contrasto all’immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.
In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all’ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito – quello democratico – dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria.
Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l’elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.
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