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2018-10-31
Trump ha quattro motivi per infischiarsene del voto di mid term
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ANSA
Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.
Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.
Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.
L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.
In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria.
Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.
Il Pil a stelle e strisce galoppa

Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci.
Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli.
Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e MerkelSi fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.
Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli.
- Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato.
- Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment.
- Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione.
- Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea.
- Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania.
- Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron.
- Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco.
- Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni).
- Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito.
- Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders.
Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
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Il presidente americano si prepara alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. I democratici cantano già vittoria ma devono fare i conti con la crescita economica, la gestione positiva dell'immigrazione, l'attacco boomerang al giudice Brett Kavanaugh e infine, alla tipologia stessa delle elezioni per la Camera: hanno per lo più valore locale.Nel terzo trimestre gli Usa sono cresciuti a un tasso del 3,5%, ma la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva.Da Emmanuel Macron ad Angela Merkel, i leader europei con gli scatoloni in mano tifano per un ridimensionamento di The Donald.Lo speciale contiene tre articoli.Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria. Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pil-a-stelle-e-strisce-galoppa" data-post-id="2616837001" data-published-at="1780941136" data-use-pagination="False"> Il Pil a stelle e strisce galoppa Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-10-ragioni-per-cui-i-leader-europei-rischiano-un-altra-volta-di-sbagliare-i-loro-calcoli" data-post-id="2616837001" data-published-at="1780941136" data-use-pagination="False"> Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli. Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e Merkel Si fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli. Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato. Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment. Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione. Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea. Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania. Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron. Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco. Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni). Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito. Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders. Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
«Dino Zoff - Volevo solo fare bene il mio lavoro» (RaiPlay)
Mercoledì 10 giugno su Rai 1 la docufiction Volevo solo fare bene il mio lavoro ripercorre la vita di Dino Zoff, dall’infanzia in Friuli al Mondiale del 1982. Il ritratto di un portiere diventato simbolo di affidabilità e sobrietà nel calcio italiano.
Non solo un portiere leggendario, ma una figura diventata nel tempo sinonimo di affidabilità, rigore e sobrietà. Il racconto televisivo attraversa le tappe della sua storia: dall’infanzia in Friuli ai campi di provincia, fino all’ascesa ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. La narrazione segue il percorso umano e sportivo di Zoff, il portiere che ha difeso la porta della Nazionale e i sogni di un intero Paese. Campione d’Europa nel 1968 e, soprattutto, capitano dell’Italia campione del mondo nel 1982, resta ancora oggi una delle icone più riconoscibili del calcio azzurro.
La docufiction si sviluppa come un viaggio nella memoria collettiva italiana, intrecciando imprese sportive ed emozioni personali. Attraverso immagini d’archivio, fotografie private, materiali inediti e testimonianze, emerge il ritratto di un uomo capace di incarnare disciplina e umanità, sempre lontano dai clamori ma centrale nella storia sportiva del Paese. Non mancano i momenti entrati nell’immaginario collettivo: dal trionfo mondiale del 1982 al celebre abbraccio con Enzo Bearzot, simbolo di un gruppo diventato leggenda. A ricostruire quella stagione e il percorso di Zoff sono le voci di compagni, avversari e protagonisti della cultura italiana: Francesco De Gregori, José Altafini, Fabio Capello, Maurizio De Giovanni, Michel Platini, Alessandro Del Piero, Bruno Conti, Marco Tardelli, Luca Marchegiani, Sandro Veronesi, Neri Marcorè e Cinzia Bearzot.
La produzione è firmata da Tunnel Produzioni, con la regia di Giovanni Filippetto, con il regista che ha curato anche i testi insime a Umberto Marino, Anna Boiardi e Antonio Azzalini.
Dietro il racconto della docufiction c’è una carriera che, più che un’ascesa spettacolare, somiglia a una costruzione lenta e inesorabile. Dino Zoff viene dai campi del Friuli, da un calcio che non aveva ancora miti consolidati e che chiedeva soprattutto affidabilità, resistenza, continuità. Non è mai stato un portiere «di effetto», e forse proprio per questo è diventato un punto fermo. La sua storia passa da Udinese e Mantova, fino alla Juventus, dove entra in un mondo che non ammette distrazioni e dove la solidità, più delle parate spettacolari, diventa una forma di leadership. Con la Nazionale attraversa stagioni diverse senza mai perdere il posto né la misura. Il titolo europeo del 1968 è il primo approdo, ma è il Mundial del 1982 a fissarne l’immagine nella memoria collettiva: a 40 anni, da capitano, alza la Coppa del Mondo in Spagna e chiude una delle carriere più longeve mai viste a quei livelli.
Anche il dopo non è una rottura, ma una prosecuzione naturale. Tornato in panchina, guida ancora Juventus e Nazionale, portando con sé lo stesso modo di stare nel calcio: sobrio, essenziale, quasi refrattario alle mode.
Ed è forse qui che la sua figura trova una coerenza rara. Come quando, nel 200, dopo il secondo posto agli Europei di Belgio e Olanda, dove condusse l'Italia a un passo dal trionfo, beffata prima dal pareggio di Wiltord nei minuti di recupero e poi dal golden gol di Trezeguet ai tempi supplementari, decise di dimettersi in seguito alle dure critiche di Silvio Berlusconi. Perché Zoff non ha mai cercato interpretazioni diverse di sé stesso: ha fatto un lavoro, con continuità assoluta, fino a farlo coincidere con un’idea di serietà che nel calcio moderno appare sempre più distante.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 giugno 2026. L'economista Antonio Maria Rinaldi spiega i motivi della sua adesione al partito di Vannacci.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.