True
2018-10-31
Trump ha quattro motivi per infischiarsene del voto di mid term
True
ANSA
Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.
Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.
Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.
L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.
In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria.
Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.
Il Pil a stelle e strisce galoppa

Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci.
Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli.
Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e MerkelSi fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.
Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli.
- Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato.
- Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment.
- Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione.
- Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea.
- Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania.
- Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron.
- Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco.
- Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni).
- Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito.
- Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders.
Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
Continua a leggereRiduci
Il presidente americano si prepara alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. I democratici cantano già vittoria ma devono fare i conti con la crescita economica, la gestione positiva dell'immigrazione, l'attacco boomerang al giudice Brett Kavanaugh e infine, alla tipologia stessa delle elezioni per la Camera: hanno per lo più valore locale.Nel terzo trimestre gli Usa sono cresciuti a un tasso del 3,5%, ma la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva.Da Emmanuel Macron ad Angela Merkel, i leader europei con gli scatoloni in mano tifano per un ridimensionamento di The Donald.Lo speciale contiene tre articoli.Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria. Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pil-a-stelle-e-strisce-galoppa" data-post-id="2616837001" data-published-at="1767541338" data-use-pagination="False"> Il Pil a stelle e strisce galoppa Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-10-ragioni-per-cui-i-leader-europei-rischiano-un-altra-volta-di-sbagliare-i-loro-calcoli" data-post-id="2616837001" data-published-at="1767541338" data-use-pagination="False"> Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli. Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e Merkel Si fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli. Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato. Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment. Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione. Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea. Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania. Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron. Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco. Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni). Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito. Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders. Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
La raccolta firme per il no, promossa da un gruppo di 15 cittadini e appoggiata dalle opposizioni, ha quasi raggiunto le 200.000 sottoscrizioni in soli 12 giorni. Ne servono 500.000 per completarla. Il governo, per evitare polemiche, ha valutato di lasciare il tempo che la raccolta si concluda. La scadenza è fissata al 30 gennaio. Se le 500.000 firme dell’obiettivo non arriveranno, tutto come prima. Se saranno raggiunte, si vedrà cosa può cambiare.
Nelle scorse settimane si era ipotizzata un’accelerazione del governo Meloni sulle date. Nordio ha smentito che il governo volesse accorciare i tempi per ridurre la campagna referendaria: «Semmai è il contrario», ha commentato, dicendo che «più informiamo gli elettori su contenuto e importanza di questa riforma, più li porteremo alle urne, con risultati positivi». Il messaggio da far passare, dice Nordio, è che «la riforma non stravolge la Costituzione» né tanto meno «è punitiva». Al contrario, chi sostiene il no è convinto che proprio chiarendo ai cittadini i contenuti della riforma, li si possa spingere a votare per bocciarla.
L’appuntamento con il voto, che in ogni caso sarà su due giorni, includendo anche il lunedì, avrebbe potuto essere già fissato con il consiglio dei ministri che si è svolto a fine anno, ma una decisione definitiva non è arrivata. Il Cdm del 17 gennaio sarà quello decisivo.
Ed è muro contro muro. Il governo sceglie di procedere nell’interpretazione «stretta» della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). «Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge», sottolineano fonti di governo. Di tutt’altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme. «Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme», spiega il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi, «sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede». Il «Comitato dei 15» è pronto a presentare ricorso al Tar e alla Consulta.
Si va allo scontro. La battaglia legale è pronta e si basa su una prassi costituzionalmente orientata secondo la quale, la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio.
A questo punto entra in gioco anche il Colle. Nessuna opposizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell’ultimo consiglio dei ministri di non forzare sulla data del primo marzo, è lo stesso Nordio a tornare sulla scelta. «Il Quirinale», spiega il guardasigilli, «è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell’iniziativa di raccolta delle firme». Iniziativa - sottolinea il ministro - «superflua», perché, «il quesito non si può cambiare: è un sì o un no alla riforma, senza possibilità di modifiche. E poiché era stato chiesto proprio da noi, e la Cassazione l’aveva dichiarato ammissibile, non se ne vedeva la ragione».
Ciò fa montare la protesta delle opposizioni. I partiti di Matteo Renzi e Carlo Calenda, Iv e Azione, spaccano lo schieramento e sono favorevoli alla separazione delle carriere, mentre il leader M5s, Giuseppe Conte, nel video di fine anno raccomanda di «dire assolutamente no a questo scempio» e rivolgendosi a Nordio aggiunge: «Nessuna iniziativa di partecipazione dal basso è “superflua” o inutile. Specie quando è su provvedimenti dannosi». Condanna per le parole di Nordio anche dalla responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani: «L’esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole». E come loro abitudine pensano già a una bella piazzata il 10 gennaio.
Il sì è talmente avvantaggiato, per i sondaggi, da consigliare al centrodestra di accorciare i tempi. Per l’opposizione, invece, più tempo vuol dire più possibilità di recupero, forse anche per far eleggere il Csm con il vecchio sistema correntizio che il sorteggio vorrebbe stroncare.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
Continua a leggereRiduci