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2018-10-31
Trump ha quattro motivi per infischiarsene del voto di mid term
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ANSA
Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.
Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.
Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.
L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.
In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria.
Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.
Il Pil a stelle e strisce galoppa

Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci.
Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli.
Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e MerkelSi fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.
Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli.
- Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato.
- Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment.
- Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione.
- Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea.
- Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania.
- Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron.
- Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco.
- Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni).
- Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito.
- Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders.
Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
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Il presidente americano si prepara alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. I democratici cantano già vittoria ma devono fare i conti con la crescita economica, la gestione positiva dell'immigrazione, l'attacco boomerang al giudice Brett Kavanaugh e infine, alla tipologia stessa delle elezioni per la Camera: hanno per lo più valore locale.Nel terzo trimestre gli Usa sono cresciuti a un tasso del 3,5%, ma la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva.Da Emmanuel Macron ad Angela Merkel, i leader europei con gli scatoloni in mano tifano per un ridimensionamento di The Donald.Lo speciale contiene tre articoli.Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria. Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pil-a-stelle-e-strisce-galoppa" data-post-id="2616837001" data-published-at="1768113462" data-use-pagination="False"> Il Pil a stelle e strisce galoppa Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-10-ragioni-per-cui-i-leader-europei-rischiano-un-altra-volta-di-sbagliare-i-loro-calcoli" data-post-id="2616837001" data-published-at="1768113462" data-use-pagination="False"> Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli. Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e Merkel Si fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli. Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato. Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment. Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione. Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea. Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania. Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron. Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco. Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni). Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito. Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders. Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
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