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2018-10-31
Trump ha quattro motivi per infischiarsene del voto di mid term
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ANSA
Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.
Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.
Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.
L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.
In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria.
Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.
Il Pil a stelle e strisce galoppa

Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci.
Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli.
Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e MerkelSi fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.
Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli.
- Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato.
- Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment.
- Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione.
- Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea.
- Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania.
- Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron.
- Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco.
- Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni).
- Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito.
- Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders.
Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
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Il presidente americano si prepara alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. I democratici cantano già vittoria ma devono fare i conti con la crescita economica, la gestione positiva dell'immigrazione, l'attacco boomerang al giudice Brett Kavanaugh e infine, alla tipologia stessa delle elezioni per la Camera: hanno per lo più valore locale.Nel terzo trimestre gli Usa sono cresciuti a un tasso del 3,5%, ma la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva.Da Emmanuel Macron ad Angela Merkel, i leader europei con gli scatoloni in mano tifano per un ridimensionamento di The Donald.Lo speciale contiene tre articoli.Donald Trump si prepara allo scontro. Il prossimo 6 novembre si terranno infatti, negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Inutile dire che si tratta di un appuntamento elettorale fondamentale che produrrà inevitabili ripercussioni sulla presidenza Trump. Non sono pochi i commentatori che (in America così come in Italia) prevedono un trionfo del Partito dell'Asino: un'autentica "onda democratica" sarebbe in procinto di travolgere il presidente, condannandolo così a trasformarsi nella proverbiale "anatra zoppa" negli ultimi due anni del suo mandato.Certo: i segnali incoraggianti per il Partito democratico non mancano. Non solo, i sondaggi lo danno attualmente avanti di sette punti percentuali. Ma, non bisogna neppure trascurare che – storicamente – le elezioni di metà mandato le perda il partito che detiene la Casa Bianca: è accaduto nel 1994 e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton), nel 2006 (ai tempi di George W. Bush) e nel 2014 (durante la presidenza di Barack Obama). Secondo gli analisti, l'esito più probabile stavolta sarebbe un pareggio: la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai democratici, mentre i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il controllo del Senato (dove devono difendere solo nove seggi). Non sarebbe tuttavia escludibile - proseguono - che l'Asinello possa addirittura riuscire a conquistare la camera alta, approfittando di questo momento magico.Sennonché la situazione risulta un poco più complessa. E gli automatismi dovrebbero forse essere lasciati fuori dalla porta. Il trionfo democratico tanto annunciato è infatti tutto da dimostrare. Per una serie di ragioni. Innanzitutto, è bene rilevare che, allo stato attuale, l'economia americana goda di ottima salute. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 3,5%, oltre le attese degli analisti: nonostante la crescita sia rallentata rispetto al 4,2% della scorsa primavera, la frenata si è rivelata meno forte di quanto era stato previsto. Senza dimenticare una decisa impennata dei consumi statunitensi che, negli ultimi tre mesi, hanno registrato un aumento del 4%. Difficilmente questi dati possono danneggiare il partito di governo e i repubblicani stanno ovviamente puntando su tali numeri positivi, attribuendoli soprattutto alla riforma fiscale varata dal Congresso lo scorso dicembre. I critici ribattono affermando che questo benessere non sia equamente distribuito e che il taglio delle tasse abbia favorito le sole classe abbienti. Sarà, ma simili cifre l'economia americana non le vedeva da anni.L'altro elemento da tenere in considerazione è poi quello del contrasto all'immigrazione clandestina. Da sempre uno dei cavalli di battaglia di Trump, le sue politiche restrittive hanno spesso suscitato polemiche: soprattutto la separazione dei figli dai genitori sul confine, adottata come deterrente contro i flussi di clandestini provenienti dall'America Latina. Per non parlare poi del muro difensivo al confine con il Messico. Adesso, un nuovo grattacapo è rappresentato dalla marcia di migliaia di honduregni che pretendono di entrare negli Stati Uniti, affermando di essere in fuga da miseria e narcotraffico. Trump, per tutta risposta, ha inviato cinquemila soldati al confine, annunciando inoltre di voler tagliare i fondi ai Paesi sudamericani che non stanno facendo nulla per bloccare la marcia. Ora, non è chiaro quale impatto avrà questo fenomeno sulle elezioni novembrine. Se i critici sostengono che questo ingente flusso dimostri l'inefficacia delle politiche trumpiane in materia di immigrazione, c'è anche da dire che questa marcia potrebbe in realtà rafforzare le classiche posizioni del presidente. Non dimentichiamo, tra l'altro, che - contrariamente a quanto spesso si afferma - il contrasto all'immigrazione clandestina abbia, per Trump, una connotazione di carattere socio-economico (la difesa del lavoratore americano) e non razzista. Il presidente si rivolge primariamente infatti alla classe operaia impoverita (e storicamente democratica) della Rust Belt (elettoralmente non poco rilevante) e non ai gruppi di estremisti fanatici.In terzo luogo, bisogna sottolineare che, nelle ultime settimane, il Partito democratico abbia adottato una strategia politico-elettorale particolarmente aggressiva e settaria. Basti pensare all'ostruzionismo feroce sulla ratifica della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema. O alle minacce rivolte ai senatori repubblicani indecisi sulla questione da parte di alcuni gruppi liberal estremisti. Ecco: non è detto che questa strategia non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Non solo infatti un simile comportamento rischia di allontanare gli elettori indipendenti. Ma si tratta anche di uno stratagemma usato per cercare di dare coesione a un partito - quello democratico - dilaniato da faide intestine. Un partito che, anche qualora riuscisse a conquistare la Camera, non è affatto detto che sarà capace di proporre una linea politica coerente e unitaria. Infine, attenzione a un altro elemento. Le elezioni di metà mandato rappresentano qualcosa di molto più complesso e articolato di un semplice referendum sulle presidenze in carica. Tendenzialmente, il voto per la Camera presenta una connotazione di carattere nazionale. Per il Senato, invece, l'elettore tende a ragionare sulla base delle questioni locali, interessandosi meno delle dinamiche di Washington. I giochi, insomma, sono ancora tutti da fare. E i prossimi giorni saranno determinanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pil-a-stelle-e-strisce-galoppa" data-post-id="2616837001" data-published-at="1780189244" data-use-pagination="False"> Il Pil a stelle e strisce galoppa Nel terzo trimestre, l'economia statunitense è cresciuta a un tasso del 3,5%. Si tratta di un dato considerevole, anche se più basso rispetto al 4,2% registrato durante i tre mesi precedenti. In particolare, è stato il sesto trimestre consecutivo con una crescita superiore al 2%. L'attuale rallentamento è dovuto in parte a una diminuzione degli investimenti. Senza dimenticare che le esportazioni nette siano diminuite rispetto all'impennata registrata nello scorso trimestre, quando produttori e agricoltori si sono affrettati a vendere le loro merci all'estero prima della rappresaglia commerciale cinese. Il reddito personale disponibile reale è cresciuto ad un tasso annuo del 2,5%, lo stesso del periodo precedente. È leggermente superiore alla crescita media del 2,35% dal termine dell'ultima recessione, per quanto resti inferiore all'aumento del 4% registrato nella spesa dei consumatori. In tutto questo, la spesa pubblica continua ad alimentare la crescita, soprattutto nel settore della Difesa, che non a caso è cresciuta del 4,5%. Anche le spese statali e locali sono aumentate al loro ritmo più rapido dal primo trimestre del 2016. Il tutto, mentre si ricevevano buone notizie dal mondo del lavoro. Il tasso di disoccupazione è infatti sceso al 3,7%: secondo il Dipartimento del Lavoro, si tratterebbe del valore il più basso di tempi del 1969. Nell'ultimo mese, sono stati introdotti 134.000 posti di lavoro, mentre i salari sono saliti del 2,8% rispetto all'anno scorso. In questo contesto, la Federal Reserve è sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva: una linea che il presidente vede come il fumo negli occhi, considerandola una minaccia per la crescita economica americana. Anche per questo, i rapporti tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, non sono al momento esattamente idilliaci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/midterm-2616837001.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-10-ragioni-per-cui-i-leader-europei-rischiano-un-altra-volta-di-sbagliare-i-loro-calcoli" data-post-id="2616837001" data-published-at="1780189244" data-use-pagination="False"> Le 10 ragioni per cui i leader europei rischiano un'altra volta di sbagliare i loro calcoli. Siria, summit a Istanbul con Erdogan, Putin, Macron e Merkel Si fa spasmodica l’attesa per le elezioni americane di midterm: ma non solo negli Usa. Anche, e forse soprattutto, a Berlino, Parigi, Bruxelles. Dove una serie di leader europei o già sconfitti e al crepuscolo (Angela Merkel), o massacrati dai sondaggi (Emmanuel Macron), o con gli scatoloni in mano (pur non essendo mai stati votati dagli elettori: gli attuali Commissari Ue) sperano di ritrovare una ragione di speranza nell’eventuale indebolimento di Donald Trump.Ma ci sono almeno dieci buone ragioni per cui, un’altra volta (come quando nel 2016 tifavano a corpo morto per Hillary Clinton), in molte capitali Ue si rischia di sbagliare i calcoli. Qualunque sia il risultato (a maggior ragione se conservasse la maggioranza in Senato), Trump potrà a buon diritto rivendicare il merito di una clamorosa rimonta in una campagna elettorale che non era la sua. Prima che lui si impegnasse direttamente, i sondaggi erano catastrofici per i Repubblicani. Dal momento della sua discesa in campo, il vento è cambiato. Il tentativo democratico di costruire una campagna ossessivamente antitrumpiana (a partire dal linciaggio del giudice Kavanaugh) si è rivelato controproducente: perché ha rimobilitato l’elettorato repubblicano, e perché lo ha ancora di più “trumpizzato”, cioè fidelizzato rispetto alla linea del Presidente. Figurarsi cosa accadrebbe se gli avversari di Trump provassero ad attivare (perché solo quello potrebbero fare, non certo condurla in porto) la procedura di impeachment. Perché non si vede all’orizzonte un candidato democratico in grado di sfidare Trump nel 2020, mentre Trump, negli ultimi due mesi, è come se avesse aperto con due anni di anticipo la campagna per la sua rielezione. Perché anche gli elettori europei vedono la differenza tra i dati economici spettacolari degli Usa (frutto del mix eterodosso di mega-tagli di tasse, mega-investimenti, e partita di poker sui dazi) e la stentata crescita europea. Perché Trump ha già piegato la Merkel sulla partita geopolitica più rilevante dal punto di vista di Washington, costringendola ad aprire al gas naturale liquefatto Usa, ed evitando che in termini energetici si consolidasse un’egemonia russa sulla Germania. Perché Macron ha subìto un doppio scacco dall’amministrazione Trump, che pure gli aveva teso la mano invitandolo con un’accoglienza di tutto prestigio a Washington la primavera scorsa. Ma l’inquilino dell’Eliseo ha pensato di fare il furbo, provocando Trump con il protagonismo francese in Iran. Risultato? Prima Trump ha varato nuove sanzioni per chi traffica con Teheran (concepite soprattutto in chiave anti-Parigi) e poi ha sostenuto Roma nello scacchiere libico e nord-africano, in contrapposizione alle ambizioni di Macron. Perché Trump sta chiaramente offrendo un ombrello geopolitico all’Italia, ai Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e a chiunque funga da riequilibrio e da contrappeso rispetto all’asse franco-tedesco. Perché è ormai fallita l’idea di un’integrazione europea più spinta, di un super-Stato Ue a guida Parigi-Berlino. E’ ormai chiaro che, dopo le prossime elezioni europee, le regole Ue andranno riscritte, all’insegna di un maggior rispetto delle sovranità e delle diversità nazionali. Prospettiva, quest’ultima, più gradita anche a Washington. Non dimentichiamo che gli Usa avevano per decenni incoraggiato il progetto europeista: ma per europeizzare la Germania, non certo per germanizzare l’Europa (come invece rischiava di accadere negli ultimi anni). Perché Trump ha tutto l’interesse a rafforzare la special relationship con Londra, a maggior ragione dopo Brexit, e non accetterà l’idea di una chiusura di negoziato tra Uk e Ue (entro marzo 2019) troppo penalizzante verso il Regno Unito. Perché un po’ tutti hanno dovuto fare i conti con il fatto che l’Amministrazione Usa non scherza rispetto al contributo che i Paesi europei membri dovranno offrire alla Nato, smettendo di operare da free-riders. Insomma, nessuno sa quanto forte uscirà Trump dalla notte del 6 novembre. Ma una cosa è certa: resterà certamente più saldo della gran parte dei suoi antipatizzanti europei.
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Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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