True
2018-04-15
«Micron» si traveste da Sarkozy e la Mogherini batte in ritirata
ANSA
Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali.
«Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo.
Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china.
La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente.
La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure.
La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso.
In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue.
Giorgio Gandola
Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno
Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere.
A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento.
Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend.
Giorgio Gandola
Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia

LaPresse
Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè.
Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj.
Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera.
È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani.
Laris Gaiser
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
Il capo dell'Eliseo lancia i missili fregandosene di Parlamento nazionale, Onu ed evanescente politica estera Ue. Ma la veste neocolonialista serve a coprire i legami con i sauditi e soprattutto gli scioperi e il consenso crollato.Sinistra superata dalla destra anche sul tema pacifismo. La crisi ormai è irreversibile. Continua intanto il mistero sulle condizioni del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk. E Parigi punta la Cirenaica. Lo speciale contiene tre articoli. Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali. «Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo. Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china. La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente. La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure. La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso. In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-ha-ammainato-pure-le-bandiere-arcobaleno" data-post-id="2560007157" data-published-at="1781752246" data-use-pagination="False"> Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere. A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento. Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vivo-o-morto-il-giallo-su-haftar-ridisegna-una-libia-senza-italia" data-post-id="2560007157" data-published-at="1781752246" data-use-pagination="False"> Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia LaPresse Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè. Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj. Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera. È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani. Laris Gaiser
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
Continua a leggereRiduci
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
Continua a leggereRiduci