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2018-04-15
«Micron» si traveste da Sarkozy e la Mogherini batte in ritirata
ANSA
Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali.
«Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo.
Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china.
La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente.
La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure.
La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso.
In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue.
Giorgio Gandola
Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno
Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere.
A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento.
Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend.
Giorgio Gandola
Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia

LaPresse
Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè.
Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj.
Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera.
È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani.
Laris Gaiser
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Il capo dell'Eliseo lancia i missili fregandosene di Parlamento nazionale, Onu ed evanescente politica estera Ue. Ma la veste neocolonialista serve a coprire i legami con i sauditi e soprattutto gli scioperi e il consenso crollato.Sinistra superata dalla destra anche sul tema pacifismo. La crisi ormai è irreversibile. Continua intanto il mistero sulle condizioni del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk. E Parigi punta la Cirenaica. Lo speciale contiene tre articoli. Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali. «Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. 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E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china. La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente. La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure. La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso. In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-ha-ammainato-pure-le-bandiere-arcobaleno" data-post-id="2560007157" data-published-at="1767748141" data-use-pagination="False"> Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere. A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento. Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vivo-o-morto-il-giallo-su-haftar-ridisegna-una-libia-senza-italia" data-post-id="2560007157" data-published-at="1767748141" data-use-pagination="False"> Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia LaPresse Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè. Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj. Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera. È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani. Laris Gaiser
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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