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2018-04-15
«Micron» si traveste da Sarkozy e la Mogherini batte in ritirata
ANSA
Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali.
«Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo.
Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china.
La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente.
La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure.
La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso.
In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue.
Giorgio Gandola
Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno
Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere.
A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento.
Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend.
Giorgio Gandola
Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia

LaPresse
Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè.
Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj.
Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera.
È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani.
Laris Gaiser
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Il capo dell'Eliseo lancia i missili fregandosene di Parlamento nazionale, Onu ed evanescente politica estera Ue. Ma la veste neocolonialista serve a coprire i legami con i sauditi e soprattutto gli scioperi e il consenso crollato.Sinistra superata dalla destra anche sul tema pacifismo. La crisi ormai è irreversibile. Continua intanto il mistero sulle condizioni del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk. E Parigi punta la Cirenaica. Lo speciale contiene tre articoli. Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali. «Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo. Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. 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Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente. La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure. La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso. In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-ha-ammainato-pure-le-bandiere-arcobaleno" data-post-id="2560007157" data-published-at="1781430985" data-use-pagination="False"> Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere. A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento. Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vivo-o-morto-il-giallo-su-haftar-ridisegna-una-libia-senza-italia" data-post-id="2560007157" data-published-at="1781430985" data-use-pagination="False"> Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia LaPresse Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè. Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj. Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. 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Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani. Laris Gaiser
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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Silvia Salis al Liguria Pride di Genova
E così mentre la città è assediata da bande di criminali, per lo più stranieri e quasi sempre giovanissimi, lei non trova niente di meglio che attaccare il politico del momento, Roberto Vannacci: «C’è chi parla di gusti, chi parla di persone non normali», chi lo fa «vuole smuovere sentimenti negativi, retrogradi, ma per fortuna sono una piccola minoranza», a cui non bisogna «dare attenzione». Ma intanto lei gliela dà. L’ex campionessa del lancio del martello ha sfilato con le associazioni Lgbtqia+ in questa edizione del gay pride intitolata «Ripensiamoci tempesta». A guidare il lungo corteo è stato il camion arcobaleno del coordinamento Liguria Rainbow.
Il prima fila anche l’avvocata Ilaria Gibelli, consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti delle persone Lgbtqia+, finita nella bufera ad aprile dopo aver dichiarato che «i partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti». La quale, ieri, ha dichiarato: «Credo molto nel significato di questo ufficio e penso che sia fondamentale che le persone della comunità entrino nelle istituzioni e collaborino con esse». E, a proposito delle ultime dichiarazioni di Vannacci, ha commentato: «Credo che sia facile parlare alla pancia delle persone facendole sentire una maggioranza, ma la differenza tra chi fa politica contro le persone e chi la fa a favore è evidente. E qui, a Genova, con Silvia Salis, siamo con tutte le persone». Presenti anche l’ex ministro Roberta Pinotti, il vicesindaco, un paio di deputati, diversi consiglieri della maggioranza progressista e almeno tre assessore, tra cui Rita Bruzzone (quella dell’educazione sessuo-affettiva all’asilo) e Arianna Viscoglioni, colei che dovrebbe occuparsi della sicurezza. Hanno sfilato anche rappresentanti di Cgil e Uil, del consolato dell’Ecuador e dell’Ordine degli psicologi. Il corteo ha attraversato il centro e si è sciolto ai giardini Luzzati, nella città vecchia, dove si è svolta una grande festa.
Purtroppo, a Genova, a questo clima di allegria fa da contraltare il bollettino della cronaca nera e dei disagi che i cittadini sono costretti a sopportare. Dopo l’omicidio del clochard, a cui il senegalese Cissé Camara avrebbe tranciato la giugulare, venerdì notte, anche Corso Italia, il lungomare della movida, ha pagato il suo tributo di sangue. Un ventottenne originario di Castelvetrano (Trapani) avrebbe fatto delle avance a una ragazza, da quest’ultima non gradite. Per questo sarebbero intervenuti gli amici della giovane che avrebbero cercato di malmenare l’autore dell’approccio. Il trentenne siciliano si sarebbe dato alla fuga e con la sua auto avrebbe travolto uno degli inseguitori. Quest’ultimo, gravemente ferito, è stato ricoverato in rianimazione. L’investitore, positivo all’alcoltest, è stato arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Ma non è finita. Nelle stesse ore un nordafricano, al termine di una colluttazione, è stato trasportato al Pronto soccorso. Qui l’uomo, ripresosi, ha estratto un coltello e ha minacciato militi e infermieri. Poco dopo altro giro (di ricoverati maghrebini), altra rissa e per sedare gli animi è servito l’intervento della polizia. In un’altra zona, sulle alture di San Fruttuoso, una studentessa è stata aggredita sessualmente da tre giovani stranieri, mentre portava a spasso il cane in pieno giorno. È riuscita a divincolarsi e a chiamare il 112. Un’altra ragazza, scesa al capolinea dell’autobus, ha evitato la violenza da parte di un altro giovane africano solo grazie alla prontezza dell’autista che stava riportando il mezzo in rimessa: ha aperto le porte e ha fatto salire la giovane. Nel Levante cittadino, invece, un sedicenne nordafricano, spalleggiato da un gruppo di coetanei, ha strappato una collana d’oro e un orecchino a un’ottantaduenne nei Parchi di Nervi. Quando il presunto rapinatore è stato identificato e fermato da un carabiniere, è scoppiato il parapiglia. Un gruppo di maranza ha soccorso il ladro. A questo punto è intervenuta una volante della Guardia di finanza che ha fatto salire a bordo il militare dell’Arma e il minorenne fermato. Fine della storia? Nient’affatto. Gli altri giovani nordafricani hanno provato a forzare le portiere dell’auto delle Fiamme gialle, venendo denunciati per resistenza e danneggiamento. Storie da banlieu francese che sempre più spesso si ripetono nel capoluogo ligure. Ma se la sicurezza a Genova è una nota dolente, il Comune dà ai suoi abitanti pure altri dispiaceri. Per esempio, battendo cassa, in versione sceriffo di Sherwood. La Lega, ieri, ha attaccato la giunta per l’annunciato (da indiscrezioni giornalistiche) aumento della tassa di soggiorno per B&B e appartamenti a uso turistico fino alla soglia massima di 5 euro per persona. «Davvero il Comune intende trattare l’ospitalità diffusa alla stregua degli hotel a 5 stelle?» hanno chiesto i consiglieri del Carroccio Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua. «Siamo convinti che i piccoli proprietari genovesi non possano essere considerati un bancomat da spremere per rimpinguare le casse comunali».
C’è, infine, l’emergenza trasporto pubblico. Se la municipalizzata Amt, sull’orlo del default, non pagherà entro domani i crediti accumulati dai fornitori privati dell’azienda, questi, per protesta, da lunedì, sospenderanno i servizi di autobus che collegano le zone collinari della Valbisagno e della Valpolcevera al resto della città. Andare a piedi al pride sarà pure divertente, ma farlo per raggiungere scuole e posti di lavoro è sicuramente meno eccitante.
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