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2018-04-15
«Micron» si traveste da Sarkozy e la Mogherini batte in ritirata
ANSA
Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali.
«Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo.
Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china.
La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente.
La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure.
La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso.
In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue.
Giorgio Gandola
Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno
Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere.
A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento.
Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend.
Giorgio Gandola
Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia

LaPresse
Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè.
Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj.
Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera.
È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani.
Laris Gaiser
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Il capo dell'Eliseo lancia i missili fregandosene di Parlamento nazionale, Onu ed evanescente politica estera Ue. Ma la veste neocolonialista serve a coprire i legami con i sauditi e soprattutto gli scioperi e il consenso crollato.Sinistra superata dalla destra anche sul tema pacifismo. La crisi ormai è irreversibile. Continua intanto il mistero sulle condizioni del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk. E Parigi punta la Cirenaica. Lo speciale contiene tre articoli. Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali. «Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo. Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china. La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente. La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure. La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso. In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-ha-ammainato-pure-le-bandiere-arcobaleno" data-post-id="2560007157" data-published-at="1776408234" data-use-pagination="False"> Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere. A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento. Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vivo-o-morto-il-giallo-su-haftar-ridisegna-una-libia-senza-italia" data-post-id="2560007157" data-published-at="1776408234" data-use-pagination="False"> Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia LaPresse Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè. Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj. Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera. È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani. Laris Gaiser
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro dello scorso 23 gennaio a Roma (Ansa)
Giorgia Meloni, a quanto apprende La Verità, parteciperà in presenza, oggi a Parigi, al vertice dei cosiddetti «volenterosi»: circa quaranta leader, molti collegati in videoconferenza, sono attesi alla riunione convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Sul tavolo del summit, la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. L’impegno dei «volenterosi», però, come più volte sottolineato dalla Verità a proposito di una eventuale partecipazione italiana alla missione, è subordinato alla stabilizzazione del cessate il fuoco tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. Fino a quando la guerra sarà pienamente in corso, e senza un mandato internazionale ad esempio dell’Onu, non se ne parla, perché ogni partecipazione a interventi anche di semplice sminamento delle acque dello Stretto sarebbe a tutti gli effetti un ingresso in guerra. Lo ha ribadito ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La Germania», ha detto ieri Merz, come riporta Nova, «contribuirà alla futura salvaguardia della navigazione nello stretto di Hormuz ma solo a determinate condizioni. Ho coordinato questa posizione all’interno del governo tedesco. Una missione di questo genere richiederebbe un mandato internazionale, preferibilmente delle Nazioni Unite, una risoluzione del governo tedesco e un mandato del Parlamento tedesco. Siamo ancora lontani da questo obiettivo». La Germania potrebbe partecipare con navi sminatrici o da ricognizione.
Così come solo parole ascolteremo oggi dai «volenterosi»: le chiavi della soluzione del conflitto sono nelle mani di Donald Trump e Benjamin Netanyahu da un lato e del regime iraniano dall’altro. La situazione nello Stretto è, per usare un eufemismo, confusa: l’Iran ha minato le acque e chiede un pedaggio alle navi che vogliono attraversare Hormuz; gli Usa hanno disposto un blocco navale per le navi dirette verso porti iraniani o in uscita da essi.
Secondo alcune fonti, qualche nave ha comunque attraversato lo Stretto, ma il volume di traffico resta a livelli minimi: «Gli Stati Uniti», ha detto ieri Stephen Miller, stretto collaboratore di Trump, «potrebbero mantenere il blocco navale dei porti iraniani a tempo indeterminato.
La linea è chiara: gli Stati Uniti non accetteranno mai minacce da parte di un Iran dotato di armi nucleari, e l’embargo sta soffocando l’economia iraniana». Da Teheran arriva un altolà all’idea dei «volenterosi»: «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, «la sicurezza dello Stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra».
In sostanza, per ora i «volenterosi» sono allo stadio delle buone intenzioni. Detto ciò, l’Italia, se e quando la missione internazionale verrà effettivamente organizzata, potrà offrire un contributo di estremo rilievo: sono ben otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti all’impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, che sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Dispongono di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali un sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; un ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; un sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, e in questo genere di operazioni la nostra Marina militare è considerata una eccellenza a livello mondiale.
Da parte sua, un funzionario Usa ha detto al Wall Street Journal che è quasi pronto un programma statunitense per assicurare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, ma si stanno risolvendo alcune questioni di sicurezza con la Marina prima del suo avvio. Il programma, a quanto ha spiegato il responsabile degli investimenti Conor Coleman, assicurerà perdite fino a 40 miliardi di dollari per le navi disposte ad attraversare lo Stretto.
«Teheran rinuncerà al nucleare»
Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di consegnare la cosiddetta «polvere nucleare» in suo possesso e di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo indefinito. Parlando alla Casa Bianca, il presidente ha affermato che l’Iran starebbe mostrando una maggiore apertura negoziale rispetto al passato e che un accordo «molto probabile» escluderebbe lo sviluppo di armi nucleari. Secondo Trump, la consegna riguarderebbe materiale nucleare legato anche a precedenti attacchi e ai siti sotterranei iraniani. I colloqui proseguirebbero in un clima positivo, con nuovi incontri previsti nei prossimi giorni. Il 21 aprile scadrà il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Uno stretto alleato di Trump, come il capo delle forze di difesa pakistane Asim Munir, ha recentemente incontrato il presidente del parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Qalibaf. Scopo del faccia a faccia è, in particolare, stato quello di organizzare un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo i colloqui finiti in stallo lo scorso sabato.
Se da una parte è aperta al dialogo, Washington, dall’altra, non sta rinunciando ad aumentare la pressione sul regime khomeinista. «Le nostre forze sono pronte a riprendere le operazioni di combattimento, qualora questo nuovo regime iraniano facesse una scelta sbagliata e non accettasse un accordo», ha affermato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha anche parlato del blocco americano a Hormuz. «Minacciare di lanciare missili e droni contro navi, navi commerciali che transitano legalmente in acque internazionali, non è controllo. Questa è pirateria. Questo è terrorismo. La Marina degli Stati Uniti controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di risorse e capacità reali, e stiamo attuando questo blocco», ha dichiarato. Al contempo, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha assicurato che Washington è pronta a «usare la forza» verso chi cerchi di forzare il blocco americano a Hormuz. E attenzione: la pressione americana non è soltanto di natura militare ma anche economica. Appena l’altro ieri, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha infatti minacciato di colpire l’Iran con delle sanzioni secondarie. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere ulteriormente in ginocchio l’economia della Repubblica islamica, per costringere quest’ultima a negoziare da una posizione di debolezza. Al contempo, Trump è tornato a parlare di Leone XIV. «Deve capire che l’Iran non può avere un’arma nucleare», ha detto.
Nel frattempo, Teheran si è mostrata timidamente ottimista sul fronte diplomatico. «Nonostante la nostra profonda sfiducia negli Stati Uniti, derivante dai ripetuti tradimenti della diplomazia, abbiamo comunque intrapreso i negoziati in buona fede e restiamo cautamente ottimisti», ha affermato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani. «Se Washington adotterà un approccio razionale e costruttivo, questi negoziati potranno portare a un risultato significativo», ha aggiunto. Questo ovviamente non significa che la strada sia del tutto in discesa: sempre ieri, un alto funzionario iraniano ha infatti sottolineato che la questione dell’uranio arricchito resta forse il principale nodo sul tavolo negoziale. Dall’altra parte, la medesima fonte ha però parlato di progressi. Ciò significa che lo stallo diplomatico, soprattutto dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Libano, potrebbe essere in procinto di essere superato.
In tutto questo, la Cina ha auspicato che Washington e Teheran tornino al tavolo negoziale, mentre anche Ankara sta spingendo per la diplomazia. «Continueremo a fornire il supporto necessario affinché il cessate il fuoco in corso si trasformi in una tregua permanente e, infine, in una pace duratura, senza che diventi più complesso e difficile da gestire», ha dichiarato il ministero della Difesa turco. Bisognerà infine vedere come si svilupperà il rapporto tra Trump e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è sempre stato freddo verso il cessate il fuoco tra Usa e Iran. Tuttavia, ieri ha accettato la tregua libanese. Solo il tempo ci dirà se Gerusalemme si allineerà completamente alla Casa Bianca nei suoi sforzi diplomatici con Teheran. Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino della crisi iraniana: in un senso o nell’altro.
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