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2018-04-15
«Micron» si traveste da Sarkozy e la Mogherini batte in ritirata
ANSA
Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali.
«Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo.
Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china.
La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente.
La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure.
La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso.
In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue.
Giorgio Gandola
Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno
Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere.
A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento.
Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend.
Giorgio Gandola
Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia

LaPresse
Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè.
Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj.
Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera.
È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani.
Laris Gaiser
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Il capo dell'Eliseo lancia i missili fregandosene di Parlamento nazionale, Onu ed evanescente politica estera Ue. Ma la veste neocolonialista serve a coprire i legami con i sauditi e soprattutto gli scioperi e il consenso crollato.Sinistra superata dalla destra anche sul tema pacifismo. La crisi ormai è irreversibile. Continua intanto il mistero sulle condizioni del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk. E Parigi punta la Cirenaica. Lo speciale contiene tre articoli. Monsieur Hulot va alla guerra. Dopo essersi finto statista, economista e gollista, Emmanuel Macron ha voluto provare l'ebbrezza del bonapartista. Così ha indossato il doppiopetto da battaglia, si è presentato nella sala operativa dell'Eliseo e senza avvertire il Parlamento ha dato l'ordine ai Mirage di decollare, alle fregate di lanciare i missili sulla Siria. Poiché non gli sembrava vero di poter vivere L'ora più buia che aveva visto al cinema, mentre incitava i suoi ufficiali a premere i pulsanti rossi si è fatto fotografare seduto al centro del Gabinetto di guerra, sotto le luci al neon che sempre accompagnano le emergenze epocali. Vanità e marketing in dosi industriali. «Abbiamo le prove che Bashar Al Assad ha usato le armi chimiche; la linea rossa è stata oltrepassata», ha detto subito dopo. Frase a effetto con una conseguenza inedita: quei missili destinati a fantomatici depositi di cloro in realtà sono idealmente finiti tutti a Bruxelles, a far deflagrare un'Europa che mai come questa volta si è fatta cogliere in pigiama, disorientata e disunita. Nessuno aveva intenzione di seguire il diktat di Donald Trump al quale s'era accodata la Brexit island della signora Theresa May. Non le democrazie del Nord, non la Spagna del cauto Mariano Rajoy, non l'Italia scottata dall'affaire Libia e senza governo, neppure la Germania di Angela Merkel, sfilatasi per prima. Della serie: sostegno di facciata, ma non si spara un colpo. Bruxelles aveva capito lo scenario e si era limitata a un'adesione formale, ma tutto questo a Macron non poteva bastare. Lui ha bisogno di mostrare i muscoli per cementare amicizie laddove è debole e per distogliere l'attenzione dal delicatissimo fronte interno. Non per niente la decisione di partecipare alla «notte dei fuochi» come mosca cocchiera di Washington è maturata qualche giorno fa, dopo un incontro definito strategico a Parigi con il principe saudita Mohammed Bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell'Iran. Bin Salman era al termine di un roadshow nelle capitali più importanti per mostrare un'immagine moderna del suo Paese e per firmare contratti: negli Usa si era fermato tre settimane, a Parigi tre giorni. E Macron, considerato un partner storico ma non un amico affidabile, è impegnato a risalire la china. La prova d'amicizia ai sauditi è solo il primo dei motivi di questa stagione con l'elmetto in testa del giovane presidente francese fin qui radiocomandato da Bruxelles. Il secondo è più strategico e deriva dai sondaggi: il consenso di Macron nella Francia profonda sta crollando. Nei primi 14 giorni di aprile, sette sono stati di sciopero generale: hanno incrociato le braccia piloti e addetti aeroportuali, netturbini, ma soprattutto i lavoratori delle ferrovie statali, che hanno paralizzato il Paese. E gli studenti sono scesi in piazza contro la riforma universitaria. «Il governo terrà duro», aveva annunciato in tv. E come risposta i sindacati gli hanno presentato 36 giorni di sciopero da qui a giugno. Un disastro d'immagine davanti a un problema serio: le Ferrovie francesi perdono 45 miliardi di euro e non vogliono tagliare i privilegi. Per contro, il Jobs act al camembert presentato dal governo è stato respinto al mittente. La situazione è delicata, il rischio di impantanarsi come fece Francois Hollande è concreto. In questi casi cambiare le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg con una narrazione diversa diventa indispensabile. E il gas di Assad è un argomento da non trascurare per provare a ridefinire il mood del Paese. Così l'ultraeuropeista Macron non si fa scrupoli, abbandona la foto ricordo con gli altri 27 membri, cancella frasi come «dobbiamo essere uniti per contare davanti al mondo globale», si guarda bene dal coinvolgere l'Onu o il Parlamento (e su questo l'opposizione in queste ore lo sta mettendo alle corde) e va alla guerra sui cacciabombardieri come aveva visto fare a due eroi dei fumetti della sua infanzia: Tanguy e Laverdure. La strategia non è nuova, l'aveva già sperimentata Nicholas Sarkozy, che per scalzare l'Eni e sostituirla con la Total in Libia aveva scatenato (con la collaborazione del premio Nobel per la pace Barack Obama), la guerra contro Muammar Gheddafi trascinando l'Italia in un'avventura strategicamente folle della quale stiamo ancora pagando le conseguenze con scafisti e immigrati clandestini. Per la verità i pm di Nanterre il mese scorso hanno scoperto che Sarkò doveva pure mettere a tacere un finanziamento di 20 milioni per la campagna elettorale ricevuto dal rais. Allora si parlò di fosse comuni fotografate dai satelliti, di massacri perpetrati dalle guardie repubblicane di Gheddafi, di inoppugnabili prove che nei mesi successivi diventarono imbarazzanti immagini di un terreno smosso. In nome della «Françafrique», di una leadership regionale neocoloniale ormai del tutto anacronistica, Macron ci riprova. E lo fa infischiandosene delle Nazioni unite, facendosi un baffo del parere vincolante della tanto declamata Europa che lo ha inventato. E passando oltre le parole dell'impalpabile, inutile alto commissario Ue, Federica Mogherini, che ieri ha detto: «Eravamo stati informati dei raid mirati sui siti di armi chimiche, misure prese all'unico scopo di prevenirne ulteriore uso. Secondo l'Unione europea non ci può essere altra soluzione al conflitto siriano che quella politica». Mentre lei parla al vento, Macron gioca alla guerra nel bunker con i collaboratori allineati come polli d'allevamento e un paio di generali pieni di stellette. La «force de frappe» lo eccita. E le linee rosse degli altri fanno passare in secondo piano le sue. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-ha-ammainato-pure-le-bandiere-arcobaleno" data-post-id="2560007157" data-published-at="1777612458" data-use-pagination="False"> Il Pd ha ammainato pure le bandiere arcobaleno Tempi duri per la sinistra, gli hanno tolto anche l'arcobaleno. Dopo la sicurezza, l'identità, il lavoro nell'Italia postfordista orfana delle grandi fabbriche; dopo l'innovazione, il valore del territorio e il pericolo dell'immigrazione incontrollata, il Pd si è visto scippare sotto il naso uno dei suoi ultimi baluardi ideologici: il pacifismo a prescindere. A Maurizio Martina che davanti al Quirinale chiedeva a gran voce un governo che facesse chiarezza sui venti di guerra in Siria («Ci dovete dire cosa volete fare delle basi») Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno risposto ciò che non si aspettava: «Niente guerra preventiva, niente basi, senza l'Onu l'Italia non si muove». Colpito e affondato col primo siluro. L'autoreggente del Pd, come lo definisce Marco Travaglio, sembrava Bruno Pesaola, quell'antico allenatore argentino del Bologna che alla vigilia di una sfida contro la Juventus disse: «Li attaccheremo dall'inizio alla fine». Al termine della partita, giocata praticamente nella sua area di rigore, si giustificò: «Ci hanno rubato l'idea». Quella fiumana che già la Cgil era pronta a portare in piazza per rinverdire la simbologia stinta è destinata a rimanere a casa. Quelle bandiere rosse e arcobaleno in procinto di sventolare a San Giovanni a Roma o a Porta Venezia a Milano (un milione per gli organizzatori, 3.000 per la polizia) continueranno a prendere polvere negli scantinati della storia. Gli spazi si riducono, i partiti più giovani hanno ben altra manovrabilità e non si fanno venire l'ansia da prestazione. Così i campioni della piazza a tutti i costi, professionisti del sussidio da centro sociale, si ritrovano sorpassati, svuotati di ideali, buoni per fare le comparse nei film di Francesca Archibugi. Condannati a ripetere slogan già declinati dagli avversari politici in corsa. Oggi il mondo si fa condizionare dagli algoritmi, non dalle idee perdenti del Novecento. Altri tempi quando Silvio Berlusconi si accodava per attaccare la Libia, quando i no global protestavano davanti alla base di Aviano, quando lo spirito della generazione eskimo si sublimava davanti alla base di Comiso contro i missili americani. Allora bastava un venticello di guerra per accendere la passione arcobaleno a senso unico e rinverdire cuori assopiti, anche solo per un pic nic. Oggi è bastata una frase di Salvini (non di Alcide De Gasperi) a chiudere la faccenda e spiazzare un intero popolo senza più argomenti da cavalcare. Per la verità al partitone svuotato ne restano tre: le Ztl dove abitano gli elettori, Capalbio dove vanno in vacanza e l'antifascismo. Ma solo se piove nel weekend. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/micron-si-traveste-da-sarkozy-2560007157.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vivo-o-morto-il-giallo-su-haftar-ridisegna-una-libia-senza-italia" data-post-id="2560007157" data-published-at="1777612458" data-use-pagination="False"> Vivo o morto? Il giallo su Haftar ridisegna una Libia senza Italia LaPresse Negli ultimi giorni si sono rincorse sui media di tutto il mondo le notizie inerenti lo stato di salute del generale Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk ricoverato da martedì scorso all'ospedale militare parigino Clamrat Percy a causa di un ictus. Morto, secondo alcune fonti, godrebbe invece, secondo altre, di una salute talmente eccellente da riuscire perfino a comunicare al telefono col vicepresidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Al Qatrani, garantendo il coordinamento dei suoi uomini a favore degli sforzi di pacificazione portati innanzi dell'Alto rappresentante della missione in Libia delle Nazioni unite, Ghassan Salamè. Nonostante il giallo sulla sua morte, di certo in questi giorni l'unico a conoscere in presa diretta le condizioni di salute dell'uomo forte della Cirenaica è il suo ospite Emmanuel Macron. Non può esserci alcun dubbio che una parte importante delle valutazioni effettuate dal presidente francese nelle ore precedenti l'attacco alla Siria sia stata diretta alla gestione del riposizionamento di Parigi nello scenario libico in caso di decesso del generale che da anni tiene testa al governo riconosciuto dall'Onu e guidato da Fajez Serraj. Sia la Libia, che la Siria sono la conseguenza del disastroso disimpegno geopolitico dalla regione euromediterranea di Barack Obama che ha favorito la destabilizzazione della Libia da parte della Francia a danno dell'Italia e ha tentato, sbagliando i calcoli, di indebolire la Russia regalandole la questione siriaca nella speranza che questa divenisse l'Afganistan di Vladimir Putin. Ora, per le potenze occidentali con interessi nel Mediterraneo, è diventato urgente ritornare protagoniste prime della fine del conflitto in Siria in modo da poter avere una voce in capitolo nel riordino del futuro bilanciamento dei poteri e la questione libica è strettamente connessa a quella siriana. Nelle ore precedenti il malore, Haftar avrebbe rigettato la proposta di condivisione dei poteri avanzata da Serraj, cui egli non riconosce più alcuna autorità dopo che a dicembre gli è scaduto il mandato. Se a questo aggiungiamo che a marzo Haftar si sarebbe incontrato ad Amman con rappresentanti americani, russi ed egiziani per cementificare il loro sostegno per un futuro assetto unitario della Libia sotto la sua leadership pare evidente che l'interesse di Macron, il primo ad aver sdoganato in Occidente il generale di Tobruk invitandolo all'Eliseo lo scorso anno, è quello di essere coinvolto appieno nella partita della Cirenaica mettendo anche sul piatto il ruolo di canale di comunicazione ufficioso tra Trump, Putin ed Erdogan acquisito prima dei bombardamenti di venerdì sera. È stata infatti Parigi ad avvertire dell'attacco sia Ankara che Mosca. Egitto ed Emirati arabi hanno a fine 2017 isolato l'aiuto del Qatar a favore di Haftar e la Francia, ospitando la settimana scorsa il principe saudita Bin Salman ha tentato di far dimenticare la sua vicinanza storica con il piccolo Stato del Golfo Persico pur d'avere l'appoggio delle altre potenze nel futuro riassetto libico. Il tutto, oramai palesemente, a sfavore degli interessi italiani. Laris Gaiser
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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