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2025-04-28
271.400 vite salvate. Mezzo secolo di impegno pro life
iStock
50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.
Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.
Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.
Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato.
Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000).
Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza.
Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.
L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso?
La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.
«Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine»
A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata.
Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia?
«È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino».
Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata?
«Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto».
In concreto?
«Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno».
Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav?
«Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!».
Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro?
«Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve».
Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio?
«Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni».
Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini?
«Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…».
Dopo 18 anni? Notevole.
«Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”».
Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più?
«È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento».
Perché?
«Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”».
Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna?
«Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
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Nel 1975 un magistrato scopre una clinica gestita dai radicali, dove si praticano aborti clandestini. Da allora, sono nati centinaia di centri per offrire una alternativa all’interruzione di gravidanza.La volontaria Lara Morandi: «Non vogliamo “convincere” ma ascoltiamo e aiutiamo. Molte rinunciano al figlio perché si sentono costrette».Lo speciale contiene due articoli.50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato. Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000). Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza. Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso? La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mezzo-secolo-impegno-pro-life-2671853800.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="offriamo-alle-donne-uno-spazio-libero-da-pressioni-esterne-e-dalla-solitudine" data-post-id="2671853800" data-published-at="1745846851" data-use-pagination="False"> «Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine» A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata. Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia? «È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino». Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata? «Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto». In concreto? «Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno». Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav? «Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!». Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro? «Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve». Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio? «Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni». Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini? «Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…». Dopo 18 anni? Notevole. «Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”». Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più? «È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento». Perché? «Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”». Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna? «Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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