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2025-04-28
271.400 vite salvate. Mezzo secolo di impegno pro life
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50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.
Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.
Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.
Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato.
Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000).
Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza.
Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.
L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso?
La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.
«Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine»
A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata.
Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia?
«È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino».
Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata?
«Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto».
In concreto?
«Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno».
Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav?
«Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!».
Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro?
«Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve».
Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio?
«Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni».
Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini?
«Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…».
Dopo 18 anni? Notevole.
«Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”».
Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più?
«È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento».
Perché?
«Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”».
Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna?
«Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
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Nel 1975 un magistrato scopre una clinica gestita dai radicali, dove si praticano aborti clandestini. Da allora, sono nati centinaia di centri per offrire una alternativa all’interruzione di gravidanza.La volontaria Lara Morandi: «Non vogliamo “convincere” ma ascoltiamo e aiutiamo. Molte rinunciano al figlio perché si sentono costrette».Lo speciale contiene due articoli.50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato. Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000). Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza. Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso? La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mezzo-secolo-impegno-pro-life-2671853800.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="offriamo-alle-donne-uno-spazio-libero-da-pressioni-esterne-e-dalla-solitudine" data-post-id="2671853800" data-published-at="1745846851" data-use-pagination="False"> «Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine» A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata. Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia? «È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino». Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata? «Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto». In concreto? «Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno». Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav? «Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!». Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro? «Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve». Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio? «Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni». Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini? «Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…». Dopo 18 anni? Notevole. «Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”». Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più? «È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento». Perché? «Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”». Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna? «Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Ansa)
Tutto un balletto di zeri. +0 virgola, -0 virgola. Forza Italia di Antonio Tajani perde lo 0,2% planando al 7,5. Avs, l’Alleanza Verdi e Sinistra del Gatto & il Gatto, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, conquista uno 0,2 salendo al 6,9. E i partiti più grandi? Fratelli d’Italia è sempre primo con il 28,8%, in discesa di uno 0,3 rispetto al 27 aprile. La Lega di Matteo Salvini cala meno, di uno 0,1, al 6,1%. Noi moderati di Maurizio Lupi è invece l’unico partito di governo che negli ultimi sette giorni è salito: di uno 0,1, arrivando all’1,2%. Il Pd di Elly Schlein resta sempre la principale forza d’opposizione, con il 21,8 % (+0,2). Mentre il M5S di Giuseppe Conte perde lo 0,1%, scendendo al 12,4. I rimanenti «cespugli» sono sempre sotto il 4%. Azione di Carlo Calenda e +Europa crescono entrambi dello 0,1%, rispettivamente al 3,5% e all’1,6%. Italia viva di Matteo Renzi guadagna nientepopodimeno che lo 0,2 toccando il 2,5%. Mentre è stabile il Futuro nazionale di Roberto Vannacci, al 3,6%. So what, chioserebbero a questo punto gli analisti anglosassoni. Embè?, commenterebbero a Trastevere.
Che senso ha questa tarantella di mini-frane e di mini-avanzate? Quale fotografia delle intenzioni di voto degli italiani (almeno di quelli «sondati») ci restituisce un appuntamento che registra capillarmente ogni settimana le loro variazioni, con micro-spostamenti in cui l’unico dato che raggiunge la soglia dell’1% è quello relativo a chi «non si esprime», passato dal 29 al 28%?
Il monitoraggio permanente non è una abitudine (legittima) solo del TgLa7. Solo negli ultimi cinque giorni sono arrivate anche le rilevazioni del Tg3, alle 19 di giovedì 30 aprile. E quella Ipsos/Doxa del Corriere della Sera, con le riflessioni di Nando Pagnoncelli, venerdì primo maggio. Senza dimenticare la Supermedia Agi/Youtrend del 30 aprile, che non è una semplice media aritmetica dei sondaggi che vengono pubblicati, ma «una media “ragionata”, cioè con diversi tipi di ponderazione, che serve a restituire un quadro quanto più realistico possibile delle intenzioni di voto».
Un quadro politico piuttosto stagnante rispetto al quale sembra però emergere una certa qual soddisfazione di poter annunciare che «il centrosinistra ha superato il centrodestra». E finalmente, verrebbe da aggiungere: dopo quattro anni di storytelling apocalittico, con «disastri» uno via l’altro, con l’Italia fatta precipitare nel «baratro» economico, con l’esplosione di «scandali» a ripetizione, la «corruzione galoppante», le «camicie nere dilaganti», e altre calamità da far invidia alle piaghe d’Egitto, solo oggi le forze di opposizione sono arrivate al sorpasso. Di quanto? Di un punticino, per Youtrend.
Ma il dato striminzito consente per esempio a Repubblica di titolare «Il campo largo aumenta il vantaggio sul centrodestra», con «lo scarto più ampio in questa legislatura». Non diversamente dal Corriere: «Il centrodestra (Vannacci incluso) in discesa, per la prima volta è dietro al campo largo». Solo che poi uno legge l’articolo e scopre che la situazione è meno definita (e definitiva) di quanto sembri. Intanto, scrive Pagnoncelli, «i risultati delle coalizioni possibili sono molto vicini». Il centrodestra nel suo insieme - Fdi, Fi, Lega, Nm e Fn vannacciano - arriva al 46,1%. Il centrosinistra - Pd, M5s, Avs, +Europa, Iv - al 46,6%. Quindi il punto in più di Youtrend qui si dimezza.
Ma curiosamente il partito di Giorgia Meloni è in ogni rilevazione sempre quello più «scelto». E se anche cala, come segnala il Corriere, al 26,2%, che è più basso della percentuale (su voti veri) del 28,8% alle Europee, è ancora sopra al 26% preso alle Politiche. Non solo: il gradimento nei confronti dell’esecutivo è risalito dal 40 di fine marzo, cioè a ridosso della scoppola rimediata al referendum sulla giustizia, al 41 di oggi.
Stessa musica per Meloni: il gradimento nei suoi confronti è salito addirittura di 2 punti da fine marzo, dal 40 al 42%. Eppure, il messaggio che si sta facendo passare è quello di un deciso cambio di umori dell’opinione pubblica.
Lo stesso Tg3, nel pubblicizzare i risultati del sondaggio Emg (che si apre con una domanda: «Nell’ipotesi si torni a votare, lei pensa di recarsi alle urne?», ha risposto sì il 62%), ha dato conto di quella successiva, «Se sì, per quale partito voterebbe?», assemblando maliziosamente i dati. Così, anche graficamente, il centrosinistra appare soverchiante con il 45,6%, ma anche qui la «forbice» è minima, stante il 45% della maggioranza di governo, cioè dei quattro partiti che la compongono. Ma attenzione: senza Vannacci, che in questa rilevazione è quotato al 3,2%. Dettaglio tutt’altro che marginale. C’è di che rimanere disorientati. Proprio come davanti alle interpretazioni sui numeri del referendum. «L’Italia volta pagina, l’Italia archivia la parentesi del governo della peggior destra di sempre» etc, i commenti a botta calda.
Con l’autorevole distinguo di Nicola Gratteri, uno dei vincitori della consultazione, che il 9 aprile, ospite su La7, ha spiegato: «Tutti quei voti al No non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra». E qui il mio spaesamento ha avuto un’impennata. Perché se è corretto osservare che i 14.462.758 milioni di voti per il No non sono tutti da accreditare al centrosinistra, meno comprensibile risulta il calcolo sui cosiddetti «flussi» che avrebbero spostato 3 milioni di voti dal Sì al No. Perché i 12.447.077 presi dal Sì sono addirittura superiori ai 12.305.014 voti incassati dai quattro partiti di governo alle elezioni del 2022. Se dunque tre milioni di elettori di centrodestra si sono espressi a favore del No, ciò significa che quel «buco» è stato coperto da altrettanti consensi provenienti da sinistra per il fronte del Sì. O no? Si dirà: ma è un ragionamento «spannometrico». Può darsi. Ma non è tanto dissimile da quello di chi, da sinistra, sta suonando la grancassa della palingenesi prossima ventura, ciurlando nel manico e sperando in una profezia che si autoavveri.
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