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2025-04-28
271.400 vite salvate. Mezzo secolo di impegno pro life
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50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.
Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.
Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.
Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato.
Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000).
Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza.
Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.
L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso?
La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.
«Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine»
A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata.
Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia?
«È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino».
Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata?
«Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto».
In concreto?
«Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno».
Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav?
«Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!».
Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro?
«Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve».
Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio?
«Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni».
Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini?
«Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…».
Dopo 18 anni? Notevole.
«Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”».
Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più?
«È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento».
Perché?
«Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”».
Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna?
«Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
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Nel 1975 un magistrato scopre una clinica gestita dai radicali, dove si praticano aborti clandestini. Da allora, sono nati centinaia di centri per offrire una alternativa all’interruzione di gravidanza.La volontaria Lara Morandi: «Non vogliamo “convincere” ma ascoltiamo e aiutiamo. Molte rinunciano al figlio perché si sentono costrette».Lo speciale contiene due articoli.50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato. Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000). Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza. Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso? La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mezzo-secolo-impegno-pro-life-2671853800.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="offriamo-alle-donne-uno-spazio-libero-da-pressioni-esterne-e-dalla-solitudine" data-post-id="2671853800" data-published-at="1745846851" data-use-pagination="False"> «Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine» A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata. Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia? «È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino». Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata? «Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto». In concreto? «Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno». Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav? «Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!». Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro? «Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve». Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio? «Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni». Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini? «Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…». Dopo 18 anni? Notevole. «Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”». Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più? «È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento». Perché? «Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”». Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna? «Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
Il generale lascia la Lega e Salvini lo attacca: è come Fini. Ma per Mario Adinolfi ha ragione Vannacci. Secondo Francesco Giubilei il generale sta sbagliando, Emanuele Pozzolo è entrato nella sua truppa. Voi che ne pensate?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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