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2025-04-28
271.400 vite salvate. Mezzo secolo di impegno pro life
iStock
50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.
Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.
Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.
Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato.
Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000).
Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza.
Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.
L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso?
La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.
«Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine»
A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata.
Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia?
«È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino».
Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata?
«Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto».
In concreto?
«Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno».
Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav?
«Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!».
Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro?
«Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve».
Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio?
«Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni».
Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini?
«Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…».
Dopo 18 anni? Notevole.
«Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”».
Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più?
«È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento».
Perché?
«Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”».
Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna?
«Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
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Nel 1975 un magistrato scopre una clinica gestita dai radicali, dove si praticano aborti clandestini. Da allora, sono nati centinaia di centri per offrire una alternativa all’interruzione di gravidanza.La volontaria Lara Morandi: «Non vogliamo “convincere” ma ascoltiamo e aiutiamo. Molte rinunciano al figlio perché si sentono costrette».Lo speciale contiene due articoli.50 anni di attività sono tanti. Tantissimi, se si parla di volontariato. Eppure il mezzo secolo dei Centri di aiuto alla vita, ricorso lo scorso marzo, non si può dire sia stato molto ricordato a livello mediatico, anzi. Motivo in più per ripercorrere, oggi, questa straordinaria avventura pro life, una storia di accoglienza e di umanità che ha raggiunto dei dati record: oltre 270.000 bambini nati e circa un milione di donne incontrate. Numeri da vertigini, per una forma di volontariato portata ogni giorno avanti anzitutto nel silenzio e nell’ascolto - senza polemiche e gran campagne mediatiche, ma con risultati immensi - in numerosi Centri di aiuto alla vita (Cav) sparsi lungo la nostra penisola. L’alba di tutto, però, non è stata molto romantica; anzi, la si può serenamente definire drammatica.Correva difatti il 9 gennaio del 1975 quando un giovane pubblico ministero fiorentino, Carlo Casini, condusse un’ispezione in una strana clinica, scoprendo un luogo dove si organizzava sistematicamente un gran numero di aborti clandestini. «Che non si trattasse di una clinica», ricorderà Casini, «risultò subito evidente dalla targa “Partito radicale” all’ingresso della villa vicino a viale dei Colli a Firenze. Dentro una quarantina di ragazze, esponenti radicali, 16 letti, un medico più volte condannato per avere praticato aborti clandestini e un rappresentante di medicinali che eseguiva aborti. Una vera e propria organizzazione». La dimensione e la gravità di quanto scoperto fu subito evidente a molti.Così, il mondo cattolico si attivò e l’esito di quella mobilitazione fu l’avvio - sempre nel 1975, sempre a Firenze - del primo Centro di aiuto alla vita d’Italia, l’inizio di un’avventura di umanità e volontariato che non solo continua ancora, ma che vede oggi moltiplicati i «frutti» del proprio lavoro, all’insegna di accoglienza, apertura e prossimità. Tuttavia, è interessante notare come già in quella fase embrionale del volontariato pro life, vi fosse già un’attenzione anzitutto all’urgenza, dinnanzi all’attecchire non solo della cultura ma anche della pratica abortista, di fare qualcosa di concreto.Il professore Angelo Passaleva, classe 1933 già professore associato presso la facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Firenze e tra i fondatori del Movimento per la Vita - all’epoca responsabile del coordinamento tra le associazioni cattoliche fiorentine - ricorda bene quegli inizi di cui fu testimone e promotore: «Tanto era chiaro che la nostra intenzione fosse essere concreti che al termine del primo incontro Lombardi Vallauri, mettendosi sulla porta della sala, disse: “Nessuno esca da qui senza aver donato qualcosa per iniziare ad operare”». Il resto è storia. Oggi lungo la penisola operano 320 Cav. Il che si traduce in un’assistenza a migliaia di donne. Per esempio, nel 2023 sono state 14.220, 8.234 delle quali gestanti e le altre no. Sì, perché questo volontariato pro life non opera alcuna distinzione, è realmente gratuito e incondizionato. Del resto, se così non fosse sarebbe un problema dato che oltre l’80% delle donne che si rivolge a questi centri, a oggi, risulta di origine straniera, confermando così come il volontariato pro life sia segno di apertura a 360 gradi, senza barriere di sorta, neppure sotto il profilo etnico, linguistico e religioso. Dicevamo poc’anzi del numero delle donne assistite nel 2023, l’ultimo anno di cui si abbiano i dati: 14.220. Un numero che diventa enorme se si risale al 1975. Sì, perché già si anticipava in apertura che in questi 50 anni le donne che sono state ascoltate dal volontariato nato a Firenze mezzo secolo fa sono state circa un milione e i bimbi nati grazie all’assistenza offerta oltre 270.000: 271.400, per la precisione. Significa chei piccoli nati grazie a questa attività superano - anche di molto - gli abitanti di importanti città italiane come Salerno (128.670), Rimini (149.700) o Verona (257.000). Il volontariato pro life nelle situazioni più delicate non offre solo ascolto, vestitini per i primi mesi e anni del bambino, ma anche un tetto. Proprio così. Secondo i dati del 2023 ammontano a 68 donne accolte in case di accoglienza, 5 in famiglie e 66 in case dei Cav, per un totale di 139 donne. Un numero che, se da un lato potrebbe apparire ridotto, dall’altro, se si riflette sul fatto che parliamo di un servizio offerto gratuitamente, ecco, diventa chiaro come proprio ridotto non sia. Ora, a questo punto ci si potrebbe legittimamente chiedere quale sia la percentuale di donne che si rivolge ai Cav e che poi riesce a portare a termine la sua gravidanza. Un dato storico non è purtroppo disponibile, ma osservando sempre gli ultimi disponibili si scopre come, rispetto alle situazioni problematiche di donne che si sono rivolte al Cav in gravidanza difficile o indesiderata, quelle che sono poi state aiutate a portare avanti la gravidanza e a far nascere il bambino che rischiavano di perdere ammontano al 90%. Una percentuale enorme, che verosimilmente non si può neppure accostare a quanto purtroppo (non) avviene nei consultori; e pensare che non per ipotesi, ma per legge, i consultori dovrebbero fare esattamente questo.L’osannata legge 194, all’articolo 5, è difatti chiarissima nello stabilire come «il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici» abbiano «il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante» di affiancare la donna per «aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Domanda: quante volte i consultori - che hanno non ogni tanto o qualche volta bensì, repetita iuvant, «in ogni caso» il compito di aiutare la donna «a rimuovere le cause» che la porterebbero ad abortire - agiscono in tal senso? La sensazione è ciò avvenga assai di rado. Viceversa, nei 320 Cav distribuiti lungo la nostra penisola – così come mediante Sos vita, servizio telefonica di emergenza sempre del Movimento per la vita attivabile componendo un numero verde gratuito (800 81 3000) - un’alternativa alla dolorosa perdita di un figlio viene offerta ogni giorno. Il dato drammatico, però, è che spesso le giovani generazioni non sono a conoscenza dei Cav o, peggio, li immaginano come luogo di minaccia alla libertà della donna. Il che è un peccato perché, stando all’ultima relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 sull’aborto in Italia (dati 2022), è soprattutto tra le giovanissime (+9,7% per quante hanno tra i 15 e i 19 anni!) che l’aborto sta tornando a dilagare. Sono dunque soprattutto i giovani coloro che dovrebbero oggi più riscoprire o, meglio, scoprire l’umanità e la bellezza dei Cav.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mezzo-secolo-impegno-pro-life-2671853800.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="offriamo-alle-donne-uno-spazio-libero-da-pressioni-esterne-e-dalla-solitudine" data-post-id="2671853800" data-published-at="1745846851" data-use-pagination="False"> «Offriamo alle donne uno spazio libero da pressioni esterne e dalla solitudine» A leggere una certa stampa, i Centri di aiuto alla vita (Cav) sarebbero dei luoghi dove le donne incinte, se non molestate, vengono comunque messe sotto pressione, a scapito della loro libertà. La realtà è però tutt’altra. A confermarcelo è una che in un centro di questi opera: Lara Morandi, 43 anni, direttrice e assistente sociale del primo Cav italiano, quello di Firenze appunto. La Verità l’ha avvicinata. Morandi, cosa significa essere direttrice e assistente sociale di un Cav, quello di Firenze, con 50 anni di storia? «È un onore. Si respira l’importanza del servizio e del luogo, ma con un forte senso di attualità. Il servizio negli anni è cambiato, insieme alla società. Si lavora anche in modo diverso, ad iniziare dal mondo web e social. Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri durante questo cammino». Quali tipi di servizio offrite ad una donna che vive una gravidanza difficile o indesiderata? «Prima di tutto offriamo accoglienza e ascolto». In concreto? «Colloqui professionali, percorsi di aiuto personalizzati, aiuti materiali per la famiglia ed il neonato, consulenze di altri professionisti - avvocati, ginecologi, psicologi, eccetera - in base al bisogno». Mediamente quante donne si rivolgono a voi ogni anno? E dal 1975 ad oggi quali sono i numeri del vostro Cav? «Negli ultimi anni incontriamo circa 200-250 nuclei all’anno, numeri un poco al ribasso rispetto agli anni precedenti. Dal 1975 ad oggi abbiamo aiutato a nascere oltre 6.300 bambini!». Vi capitano pure gestanti con già il certificato di aborto in mano? Come vi rapportate con loro? «Certamente. A volte le donne sono inviate al nostro servizio proprio dal reparto di Interruzioni volontarie di gravidanza. Ci rapportiamo con loro con una reale accoglienza e estrema delicatezza. In questi casi non esistono altri impegni o orari. Ci siamo, completamente, senza riserve». Perché ha deciso di dedicarsi a questo servizio? «Per caso. Lavoravo nella segreteria didattica della mia facoltà di laurea. Ho saputo che stavano cercando un’assistente sociale al Cav. Ero fresca di iscrizione all’albo e ho inviato la mia candidatura. Ho scoperto una realtà che non conoscevo e, come dico sempre, ho trovato il mio posto nel mondo. Il mio lavoro è diventato la mia passione, ho iniziato a fare anche volontariato a livello locale e nazionale nella nostra federazione, quella del Movimento per la vita italiano. Sono passati 20 anni». Con le donne che aiutate poi si instaurano dei legami? Vi capita che vi vengano poi a trovare coi loro bambini? «Normalmente accompagniamo le famiglie fino a che il bambino compie due anni, se ci sono esigenze particolari anche di più. Ma il legame che si crea prosegue nel tempo. Numerose persone tornano a trovarci a distanza di anni, da poco una persona è tornata dopo 18 anni! Voleva salutarmi e farmi sapere che non mi aveva mai dimenticato…». Dopo 18 anni? Notevole. «Si crea un legame davvero speciale, in qualche modo tocchiamo la loro vita, lasciamo un’impronta indelebile, perché, come mi sono sentita dire più volte negli anni, “c’eravate quando non c’era nessuno”». Le è successo, dopo un colloquio a seguito del quale la donna ha abortito, di chiedersi se, come Cav, avreste potuto fare di più? «È una domanda che ci poniamo, ma non perché viene vissuto come fallimento». Perché? «Esserci stati, anche se solo in alcune ore nella vita di una persona che sta affrontando qualcosa di difficile, è importante. Quello che vorremmo è poter offrire questo spazio di ascolto e confronto a molte più persone, perché quello che fa davvero male è sentirsi dire “se vi avessi conosciuto prima o anni fa, avrei fatto una scelta diversa”». Cosa risponde a chi sostiene che i Cav costituiscano una minaccia alla libertà della donna? «Che non ci conoscono, che non sanno come lavoriamo. Stiamo accanto alle persone, con estrema delicatezza, senza spingere o “convincere”, noi non convinciamo proprio nessuno! Con il dialogo aiutiamo la persona a riflettere sulla decisione che sta per prendere, perché non sia istintiva, spinta dalla paura o dalla solitudine, ma ponderata, valutando le reali possibilità e anche i possibili scenari futuri che le diverse opzioni potrebbero comportare. Offrire aiuto, alternative consentono alla persona di prendere una scelta più consapevole, una scelta libera da condizionamenti esterni, pressioni... Nel nostro servizio non c’è alcuna minaccia alla libertà, anzi, esattamente il contrario. Sapesse quante persone si sentono costrette ad abortire, perché non sanno come fare, oppure lo fanno senza volerlo».
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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