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2018-07-20
Metà degli strumenti negli ospedali costa e sarebbe da buttare
Istockphoto
Evidenzia una situazione paradossale il tragico caso del molisano di 47 anni morto, nei giorni scorsi, per un'emorragia cerebrale, dopo un'odissea di due mancati ricoveri e una Tac non funzionante. L'uomo, residente a Larino (Campobasso), per un malore, martedì mattina era stato trasportato, dal 118, all'ospedale San Timoteo di Termoli, ma la Tac però non funzionava perché era in manutenzione programmata. È stato quindi trasferito a San Giovanni Rotondo (Foggia) dove, in serata i medici ne hanno dichiarato la morte per aneurisma cerebrale. Il ministro della Salute, Giulia Grillo , in una nota, dichiara che invierà una task force in Molise per «accertare le inefficienze organizzative, le eventuali responsabilità personali degli operatori, ma anche gli eventuali errori causati da cattiva programmazione della politica regionale».
Il caso della Tac non funzionante mette in evidenza una situazione assurda. La sanità italiana primeggia in Europa per il numero di macchinari tecnologici per la diagnosi e cura, come si legge nell'ultimo report dell'Osservatorio Eurispes Enpam 2017. L'Italia ha 33,1 Tac per milione di abitanti: il doppio della Francia (14,5) e il quadruplo del Regno Unito (7,89). Il nostro Paese ha anche il più alto numero di macchinari per la Pet (tomografia a emissione di positroni): 174 per milione di abitanti. L'Italia ha 20 risonanze magnetiche (Rmn) per milione di abitanti: come Germania, Grecia, Finlandia, Cipro e Austria. Con una dotazione del genere, dov'è il problema? La quantità, forse, non è tutto.
«Molti strumenti sono obsoleti, non revisionati o collocati in strutture non aperte e con un utilizzo non ottimale, per carenza di personale tecnico e sanitario», si legge nel documento. Più del 50% delle apparecchiature di diagnostica per immagini e di elettromedicina sono troppo vecchie o sottoutilizzate, dice l'ultimo report del Centro studi di Assobiomedica. Destano preoccupazione perché hanno più di dieci anni di vita, quindi obsoleti, «l'82% dei mammografi , il 69% di apparecchiature mobili per le radiografie, il 52% dei ventilatori di terapia intensiva e il 79% dei sistemi radiografici fissi».
Risonanze magnetiche, Pet, Tac, angiografi, mammografi, ventilatori per anestesia e terapia intensiva obsoleti riducono i benefici per il paziente e non fanno nemmeno risparmiare il Sistema sanitario (Ssn). Le tecnologie più recenti infatti permettono diagnosi più accurate e precise, minori esposizioni alle radiazioni, minore quantità delle dosi, maggiore velocità di esecuzione dell'esame e referti informatizzati.
Gli svantaggi di un apparecchiature datate si riversano sul paziente, ma anche sul Ssn, che deve far fronte a costi di manutenzione elevati e ritardi o sospensioni nell'utilizzo dei macchinari, che generano tempi di attesa più lunghi e carichi di utilizzo mal gestiti. Rinnovare il parco tecnologico in sanità richiede lo stanziamento di fondi, ma anche un cambio di mentalità. Secondo Fernanda Gellona, direttore generale di Assobiomedica, bisogna investire «sui meccanismi di rimborso, creando dei sistemi di incentivo per l'utilizzo delle nuove tecnologie e tariffe penalizzanti per i macchinari troppo vecchi. Si tratterebbe di un sistema di rimborsabilità differenziata sul modello francese, che consentirebbe una graduale sostituzione delle apparecchiature più vecchie e una progressiva introduzione di quelle tecnologicamente più innovative».
Sul cambio culturale necessario viene in aiuto anche l'Health technology assessment (Hta), sistema che valuta il valore aggiunto di una nuova procedura, di un dispositivo medico o di un farmaco innovativo, nel suo complesso. «Serve una riorganizzazione della diagnostica», osserva Marco Marchetti, direttore del Centro nazionale Hta dell'Istituto superiore di sanità, «si devono prevedere strutture territoriali con personale adeguatamente formato per sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove apparecchiature, per un migliore servizio al paziente, ma anche al Ssn». Come dimostra uno studio inglese «un sistema Hta», continua Marchetti, «può dare un rendimento del 35% a 10 anni». Dopo anni di tagli lineari sulla sanità, il nuovo governo potrebbe invertire la tendenza. «Non è possibile morire per cattiva organizzazione e sostanziale mancanza di assistenza», ha dichiarato il ministro Grillo nella nota con cui ha annunciato di voler fare luce sulla tragica vicenda del giovane molisano. L'intenzione e gli strumenti ci sono, basta ingranare, finalmente, la marcia giusta.
Maddalena Guiotto
Questa è inefficienza criminale: tocca al governo porci rimedio
La morte di un uomo che prima attende a lungo, troppo a lungo, un'ambulanza, essendo l'unica disponibile impegnata in altro intervento, che, poi, trasportato all'ospedale di Termoli, in Molise, non può essere sottoposto a Tac perché in manutenzione, è intollerabile, un caso di inefficienza criminale che deve muovere le autorità competenti perché siano puniti gli eventuali responsabili di questa inefficienza e perché casi del genere non accadano mai più. Perché il governo «del cambiamento» dia agli italiani il segnale che attendono.
È un tema che sento da tempo, quello dell'organizzazione dei servizi di pronto intervento, che ritorna prepotentemente a ogni nuova tragedia, inevitabilmente «annunciata», per dire che si poteva assolutamente evitare.
Rifletto sul tema dell'organizzazione dei servizi sanitari di emergenza da quando, anni fa, da procuratore regionale della Corte dei conti per l'Umbria, avviai accertamenti diretti ad individuare eventuali responsabilità di natura erariale (in conseguenza del risarcimento della vittima) in relazione alla morte di un bambino che, ferito in un incidente stradale, era stato trasportato da un ospedale all'altro della minuscola regione senza che si trovasse la struttura che avrebbe potuto riceverlo per gli interventi del caso, fino a che, all'ultimo inutile ricovero, il piccolo paziente è morto. Nel giro di poche ore in una regione che ha meno abitanti del più piccolo dei municipi di Roma si era compiuta una tragedia che poteva essere evitata solo che l'apparato amministrativo e sanitario, che impegna somme rilevanti del bilancio pubblico, fosse dotato di un minimo di organizzazione dei servizi di emergenza.
Cominciamo dalle ambulanze. In un sistema efficiente l'autorità responsabile del 118 deve sapere, minuto per minuto, quante sono le ambulanze disponibili, pubbliche e private, e dove si trovano. Comprese le autoambulanze dei corpi militari che, in caso di emergenza, debbono poter essere mobilitate. Immaginate un evento che coinvolga decine di persone, per un incidente di quelli a catena, per un attentato, per un'esplosione: ogni ferito che va ricoverato deve essere ospitato in una ambulanza diversa perché comunque diversa può essere la destinazione in relazione alla patologia da affrontare. Può accadere, dunque, che ne servano molte di ambulanze. Inoltre, mi sembra evidente che l'ambulanza, nel momento in cui raccoglie un ferito o un ammalato, debba sapere dove portarlo, non necessariamente nell'Ospedale più vicino ma nella struttura ospedaliera di emergenza adeguata alla patologia sulla quale è necessario intervenire. Il che significa che, non in teoria ma in pratica, il computer di bordo dell'ambulanza deve disporre di dati, certi ed attuali, sulla sala operatoria disponibile, sul reparto di terapia intensiva adatto a quel tipo di intervento, se un infarto, un ictus o altra patologia, sapendo che quel reparto è presidiato e che all'arrivo ci saranno i sanitari pronti ad intervenire con la rapidità necessaria. Non credo che sia una pretesa assurda. Credo che il ministro della Salute, Giulia Grillo, che ha dimostrato capacità di intervento in alcuni dei casi portati all'attenzione delle cronache, vorrà condividere queste mie considerazioni e verificare lo stato dell'arte nel settore dell'informatizzazione dei servizi di emergenza nel senso che prima ho cercato di delineare.
Aggiungo che tutto l'apparato sanitario, compresi i medici privati ed infermieri, dovrebbe essere coinvolto in caso di emergenza. Faccio un esempio estremo, ma certamente istruttivo, di un Paese che vive da sempre una condizione di speciale attenzione per il pericolo di attentati terroristici, Israele. Lì i medici sono tutti ufficiali della riserva. Ad ognuno di essi è assegnato un compito in caso di emergenza nel senso che non hanno bisogno di un ordine o di una indicazione per intervenire, ma sanno dove recarsi, in relazione alla loro specializzazione e alla loro presenza sul territorio. Non voglio fare l'esempio di un attentato, che mi auguro mai interessi l'Italia, ma credo di poter pretendere la massima attenzione delle autorità competenti nei confronti di calamità naturali, dal terremoto all'alluvione, eventi che periodicamente interessano varie regioni d'Italia.
Questo Paese ha bisogno di organizzazioni semplici ma efficienti che sovvengano i cittadini nei casi di emergenza, perché è inammissibile nel 2018 un uomo debba morire perché l'ambulanza arriva in ritardo o perché la Tac non funziona. Un minimo di organizzazione avrebbe mobilitato una diversa ambulanza alla quale sarebbe giunto il messaggio che era inutile andare a Termoli perché in quell'ospedale la Tac non funziona. Per manutenzione.
Salvatore Sfrecola
Continua a leggereRiduci
Un uomo è morto in Molise dopo due mancati ricoveri e una Tac rotta. Eppure per numero di macchinari siamo primi in Europa.Questa è inefficienza criminale: tocca al governo porci rimedio.Lo speciale contiene due articoliEvidenzia una situazione paradossale il tragico caso del molisano di 47 anni morto, nei giorni scorsi, per un'emorragia cerebrale, dopo un'odissea di due mancati ricoveri e una Tac non funzionante. L'uomo, residente a Larino (Campobasso), per un malore, martedì mattina era stato trasportato, dal 118, all'ospedale San Timoteo di Termoli, ma la Tac però non funzionava perché era in manutenzione programmata. È stato quindi trasferito a San Giovanni Rotondo (Foggia) dove, in serata i medici ne hanno dichiarato la morte per aneurisma cerebrale. Il ministro della Salute, Giulia Grillo , in una nota, dichiara che invierà una task force in Molise per «accertare le inefficienze organizzative, le eventuali responsabilità personali degli operatori, ma anche gli eventuali errori causati da cattiva programmazione della politica regionale».Il caso della Tac non funzionante mette in evidenza una situazione assurda. La sanità italiana primeggia in Europa per il numero di macchinari tecnologici per la diagnosi e cura, come si legge nell'ultimo report dell'Osservatorio Eurispes Enpam 2017. L'Italia ha 33,1 Tac per milione di abitanti: il doppio della Francia (14,5) e il quadruplo del Regno Unito (7,89). Il nostro Paese ha anche il più alto numero di macchinari per la Pet (tomografia a emissione di positroni): 174 per milione di abitanti. L'Italia ha 20 risonanze magnetiche (Rmn) per milione di abitanti: come Germania, Grecia, Finlandia, Cipro e Austria. Con una dotazione del genere, dov'è il problema? La quantità, forse, non è tutto. «Molti strumenti sono obsoleti, non revisionati o collocati in strutture non aperte e con un utilizzo non ottimale, per carenza di personale tecnico e sanitario», si legge nel documento. Più del 50% delle apparecchiature di diagnostica per immagini e di elettromedicina sono troppo vecchie o sottoutilizzate, dice l'ultimo report del Centro studi di Assobiomedica. Destano preoccupazione perché hanno più di dieci anni di vita, quindi obsoleti, «l'82% dei mammografi , il 69% di apparecchiature mobili per le radiografie, il 52% dei ventilatori di terapia intensiva e il 79% dei sistemi radiografici fissi».Risonanze magnetiche, Pet, Tac, angiografi, mammografi, ventilatori per anestesia e terapia intensiva obsoleti riducono i benefici per il paziente e non fanno nemmeno risparmiare il Sistema sanitario (Ssn). Le tecnologie più recenti infatti permettono diagnosi più accurate e precise, minori esposizioni alle radiazioni, minore quantità delle dosi, maggiore velocità di esecuzione dell'esame e referti informatizzati.Gli svantaggi di un apparecchiature datate si riversano sul paziente, ma anche sul Ssn, che deve far fronte a costi di manutenzione elevati e ritardi o sospensioni nell'utilizzo dei macchinari, che generano tempi di attesa più lunghi e carichi di utilizzo mal gestiti. Rinnovare il parco tecnologico in sanità richiede lo stanziamento di fondi, ma anche un cambio di mentalità. Secondo Fernanda Gellona, direttore generale di Assobiomedica, bisogna investire «sui meccanismi di rimborso, creando dei sistemi di incentivo per l'utilizzo delle nuove tecnologie e tariffe penalizzanti per i macchinari troppo vecchi. Si tratterebbe di un sistema di rimborsabilità differenziata sul modello francese, che consentirebbe una graduale sostituzione delle apparecchiature più vecchie e una progressiva introduzione di quelle tecnologicamente più innovative».Sul cambio culturale necessario viene in aiuto anche l'Health technology assessment (Hta), sistema che valuta il valore aggiunto di una nuova procedura, di un dispositivo medico o di un farmaco innovativo, nel suo complesso. «Serve una riorganizzazione della diagnostica», osserva Marco Marchetti, direttore del Centro nazionale Hta dell'Istituto superiore di sanità, «si devono prevedere strutture territoriali con personale adeguatamente formato per sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove apparecchiature, per un migliore servizio al paziente, ma anche al Ssn». Come dimostra uno studio inglese «un sistema Hta», continua Marchetti, «può dare un rendimento del 35% a 10 anni». Dopo anni di tagli lineari sulla sanità, il nuovo governo potrebbe invertire la tendenza. «Non è possibile morire per cattiva organizzazione e sostanziale mancanza di assistenza», ha dichiarato il ministro Grillo nella nota con cui ha annunciato di voler fare luce sulla tragica vicenda del giovane molisano. L'intenzione e gli strumenti ci sono, basta ingranare, finalmente, la marcia giusta.Maddalena Guiotto<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meta-degli-strumenti-negli-ospedali-costa-e-sarebbe-da-buttare-2588208862.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="questa-e-inefficienza-criminale-tocca-al-governo-porci-rimedio" data-post-id="2588208862" data-published-at="1779171237" data-use-pagination="False"> Questa è inefficienza criminale: tocca al governo porci rimedio La morte di un uomo che prima attende a lungo, troppo a lungo, un'ambulanza, essendo l'unica disponibile impegnata in altro intervento, che, poi, trasportato all'ospedale di Termoli, in Molise, non può essere sottoposto a Tac perché in manutenzione, è intollerabile, un caso di inefficienza criminale che deve muovere le autorità competenti perché siano puniti gli eventuali responsabili di questa inefficienza e perché casi del genere non accadano mai più. Perché il governo «del cambiamento» dia agli italiani il segnale che attendono. È un tema che sento da tempo, quello dell'organizzazione dei servizi di pronto intervento, che ritorna prepotentemente a ogni nuova tragedia, inevitabilmente «annunciata», per dire che si poteva assolutamente evitare. Rifletto sul tema dell'organizzazione dei servizi sanitari di emergenza da quando, anni fa, da procuratore regionale della Corte dei conti per l'Umbria, avviai accertamenti diretti ad individuare eventuali responsabilità di natura erariale (in conseguenza del risarcimento della vittima) in relazione alla morte di un bambino che, ferito in un incidente stradale, era stato trasportato da un ospedale all'altro della minuscola regione senza che si trovasse la struttura che avrebbe potuto riceverlo per gli interventi del caso, fino a che, all'ultimo inutile ricovero, il piccolo paziente è morto. Nel giro di poche ore in una regione che ha meno abitanti del più piccolo dei municipi di Roma si era compiuta una tragedia che poteva essere evitata solo che l'apparato amministrativo e sanitario, che impegna somme rilevanti del bilancio pubblico, fosse dotato di un minimo di organizzazione dei servizi di emergenza. Cominciamo dalle ambulanze. In un sistema efficiente l'autorità responsabile del 118 deve sapere, minuto per minuto, quante sono le ambulanze disponibili, pubbliche e private, e dove si trovano. Comprese le autoambulanze dei corpi militari che, in caso di emergenza, debbono poter essere mobilitate. Immaginate un evento che coinvolga decine di persone, per un incidente di quelli a catena, per un attentato, per un'esplosione: ogni ferito che va ricoverato deve essere ospitato in una ambulanza diversa perché comunque diversa può essere la destinazione in relazione alla patologia da affrontare. Può accadere, dunque, che ne servano molte di ambulanze. Inoltre, mi sembra evidente che l'ambulanza, nel momento in cui raccoglie un ferito o un ammalato, debba sapere dove portarlo, non necessariamente nell'Ospedale più vicino ma nella struttura ospedaliera di emergenza adeguata alla patologia sulla quale è necessario intervenire. Il che significa che, non in teoria ma in pratica, il computer di bordo dell'ambulanza deve disporre di dati, certi ed attuali, sulla sala operatoria disponibile, sul reparto di terapia intensiva adatto a quel tipo di intervento, se un infarto, un ictus o altra patologia, sapendo che quel reparto è presidiato e che all'arrivo ci saranno i sanitari pronti ad intervenire con la rapidità necessaria. Non credo che sia una pretesa assurda. Credo che il ministro della Salute, Giulia Grillo, che ha dimostrato capacità di intervento in alcuni dei casi portati all'attenzione delle cronache, vorrà condividere queste mie considerazioni e verificare lo stato dell'arte nel settore dell'informatizzazione dei servizi di emergenza nel senso che prima ho cercato di delineare. Aggiungo che tutto l'apparato sanitario, compresi i medici privati ed infermieri, dovrebbe essere coinvolto in caso di emergenza. Faccio un esempio estremo, ma certamente istruttivo, di un Paese che vive da sempre una condizione di speciale attenzione per il pericolo di attentati terroristici, Israele. Lì i medici sono tutti ufficiali della riserva. Ad ognuno di essi è assegnato un compito in caso di emergenza nel senso che non hanno bisogno di un ordine o di una indicazione per intervenire, ma sanno dove recarsi, in relazione alla loro specializzazione e alla loro presenza sul territorio. Non voglio fare l'esempio di un attentato, che mi auguro mai interessi l'Italia, ma credo di poter pretendere la massima attenzione delle autorità competenti nei confronti di calamità naturali, dal terremoto all'alluvione, eventi che periodicamente interessano varie regioni d'Italia. Questo Paese ha bisogno di organizzazioni semplici ma efficienti che sovvengano i cittadini nei casi di emergenza, perché è inammissibile nel 2018 un uomo debba morire perché l'ambulanza arriva in ritardo o perché la Tac non funziona. Un minimo di organizzazione avrebbe mobilitato una diversa ambulanza alla quale sarebbe giunto il messaggio che era inutile andare a Termoli perché in quell'ospedale la Tac non funziona. Per manutenzione. Salvatore Sfrecola
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
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Aveva scritto «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro gesù cristo in croce (tutto con la minuscola) lo brucio», in una mail indirizzata all’Università di Modena colpevole, a suo avviso, di non garantirgli un posto di lavoro «da impiegato».
Dalla cella di isolamento in cui si trova non ha dato alcun segno di pentimento e, tuttavia, tra le prime cose richieste per passarsi il tempo, insieme alle sigarette e a qualche lettura, ci ha infilato pure la Bibbia. Particolare che, se sei sospettato di essere un seguace di Allah, di certo male non fa. Eppure, come era ormai scontato, per Salim El Koudri, accusato di strage e lesioni aggravate per la carneficina di sabato scorso compiuta a Modena a bordo della sua auto lanciata ai 100 chilometri all’ora sulla folla, come primo passaggio verrà chiesta una perizia per l’infermità mentale. E, con ogni probabilità, i trascorsi di cura presso il Centro di salute mentale di Catelfranco Emilia finiranno per garantirgliela.
«Una perizia psichiatrica è ineludibile», ha dichiarato l’avvocato Fausto Gianelli (nominato in sostituzione dell’avvocato Francesco Cottafava, inizialmente assegnato d’ufficio) descrivendo come un ragazzo «in totale confusione mentale» il trentunenne di origine marocchina responsabile di aver macellato una donna, tranciandole entrambe le gambe con le lamiere della sua auto, dopo aver investito intenzionalmente altre sette persone che passeggiavano tranquille, lo scorso sabato pomeriggio, nell’area pedonale del centro di Modena.
L’interrogatorio di convalida in carcere, previsto per ieri, è stato rinviato e si terrà questa mattina, ma la linea di difesa per l’attentatore è già chiara: secondo l’avvocato Gianelli, il suo assistito è affetto da un evidente «disagio psichiatrico» per il quale «dovrà essere visitato e probabilmente assistito anche farmacologicamente per una prima cura», successivamente «una perizia psichiatrica sarà indispensabile» anche perché per il momento «El Koudri non sarà probabilmente in grado di fare ragionamenti». Dunque, forse, nemmeno di rispondere oggi.
«Andavo più forte che potevo, non volevo far del male», avrebbe dichiarato l’attentatore al suo legale che ha riportato anche la fredda reazione dell’uomo davanti alla spiegazione delle condizioni dei feriti, tra cui la donna che ha perso entrambe le gambe. «Che cosa tremenda», è l’unica frase che per ora gli è uscita dalla bocca dopo aver causato quella carneficina. «Ho bisogno di qualcuno che mi capisca», avrebbe invece sostenuto con forza El Koudri, che non ha tuttavia chiesto di incontrare la propria famiglia, spiegando di essere uscito quel giorno di casa «con la convinzione di morire», ma prendendo con sé un coltello da cucina. Che comunque non si sa mai...
Nessuna evidenza di una radicalizzazione in corso, insistono difensori e buonisti, arrivando addirittura a puntare il dito contro il sistema sanitario del nostro Paese che, a corto di fondi, non si occupa in modo adeguato dei malati psichici.
In realtà El Koudri, nato a Bergamo, cresciuto a Ravarino (paese di 6.000 anime nella campagna modenese) dove ha studiato e si è laureato in economia aziendale all’Università di Modena (che nella vicenda si è messa a disposizione delle autorità giudiziaria), quando aveva chiesto aiuto era stato accolto e seguito.
Dal 2022 al 2024 aveva frequentato il Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, era stato preso in carico e gli erano state prescritte cure adeguate che poi aveva deliberatamente deciso di smettere. «Perché ha smesso di prendere le medicine? Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha aggiunto ancora l’avvocato Gianelli descrivendo la situazione.
Al di là dell’aspetto sanitario, certamente presente, la piega che aveva preso la sua insoddisfazione di straniero di seconda generazione a cui la narrazione buonista della sinistra italiana, in cerca di facili adesioni, promette mari e monti ma che poi - come tutti - deve fare i conti con la realtà, sembra piuttosto chiara. «Voglio lavorare!», scriveva El Koudri il 27 aprile del 2019 in una mail indirizzata all’Università di Modena e già segnalata all’epoca alla Digos per i contenuti non proprio tranquillizzanti. «Non riesco a trovare lavoro coerente con i miei studi (...) Dovete farmi lavorare come impiegato non magazziniere capito e qua a Modena e non in culo al mondo dove ti rimangono in tasca 500 euro al mese se ti va bene», insisteva, aggiungendo l’ormai nota frase «Bastardi cristiani di merda», seguita, sempre via mail, dalle laconiche scuse «Mi dispiace per la maleducazione», che oggi dovrebbero servire a provare la sua condizione di ragazzo confuso.
Ma non è tutto. Dal magma dei social, infatti, cominciano a emergere anche altri contenuti scritti di suo pugno che Meta aveva cancellato perché inappropriati: «Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba», scriveva El Koudri. E, ancora, altri post in arabo e in italiano, in cui il trentunenne descriveva sé stesso come una persona particolarmente capace e dotata, in lotta con una società - quella occidentale, si noti, che ha accolto la sua famiglia e formato lui fino alla laurea - «ipocrita, che afferma moralità e dignità ma è lontana da esse».
«Se hai queste qualità e vivi in questa società, non esitare a tagliare qualsiasi mano che ti disturba o ti danneggia», concludeva l’uomo aggiungendo la propria firma, «Salim», accompagnata da un cuore nero.
Sono due le donne con arti amputati
Restano gravissime le condizioni di alcuni dei cinque feriti ricoverati tra Modena e Bologna dopo essere stati travolti sabato scorso nel centro storico modenese, quando Salim El Koudri ha lanciato la sua auto a folle velocità sui passanti. Otto i feriti, di cui quattro gravi (codice tre), uno in codice 2 e tre in codice 1, meno gravi.
«Come mi sento? L’unico dolore fisico che provo è la sensazione di avere degli aghi conficcati nelle braccia, ma i medici mi hanno assicurato passerà. Mi ritengo fortunato perché potrei non essere qui. Sto per diventare nonno per la terza volta, l’ho detto anche al presidente Mattarella. Ed è la cosa che al momento mi rende più felice e mi aiuta a superare quello che è accaduto». Così racconta lo chef Ermanno Muccini, 59 anni, ricoverato all’ospedale di Baggiovara, che ha riportato un trauma facciale e microfratture alla testa, ma se la caverà con 30 giorni di prognosi. Nello stesso ospedale è ricoverata la donna tedesca di 69 anni tra i feriti più gravi. Ieri è stata estubata, respira autonomamente ed è cosciente. Anche l’altra donna di 53 anni, polacca, residente a Castelfranco, la prima persona investita mentre era in sella alla sua bicicletta, sempre in condizioni gravi, presenta un quadro clinico stabile ma per entrambe la prognosi resta riservata. Le due donne hanno subito l’amputazione degli arti inferiori. «A nome della mia famiglia chiedo spazio e riservatezza, a chiunque possa arrivare questo mio pensiero». Così una delle figlie della coppia di cinquatacinquenni, Angelo Ciccarelli e Monica Esposito, ricoverati all’ospedale Maggiore di Bologna. In una storia su Instagram, la figlia scrive: «Ci troviamo coinvolti e stravolti in una tragedia», sottolineando l’esigenza di mantenere intatta la privacy della famiglia. I due coniugi sono in condizioni stabili. La donna presenta diversi traumi: il quadro clinico registra un lieve miglioramento, ma le sue condizioni restano critiche e permane il pericolo di vita. Il marito, anche lui politraumatizzato, è stabile e non si trova più in immediato pericolo di vita. Un altro ferito ieri ha ricordato l’incidente: «È stata una cosa velocissima. Non ho visto nemmeno l’auto che mi arrivava addosso. Cosa vedevo da terra? Vedevo poco, la gente che soccorreva, sono state persone stupende perché c’è stato un attimo di empatia di tutti». Tra i primi a prestare i soccorsi sabato c’era Alessandro Misericordia, 33 anni di Sant’Elpidio a Mare (Fermo), medico specializzando in medicina interna all’ospedale di Baggiovara. «È stato un qualcosa che mi segnerà per tutta la vita e spero che i pazienti che abbiamo gestito, ora abbiano il miglior decorso possibile», ha raccontato il giovane professionista, «ero in centro città per fare delle compere per la casa, in un negozio, quando ho sentito il rumore di un forte impatto. Sono uscito e ho visto una donna con le gambe amputate. Così ho subito preso dei guanti e, insieme a un’infermiera, l’ho raggiunta cercando di fermare l’emorragia con la mia cintura. Lo stesso ha fatto l’infermiera. Mi sono girato e ho visto altre persone a terra. A quel punto sono andato a controllare come stessero, se fossero coscienti e respirassero. Ho fatto rivalutazioni continue fino a quando non è arrivata la prima ambulanza che ho diretto verso la donna con le gambe amputate, la paziente in condizioni peggiori». Intanto sono stati dimessi dal pronto soccorso del Policlinico di Modena una donna di 22 anni con trauma cranico, con 10 giorni di prognosi, un uomo di 30 anni colpito da un attacco di panico, con 2 giorni di prognosi, e un uomo di 47 anni ferito da taglio, dimesso con 7 giorni di prognosi.
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I soccorsi a Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Sebbene le modalità della strage siano le stesse usate negli attentati che hanno già insanguinato l’Europa, la versione ufficiale punta a escludere qualsiasi correlazione con il terrorismo, declassando la faccenda a tragico evento, con un ancor più tragico autore. Il quadretto consolatorio diffuso nei primi giorni, tuttavia, vacilla di fronte ad alcuni dati di fatto. Il primo è costituito dai messaggi che l’autore della strage inviò tempo fa all’Università di Modena. Voleva lavorare, non come magazziniere, ma come impiegato. E non lontano da casa, bensì in città. E voleva anche uno stipendio adeguato, che non gli lasciasse in tasca solo 500 euro al mese. Insomma, un lavoro comodo e ben pagato. E siccome l’ateneo non offriva un’assunzione adeguata alle sue esigenze, El Koudri aveva insultato Gesù Cristo, promettendo di bruciarlo. E le minacce, ovviamente, erano accompagnate da epiteti tipo «cristiani di merda», «bastardi», eccetera.
Era frustrato, ci spiegano oggi. Voleva un lavoro che la nostra società non era in grado di dargli. Come ho scritto, colpa nostra, dunque. Perché promettiamo integrazione e poi, invece, diamo emarginazione. In realtà, il caso El Koudri dimostra una cosa opposta, ovvero che non basta l’integrazione a evitarci casi come quello di Modena. Mi spiego. Il marocchino che sabato pomeriggio ha deciso di travolgere quanti più passanti possibile aveva la cittadinanza italiana e aveva studiato in Italia, laureandosi in Economia. Sulla carta, dunque, era un immigrato che ce l’aveva fatta. Anzi, un immigrato di seconda generazione, la cui famiglia era riuscita a trovare un lavoro e una sistemazione prima in Lombardia e poi in Emilia-Romagna, ovvero in due delle Regioni più ricche e con un mercato del lavoro in grado di assorbire i giovani. Peccato che le aspettative di El Koudri fossero altre. A lui non bastava avere in tasca la carta d’identità italiana e il diritto di votare. Voleva un lavoro all’altezza dei suoi studi, come vogliono migliaia di giovani laureati italiani. I quali, però, anche se frustrati, non prendono l’auto e si lanciano contro la folla.
Aggiungo di più. Ogni tanto le statistiche ci informano che in Italia è in aumento la povertà. Ma basta approfondire i dati per scoprire che se le famiglie italiane con un reddito da fame rappresentano il 6,2% della popolazione, quelle composte esclusivamente da stranieri superano il 35%. Non è tutto: sempre l’Istat ci aggiorna sulle percentuali di disoccupati, che per quanto riguarda gli italiani viaggiano intorno al 6%, ma se si tratta di stranieri siamo al 10. Che cosa voglio dire con queste percentuali? Che siamo seduti su una polveriera, perché è evidente che, avendo aperto le porte a un’immigrazione non governata, abbiamo aumentato il numero di chi non ha un lavoro, un’identità e un futuro. Sempre secondo l’Istat, gli stranieri in povertà sono 1,8 milioni e da queste cifre si ricava anche il numero di extracomunitari che non studiano e non lavorano. Se la percentuale fra i giovani italiani è pari al 12,9%, per gli immigrati di prima e seconda generazione si passa al 38,5.
C’è altro da aggiungere? Sì, ovvero che Salim El Koudri ha cambiato legale. Da ieri ad assisterlo è Fausto Gianelli, coordinatore dei giuristi democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell’Associazione europea degli avvocati per la democrazia e i diritti umani, nonché difensore di Abu Rawwa, il marocchino coinvolto nell’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas. E l’avvocato Gianelli tiene a farci sapere che il suo assistito ha chiesto la Bibbia. Seguirà perizia per dimostrare che è incapace di intendere e volere.
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La strada del centro di Modena dove Salim El Koudry ha falciato la folla (Ansa)
Se ben ricordate, non più tardi di un anno fa il Partito democratico invitò a votare al referendum per dimezzare (da 5 a 10) gli anni di residenza continuativa necessari per concedere la cittadinanza italiana agli stranieri: «Oltre due milioni di persone che potrebbero accedere allo status di cittadini e cittadine dopo tanti anni di lavoro, studio e residenza ininterrotta in Italia», dicevano i dem. Sempre il Pd, ormai da tempo immemore, insiste a proporre nuove leggi: lo ius soli prima, lo ius scholae poi, quest’ultimo tornato in auge proprio in queste ore (e non solo grazie alla sinistra, vedi Forza Italia). L’idea sarebbe quella di riconoscere la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati da bambini (fino ai 12 anni), dopo che abbiano completato almeno 5 anni di ciclo scolastico. A sostegno di queste proposte, i progressisti amano ribadire come la cittadinanza sia assolutamente necessaria per consentire agli stranieri di sentirsi compiutamente parte della nostra comunità. In ogni talk show, da anni a questa parte, c’è sempre qualcuno che prende la parola per spiegare a noi poveri ignoranti quanto sia importante donare ai giovani figli di immigrati lo status di italiani: solo così, dicono commossi, questi potranno sentirsi pienamente italiani. Spesso c’è pure qualche sussiegoso maestrino pronto a sostenere che, se tanti figli di stranieri delinquono, è proprio perché sono i giustamente emarginati, ferocemente privati della condizione di italiani che spetterebbe loro di diritto. Eppure guarda un po’ che cosa è accaduto a Modena. Abbiamo un tale, Salim El Koudry, che è italiano da quando ha 14 anni, cosa effettivamente possibile anche in assenza di nuove leggi. Costui ha frequentato le nostre scuole, compresa l’università, si è addirittura laureato. È stato accolto e trasformato in italiano grazie all’ambito pezzo di carta. In buona sostanza è esattamente il «nuovo italiano» che Pd e sinistra variegata da sempre propongono di costruire grazie a norme permissive e «accoglienti». Ma si è lanciato a cento all’ora con la macchina contro i passanti inermi.
Quando pensa agli italiani, Salim, non pensa a un «noi», ma a un «loro». Pensa ai «bastardi cristiani» che vorrebbe uccidere. Pensa a quelli, gli oppressori occidentali, che non gli danno il lavoro che lui desidera, pagato quanto desidera. Salim è italiano, la sua cittadinanza dice così. Ma vi sembra integrato? Pare proprio di no. Anzi, peggio: aveva in mente di disintegrare fisicamente un bel po’ di innocenti, e in parte ci è riuscito. Persino a sinistra qualcuno, ieri, certificava la sua condizione di corpo estraneo. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata e noi su questo dobbiamo lavorare, non come esimente, come scusa per chi ha commesso un reato, ma per evitare questa disgregazione», ha detto Michele De Pascale, governatore dell’Emilia Romagna. «È un piccolo frammento di disgregazione, quello che è successo a Modena». Beh, che sia disgregazione è evidente. Ma razzismo e xenofobia non c’entrano un tubo: Salim godeva di tutte le condizioni di cui, secondo la sinistra, ogni figlio di stranieri dovrebbe godere, a partire proprio dalla cittadinanza. Come la mettiamo allora? Se fosse vero ciò che per anni ci hanno ripetuto i sinceri democratici, Salim non dovrebbe avere alcun problema. Forte del titolo ottenuto a 14 anni, dovrebbe essere felice e soddisfatto. «Uno di noi». E invece vuole ucciderci, ci percepisce radicalmente altri, e ostili.
Ciò dimostra quel che già sapevamo, e che ripetevamo quasi mai creduti. La cittadinanza non è affatto veicolo di integrazione. Al massimo può essere vero il contrario, e cioè che una volta integrati si può ottenere la cittadinanza come approdo ultimo di un percorso serio e severo. Salim El Koudry, ci risulta, era cittadino marocchino. Ed era italiano, ma solo sulla carta. Lo è diventato senza ius scholae, ed è la dimostrazione vivente di quali conseguenze potrebbe avere una norma simile. Conseguenze che alcuni modenesi si porteranno incise nel corpo per tutta la vita.
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