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2018-07-20
Metà degli strumenti negli ospedali costa e sarebbe da buttare
Istockphoto
Evidenzia una situazione paradossale il tragico caso del molisano di 47 anni morto, nei giorni scorsi, per un'emorragia cerebrale, dopo un'odissea di due mancati ricoveri e una Tac non funzionante. L'uomo, residente a Larino (Campobasso), per un malore, martedì mattina era stato trasportato, dal 118, all'ospedale San Timoteo di Termoli, ma la Tac però non funzionava perché era in manutenzione programmata. È stato quindi trasferito a San Giovanni Rotondo (Foggia) dove, in serata i medici ne hanno dichiarato la morte per aneurisma cerebrale. Il ministro della Salute, Giulia Grillo , in una nota, dichiara che invierà una task force in Molise per «accertare le inefficienze organizzative, le eventuali responsabilità personali degli operatori, ma anche gli eventuali errori causati da cattiva programmazione della politica regionale».
Il caso della Tac non funzionante mette in evidenza una situazione assurda. La sanità italiana primeggia in Europa per il numero di macchinari tecnologici per la diagnosi e cura, come si legge nell'ultimo report dell'Osservatorio Eurispes Enpam 2017. L'Italia ha 33,1 Tac per milione di abitanti: il doppio della Francia (14,5) e il quadruplo del Regno Unito (7,89). Il nostro Paese ha anche il più alto numero di macchinari per la Pet (tomografia a emissione di positroni): 174 per milione di abitanti. L'Italia ha 20 risonanze magnetiche (Rmn) per milione di abitanti: come Germania, Grecia, Finlandia, Cipro e Austria. Con una dotazione del genere, dov'è il problema? La quantità, forse, non è tutto.
«Molti strumenti sono obsoleti, non revisionati o collocati in strutture non aperte e con un utilizzo non ottimale, per carenza di personale tecnico e sanitario», si legge nel documento. Più del 50% delle apparecchiature di diagnostica per immagini e di elettromedicina sono troppo vecchie o sottoutilizzate, dice l'ultimo report del Centro studi di Assobiomedica. Destano preoccupazione perché hanno più di dieci anni di vita, quindi obsoleti, «l'82% dei mammografi , il 69% di apparecchiature mobili per le radiografie, il 52% dei ventilatori di terapia intensiva e il 79% dei sistemi radiografici fissi».
Risonanze magnetiche, Pet, Tac, angiografi, mammografi, ventilatori per anestesia e terapia intensiva obsoleti riducono i benefici per il paziente e non fanno nemmeno risparmiare il Sistema sanitario (Ssn). Le tecnologie più recenti infatti permettono diagnosi più accurate e precise, minori esposizioni alle radiazioni, minore quantità delle dosi, maggiore velocità di esecuzione dell'esame e referti informatizzati.
Gli svantaggi di un apparecchiature datate si riversano sul paziente, ma anche sul Ssn, che deve far fronte a costi di manutenzione elevati e ritardi o sospensioni nell'utilizzo dei macchinari, che generano tempi di attesa più lunghi e carichi di utilizzo mal gestiti. Rinnovare il parco tecnologico in sanità richiede lo stanziamento di fondi, ma anche un cambio di mentalità. Secondo Fernanda Gellona, direttore generale di Assobiomedica, bisogna investire «sui meccanismi di rimborso, creando dei sistemi di incentivo per l'utilizzo delle nuove tecnologie e tariffe penalizzanti per i macchinari troppo vecchi. Si tratterebbe di un sistema di rimborsabilità differenziata sul modello francese, che consentirebbe una graduale sostituzione delle apparecchiature più vecchie e una progressiva introduzione di quelle tecnologicamente più innovative».
Sul cambio culturale necessario viene in aiuto anche l'Health technology assessment (Hta), sistema che valuta il valore aggiunto di una nuova procedura, di un dispositivo medico o di un farmaco innovativo, nel suo complesso. «Serve una riorganizzazione della diagnostica», osserva Marco Marchetti, direttore del Centro nazionale Hta dell'Istituto superiore di sanità, «si devono prevedere strutture territoriali con personale adeguatamente formato per sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove apparecchiature, per un migliore servizio al paziente, ma anche al Ssn». Come dimostra uno studio inglese «un sistema Hta», continua Marchetti, «può dare un rendimento del 35% a 10 anni». Dopo anni di tagli lineari sulla sanità, il nuovo governo potrebbe invertire la tendenza. «Non è possibile morire per cattiva organizzazione e sostanziale mancanza di assistenza», ha dichiarato il ministro Grillo nella nota con cui ha annunciato di voler fare luce sulla tragica vicenda del giovane molisano. L'intenzione e gli strumenti ci sono, basta ingranare, finalmente, la marcia giusta.
Maddalena Guiotto
Questa è inefficienza criminale: tocca al governo porci rimedio
La morte di un uomo che prima attende a lungo, troppo a lungo, un'ambulanza, essendo l'unica disponibile impegnata in altro intervento, che, poi, trasportato all'ospedale di Termoli, in Molise, non può essere sottoposto a Tac perché in manutenzione, è intollerabile, un caso di inefficienza criminale che deve muovere le autorità competenti perché siano puniti gli eventuali responsabili di questa inefficienza e perché casi del genere non accadano mai più. Perché il governo «del cambiamento» dia agli italiani il segnale che attendono.
È un tema che sento da tempo, quello dell'organizzazione dei servizi di pronto intervento, che ritorna prepotentemente a ogni nuova tragedia, inevitabilmente «annunciata», per dire che si poteva assolutamente evitare.
Rifletto sul tema dell'organizzazione dei servizi sanitari di emergenza da quando, anni fa, da procuratore regionale della Corte dei conti per l'Umbria, avviai accertamenti diretti ad individuare eventuali responsabilità di natura erariale (in conseguenza del risarcimento della vittima) in relazione alla morte di un bambino che, ferito in un incidente stradale, era stato trasportato da un ospedale all'altro della minuscola regione senza che si trovasse la struttura che avrebbe potuto riceverlo per gli interventi del caso, fino a che, all'ultimo inutile ricovero, il piccolo paziente è morto. Nel giro di poche ore in una regione che ha meno abitanti del più piccolo dei municipi di Roma si era compiuta una tragedia che poteva essere evitata solo che l'apparato amministrativo e sanitario, che impegna somme rilevanti del bilancio pubblico, fosse dotato di un minimo di organizzazione dei servizi di emergenza.
Cominciamo dalle ambulanze. In un sistema efficiente l'autorità responsabile del 118 deve sapere, minuto per minuto, quante sono le ambulanze disponibili, pubbliche e private, e dove si trovano. Comprese le autoambulanze dei corpi militari che, in caso di emergenza, debbono poter essere mobilitate. Immaginate un evento che coinvolga decine di persone, per un incidente di quelli a catena, per un attentato, per un'esplosione: ogni ferito che va ricoverato deve essere ospitato in una ambulanza diversa perché comunque diversa può essere la destinazione in relazione alla patologia da affrontare. Può accadere, dunque, che ne servano molte di ambulanze. Inoltre, mi sembra evidente che l'ambulanza, nel momento in cui raccoglie un ferito o un ammalato, debba sapere dove portarlo, non necessariamente nell'Ospedale più vicino ma nella struttura ospedaliera di emergenza adeguata alla patologia sulla quale è necessario intervenire. Il che significa che, non in teoria ma in pratica, il computer di bordo dell'ambulanza deve disporre di dati, certi ed attuali, sulla sala operatoria disponibile, sul reparto di terapia intensiva adatto a quel tipo di intervento, se un infarto, un ictus o altra patologia, sapendo che quel reparto è presidiato e che all'arrivo ci saranno i sanitari pronti ad intervenire con la rapidità necessaria. Non credo che sia una pretesa assurda. Credo che il ministro della Salute, Giulia Grillo, che ha dimostrato capacità di intervento in alcuni dei casi portati all'attenzione delle cronache, vorrà condividere queste mie considerazioni e verificare lo stato dell'arte nel settore dell'informatizzazione dei servizi di emergenza nel senso che prima ho cercato di delineare.
Aggiungo che tutto l'apparato sanitario, compresi i medici privati ed infermieri, dovrebbe essere coinvolto in caso di emergenza. Faccio un esempio estremo, ma certamente istruttivo, di un Paese che vive da sempre una condizione di speciale attenzione per il pericolo di attentati terroristici, Israele. Lì i medici sono tutti ufficiali della riserva. Ad ognuno di essi è assegnato un compito in caso di emergenza nel senso che non hanno bisogno di un ordine o di una indicazione per intervenire, ma sanno dove recarsi, in relazione alla loro specializzazione e alla loro presenza sul territorio. Non voglio fare l'esempio di un attentato, che mi auguro mai interessi l'Italia, ma credo di poter pretendere la massima attenzione delle autorità competenti nei confronti di calamità naturali, dal terremoto all'alluvione, eventi che periodicamente interessano varie regioni d'Italia.
Questo Paese ha bisogno di organizzazioni semplici ma efficienti che sovvengano i cittadini nei casi di emergenza, perché è inammissibile nel 2018 un uomo debba morire perché l'ambulanza arriva in ritardo o perché la Tac non funziona. Un minimo di organizzazione avrebbe mobilitato una diversa ambulanza alla quale sarebbe giunto il messaggio che era inutile andare a Termoli perché in quell'ospedale la Tac non funziona. Per manutenzione.
Salvatore Sfrecola
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Un uomo è morto in Molise dopo due mancati ricoveri e una Tac rotta. Eppure per numero di macchinari siamo primi in Europa.Questa è inefficienza criminale: tocca al governo porci rimedio.Lo speciale contiene due articoliEvidenzia una situazione paradossale il tragico caso del molisano di 47 anni morto, nei giorni scorsi, per un'emorragia cerebrale, dopo un'odissea di due mancati ricoveri e una Tac non funzionante. L'uomo, residente a Larino (Campobasso), per un malore, martedì mattina era stato trasportato, dal 118, all'ospedale San Timoteo di Termoli, ma la Tac però non funzionava perché era in manutenzione programmata. È stato quindi trasferito a San Giovanni Rotondo (Foggia) dove, in serata i medici ne hanno dichiarato la morte per aneurisma cerebrale. Il ministro della Salute, Giulia Grillo , in una nota, dichiara che invierà una task force in Molise per «accertare le inefficienze organizzative, le eventuali responsabilità personali degli operatori, ma anche gli eventuali errori causati da cattiva programmazione della politica regionale».Il caso della Tac non funzionante mette in evidenza una situazione assurda. La sanità italiana primeggia in Europa per il numero di macchinari tecnologici per la diagnosi e cura, come si legge nell'ultimo report dell'Osservatorio Eurispes Enpam 2017. L'Italia ha 33,1 Tac per milione di abitanti: il doppio della Francia (14,5) e il quadruplo del Regno Unito (7,89). Il nostro Paese ha anche il più alto numero di macchinari per la Pet (tomografia a emissione di positroni): 174 per milione di abitanti. L'Italia ha 20 risonanze magnetiche (Rmn) per milione di abitanti: come Germania, Grecia, Finlandia, Cipro e Austria. Con una dotazione del genere, dov'è il problema? La quantità, forse, non è tutto. «Molti strumenti sono obsoleti, non revisionati o collocati in strutture non aperte e con un utilizzo non ottimale, per carenza di personale tecnico e sanitario», si legge nel documento. Più del 50% delle apparecchiature di diagnostica per immagini e di elettromedicina sono troppo vecchie o sottoutilizzate, dice l'ultimo report del Centro studi di Assobiomedica. Destano preoccupazione perché hanno più di dieci anni di vita, quindi obsoleti, «l'82% dei mammografi , il 69% di apparecchiature mobili per le radiografie, il 52% dei ventilatori di terapia intensiva e il 79% dei sistemi radiografici fissi».Risonanze magnetiche, Pet, Tac, angiografi, mammografi, ventilatori per anestesia e terapia intensiva obsoleti riducono i benefici per il paziente e non fanno nemmeno risparmiare il Sistema sanitario (Ssn). Le tecnologie più recenti infatti permettono diagnosi più accurate e precise, minori esposizioni alle radiazioni, minore quantità delle dosi, maggiore velocità di esecuzione dell'esame e referti informatizzati.Gli svantaggi di un apparecchiature datate si riversano sul paziente, ma anche sul Ssn, che deve far fronte a costi di manutenzione elevati e ritardi o sospensioni nell'utilizzo dei macchinari, che generano tempi di attesa più lunghi e carichi di utilizzo mal gestiti. Rinnovare il parco tecnologico in sanità richiede lo stanziamento di fondi, ma anche un cambio di mentalità. Secondo Fernanda Gellona, direttore generale di Assobiomedica, bisogna investire «sui meccanismi di rimborso, creando dei sistemi di incentivo per l'utilizzo delle nuove tecnologie e tariffe penalizzanti per i macchinari troppo vecchi. Si tratterebbe di un sistema di rimborsabilità differenziata sul modello francese, che consentirebbe una graduale sostituzione delle apparecchiature più vecchie e una progressiva introduzione di quelle tecnologicamente più innovative».Sul cambio culturale necessario viene in aiuto anche l'Health technology assessment (Hta), sistema che valuta il valore aggiunto di una nuova procedura, di un dispositivo medico o di un farmaco innovativo, nel suo complesso. «Serve una riorganizzazione della diagnostica», osserva Marco Marchetti, direttore del Centro nazionale Hta dell'Istituto superiore di sanità, «si devono prevedere strutture territoriali con personale adeguatamente formato per sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove apparecchiature, per un migliore servizio al paziente, ma anche al Ssn». Come dimostra uno studio inglese «un sistema Hta», continua Marchetti, «può dare un rendimento del 35% a 10 anni». Dopo anni di tagli lineari sulla sanità, il nuovo governo potrebbe invertire la tendenza. «Non è possibile morire per cattiva organizzazione e sostanziale mancanza di assistenza», ha dichiarato il ministro Grillo nella nota con cui ha annunciato di voler fare luce sulla tragica vicenda del giovane molisano. L'intenzione e gli strumenti ci sono, basta ingranare, finalmente, la marcia giusta.Maddalena Guiotto<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meta-degli-strumenti-negli-ospedali-costa-e-sarebbe-da-buttare-2588208862.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="questa-e-inefficienza-criminale-tocca-al-governo-porci-rimedio" data-post-id="2588208862" data-published-at="1781879300" data-use-pagination="False"> Questa è inefficienza criminale: tocca al governo porci rimedio La morte di un uomo che prima attende a lungo, troppo a lungo, un'ambulanza, essendo l'unica disponibile impegnata in altro intervento, che, poi, trasportato all'ospedale di Termoli, in Molise, non può essere sottoposto a Tac perché in manutenzione, è intollerabile, un caso di inefficienza criminale che deve muovere le autorità competenti perché siano puniti gli eventuali responsabili di questa inefficienza e perché casi del genere non accadano mai più. Perché il governo «del cambiamento» dia agli italiani il segnale che attendono. È un tema che sento da tempo, quello dell'organizzazione dei servizi di pronto intervento, che ritorna prepotentemente a ogni nuova tragedia, inevitabilmente «annunciata», per dire che si poteva assolutamente evitare. Rifletto sul tema dell'organizzazione dei servizi sanitari di emergenza da quando, anni fa, da procuratore regionale della Corte dei conti per l'Umbria, avviai accertamenti diretti ad individuare eventuali responsabilità di natura erariale (in conseguenza del risarcimento della vittima) in relazione alla morte di un bambino che, ferito in un incidente stradale, era stato trasportato da un ospedale all'altro della minuscola regione senza che si trovasse la struttura che avrebbe potuto riceverlo per gli interventi del caso, fino a che, all'ultimo inutile ricovero, il piccolo paziente è morto. Nel giro di poche ore in una regione che ha meno abitanti del più piccolo dei municipi di Roma si era compiuta una tragedia che poteva essere evitata solo che l'apparato amministrativo e sanitario, che impegna somme rilevanti del bilancio pubblico, fosse dotato di un minimo di organizzazione dei servizi di emergenza. Cominciamo dalle ambulanze. In un sistema efficiente l'autorità responsabile del 118 deve sapere, minuto per minuto, quante sono le ambulanze disponibili, pubbliche e private, e dove si trovano. Comprese le autoambulanze dei corpi militari che, in caso di emergenza, debbono poter essere mobilitate. Immaginate un evento che coinvolga decine di persone, per un incidente di quelli a catena, per un attentato, per un'esplosione: ogni ferito che va ricoverato deve essere ospitato in una ambulanza diversa perché comunque diversa può essere la destinazione in relazione alla patologia da affrontare. Può accadere, dunque, che ne servano molte di ambulanze. Inoltre, mi sembra evidente che l'ambulanza, nel momento in cui raccoglie un ferito o un ammalato, debba sapere dove portarlo, non necessariamente nell'Ospedale più vicino ma nella struttura ospedaliera di emergenza adeguata alla patologia sulla quale è necessario intervenire. Il che significa che, non in teoria ma in pratica, il computer di bordo dell'ambulanza deve disporre di dati, certi ed attuali, sulla sala operatoria disponibile, sul reparto di terapia intensiva adatto a quel tipo di intervento, se un infarto, un ictus o altra patologia, sapendo che quel reparto è presidiato e che all'arrivo ci saranno i sanitari pronti ad intervenire con la rapidità necessaria. Non credo che sia una pretesa assurda. Credo che il ministro della Salute, Giulia Grillo, che ha dimostrato capacità di intervento in alcuni dei casi portati all'attenzione delle cronache, vorrà condividere queste mie considerazioni e verificare lo stato dell'arte nel settore dell'informatizzazione dei servizi di emergenza nel senso che prima ho cercato di delineare. Aggiungo che tutto l'apparato sanitario, compresi i medici privati ed infermieri, dovrebbe essere coinvolto in caso di emergenza. Faccio un esempio estremo, ma certamente istruttivo, di un Paese che vive da sempre una condizione di speciale attenzione per il pericolo di attentati terroristici, Israele. Lì i medici sono tutti ufficiali della riserva. Ad ognuno di essi è assegnato un compito in caso di emergenza nel senso che non hanno bisogno di un ordine o di una indicazione per intervenire, ma sanno dove recarsi, in relazione alla loro specializzazione e alla loro presenza sul territorio. Non voglio fare l'esempio di un attentato, che mi auguro mai interessi l'Italia, ma credo di poter pretendere la massima attenzione delle autorità competenti nei confronti di calamità naturali, dal terremoto all'alluvione, eventi che periodicamente interessano varie regioni d'Italia. Questo Paese ha bisogno di organizzazioni semplici ma efficienti che sovvengano i cittadini nei casi di emergenza, perché è inammissibile nel 2018 un uomo debba morire perché l'ambulanza arriva in ritardo o perché la Tac non funziona. Un minimo di organizzazione avrebbe mobilitato una diversa ambulanza alla quale sarebbe giunto il messaggio che era inutile andare a Termoli perché in quell'ospedale la Tac non funziona. Per manutenzione. Salvatore Sfrecola
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I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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