Messaggio di Trump agli avversari: dall’America nessun «liberi tutti»
Donald Trump (Getty Images)
In campagna elettorale il tycoon aveva detto di non voler essere trascinato in nuovi conflitti. Ora ha fatto capire che questo non significa dare luce verde alle ambizioni di chi avversa l’Occidente. Xi Jinping prenda nota.

Sì, è vero: Trump ha contraddetto le promesse fatte al momento della sua elezione. Invece di rinunciare al ruolo di gendarme del mondo ha attaccato l’Iran, con le conseguenze che si vedranno. Dunque, il presidente americano ha stupito ancora elettori e osservatori, dimostrando che spesso ciò che dice – che si tratti di un impegno militare o dei dazi – non è da prendere alla lettera. Si potrebbe dunque giungere alla conclusione che l’uomo alla guida della più grande potenza mondiale sia totalmente inaffidabile: un matto alla guida di un’amministrazione più matta di lui, con uomini piazzati in posti chiave che non sembrano avere la competenza necessaria.

Tuttavia, si può anche guardare la faccenda da un altro punto di vista. Trump ha bombardato l’Iran, mettendo in conto di scatenare una reazione di Teheran che va dal blocco dello stretto di Hormuz all’attacco delle basi americane, con di mezzo la possibilità che il regime degli ayatollah organizzi attentati nelle principali città occidentali, come in passato, attraverso varie organizzazioni, ha dato prova di saper fare. Però sono anche veri alcuni fatti. I micidiali bombardieri degli Stati Uniti non hanno colpito le città e le abitazioni civili, ma solo i siti nucleari, quelli dove secondo le intelligence israeliana e americana gli scienziati iraniani preparavano la bomba atomica. Si può discutere se sia vero oppure no che Teheran stesse mettendo a punto ordigni nucleari: purtroppo, come abbiamo già avuto modo di spiegare, l’ambiguità con cui l’Aiea tratta da sempre la questione, procedendo un passo avanti e uno indietro, non ha aiutato a capire che cosa davvero stessero pianificando gli scienziati e i militari di Khamenei. Tuttavia un dato è certo: per una volta le bombe sono state intelligenti per davvero, nel senso che né gli Stati Uniti né lo stesso Iran segnalano quelli che in gergo cinico i militari chiamano effetti collaterali. Nessuna vittima civile. Anzi, prima che i B2 sganciassero missili in grado di perforare il cemento armato e la montagna, esplodendo in profondità, la Casa Bianca pare si sia premurata di avvisare gli iraniani, affinché facessero sgomberare il personale presente negli impianti messi nel mirino. Insomma, il Martello di mezzanotte, come è stata chiamata l’operazione, è stato gestito evitando che ci fossero vittime, in particolare fra i civili. Questa premura ha fatto sorgere il sospetto che gli iraniani siano riusciti a mettere al riparo l’uranio arricchito e salvare una parte dei macchinari: ma un impianto per produrre bombe non si sposta con facilità, né lo si ricostruisce rapidamente altrove. A ogni buon conto, vedremo ciò che accadrà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma già ora possiamo dire che il programma nucleare militare dell’Iran, se c’era, oggi è più lontano dall’essere concluso.

L’altro aspetto da considerare è che l’intervento degli Stati Uniti è un monito a tutti gli altri Paesi che minacciano azioni militari, in particolare la Cina. Se c’era un fattore preoccupante della dottrina Trump era che la politica di disimpegno dell’America dai principali teatri mondiali lasciava spazio a chiunque avesse ambizioni egemoniche nei confronti degli Stati vicini. Dalla Russia alla Cina, i regimi non potevano che guardare con favore al fatto che gli Usa non avessero più voglia di essere coinvolti in guerre lontano da casa. E l’idea che Trump avesse come obiettivo la riduzione delle spese militari a sostegno degli alleati non poteva che essere considerata una buona notizia. Meno soldi per la Nato significano meno fondi a disposizione sia per l’Ucraina che per gli ex Paesi satelliti dell’Unione sovietica e questo non può non impensierire la Polonia e i Baltici. Ma qualche riflessione sulla mossa di Trump forse la dovrà fare anche Xi Jinping, le cui ambizioni su Taiwan sono note. Al contrario di ciò che ha predicato in campagna elettorale, il presidente americano ha dato luce verde ai bombardieri e lo ha fatto mascherando fino all’ultimo le proprie intenzioni. Prima ha mostrato freddezza nei confronti di Netanyahu durante la visita a Washington, proprio per segnalare che tra Usa e Israele non c’era accordo sulla linea da tenere, poi, a seguito dei bombardamenti su Teheran, ha finto che gli Stati Uniti non avessero alcun ruolo.

Quindi si è inventato i 15 giorni di attesa prima di decidere il da farsi. In realtà oggi tutto appare chiaro: ogni cosa era stata pianificata, perfino le nozze del figlio di Netanyahu, organizzate per lasciar intendere agli ayatollah che il capo del governo di Gerusalemme in questi giorni avesse altro di cui occuparsi. In ogni guerra l’effetto sorpresa conta molto, così come la capacità di ingannare il nemico. Serviranno le mosse di Trump a evitare che il conflitto si estenda? Oppure scateneranno reazioni a catena portandoci sull’orlo di nuovi conflitti? Non ci vorrà molto per capirlo.

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