
«È il momento della verità per i rapporti franco-tedeschi, l'ora della resa dei conti per il futuro dell'eurozona». Sono le parole che il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ha riferito all'emittente televisiva nazionale Bfm. Dichiarazioni sufficienti a rendere l'idea della tensione che circondava l'incontro di ieri al castello di Meseberg, 60 chilometri a nord di Berlino, tra il presidente Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel, bilaterale svoltosi dopo i numerosi faccia a faccia e le oltre 50 ore di negoziati tra Le Maire e il suo omologo tedesco, Olaf Scholz.
A tenere banco c'è stato innanzitutto il dossier immigrazione. La Merkel veniva dal confronto di lunedì con il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, che nell'ottica del contenimento delle partenze, ha convinto la cancelliera ad appoggiare il progetto degli hotspot in territorio africano e del pattugliamento del Mediterraneo. La Germania, in sintonia con l'Eliseo, intende perseguire tale obiettivo attraverso un rafforzamento di Frontex; tuttavia, questa soluzione a Roma non incontra il favore di tutti. Ad esempio, il ministro delle Infrastrutture, il grillino Danilo Toninelli, ha scritto su Twitter che il nostro Paese non vuole «ancora più salvataggi in mare da Frontex, se poi l'agenzia europea si troverà comunque costretta a portare i naufraghi nei porti italiani». Una stoccata rivolta soprattutto a Macron, che nel suo incontro a Parigi con Conte aveva ribadito l'obbligo per l'Italia di farsi carico dei migranti strappati alle onde.
Da questo punto di vista, un sostegno alle nostre istanze è giunto proprio dalla Merkel, la quale, durante la conferenza stampa congiunta con il presidente francese, ha ammesso: «Accoglieremo le posizioni italiane». Alla fine, entrambi i leader hanno convenuto sulla necessità di una risposta europea all'immigrazione. Un passo avanti che rappresenta una vittoria italiana è stato fatto dal presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, presente a Meseberg. L'Ansa riferisce che una sua delegazione si è recata l'altro ieri dai collaboratori del ministro Salvini per parlare delle «piattaforme regionali per gli sbarchi» dei migranti. La proposta, che serve a ridurre gli oneri dei Paesi di approdo, era stata elaborata proprio da Juncker insieme alle agenzie Onu per le migrazioni (Oim) e i rifugiati (Unhcr) ed è condivisa da Macron e Merkel. Quest'ultima è alla prese con il riottoso ministro degli Interni Horst Seehofer, falco della Csu che, in vista del Consiglio Ue in programma per il 28 e 29 giugno prossimi a Bruxelles, le ha concesso due settimane di tempo per lavorare a un accordo europeo e scongiurare così i respingimenti unilaterali dei migranti registrati in altri Paesi. In caso di fallimento del vertice belga, la leader politica che tutti credevano inattaccabile dovrebbe piegarsi alla linea di Seehofer oppure licenziarlo, rischiando però di innescare una crisi di governo. In questo senso la Merkel ha incassato l'appoggio di Macron: «Concordiamo sul fatto che quei migranti che vengono registrati in un Paese e vanno in un altro devono essere rimandati indietro al più presto».
Una questione certo non secondaria per l'agenda del bilaterale a Meseberg è stata quella della riforma dell'eurozona. L'intesa finale include la realizzazione di un bilancio comune europeo in funzione anti crisi a partire dal 2021, i cui dettagli dovranno essere valutati dai vari ministri economici. L'idea è che gli stanziamenti, per un ammontare che oscilla tra i 10 e i 40 miliardi di euro, possa provenire dai contributi degli Stati membri e da misure fiscali come la Web tax, caldeggiata dalla Francia ma osteggiata da altri Paesi, a cominciare dall'Irlanda.
Dalla bozza è sparita la figura del «super ministro» europeo per vigilare sulle finanze pubbliche dei singoli Stati. È stato però mantenuto il progetto di trasformare in un Fondo monetario europeo il Meccanismo europeo di stabilità, ossia il celeberrimo Fondo salva Stati che succedette nel 2012 al Fondo europeo di stabilità finanziaria, creato nel 2010 per soccorrere (o affamare e commissariare, a seconda dei punti di vista) la Grecia. Il Fondo, come ha illustrato Radiocor, «diventerà il salvagente finanziario per la risoluzione bancaria»; indubbiamente un compromesso al ribasso per i francesi, i quali invece auspicavano che si arrivasse a un sistema di garanzia unico dei depositi bancari. Si tratta di un progetto che fonti dell'Eurogruppo definiscono «tutt'altro che morto», ma che richiede lunghi negoziati.
Al di là del ruolo del ministro delle Finanze Scholz, socialdemocratico considerato nemico dell'austerità e del rigorismo del predecessore Wolfgang Schäuble, è probabilmente l'indebolimento della Merkel, stretta tra la crisi politica interna e il nuovo governo italiano, che la incalza su immigrazione e utilizzo di risorse europee per contrastare la povertà e coprire i costi del reddito di cittadinanza, a spiegare le non trascurabili concessioni fatte dalla cancelliera.
Sebbene l'accordo raggiunto a Berlino non raccolga tutte le ambizioni iniziali dell'Eliseo, per la Merkel è già tanto aver ceduto sull'istituzione del bilancio comune, ipotesi da sempre impopolare in Germania per il timore che ciò rappresenti la premessa ai trasferimenti permanenti verso i Paesi più deboli. La cancelliera ha precisato che l'accesso ai finanziamenti sarà vincolato al rispetto del Patto di stabilità, ma la sensazione è che la necessità di tutelare l'asse franco-tedesco in una fase di accerchiamento della Germania abbia costretto la Merkel a ingoiare qualche rospo. Una piccola rivoluzione che sarebbe stata impensabile in tempi di ministri italiani genuflessi a Berlino e Bruxelles.






