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2023-09-02
Mercato fotofinish: Inter-Klaassen. Milan, giornata da pazzi e poi Jovic
Luka Jovic (Getty Images)
Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte.
L’Italia rimonta la Serbia e sogna
La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
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Nell’ultima data utile per gli affari Giuseppe Marotta regala a Simone Inzaghi il solido mediano dell’Ajax. Al Diavolo sfumano in 24 ore Mehdi Taremi, Patson Daka e Rafa Mir: alla fine firma l’ex Fiorentina Luka Jovic. Duvan Zapata al Toro, Sofyan Amrabat va allo United. Impresa ai Mondiali di basket: 16 punti sotto, la squadra di Gianmarco Pozzecco reagisce e superai poderosi balcanici 78-76. Monumentali Simone Fontecchio e Gigi Datome, ora ci tocca Portorico. Lo speciale contiene due articoli. Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercato-inter-klaassen-milan-jovic-2664764667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rimonta-la-serbia-e-sogna" data-post-id="2664764667" data-published-at="1693600604" data-use-pagination="False"> L’Italia rimonta la Serbia e sogna La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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Alberto Stasi (Ansa)
Dal 2015 Stasi era detenuto a Bollate e dal 2023 lavorava all’esterno dell’istituto penitenziario, in uno studio nel centro di Milano con mansioni amministrative e contabili terminate le quali con l’autobus si rimetteva sulla via del penitenziario. Negli ultimi mesi i giornalisti lo attendevano all’inizio o alla fine del lavoro nella speranza di strappare qualche commento dopo la riapertura delle indagini da parte della procura di Pavia a carico di Andrea Sempio, ma lui nulla, nessuna parola sui fatti giudiziari; solo parole di massima educazione nei confronti di chi si presentava col taccuino aperto o le telecamere accese. Del resto l’unica volta che si era sbilanciato concedendo un’intervista la Procura generale milanese chiese di annullare la semilibertà nell’aprile 2025; per fortuna la Cassazione confermò la scelta. Nell’udienza di ieri, cui ha partecipato anche Stasi, la Procura generale ha messo in luce come nel comportamento corretto ci siano anche l’accettazione della condanna da parte dell’ex bocconiano (accettazione che ovviamente non preclude la convinzione di proclamarsi innocente) e il risarcimento dei familiari di Chiara Poggi.
Stasi potrà continuare a lavorare dove già lavora e alle mansioni di ufficio affiancherà anche un percorso di volontariato. Nel provvedimento, che sarà depositato entro cinque giorni, il Tribunale indicherà le prescrizioni, come l’orario di rientro a casa, il fatto che non potrà lasciare l’Italia, e forse anche non dovrà rilasciare interviste e dichiarazioni perché tecnicamente non è ancora un uomo libero, una condizione che conoscerà - stando alla data di fine pena - nel 2028.
In questi mesi lo abbiamo conosciuto una seconda volta così, dopo che nel 2016 il tribunale dei giudici - e pure quello del popolo - cercava un colpevole, e forse lo voleva trovare anche senza che ve ne fosse l’assoluta certezza. Con la riapertura delle indagini il caso Garlasco ha riposizionato tutti gli attori, ne ha scombussolato le caselle e su quel ragazzo che da dieci anni e sei mesi si ritrova in carcere con l’accusa di essere il colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi, gli occhi di molti italiani hanno mutato il punto di visto, il giudizio, l’impressione. Ecco perché la decisione del Tribunale di sorveglianza di accogliere la richiesta di affidamento in prova ci procura un brivido di compassione suppletiva, un moto di compiacimento, una «pacca sulla spalla» data a questo ragazzo invecchiato in gattabuia senza la certezza «al di là di ogni ragionevole dubbio» che fosse stato lui a uccidere Chiara.
Il fatto che non debba più tornare in carcere la sera e che possa riprendere le misure di una dimensione domestica senza sbarre, senza orari, senza quei rumori di fondo che per dieci anni e passa sono entrati nell’orecchio come acufene, merita un sorriso di compiacimento. Il nostro - da tempo riteniamo ingiusta quella condanna e quindi quella detenzione - di sicuro; ma anche chi non lo crede del tutto innocente non può che rallegrarsi per questa scelta che riallinea i principi del processo penale: non si condanna se la verità resta appiccicata ai dubbi, se la verità processuale non si smarca dalla leggerezza degli indizi. Perché il paradosso di questa lunga, tormentata vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi è proprio questo: chi ha ucciso la ragazza? Chi non ha saputo leggere la scena del crimine? Chi non ha saputo in questi anni togliere la patina ai dubbi affermando una solida verità processuale?
Se ci rallegriamo perché Stasi non dovrà più tornare in cella dopo l’affidamento in prova ai servizi sociali, restiamo impauriti perché si possano fare dieci anni e sei mesi in galera quando - come stiamo vedendo - ci sono diversi scenari investigativi e quindi processuali possibili. È per questa scena del crimine «aperta» che ci viene da incoraggiare quel ragazzo dagli occhi di ghiaccio, diventato grande in un altro modo.
L’affidamento in prova non fa da preludio all’eventuale revisione del suo processo, sia chiaro, ma per l’opinione pubblica è intanto un alleggerimento della sua posizione personale, e poi è la speranza di arrivare a questa benedetta verità processuale «al di là di ogni ragionevole dubbio». Dicono che Stasi non tornerà a vivere a Garlasco, dicono che resterà a Milano in una casa dove vuole respirare aria nuova. E per questo potrebbe lasciare persino gli abiti ai compagni di cella. Alberto proverà a riprendersi la vita (e come messa in prova potrebbe bastare).
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