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2023-09-02
Mercato fotofinish: Inter-Klaassen. Milan, giornata da pazzi e poi Jovic
Luka Jovic (Getty Images)
Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte.
L’Italia rimonta la Serbia e sogna
La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
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Nell’ultima data utile per gli affari Giuseppe Marotta regala a Simone Inzaghi il solido mediano dell’Ajax. Al Diavolo sfumano in 24 ore Mehdi Taremi, Patson Daka e Rafa Mir: alla fine firma l’ex Fiorentina Luka Jovic. Duvan Zapata al Toro, Sofyan Amrabat va allo United. Impresa ai Mondiali di basket: 16 punti sotto, la squadra di Gianmarco Pozzecco reagisce e superai poderosi balcanici 78-76. Monumentali Simone Fontecchio e Gigi Datome, ora ci tocca Portorico. Lo speciale contiene due articoli. Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercato-inter-klaassen-milan-jovic-2664764667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rimonta-la-serbia-e-sogna" data-post-id="2664764667" data-published-at="1693600604" data-use-pagination="False"> L’Italia rimonta la Serbia e sogna La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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