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2023-09-02
Mercato fotofinish: Inter-Klaassen. Milan, giornata da pazzi e poi Jovic
Luka Jovic (Getty Images)
Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte.
L’Italia rimonta la Serbia e sogna
La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
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Nell’ultima data utile per gli affari Giuseppe Marotta regala a Simone Inzaghi il solido mediano dell’Ajax. Al Diavolo sfumano in 24 ore Mehdi Taremi, Patson Daka e Rafa Mir: alla fine firma l’ex Fiorentina Luka Jovic. Duvan Zapata al Toro, Sofyan Amrabat va allo United. Impresa ai Mondiali di basket: 16 punti sotto, la squadra di Gianmarco Pozzecco reagisce e superai poderosi balcanici 78-76. Monumentali Simone Fontecchio e Gigi Datome, ora ci tocca Portorico. Lo speciale contiene due articoli. Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercato-inter-klaassen-milan-jovic-2664764667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rimonta-la-serbia-e-sogna" data-post-id="2664764667" data-published-at="1693600604" data-use-pagination="False"> L’Italia rimonta la Serbia e sogna La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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