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2023-09-02
Mercato fotofinish: Inter-Klaassen. Milan, giornata da pazzi e poi Jovic
Luka Jovic (Getty Images)
Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte.
L’Italia rimonta la Serbia e sogna
La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
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Nell’ultima data utile per gli affari Giuseppe Marotta regala a Simone Inzaghi il solido mediano dell’Ajax. Al Diavolo sfumano in 24 ore Mehdi Taremi, Patson Daka e Rafa Mir: alla fine firma l’ex Fiorentina Luka Jovic. Duvan Zapata al Toro, Sofyan Amrabat va allo United. Impresa ai Mondiali di basket: 16 punti sotto, la squadra di Gianmarco Pozzecco reagisce e superai poderosi balcanici 78-76. Monumentali Simone Fontecchio e Gigi Datome, ora ci tocca Portorico. Lo speciale contiene due articoli. Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercato-inter-klaassen-milan-jovic-2664764667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rimonta-la-serbia-e-sogna" data-post-id="2664764667" data-published-at="1693600604" data-use-pagination="False"> L’Italia rimonta la Serbia e sogna La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
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Aveva scritto «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro gesù cristo in croce (tutto con la minuscola) lo brucio», in una mail indirizzata all’Università di Modena colpevole, a suo avviso, di non garantirgli un posto di lavoro «da impiegato».
Dalla cella di isolamento in cui si trova non ha dato alcun segno di pentimento e, tuttavia, tra le prime cose richieste per passarsi il tempo, insieme alle sigarette e a qualche lettura, ci ha infilato pure la Bibbia. Particolare che, se sei sospettato di essere un seguace di Allah, di certo male non fa. Eppure, come era ormai scontato, per Salim El Koudri, accusato di strage e lesioni aggravate per la carneficina di sabato scorso compiuta a Modena a bordo della sua auto lanciata ai 100 chilometri all’ora sulla folla, come primo passaggio verrà chiesta una perizia per l’infermità mentale. E, con ogni probabilità, i trascorsi di cura presso il Centro di salute mentale di Catelfranco Emilia finiranno per garantirgliela.
«Una perizia psichiatrica è ineludibile», ha dichiarato l’avvocato Fausto Gianelli (nominato in sostituzione dell’avvocato Francesco Cottafava, inizialmente assegnato d’ufficio) descrivendo come un ragazzo «in totale confusione mentale» il trentunenne di origine marocchina responsabile di aver macellato una donna, tranciandole entrambe le gambe con le lamiere della sua auto, dopo aver investito intenzionalmente altre sette persone che passeggiavano tranquille, lo scorso sabato pomeriggio, nell’area pedonale del centro di Modena.
L’interrogatorio di convalida in carcere, previsto per ieri, è stato rinviato e si terrà questa mattina, ma la linea di difesa per l’attentatore è già chiara: secondo l’avvocato Gianelli, il suo assistito è affetto da un evidente «disagio psichiatrico» per il quale «dovrà essere visitato e probabilmente assistito anche farmacologicamente per una prima cura», successivamente «una perizia psichiatrica sarà indispensabile» anche perché per il momento «El Koudri non sarà probabilmente in grado di fare ragionamenti». Dunque, forse, nemmeno di rispondere oggi.
«Andavo più forte che potevo, non volevo far del male», avrebbe dichiarato l’attentatore al suo legale che ha riportato anche la fredda reazione dell’uomo davanti alla spiegazione delle condizioni dei feriti, tra cui la donna che ha perso entrambe le gambe. «Che cosa tremenda», è l’unica frase che per ora gli è uscita dalla bocca dopo aver causato quella carneficina. «Ho bisogno di qualcuno che mi capisca», avrebbe invece sostenuto con forza El Koudri, che non ha tuttavia chiesto di incontrare la propria famiglia, spiegando di essere uscito quel giorno di casa «con la convinzione di morire», ma prendendo con sé un coltello da cucina. Che comunque non si sa mai...
Nessuna evidenza di una radicalizzazione in corso, insistono difensori e buonisti, arrivando addirittura a puntare il dito contro il sistema sanitario del nostro Paese che, a corto di fondi, non si occupa in modo adeguato dei malati psichici.
In realtà El Koudri, nato a Bergamo, cresciuto a Ravarino (paese di 6.000 anime nella campagna modenese) dove ha studiato e si è laureato in economia aziendale all’Università di Modena (che nella vicenda si è messa a disposizione delle autorità giudiziaria), quando aveva chiesto aiuto era stato accolto e seguito.
Dal 2022 al 2024 aveva frequentato il Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, era stato preso in carico e gli erano state prescritte cure adeguate che poi aveva deliberatamente deciso di smettere. «Perché ha smesso di prendere le medicine? Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha aggiunto ancora l’avvocato Gianelli descrivendo la situazione.
Al di là dell’aspetto sanitario, certamente presente, la piega che aveva preso la sua insoddisfazione di straniero di seconda generazione a cui la narrazione buonista della sinistra italiana, in cerca di facili adesioni, promette mari e monti ma che poi - come tutti - deve fare i conti con la realtà, sembra piuttosto chiara. «Voglio lavorare!», scriveva El Koudri il 27 aprile del 2019 in una mail indirizzata all’Università di Modena e già segnalata all’epoca alla Digos per i contenuti non proprio tranquillizzanti. «Non riesco a trovare lavoro coerente con i miei studi (...) Dovete farmi lavorare come impiegato non magazziniere capito e qua a Modena e non in culo al mondo dove ti rimangono in tasca 500 euro al mese se ti va bene», insisteva, aggiungendo l’ormai nota frase «Bastardi cristiani di merda», seguita, sempre via mail, dalle laconiche scuse «Mi dispiace per la maleducazione», che oggi dovrebbero servire a provare la sua condizione di ragazzo confuso.
Ma non è tutto. Dal magma dei social, infatti, cominciano a emergere anche altri contenuti scritti di suo pugno che Meta aveva cancellato perché inappropriati: «Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba», scriveva El Koudri. E, ancora, altri post in arabo e in italiano, in cui il trentunenne descriveva sé stesso come una persona particolarmente capace e dotata, in lotta con una società - quella occidentale, si noti, che ha accolto la sua famiglia e formato lui fino alla laurea - «ipocrita, che afferma moralità e dignità ma è lontana da esse».
«Se hai queste qualità e vivi in questa società, non esitare a tagliare qualsiasi mano che ti disturba o ti danneggia», concludeva l’uomo aggiungendo la propria firma, «Salim», accompagnata da un cuore nero.
Sono due le donne con arti amputati
Restano gravissime le condizioni di alcuni dei cinque feriti ricoverati tra Modena e Bologna dopo essere stati travolti sabato scorso nel centro storico modenese, quando Salim El Koudri ha lanciato la sua auto a folle velocità sui passanti. Otto i feriti, di cui quattro gravi (codice tre), uno in codice 2 e tre in codice 1, meno gravi.
«Come mi sento? L’unico dolore fisico che provo è la sensazione di avere degli aghi conficcati nelle braccia, ma i medici mi hanno assicurato passerà. Mi ritengo fortunato perché potrei non essere qui. Sto per diventare nonno per la terza volta, l’ho detto anche al presidente Mattarella. Ed è la cosa che al momento mi rende più felice e mi aiuta a superare quello che è accaduto». Così racconta lo chef Ermanno Muccini, 59 anni, ricoverato all’ospedale di Baggiovara, che ha riportato un trauma facciale e microfratture alla testa, ma se la caverà con 30 giorni di prognosi. Nello stesso ospedale è ricoverata la donna tedesca di 69 anni tra i feriti più gravi. Ieri è stata estubata, respira autonomamente ed è cosciente. Anche l’altra donna di 53 anni, polacca, residente a Castelfranco, la prima persona investita mentre era in sella alla sua bicicletta, sempre in condizioni gravi, presenta un quadro clinico stabile ma per entrambe la prognosi resta riservata. Le due donne hanno subito l’amputazione degli arti inferiori. «A nome della mia famiglia chiedo spazio e riservatezza, a chiunque possa arrivare questo mio pensiero». Così una delle figlie della coppia di cinquatacinquenni, Angelo Ciccarelli e Monica Esposito, ricoverati all’ospedale Maggiore di Bologna. In una storia su Instagram, la figlia scrive: «Ci troviamo coinvolti e stravolti in una tragedia», sottolineando l’esigenza di mantenere intatta la privacy della famiglia. I due coniugi sono in condizioni stabili. La donna presenta diversi traumi: il quadro clinico registra un lieve miglioramento, ma le sue condizioni restano critiche e permane il pericolo di vita. Il marito, anche lui politraumatizzato, è stabile e non si trova più in immediato pericolo di vita. Un altro ferito ieri ha ricordato l’incidente: «È stata una cosa velocissima. Non ho visto nemmeno l’auto che mi arrivava addosso. Cosa vedevo da terra? Vedevo poco, la gente che soccorreva, sono state persone stupende perché c’è stato un attimo di empatia di tutti». Tra i primi a prestare i soccorsi sabato c’era Alessandro Misericordia, 33 anni di Sant’Elpidio a Mare (Fermo), medico specializzando in medicina interna all’ospedale di Baggiovara. «È stato un qualcosa che mi segnerà per tutta la vita e spero che i pazienti che abbiamo gestito, ora abbiano il miglior decorso possibile», ha raccontato il giovane professionista, «ero in centro città per fare delle compere per la casa, in un negozio, quando ho sentito il rumore di un forte impatto. Sono uscito e ho visto una donna con le gambe amputate. Così ho subito preso dei guanti e, insieme a un’infermiera, l’ho raggiunta cercando di fermare l’emorragia con la mia cintura. Lo stesso ha fatto l’infermiera. Mi sono girato e ho visto altre persone a terra. A quel punto sono andato a controllare come stessero, se fossero coscienti e respirassero. Ho fatto rivalutazioni continue fino a quando non è arrivata la prima ambulanza che ho diretto verso la donna con le gambe amputate, la paziente in condizioni peggiori». Intanto sono stati dimessi dal pronto soccorso del Policlinico di Modena una donna di 22 anni con trauma cranico, con 10 giorni di prognosi, un uomo di 30 anni colpito da un attacco di panico, con 2 giorni di prognosi, e un uomo di 47 anni ferito da taglio, dimesso con 7 giorni di prognosi.
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I soccorsi a Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Sebbene le modalità della strage siano le stesse usate negli attentati che hanno già insanguinato l’Europa, la versione ufficiale punta a escludere qualsiasi correlazione con il terrorismo, declassando la faccenda a tragico evento, con un ancor più tragico autore. Il quadretto consolatorio diffuso nei primi giorni, tuttavia, vacilla di fronte ad alcuni dati di fatto. Il primo è costituito dai messaggi che l’autore della strage inviò tempo fa all’Università di Modena. Voleva lavorare, non come magazziniere, ma come impiegato. E non lontano da casa, bensì in città. E voleva anche uno stipendio adeguato, che non gli lasciasse in tasca solo 500 euro al mese. Insomma, un lavoro comodo e ben pagato. E siccome l’ateneo non offriva un’assunzione adeguata alle sue esigenze, El Koudri aveva insultato Gesù Cristo, promettendo di bruciarlo. E le minacce, ovviamente, erano accompagnate da epiteti tipo «cristiani di merda», «bastardi», eccetera.
Era frustrato, ci spiegano oggi. Voleva un lavoro che la nostra società non era in grado di dargli. Come ho scritto, colpa nostra, dunque. Perché promettiamo integrazione e poi, invece, diamo emarginazione. In realtà, il caso El Koudri dimostra una cosa opposta, ovvero che non basta l’integrazione a evitarci casi come quello di Modena. Mi spiego. Il marocchino che sabato pomeriggio ha deciso di travolgere quanti più passanti possibile aveva la cittadinanza italiana e aveva studiato in Italia, laureandosi in Economia. Sulla carta, dunque, era un immigrato che ce l’aveva fatta. Anzi, un immigrato di seconda generazione, la cui famiglia era riuscita a trovare un lavoro e una sistemazione prima in Lombardia e poi in Emilia-Romagna, ovvero in due delle Regioni più ricche e con un mercato del lavoro in grado di assorbire i giovani. Peccato che le aspettative di El Koudri fossero altre. A lui non bastava avere in tasca la carta d’identità italiana e il diritto di votare. Voleva un lavoro all’altezza dei suoi studi, come vogliono migliaia di giovani laureati italiani. I quali, però, anche se frustrati, non prendono l’auto e si lanciano contro la folla.
Aggiungo di più. Ogni tanto le statistiche ci informano che in Italia è in aumento la povertà. Ma basta approfondire i dati per scoprire che se le famiglie italiane con un reddito da fame rappresentano il 6,2% della popolazione, quelle composte esclusivamente da stranieri superano il 35%. Non è tutto: sempre l’Istat ci aggiorna sulle percentuali di disoccupati, che per quanto riguarda gli italiani viaggiano intorno al 6%, ma se si tratta di stranieri siamo al 10. Che cosa voglio dire con queste percentuali? Che siamo seduti su una polveriera, perché è evidente che, avendo aperto le porte a un’immigrazione non governata, abbiamo aumentato il numero di chi non ha un lavoro, un’identità e un futuro. Sempre secondo l’Istat, gli stranieri in povertà sono 1,8 milioni e da queste cifre si ricava anche il numero di extracomunitari che non studiano e non lavorano. Se la percentuale fra i giovani italiani è pari al 12,9%, per gli immigrati di prima e seconda generazione si passa al 38,5.
C’è altro da aggiungere? Sì, ovvero che Salim El Koudri ha cambiato legale. Da ieri ad assisterlo è Fausto Gianelli, coordinatore dei giuristi democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell’Associazione europea degli avvocati per la democrazia e i diritti umani, nonché difensore di Abu Rawwa, il marocchino coinvolto nell’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas. E l’avvocato Gianelli tiene a farci sapere che il suo assistito ha chiesto la Bibbia. Seguirà perizia per dimostrare che è incapace di intendere e volere.
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