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2023-09-02
Mercato fotofinish: Inter-Klaassen. Milan, giornata da pazzi e poi Jovic
Luka Jovic (Getty Images)
Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte.
L’Italia rimonta la Serbia e sogna
La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
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Nell’ultima data utile per gli affari Giuseppe Marotta regala a Simone Inzaghi il solido mediano dell’Ajax. Al Diavolo sfumano in 24 ore Mehdi Taremi, Patson Daka e Rafa Mir: alla fine firma l’ex Fiorentina Luka Jovic. Duvan Zapata al Toro, Sofyan Amrabat va allo United. Impresa ai Mondiali di basket: 16 punti sotto, la squadra di Gianmarco Pozzecco reagisce e superai poderosi balcanici 78-76. Monumentali Simone Fontecchio e Gigi Datome, ora ci tocca Portorico. Lo speciale contiene due articoli. Ingredienti condivisi accomunano i film su James Bond all’ultima giornata di calciomercato: c’è la spy story, il capovolgimento di fronte improvviso, la menzogna parlata a uso e consumo della verità scritta. Ma nell’universo di 007, il nostro agente segreto se la caverà per il rotto della cuffia. Nel calciomercato le cose non vanno sempre come vorremmo. Pensiamo alla fibrillazione rossonera di ieri. Il Milan a trazione Furlani-Moncada aveva puntato dritto su Mehdi Taremi. Occorreva un vice Giroud dalle caratteristiche simili e Okafor, neo arrivo elvetico, bravo coi piedi, non è una prima punta e non sa praticare le mosse del bomber francese. Ecco allora che l’attaccante persiano trentunenne del Porto, non un portento, ma un giocatore esperto, identico per peculiarità a Giroud, con una decina di gol a stagione in carniere, sarebbe stato manna. Nel pomeriggio la trattativa si è arenata, troppi intermediari, si dice, richieste altalenanti di Pinto da Costa, presidente del club portoghese, 15 milioni e l’acquisto poteva forse essere completato, e però all’ultimo le prospettive son deflagrate. I rossoneri hanno virato su Patson Daka, zambiano, 24 anni, ex Salisburgo, benedetto dall’occhio clinico degli osservatori Red Bull. Non prima punta tout court, sebbene potente, da ragazzino annoverato fra i futuri fenomeni. Tentativo di prestito oneroso, tempi troppo stretti per un extracomunitario. Il Diavolo ha detto addio a Daka e provato ad acchiappare Rafa Mir del Siviglia. Gli spagnoli hanno risposto picche perché incapaci di scovare un rimpiazzo in poche ore. Ebbene, a Milanello, senza effettuare le visite mediche (dunque fidandosi dei medici della Fiorentina), approda Luka Jovic, serbo di 25 anni, vecchia conoscenza dell’Olimpo del calcio, dal quale è caduto andando ad arricchire la dispensa delle carni frollate. Jovic era un potenziale prodigio, a Francoforte segnava gol a grappoli. Purtroppo l’avventura al Real Madrid non lo ha consacrato - il Bernabeu è un tritacarne per chi non sa reggerlo - e quest’anno a Firenze gli preferiscono Nzola, Beltrán, Infantino. Adesso dovrà sfoderare il lignaggio serbo - popolo orgoglioso, identitario, intrepido - per sovvertire i pronostici. Ha un anno di tempo per convincere Pioli, è arrivato a titolo definitivo dalla Viola. Il Milan mantiene la sua logica di fondo: una rosa muscolare e virtuosa, con Pulisic a dar spettacolo assieme a Leao davanti, con Loftus Cheek che è un Kessie un po’ meno dinamico, con Reijnders, geniaccio dalle geometrie intelligenti. Jovic è una scommessa ed evidenzia una falla: si è arrivati a fine mercato con l’acqua alla gola. Ottime notizie invece per il giovane Colombo: andrà in prestito al Monza, dove, con la partenza di Petagna verso Cagliari, potrà esprimere il suo potenziale. Divock Origi volerà al Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, Alexis Saelemakers al Bologna di Thiago Motta con la medesima formula, l’ex Castillejo al Sassuolo. L’Inter, guidato dall’astuzia di Beppe Marotta, ha imitato il Galliani dei tempi dei Tre giorni del Condor. Tre giornate in cui ha ingaggiato Benjamin Pavard, terzino della nazionale transalpina solido e duttile, ex Bayern, 27 anni, 30 milioni il suo prezzo, 5 netti all’anno di stipendio. Ieri ha ufficializzato l’olandese trentenne Davy Klaassen, centrocampista, colonna dell’Ajax e della nazionale arancione. Era in scadenza di contratto, un colpo quasi a zero che compensa la mancata acquisizione di Samardzic dall’Udinese. Klaassen è una mezzala versatile, in patria ha segnato 93 reti in 321 gare, non scordando 50 assist, garantisce sostanza. I nerazzurri hanno allestito una squadra razionale ed efficiente, in avanti contano sull’estro di Lautaro Martinez a cui, con Thuram, Arnautovic e Sanchez, hanno affiancato discrete sponde. In casa Toro si festeggia. Duvan Zapata, ex Atalanta, è l’ariete al servizio di Juric. Ha firmato un triennale da 2,5 milioni netti. Il colombiano è nerboruto, sa segnare, a Torino farà la differenza e certifica la strategia degli atalantini: puntare con convinzione sul nuovo acquisto Scamacca, 24 anni, e sulla rigenerazione del belga De Ketelaere, reduce da una stagione da tregenda al Milan. Il colpaccio vero lo ha siglato il Frosinone, assicurandosi Ibrahimovic. Peccato però si tratti di Arijon, kosovaro, 17 anni, centrocampista promettente, solo un omonimo del divino Zlatan. Con la Juve per il momento completa, in attesa che la mano di Giuntoli plasmi la rosa del futuro nelle prossime sessioni, un gran mercato è stato allestito dalla Roma di Friedkin e Mourinho. L’arrivo in prestito di Romelu Lukaku la posiziona tra le pretendenti al titolo, ma nella capitale si coltiva un sogno chiamato Sergio Ramos. Il difensore di 37 anni, ex Psg e Real, può essere scritturato oltre la scadenza di ieri poiché svincolato, e garantirebbe ai capitolini un’iniezione di esperienza. Un po’ quella trasmessa da Leonardo Bonucci accasatosi, con Robin Gosens, all’Union Berlino, squadra dove gli azionisti sono i tifosi, che disputerà la Champions League e ben figurerà in Bundesliga. Mentre il centrocampista marocchino della Fiorentina Sofyan Amrabat approda al Manchester United per 35 milioni, la Lazio vede sfumare Greenwood, indicando nel giapponese Kamada (già tallonato dal Milan) il suo acquisto più prezioso. All’estero intanto il Liverpool ha infranto i sogni degli arabi, che avevano offerto più di 200 milioni per Salah: uno sproposito e un’onta forse per qualsiasi forma di etica sportiva al di fuori del danaro. Nel frattempo, il Brighton di De Zerbi ha ingaggiato in prestito Ansu Fati dal Barcellona, e Kolo Muani, che aveva fatto fuoco e fiamme per trasferirsi al Psg e giocare con l’idolo Mbappè, rimarrà all’Eintracht Francoforte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercato-inter-klaassen-milan-jovic-2664764667.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-rimonta-la-serbia-e-sogna" data-post-id="2664764667" data-published-at="1693600604" data-use-pagination="False"> L’Italia rimonta la Serbia e sogna La buona notizia è che coach Gianmarco Pozzecco non vorrà più buttarsi dalla finestra, come da minaccia - ironica, ma intrisa di quel gusto per la tragedia greca insito nello spirito dell’ex playmaker della Pallacanestro Varese - dopo la sconfitta dell’Italbasket contro la Repubblica Dominicana. Gli azzurri, che già avevano recuperato nella prima fase battendo le Filippine, hanno sconfitto i giganti della Serbia, 78-76 il punteggio. Significa premere sull’acceleratore verso i quarti di finale dei Mondiali, a portata di mano se domenica i ragazzi tricolore supereranno Portorico. Un monumento equestre lo merita Simone Fontecchio, 30 punti per lui. L’ala piccola degli Utah Jazz ha schiacciato come un forsennato, ha acchiappato rimbalzi come se fosse stato un Supersayan della serie animata Dragon Ball, non dimenticandosi di stoppare con la rabbia di chi sente il fuoco ardente nel cuore. La sfida diretta per lui era con l’omologo Bogdanovic, uscito con le ossa rotte dal confronto: soltanto 18 punti per il serbo e qualche ombra. Gigi Datome si è rivelato provvidenziale nel terzo periodo, vissuto dai nostri come un autentico girone dantesco: ha piazzato due tiri da tre, con i suoi 10 punti complessivi si è imposto tra gli artefici della vittoria. L’inizio degli italiani è stato quadrato e coeso, il primo quarto li ha visti in vantaggio, tuttavia i serbi si dimostravano efficaci e, minuto dopo minuto, guadagnavano fiducia nel marcare e nel contrattaccare. Al punto che dopo l’intervallo si è innescato il dramma. I balcanici sono volati avanti di 16 punti, disintegrando all’apparenza le speranze nostrane. Eppure, quando il pericolo aumenta, aumentano le possibilità di salvarsi, come sosteneva il poeta Friedrich Holderlin. Aveva ragione. Fontecchio decideva così di caricarsi il fardello della responsabilità sulle spalle, l’Italia piazzava un parziale di 10-0 e i giochi si riaprivano. Merito pure di Spissu, stratosferico nel piazzare la palla quando e dove serviva, non scordando la baldanza di Nicolò Melli da Reggio Emilia sui due lati del campo e i punti determinanti di Severini. La Serbia di coach Pesic è stata un’avversaria tosta, ben schierata, dell’Italia conosceva i punti deboli. A maggior ragione il trionfo nazionale è da ricercare nel gran cuore e nel talento sfoderato al momento opportuno. «Abbiamo scioccato il mondo», commenta Pozzecco, «sono un uomo fortunato perché fidarsi di questi ragazzi è facilissimo». Quanto all’inciampo contro i dominicani: «Nessun rimpianto, nella vita non esiste la perfezione, viviamo con le emozioni del momento e questa partita ce ne ha regalate tante». Fontecchio è a sua volta raggiante: «Dedico il match alla mia famiglia, a mia moglie e a mia figlia. Tutto quello che faccio, lo faccio per loro. Sono andato a cercare qualcosa dentro di me quando eravamo sotto di 16 punti. Abbiamo compiuto uno sforzo allucinante, Datome ci ha dato una spinta incredibile, è stato bellissimo vedere i suoi canestri».
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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