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2024-10-20
Mercati e agenzie Usa promuovono l’Italia
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
«I giudizi delle agenzie di rating sono il risultato dell’azione responsabile di questo governo che si traduce in credibilità per l’Italia». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha commentato così i giudizi di Standard&Poor’s e di Fitch, arrivati nella tarda serata di venerdì quando questo giornale era già andato in stampa. Entrambe le agenzie di rating hanno confermato a BBB il merito di credito a lungo termine del nostro Paese, con la differenza che S&P ha mantenuto l’outlook stabile mentre Fitch lo ha migliorato a positivo. La stessa Fitch che una settimana fa aveva rivisto al ribasso le prospettive sul rating della Francia, abbassando l’outlook da stabile a negativo, attendendosi per Parigi deficit fiscali più ampi.
L’Italia, invece, passa indenne la prova a pochi giorni dal varo della manovra di bilancio. Secondo S&P, che ha mantenuto l’outlook stabile, ci sono «prospettive di crescita del pil italiano rosee», con l’economia attesa crescere di circa l’1% nel periodo 2024-2025 rispetto allo 0,2% del decennio precedente alla pandemia. La maggiore sfida per l’Italia resta l’elevato debito. «Al 135% del Pil nel 2024 è fra i più alti». E si muove verso il 138% nel 2027. «Questo è preoccupante perché limita la capacità del governo di effettuare investimenti a sostegno della crescita», osserva l’agenzia di rating, spiegando che sull’aumento del debito pesano principalmente aggiustamenti legati al Superbonus.
S&P osserva, comunque, un miglioramento della traiettoria fiscale. L’Italia è infatti attesa raggiungere un saldo primario l’anno prossimo mentre il deficit è previsto scendere sotto il 3%, al 2,9%, nel 2027. S&P cita anche alcune sfide strutturali del nostro Paese, e fra queste l’invecchiamento della popolazione. Prima del giudizio sul rating emesso venerdì, va segnalato anche un report della stessa agenzia diffuso lo scorso 17 ottobre. «L’elevato debito pubblico e le grandi esigenze di finanziamento rappresentano un rischio maggiore per le banche italiane rispetto ai loro pari», si legge nello studio. «Abbiamo ribadito la nostra opinione dopo che il governo italiano ha delineato i piani per raccogliere fino a 3,5 miliardi di euro da banche e assicuratori nazionali per aiutare a rispettare gli impegni di bilancio. La mossa ci conferma anche che istituzioni finanziarie altamente redditizie, ben capitalizzate e liquide sono diventate un bersaglio facile per i governi di tutta Europa». Insomma, qualche riflettore si è acceso sulla scelta di chiedere «sacrifici» agli istituti di credito (anche se non si tratta di una tassa quanto piuttosto di un anticipo di cassa, di un prestito a tasso zero) che potrebbero secondo gli analisti di S&P diventare un target anche per altri Stati seguendo l’esempio dell’Italia. E questo, chiaramente, al mercato non piace.
L’agenzia Fitch, dal canto suo, ha migliorato la previsione da stabile a positiva, parlando di «piano fiscale credibile e di una situazione politica stabile». Sostiene che la credibilità di bilancio dell’Italia è aumentata, e come il budget 2025 mette in evidenza l’impegno del governo verso le regole fiscali dell’Unione europea. E a giudicare dall’andamento del differenziale tra i rendimenti dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi, il clima generale lascia presagire una maggiore fiducia rispetto al passato. Prova ne è che lo spread tra Btp e Bund a 10 anni è sceso sotto i 118 punti base, ai minimi degli ultimi tre anni. L’andamento del differenziale tra titoli italiani e tedeschi è crollato dai 233 punti del 22 ottobre 2022 ai 117 dell’ultima seduta (-48,75%). Segno che non manca la fiducia nella sostenibilità del debito, nonostante nell’ultimo biennio esso abbia quasi raggiunto quota 3 miliardi. Non solo. I rapporti tra il governo Meloni e Piazza Affari sembrano sin qui stati buoni: dal giorno dell’insediamento della leader di Fratelli d’Italia a oggi, il FtseMib ha messo a segno un rialzo di quasi 14.000 punti pari a una performance del 62,46%.
Alle pagelle mancano però altri voti. Dopo Fitch e S&P, il 25 ottobre sarà infatti la volta di Dbrs. Mentre il 22 novembre ad aggiornare il giudizio sui Btp anche Moody’s: attualmente è l’agenzia che mantiene il rating più basso sui titoli italiani, al livello Baa3 e outlook stabile, il più basso tra i giudizi di «investment grade», ovvero a un passo dai titoli considerati spazzatura.
La vera sfida, a parte il fardello del debito, è anche il sentiero stretto lungo cui il Mef si deve muovere. Perché con la firma del nuovo Patto di stabilità i margini di manovra si sono ulteriormente ridotti. E molti dimenticano che tra il 2020 e il 2021 abbiamo preso impegni di spesa per 400 miliardi di euro, tra gestione dell’emergenza Covid, Recovery Plan e Superbonus.
Intanto, per la manovra la settimana che sta per cominciare sarà cruciale. Martedì (data che coincide, peraltro, con l’anniversario dell’avvio della legislatura e del giuramento da premier di due anni fa) si dovrebbe tenere la conferenza stampa di Giorgia Meloni per i dettagli e sempre martedì ci sarà il primo incontro tra i capigruppo della maggioranza alla Camera e il presidente della commissione competente, quindi per allora il testo dovrebbe essere pronto.
«Nessun aumento sulle accise o il mondo dei camion va a sbattere»
«Nella manovra non c’è nulla che aiuti la crescita delle imprese dei trasporti. Inoltre, resta da vedere se il ministro Giorgetti manterrà la sua parola e non alzerà le accise per gli autotrasportatori». A parlare con la Verità è Pasquale Russo, presidente dal giugno 2023 di Conftrasporto, la confederazione più rappresentativa del mondo dei trasporti, della logistica e della mobilità, aderente a Confcommercio.
Sulle accise per gli autotrasportatori il ministro Giorgetti ha promesso che non ci saranno rialzi. Cosa ne pensa?
«Sulle accise prendiamo ovviamente per buono quello che ha dichiarato il ministro Giorgetti e cioè che l’aumento dovrebbe essere scongiurato per chi lo utilizza in maniera professionale come l’autotrasporto. Anche se ovviamente questo poi lo verificheremo. Non dovesse essere così, si aprirebbe un problema molto importante perché l’autotrasporto non è assolutamente nella condizione di poter sostenere ulteriori costi legati al gasolio, all’energia. Inoltre, sarebbe un ulteriore elemento che renderebbe meno concorrenziale le imprese italiane rispetto a quelle europee che già oggi non solo pagano un’accisa generale più bassa, ma che utilizzano anche il sistema di sterilizzazione previsto dalla direttiva comunitaria. Secondo noi, in generale l’aumento delle accise è sbagliato.
Cosa c’è nella manovra per le imprese del settore del trasporto?
«Dobbiamo andare a vedere puntualmente quello che succede nel decreto legislativo fiscale. In generale, per quanto ci riguarda, nel piano strutturale di bilancio vengono fatti alcuni riferimenti ad alcune materie per noi molto importanti, ma che non si concretizzano. Si cita, ad esempio, la messa in funzione del Sudoco, che è lo sportello unico dei controlli doganali, una misura che tra l’altro non costa, di coordinamento delle attività tra i vari organismi che seguono l’importazione e le esportazioni delle merci. C’è poi l’anticipo di un anno di alcuni importi legati alla ristrutturazione della rete ferroviaria, anche qui non stiamo parlando di risorse nuove, ma di un anticipo di risorse che sono già state previste dal Pnrr. Sempre nel piano strutturale del bilancio si fa riferimento anche alla realizzazione del cold ironing (l’elettrificazione delle banchine portuali, ndr). Anche qui non stiamo parlando di risorse nuove, sono risorse collegate al Pnrr. Capiamo che dal punto di vista tecnico deve essere fatta una legge di rendicontazione, ma evidenziamo che per questi aspetti, al di là del formalismo e cioè del fatto che sono contenuti nel piano strutturale del bilancio, non vediamo elementi di novità. Noi avremmo voluto vedere che queste cose si realizzassero».
Quindi, come Conftrasporto, cosa vorreste che il governo inserisse nella manovra?
«In primis, non vogliamo che vengano toccate le accise al rialzo. Chiediamo poi maggiori stimoli alle imprese del settore, investimenti seri per la transizione energetica, come il cold ironing per le banchine portuali, incentivi per stimolare stimolare seriamente il ricambio del parco veicolare di mezzi pesanti. C’è poi il tema delle Zes, le zone economiche speciali sul quale non abbiamo visto nulla. L’unica cosa che ha fatto il governo è stata quella di accorpare otto Zes trasformandole in una unica grande Zes del meridione, senza però metterci un euro. Queste sono un po’ le cose che noi avremmo voluto vedere all’interno della manovra finanziaria, ma che non ci sono, una misura nella quale, per quanto riguarda il tema di trasporto e logistica, manca di qualsiasi tipo di stimolo alla crescita».
Prevedete quindi un calo occupazionale nel mondo dei trasporti?
«Noi prevediamo un arretramento del settore che si trasformerà poi di conseguenza in un calo occupazionale. Complessivamente questo è un mondo che ha bisogno di essere assistito, un settore sul quale non si fanno investimenti e sul quale il governo non ha una visione di lungo periodo».
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Nei giorni della manovra, lo spread scende ai minimi degli ultimi tre anni mentre Fitch, che aveva ridotto le previsioni su Parigi, migliora quelle su Roma elogiando la stabilità politica. Anche S&P non tocca il rating. Resta il problema del debito.Presidente Conftrasporto Pasquale russo: «Ci fidiamo di Giorgetti. Serve pure uno sforzo per il settore».Lo speciale contiene due articoli.«I giudizi delle agenzie di rating sono il risultato dell’azione responsabile di questo governo che si traduce in credibilità per l’Italia». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha commentato così i giudizi di Standard&Poor’s e di Fitch, arrivati nella tarda serata di venerdì quando questo giornale era già andato in stampa. Entrambe le agenzie di rating hanno confermato a BBB il merito di credito a lungo termine del nostro Paese, con la differenza che S&P ha mantenuto l’outlook stabile mentre Fitch lo ha migliorato a positivo. La stessa Fitch che una settimana fa aveva rivisto al ribasso le prospettive sul rating della Francia, abbassando l’outlook da stabile a negativo, attendendosi per Parigi deficit fiscali più ampi.L’Italia, invece, passa indenne la prova a pochi giorni dal varo della manovra di bilancio. Secondo S&P, che ha mantenuto l’outlook stabile, ci sono «prospettive di crescita del pil italiano rosee», con l’economia attesa crescere di circa l’1% nel periodo 2024-2025 rispetto allo 0,2% del decennio precedente alla pandemia. La maggiore sfida per l’Italia resta l’elevato debito. «Al 135% del Pil nel 2024 è fra i più alti». E si muove verso il 138% nel 2027. «Questo è preoccupante perché limita la capacità del governo di effettuare investimenti a sostegno della crescita», osserva l’agenzia di rating, spiegando che sull’aumento del debito pesano principalmente aggiustamenti legati al Superbonus.S&P osserva, comunque, un miglioramento della traiettoria fiscale. L’Italia è infatti attesa raggiungere un saldo primario l’anno prossimo mentre il deficit è previsto scendere sotto il 3%, al 2,9%, nel 2027. S&P cita anche alcune sfide strutturali del nostro Paese, e fra queste l’invecchiamento della popolazione. Prima del giudizio sul rating emesso venerdì, va segnalato anche un report della stessa agenzia diffuso lo scorso 17 ottobre. «L’elevato debito pubblico e le grandi esigenze di finanziamento rappresentano un rischio maggiore per le banche italiane rispetto ai loro pari», si legge nello studio. «Abbiamo ribadito la nostra opinione dopo che il governo italiano ha delineato i piani per raccogliere fino a 3,5 miliardi di euro da banche e assicuratori nazionali per aiutare a rispettare gli impegni di bilancio. La mossa ci conferma anche che istituzioni finanziarie altamente redditizie, ben capitalizzate e liquide sono diventate un bersaglio facile per i governi di tutta Europa». Insomma, qualche riflettore si è acceso sulla scelta di chiedere «sacrifici» agli istituti di credito (anche se non si tratta di una tassa quanto piuttosto di un anticipo di cassa, di un prestito a tasso zero) che potrebbero secondo gli analisti di S&P diventare un target anche per altri Stati seguendo l’esempio dell’Italia. E questo, chiaramente, al mercato non piace. L’agenzia Fitch, dal canto suo, ha migliorato la previsione da stabile a positiva, parlando di «piano fiscale credibile e di una situazione politica stabile». Sostiene che la credibilità di bilancio dell’Italia è aumentata, e come il budget 2025 mette in evidenza l’impegno del governo verso le regole fiscali dell’Unione europea. E a giudicare dall’andamento del differenziale tra i rendimenti dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi, il clima generale lascia presagire una maggiore fiducia rispetto al passato. Prova ne è che lo spread tra Btp e Bund a 10 anni è sceso sotto i 118 punti base, ai minimi degli ultimi tre anni. L’andamento del differenziale tra titoli italiani e tedeschi è crollato dai 233 punti del 22 ottobre 2022 ai 117 dell’ultima seduta (-48,75%). Segno che non manca la fiducia nella sostenibilità del debito, nonostante nell’ultimo biennio esso abbia quasi raggiunto quota 3 miliardi. Non solo. I rapporti tra il governo Meloni e Piazza Affari sembrano sin qui stati buoni: dal giorno dell’insediamento della leader di Fratelli d’Italia a oggi, il FtseMib ha messo a segno un rialzo di quasi 14.000 punti pari a una performance del 62,46%. Alle pagelle mancano però altri voti. Dopo Fitch e S&P, il 25 ottobre sarà infatti la volta di Dbrs. Mentre il 22 novembre ad aggiornare il giudizio sui Btp anche Moody’s: attualmente è l’agenzia che mantiene il rating più basso sui titoli italiani, al livello Baa3 e outlook stabile, il più basso tra i giudizi di «investment grade», ovvero a un passo dai titoli considerati spazzatura.La vera sfida, a parte il fardello del debito, è anche il sentiero stretto lungo cui il Mef si deve muovere. Perché con la firma del nuovo Patto di stabilità i margini di manovra si sono ulteriormente ridotti. E molti dimenticano che tra il 2020 e il 2021 abbiamo preso impegni di spesa per 400 miliardi di euro, tra gestione dell’emergenza Covid, Recovery Plan e Superbonus. Intanto, per la manovra la settimana che sta per cominciare sarà cruciale. Martedì (data che coincide, peraltro, con l’anniversario dell’avvio della legislatura e del giuramento da premier di due anni fa) si dovrebbe tenere la conferenza stampa di Giorgia Meloni per i dettagli e sempre martedì ci sarà il primo incontro tra i capigruppo della maggioranza alla Camera e il presidente della commissione competente, quindi per allora il testo dovrebbe essere pronto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mercati-agenzie-usa-promuovono-litalia-2669445629.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessun-aumento-sulle-accise-o-il-mondo-dei-camion-va-a-sbattere" data-post-id="2669445629" data-published-at="1729423529" data-use-pagination="False"> «Nessun aumento sulle accise o il mondo dei camion va a sbattere» «Nella manovra non c’è nulla che aiuti la crescita delle imprese dei trasporti. Inoltre, resta da vedere se il ministro Giorgetti manterrà la sua parola e non alzerà le accise per gli autotrasportatori». A parlare con la Verità è Pasquale Russo, presidente dal giugno 2023 di Conftrasporto, la confederazione più rappresentativa del mondo dei trasporti, della logistica e della mobilità, aderente a Confcommercio.Sulle accise per gli autotrasportatori il ministro Giorgetti ha promesso che non ci saranno rialzi. Cosa ne pensa?«Sulle accise prendiamo ovviamente per buono quello che ha dichiarato il ministro Giorgetti e cioè che l’aumento dovrebbe essere scongiurato per chi lo utilizza in maniera professionale come l’autotrasporto. Anche se ovviamente questo poi lo verificheremo. Non dovesse essere così, si aprirebbe un problema molto importante perché l’autotrasporto non è assolutamente nella condizione di poter sostenere ulteriori costi legati al gasolio, all’energia. Inoltre, sarebbe un ulteriore elemento che renderebbe meno concorrenziale le imprese italiane rispetto a quelle europee che già oggi non solo pagano un’accisa generale più bassa, ma che utilizzano anche il sistema di sterilizzazione previsto dalla direttiva comunitaria. Secondo noi, in generale l’aumento delle accise è sbagliato.Cosa c’è nella manovra per le imprese del settore del trasporto?«Dobbiamo andare a vedere puntualmente quello che succede nel decreto legislativo fiscale. In generale, per quanto ci riguarda, nel piano strutturale di bilancio vengono fatti alcuni riferimenti ad alcune materie per noi molto importanti, ma che non si concretizzano. Si cita, ad esempio, la messa in funzione del Sudoco, che è lo sportello unico dei controlli doganali, una misura che tra l’altro non costa, di coordinamento delle attività tra i vari organismi che seguono l’importazione e le esportazioni delle merci. C’è poi l’anticipo di un anno di alcuni importi legati alla ristrutturazione della rete ferroviaria, anche qui non stiamo parlando di risorse nuove, ma di un anticipo di risorse che sono già state previste dal Pnrr. Sempre nel piano strutturale del bilancio si fa riferimento anche alla realizzazione del cold ironing (l’elettrificazione delle banchine portuali, ndr). Anche qui non stiamo parlando di risorse nuove, sono risorse collegate al Pnrr. Capiamo che dal punto di vista tecnico deve essere fatta una legge di rendicontazione, ma evidenziamo che per questi aspetti, al di là del formalismo e cioè del fatto che sono contenuti nel piano strutturale del bilancio, non vediamo elementi di novità. Noi avremmo voluto vedere che queste cose si realizzassero».Quindi, come Conftrasporto, cosa vorreste che il governo inserisse nella manovra?«In primis, non vogliamo che vengano toccate le accise al rialzo. Chiediamo poi maggiori stimoli alle imprese del settore, investimenti seri per la transizione energetica, come il cold ironing per le banchine portuali, incentivi per stimolare stimolare seriamente il ricambio del parco veicolare di mezzi pesanti. C’è poi il tema delle Zes, le zone economiche speciali sul quale non abbiamo visto nulla. L’unica cosa che ha fatto il governo è stata quella di accorpare otto Zes trasformandole in una unica grande Zes del meridione, senza però metterci un euro. Queste sono un po’ le cose che noi avremmo voluto vedere all’interno della manovra finanziaria, ma che non ci sono, una misura nella quale, per quanto riguarda il tema di trasporto e logistica, manca di qualsiasi tipo di stimolo alla crescita». Prevedete quindi un calo occupazionale nel mondo dei trasporti?«Noi prevediamo un arretramento del settore che si trasformerà poi di conseguenza in un calo occupazionale. Complessivamente questo è un mondo che ha bisogno di essere assistito, un settore sul quale non si fanno investimenti e sul quale il governo non ha una visione di lungo periodo».
I quattro membri dell'equipaggio sono stati lanciati a bordo di un razzo Falcon 9 dal Kennedy Space Center della Nasa in Florida, venerdì 13 febbraio. Dopo aver trascorso circa 34 ore in orbita attorno alla Terra e aver raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale, i membri dell'equipaggio Crew-12 si sono preparati per l'attracco.
Sophie Adenot e Jack Hathaway, entrambi con lunga esperienza di piloti collaudatori, hanno approfittato di questo tempo per familiarizzare con la vita e il lavoro in microgravità.
Una volta aperti i portelli, l'equipaggio è stato accolto a bordo dall'astronauta della Nasa Christopher Williams e dai cosmonauti della Roscosmos Sergei Kud-Sverchkov e Sergei Mikayev, che si trovano sulla Stazione dal loro arrivo con una Soyuz nel novembre 2025.
Sophie Adenot dell'Esa e Jack Hathaway della Nasa hanno poi ricevuto le loro «ali da astronauta» dal comandante della Stazione Sergei Kud-Sverchkov con una breve cerimonia. L'equipaggio Crew-12 ha anche espresso la propria gratitudine ai team della Nasa e di SpaceX per il volo senza intoppi e ha condiviso il proprio entusiasmo nell'iniziare il lavoro a bordo.
Con Sophie a bordo, la missione εpsilon è ufficialmente iniziata. Con una durata prevista di nove mesi, εpsilon è destinata a diventare la missione astronautica più lunga dell'Esa fino ad oggi. Durante la sua permanenza sulla Stazione, la Adenot ricoprirà il ruolo di specialista dell'equipaggio sia per Columbus, il modulo laboratorio europeo, che per Kibo, il modulo scientifico giapponese.
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Una vista della distruzione dopo gli attacchi condotti da gruppi armati nelle aree di Woro e Nuku nello Stato di Kwara, in Nigeria, il 5 febbraio 2026 (Getty Images)
Oggi Boko Haram si è divisa e la parte originaria ha preso il controllo delle rive del lago Ciad, mentre un grosso gruppo secessionista si è unito allo Stato Islamico, nel network chiamato Iswap (Islamic State of Wesr Africa). Anche al-Qaeda ha fatto proselitismi in Nigeria ed ha iniziato a colpire con forza da ottobre 2025 con i combattenti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM).
Uccisioni, saccheggi, incendi e rapimenti sconvolgono ormai anche le regioni centrali, a maggioranza cristiana, dove chiese e complessi parrocchiali sono diventati un obiettivo primario. L’offensiva più violenta ha colpito gli stati di Kwara e Kaduna, due aree che erano state solamente sfiorate dal jihadismo, ma che dimostrano come il fenomeno sia ormai incontrollabile. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha visto il rapimento di una trentina di persone nel villaggio di Kugir, al confine fra Kaduna e il territorio federale della capitale Abuja, compreso il catechista dello locale chiesa di San Giuseppe e la moglie al settimo mese di gravidanza. Il giorno precedente un gruppo di uomini armati aveva rapito 11 persone, compreso un sacerdote, uccidendone altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru, una serie di crimini confermati dall’arcidiocesi cattolica di Kafanchan che ha dichiarato che il rapito è padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku.
Il 4 febbraio nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, si è verificato uno dei peggiori attacchi della storia nigeriana, con la strage di 174 persone, massacrate a colpi di mitra per le strade della cittadina, dove i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando totalmente il villaggio. Woro era abitato in prevalenza da musulmani ed i terroristi erano arrivati il giorno precedente con l’obiettivo di reclutare nuovi adepti. Al rifiuto della popolazione locale di arruolarsi sono tornati massacrando tutti, accusandoli di essere degli infedeli. «Non esiste nessun altro paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì. E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?». Lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, fotografa in pieno una situazione fuori controllo che vede il gigante africano sempre più preda del terrorismo islamico. In Nigeria nel 2025 sono state quasi 4000 le vittime per motivi di fede, stando all’ultimo rapporto di Open Doors, con la nazione africana che si conferma l’epicentro mondiale delle violenze contro i cristiani, rappresentando il 70 per cento del totale globale.
La Nigeria rientra tra gli stati con un livello estremo di persecuzione e negli ultimi mesi si sono moltiplicati i rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti. Il presidente statunitense Donald Trump a dicembre scorso ha ordinato una serie di attacchi aerei sugli stati di Sokoto e Zamfara, nel nord del paese, che sono stati condotti con missili droni su aree diverse, anche a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, concentrandosi sui cosiddetti santuari jihadisti, scelti in collaborazione con l’esercito nazionale. Il tycoon americano aveva minacciato interventi ancora più corposi se fossero continuati gli attacchi contro i cristiani e gli islamisti sembrano quasi averlo preso come una sfida, scatenando la peggior offensiva da anni.
Trump accusa il governo locale di non fare nulla per difendere la minoranza, anche se il presidente Bola Tinubu ha più volte garantito personalmente un rafforzamento delle misure di difesa. L’esercito nigeriano ha inviato un battaglione di forze speciale da dispiegare sul territorio e dare la caccia ai terroristi, ma le truppe di Abuja si sono rivelate sempre inadeguate allo scontro. Washington ha concordato l’invio di quello che in gergo si chiama dispositivo ridotto, cioè una task force di una decina di consiglieri militari, che già in questi giorni verranno affiancati da un primo contingente di 200 soldati americani inviati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta contro il terrorismo. Questi uomini dovranno aiutare le forze locali ad individuare bersagli per attacchi aerei mirati tramite l'uso dell'intelligence, ma non saranno coinvolti direttamente in operazioni di combattimento. Almeno in questa prima e convulsa fase.
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Il ministro degli Esteri somalo Ahmed Moallim Fiqi (Ansa)
Era inoltre il mese scorso, quando la Somalia aveva siglato un accordo simile con il Qatar: un’intesa, quest’ultima, che «si concentra sull'addestramento militare, sullo scambio di competenze, sullo sviluppo delle capacità di difesa e su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza, a sostegno degli sforzi per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». Stando a quanto riferito da Doha, l’accordo è «mirato a rafforzare le aree di cooperazione congiunta in modo da servire interessi comuni e migliorare le partnership di difesa».
L’attivismo di Mogadiscio è, almeno in parte, una conseguenza delle sue preoccupazioni per il fatto che, a dicembre, Israele ha formalmente riconosciuto il Somaliland. In particolare, la Somalia teme che lo Stato ebraico punti a creare una propria base militare in loco. Non solo. A gennaio, Mogadiscio ha stracciato gli accordi che aveva con gli Emirati arabi uniti in materia di difesa, sicurezza e questioni portuali. Sembra infatti che il governo somalo ritenga che Abu Dhabi abbia in qualche modo facilitato il riconoscimento del Somaliland da parte di Gerusalemme.
Sotto questo aspetto, vale la pena di sottolineare che Arabia Saudita ed Emirati sono ai ferri corti su vari dossier: dallo Yemen al Sudan, passando per lo stesso Somaliland. Nel frattempo, sempre la settimana scorsa, Middle East Monitor ha riferito che Mogadiscio starebbe «intensificando la cooperazione in materia di difesa sia con l'Egitto che con la Turchia». Ankara si era del resto impegnata a mediare tra Somalia ed Etiopia. E non ha benaccolto il riconoscimento del Somaliland da parte dello Stato ebraico. Al contempo, la tensione tra Il Cairo e Addis Abeba sta aumentando a causa della Grand Ethiopian Renaissance Dam. Insomma, l’instabilità nel Corno d’Africa rischia seriamente di aggravarsi. E l'ipotesi di un conflitto armato non è affatto remota.
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Dalla Germania alla Francia, fino agli Usa, cresce il consenso giovanile per i partiti conservatori e sovranisti. Social, trauma Covid e frattura di genere spiegano il cambio di paradigma: la Gen Z non è più terreno esclusivo della sinistra.
«Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, ma chi non è di destra da adulto è senza cervello». Per decenni questa frase, falsamente attribuita al primo ministro britannico Winston Churchill, ha perfettamente descritto la realtà. Oggi, in Occidente, non è più così, perché sempre più giovani della Generazione Z decidono di votare per partiti conservatori o di estrema destra, rompendo gli schemi tradizionali che vedono nei giovani un fertile terreno elettorale per i progressisti.
Prendiamo ad esempio le europee del 2024: in Germania l'AfD (Alternativa per la Germania) ha triplicato i consensi nella fascia d’età che va dai 16 ai 24 anni, arrivando al 16%, migliorando poi il dato nelle elezioni federali dello scorso anno (21%). Sempre alle europee, in Francia, il Rassemblement National di Jordan Bardella ha conquistato il 23% nella fascia 18-24 anni, con il leader che è diventato il politico più seguito su TikTok dai giovani francesi. Lo stesso sensibile spostamento verso posizioni più conservatrici si è registrato anche negli Stati Uniti, dove secondo i dati pubblicati dal Pew Research Center alle elezioni presidenziali i voti per Donald Trump nella fascia 18-29 anni sono passati dal modesto 28% del 2016 al 39% del 2024.
Il trend appare dunque chiaro e consolidato, ma perché avviene? La risposta è naturalmente molteplice. Cominciano col dire che i leader della destra occidentale hanno sicuramente saputo impiegare meglio il principale mezzo di comunicazione della Generazione Z: i social network, riuscendo al contempo a sposare l’utilizzo degli ormai famosi «meme» e più in generale a cavalcare i trend del momento.
Oltre alla capacità comunicativa sui social, un fattore determinante in questo riposizionamento ideologico risiede nel trauma collettivo della pandemia Covid 19. Secondo il Trust Barometer 2025, un report pubblicato dall’Istituto Edelman, la gestione dell'emergenza sanitaria ha agito da catalizzatore per una profonda erosione della fiducia nelle istituzioni tradizionali. Le restrizioni prolungate, l’obbligo vaccinale e la chiusura delle scuole hanno alimentato un senso di risentimento verso i governi e le autorità scientifiche. Questo effetto è stato particolarmente dirompente sulla Generazione Z, con un certo grado di differenza. Secondo un sondaggio effettuato nel 2025 dal Yale Institute for Social and Policy Studies, infatti, i più «anziani» membri della Gen Z (nati tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila) tendono a preferire il partito democratico, con un distacco di 6,4 punti percentuali, un valore comunque inferiore ai «millenials» (la generazione precedente). I più «giovani» appartenenti alla Generazione Z, al contrario, preferiscono nettamente i repubblicani, con un distacco di 11,7 punti. Coloro che hanno vissuto la pandemia durante gli anni formativi non vedono più l'autorità come sinonimo di protezione, ma di imposizione, spingendoli verso movimenti che contestano apertamente l'establishment e le narrazioni ufficiali.
Un altro elemento cruciale, evidenziato da un paper pubblicato dal Brookings Institution, è l'emergere di una faglia ideologica senza precedenti tra i due generi. Mentre le giovani donne sono tendenzialmente rimaste verso posizioni liberali e di sinistra, i giovani uomini mostrano una tendenza opposta. In Europa, i dati dell'European Consortium for Political Research (ECPR) del 2024 rivelano che il supporto per la destra estrema tra i giovani uomini ha raggiunto il 21%, contro il 14% delle coetanee, un divario quasi raddoppiato rispetto alle generazioni precedenti. Sembra quindi che i continui attacchi al «patriarcato» e alla figura maschile in generale, portati avanti in nome delle politiche woke, abbiano avuto un effetto controproducente sui giovani maschi, spingendoli a sposare la causa di chi tali politiche le aborrisce e combatte.
Tale risvolto era in fin dei conti prevedibile, presentandosi come l'unica forza capace di difendere i valori tradizionali e di offrire un senso di appartenenza a una categoria che si sente sempre più isolata, i partiti di destra hanno naturalmente intercettato il consenso dei più giovani. D’altra parte, l’odio per sé stessi non può certo essere la massima aspirazione dell’uomo.
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