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2021-11-02
Mentre noi insistiamo con i divieti il resto d’Europa torna in libertà
Ansa
Paese che vai, emergenza che trovi, o in molti casi che non trovi: mentre l'Italia si prepara a prolungare lo stato di emergenza per il Covid-19, e conseguentemente l'obbligo del green pass fino alla prossima estate, nel resto dell'Europa governi e Parlamenti agiscono o hanno agito in maniera molto diversa, al di là degli orientamenti politici degli esecutivi in carica. Lo stato di emergenza, ricordiamolo sempre, è indispensabile per poter poi, a cascata, decretare norme e leggi che limitano le libertà personali: l'obbligo del certificato verde è la più clamorosa di queste limitazioni. Un paio di esempi: il giorno in cui cesserà lo stato di emergenza, non esisteranno più alcuni organismi creati per affrontare la pandemia, come il commissario straordinario e il Comitato tecnico scientifico (istituito il 5 febbraio 2020 con ordinanza del ministero della Salute).
Lo stato di emergenza, in Italia, non può durare più di 12 mesi, prorogabili per altri 12: è stato introdotto dal governo guidato da Giuseppe Conte il 31 gennaio 2020 ed è poi stato prorogato varie volte, l'ultima a luglio 2021 da Mario Draghi, con scadenza al 31 dicembre 2021. Potrebbe quindi, in teoria, essere prorogato solo fino al 31 gennaio 2022, quando scadranno i 24 mesi, ma il Parlamento può, con una apposita legge, allungare ancora i tempi, come ha intenzione di fare il governo tramite il ministro della Salute Roberto Speranza: «Se sarà necessario prorogheremo lo stato di emergenza, non ci tireremo indietro, ma decideremo a ridosso della scadenza». Vediamo cosa succede in altri Paesi europei.
In Germania, lo stato di emergenza termina il prossimo 25 novembre, e non c'è all'orizzonte l'ipotesi di una proroga. «Non ci saranno più chiusure delle scuole, lockdown o coprifuoco», ha affermato Dirk Wiese, vicepresidente del gruppo parlamentare dei Socialdemocratici, «la pandemia deve ancora essere gestita in modo responsabile, ma le restrizioni ai diritti civili devono essere nuovamente allentate». D'accordo con lui anche la capogruppo degli ambientalisti, Katrin Goering-Eckardt, e il responsabile organizzativo dell'Fdp al Bundestag, Marco Buschmann, alleati dei Socialdemocratici in quella coalizione «semaforo», (verdi, rossi della Spd e gialli della Fpd), che si appresa a formare il nuovo governo guidato da Olaf Scholz. Uno stop che non impedirebbe comunque, attraverso la legge ordinaria per la protezione dalle infezioni, di continuare a disporre l'obbligo della mascherina per i luoghi al chiuso. L'orizzonte entro il quale abolire tutte le restrizioni è marzo 2022.
In Francia, appena giovedì scorso, il Senato ha stoppato i propositi ultra restrittivi del governo, che aveva intenzione di prorogare lo stato di emergenza, con conseguente mantenimento in vigore del passaporto sanitario, il nostro green pass, fino al 31 luglio 2022. La decisione deliberata dal Consiglio dei ministri era stata avallata dalla Camera, ma il Senato ha detto no, prorogando lo stato di emergenza sanitaria in Francia solo fino al 28 febbraio 2022, anticipando quindi di cinque mesi il ritorno alla normalità. Non solo: il Senato ha anche deciso di far rientrare di nuovo, tra i documenti che consentono di ottenere il certificato, un autotest effettuato sotto la supervisione di un operatore sanitario. Inoltre, nei dipartimenti in cui si supera la percentuale dell'80% di vaccinati, il certificato viene abolito.
In Inghilterra, lo scorso 19 luglio, il cosiddetto Freedom day, sono state revocate per volontà del premier Boris Johnson quasi tutte le restrizioni. Stadi e auditorium hanno ripreso a funzionare a pieno regime, le discoteche hanno riaperto, nei pub è tornato il servizio bar, sono stati aboliti i limiti ai raduni. Niente più obbligo di mascherina sui mezzi di trasporto e negli esercizi commerciali (il governo ha semplicemente raccomandato ai cittadini di indossarla nei luoghi molto affollati, come ad esempio le metropolitane), niente smart working obbligatorio. Nonostante le pressioni che arrivano da esperti e addetti ai lavori, Johnson non ha intenzione di passare al «piano B», che vorrebbe dire una reintroduzione di limitazioni e restrizioni.
La Spagna ha revocato lo stato di emergenza in vigore dal 9 novembre 2020 lo scorso 10 maggio 2021, lasciando alle varie Regioni la facoltà di introdurre misure di prevenzione in base all'andamento della curva epidemica. La Corte costituzionale spagnola, inoltre, ha dichiarato incostituzionale questo stato di emergenza e ha ordinato al governo centrale di Madrid, guidato dal socialista Pedro Sánchez, di rimborsare tutte le multe riscosse sia durante il primo stato di emergenza sanitaria proclamato nel marzo 2020, sia durante il secondo periodo in cui la legislazione speciale è rimasta in vigore, appunto fino al 10 maggio 2021: si tratta di più di un milione di contravvenzioni elevate a cittadini che non avevano rispettato le restrizioni.
In Norvegia, lo scorso 25 settembre sono state abolite tutte le restrizioni, compreso il distanziamento sociale, per decisione del governo guidato da Erna Solberg, sulla scia della Danimarca che aveva già preso questa decisione il 10 settembre. In Bulgaria, lo stato di emergenza terminerà il 30 novembre.
I dati provano il flop del green pass
Nonostante il green pass, la curva dei contagi ha ripreso a crescere e, mentre per le festività crollano i tamponi, aumenta sostanzialmente la pressione sugli ospedali. Ieri, il numero dei ricoveri ha fatto un balzo che non si registrava da mesi. È questo il dato più significativo del bollettino diffuso dal ministero della Salute e dalla Protezione civile. Aumenta infatti il numero dei pazienti in terapia intensiva con un saldo tra entrate e uscite di 22 persone in più rispetto a sabato. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono 33, quasi il doppio rispetto ai 17 del giorno prima. Attualmente in Italia sono 364 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid. Crescono anche i ricoveri nei reparti ordinari di medicina e pneumologia. Ieri si sono aggiunti 109 pazienti, il numero più alto da settimane. Il giorno precedente erano stati 47 i nuovi degenti nelle corsie ordinarie. Complessivamente, negli ospedali italiani, sono attualmente presenti 2.863 persone positive al Covid e con sintomi.
Apparentemente più rassicuranti i dati su decessi e contagi, ma è il calo tipico del weekend. Sono state 20 le vittime contro le 26 di sabato, portando a 132.120 il totale dei decessi da inizio pandemia. Ieri i positivi si sono quasi dimezzati, con un calo a 2.818 contro i 4.526 del giorno prima. Dati, questi, che sono in riduzione, come del resto succede ogni fine di settimana, quando il numero dei test eseguiti si riduce. Ieri è crollato il numero dei tamponi che si è fermato a 148.725, mentre erano stati 350.170 sabato. La festività di lunedì ha messo il naso di molti lavoratori a riposo, visto che non son stati eseguiti gli ormai consueti circa 500.000 tamponi quotidiani necessari per scaricare il green pass richiesto anche per recarsi in ufficio. Colpisce però il tasso di positività, cioè il rapporto tra positivi e numero dei test eseguiti, che sale all'1,9%, pari a un +0,6% rispetto all'1,3% del giorno prima.
La curva dei contagi in Italia è tornata a salire negli ultimi giorni. E anche quella dei ricoveri. Secondo le analisi del fisico Giorgio Sestili, fondatore della pagina Facebook Coronavirus-Dati e analisi scientifiche, i casi di infezione stanno raddoppiando in Italia a intervalli di circa tre settimane, con una crescita esponenziale che procede lentamente, con un ritmo confrontabile a quello che si registrava tra la fine di settembre e i primi di ottobre 2020. Nell'ultima settimana, come segnala la Fondazione Gimbe, la curva dei contagi da Covid ha invertito la tendenza (+43% di nuovi casi) e sono aumentati anche i ricoveri (+7,5%). Questo, mentre in sette giorni si è assistito a un calo del -52,9% di nuovi vaccinati e al raggiungimento di 1,2 milioni di terze dosi. L'ennesima conferma che il green pass applicato in maniera restrittiva non solo non ferma i contagi, ma non fa incrementare nemmeno i nuovi vaccinati.
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Spagna, Norvegia, Danimarca e Inghilterra hanno abolito da tempo lo stato di emergenza. Entro fine mese seguiranno Germania e Bulgaria. Invece il nostro governo pensa di estenderlo malgrado la Costituzione.I dati provano il flop del green pass. Tasso di positività all'1,9%, il più alto da metà settembre complice il calo dei tamponi, e 109 nuovi ricoveri. Il lasciapassare è discriminatorio e non serve a bloccare i contagi.Lo speciale comprende due articoli. Paese che vai, emergenza che trovi, o in molti casi che non trovi: mentre l'Italia si prepara a prolungare lo stato di emergenza per il Covid-19, e conseguentemente l'obbligo del green pass fino alla prossima estate, nel resto dell'Europa governi e Parlamenti agiscono o hanno agito in maniera molto diversa, al di là degli orientamenti politici degli esecutivi in carica. Lo stato di emergenza, ricordiamolo sempre, è indispensabile per poter poi, a cascata, decretare norme e leggi che limitano le libertà personali: l'obbligo del certificato verde è la più clamorosa di queste limitazioni. Un paio di esempi: il giorno in cui cesserà lo stato di emergenza, non esisteranno più alcuni organismi creati per affrontare la pandemia, come il commissario straordinario e il Comitato tecnico scientifico (istituito il 5 febbraio 2020 con ordinanza del ministero della Salute). Lo stato di emergenza, in Italia, non può durare più di 12 mesi, prorogabili per altri 12: è stato introdotto dal governo guidato da Giuseppe Conte il 31 gennaio 2020 ed è poi stato prorogato varie volte, l'ultima a luglio 2021 da Mario Draghi, con scadenza al 31 dicembre 2021. Potrebbe quindi, in teoria, essere prorogato solo fino al 31 gennaio 2022, quando scadranno i 24 mesi, ma il Parlamento può, con una apposita legge, allungare ancora i tempi, come ha intenzione di fare il governo tramite il ministro della Salute Roberto Speranza: «Se sarà necessario prorogheremo lo stato di emergenza, non ci tireremo indietro, ma decideremo a ridosso della scadenza». Vediamo cosa succede in altri Paesi europei. In Germania, lo stato di emergenza termina il prossimo 25 novembre, e non c'è all'orizzonte l'ipotesi di una proroga. «Non ci saranno più chiusure delle scuole, lockdown o coprifuoco», ha affermato Dirk Wiese, vicepresidente del gruppo parlamentare dei Socialdemocratici, «la pandemia deve ancora essere gestita in modo responsabile, ma le restrizioni ai diritti civili devono essere nuovamente allentate». D'accordo con lui anche la capogruppo degli ambientalisti, Katrin Goering-Eckardt, e il responsabile organizzativo dell'Fdp al Bundestag, Marco Buschmann, alleati dei Socialdemocratici in quella coalizione «semaforo», (verdi, rossi della Spd e gialli della Fpd), che si appresa a formare il nuovo governo guidato da Olaf Scholz. Uno stop che non impedirebbe comunque, attraverso la legge ordinaria per la protezione dalle infezioni, di continuare a disporre l'obbligo della mascherina per i luoghi al chiuso. L'orizzonte entro il quale abolire tutte le restrizioni è marzo 2022. In Francia, appena giovedì scorso, il Senato ha stoppato i propositi ultra restrittivi del governo, che aveva intenzione di prorogare lo stato di emergenza, con conseguente mantenimento in vigore del passaporto sanitario, il nostro green pass, fino al 31 luglio 2022. La decisione deliberata dal Consiglio dei ministri era stata avallata dalla Camera, ma il Senato ha detto no, prorogando lo stato di emergenza sanitaria in Francia solo fino al 28 febbraio 2022, anticipando quindi di cinque mesi il ritorno alla normalità. Non solo: il Senato ha anche deciso di far rientrare di nuovo, tra i documenti che consentono di ottenere il certificato, un autotest effettuato sotto la supervisione di un operatore sanitario. Inoltre, nei dipartimenti in cui si supera la percentuale dell'80% di vaccinati, il certificato viene abolito. In Inghilterra, lo scorso 19 luglio, il cosiddetto Freedom day, sono state revocate per volontà del premier Boris Johnson quasi tutte le restrizioni. Stadi e auditorium hanno ripreso a funzionare a pieno regime, le discoteche hanno riaperto, nei pub è tornato il servizio bar, sono stati aboliti i limiti ai raduni. Niente più obbligo di mascherina sui mezzi di trasporto e negli esercizi commerciali (il governo ha semplicemente raccomandato ai cittadini di indossarla nei luoghi molto affollati, come ad esempio le metropolitane), niente smart working obbligatorio. Nonostante le pressioni che arrivano da esperti e addetti ai lavori, Johnson non ha intenzione di passare al «piano B», che vorrebbe dire una reintroduzione di limitazioni e restrizioni. La Spagna ha revocato lo stato di emergenza in vigore dal 9 novembre 2020 lo scorso 10 maggio 2021, lasciando alle varie Regioni la facoltà di introdurre misure di prevenzione in base all'andamento della curva epidemica. La Corte costituzionale spagnola, inoltre, ha dichiarato incostituzionale questo stato di emergenza e ha ordinato al governo centrale di Madrid, guidato dal socialista Pedro Sánchez, di rimborsare tutte le multe riscosse sia durante il primo stato di emergenza sanitaria proclamato nel marzo 2020, sia durante il secondo periodo in cui la legislazione speciale è rimasta in vigore, appunto fino al 10 maggio 2021: si tratta di più di un milione di contravvenzioni elevate a cittadini che non avevano rispettato le restrizioni. In Norvegia, lo scorso 25 settembre sono state abolite tutte le restrizioni, compreso il distanziamento sociale, per decisione del governo guidato da Erna Solberg, sulla scia della Danimarca che aveva già preso questa decisione il 10 settembre. 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Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono 33, quasi il doppio rispetto ai 17 del giorno prima. Attualmente in Italia sono 364 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid. Crescono anche i ricoveri nei reparti ordinari di medicina e pneumologia. Ieri si sono aggiunti 109 pazienti, il numero più alto da settimane. Il giorno precedente erano stati 47 i nuovi degenti nelle corsie ordinarie. Complessivamente, negli ospedali italiani, sono attualmente presenti 2.863 persone positive al Covid e con sintomi. Apparentemente più rassicuranti i dati su decessi e contagi, ma è il calo tipico del weekend. Sono state 20 le vittime contro le 26 di sabato, portando a 132.120 il totale dei decessi da inizio pandemia. Ieri i positivi si sono quasi dimezzati, con un calo a 2.818 contro i 4.526 del giorno prima. Dati, questi, che sono in riduzione, come del resto succede ogni fine di settimana, quando il numero dei test eseguiti si riduce. Ieri è crollato il numero dei tamponi che si è fermato a 148.725, mentre erano stati 350.170 sabato. La festività di lunedì ha messo il naso di molti lavoratori a riposo, visto che non son stati eseguiti gli ormai consueti circa 500.000 tamponi quotidiani necessari per scaricare il green pass richiesto anche per recarsi in ufficio. Colpisce però il tasso di positività, cioè il rapporto tra positivi e numero dei test eseguiti, che sale all'1,9%, pari a un +0,6% rispetto all'1,3% del giorno prima. La curva dei contagi in Italia è tornata a salire negli ultimi giorni. E anche quella dei ricoveri. Secondo le analisi del fisico Giorgio Sestili, fondatore della pagina Facebook Coronavirus-Dati e analisi scientifiche, i casi di infezione stanno raddoppiando in Italia a intervalli di circa tre settimane, con una crescita esponenziale che procede lentamente, con un ritmo confrontabile a quello che si registrava tra la fine di settembre e i primi di ottobre 2020. Nell'ultima settimana, come segnala la Fondazione Gimbe, la curva dei contagi da Covid ha invertito la tendenza (+43% di nuovi casi) e sono aumentati anche i ricoveri (+7,5%). Questo, mentre in sette giorni si è assistito a un calo del -52,9% di nuovi vaccinati e al raggiungimento di 1,2 milioni di terze dosi. L'ennesima conferma che il green pass applicato in maniera restrittiva non solo non ferma i contagi, ma non fa incrementare nemmeno i nuovi vaccinati.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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