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2023-03-22
Meloni pronta al pressing sull’Europa. «Gli Stati rispondano delle navi Ong»
Giorgia Meloni (Getty Images)
«Il giorno dopo la tragedia di Cutro ho scritto ai vertici dell’Ue e agli altri leader europei per ribadire che non possiamo attendere oltre: non possiamo attendere un altro naufragio. Le frontiere dell’Italia sono frontiere dell’Europa, e l’Europa è chiamata a proteggere quelle frontiere». Si fa sempre più alto il pressing del presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’Ue, rispetto all’emergenza sbarchi e alla necessità di un intervento concreto di Bruxelles per il contrasto ai flussi illegali, che negli ultimi anni è stato più volte sbandierato ma non ancora posto in atto. L’ennesimo grido di allarme e di richiamo delle istituzioni europee alle loro responsabilità, il premier lo ha lanciato dai banchi del governo dell’aula del Senato, dove ha reso le consuete comunicazioni previste nei giorni precedenti ai consigli Ue, nella fattispecie quello di domani e dopodomani. Un vertice in cui, formalmente, all’ordine del giorno non c’è il dossier immigrazione, ma dove entrerà necessariamente nel dibattito, visto che la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha inviato nei giorni scorsi una lettera a tutti i 27 Stati membri, per ribadire l’impegno dell’Europa a trovare delle misure per contenere le partenze e soprattutto per una più equa divisione degli oneri di accoglienza. Non a caso, il presidente del Consiglio ha ricordato ieri che «la presidenza svedese e la Commissione Ue presenteranno in Consiglio lo stato di attuazione degli accordi presi e l’Italia in quella sede intende ribadire che non c’è più un solo minuto da perdere, è ora di agire, tradurre in fatti concreti quelle soluzioni e vigileremo perché sia un processo effettivo, rapido e incisivo». Gli indizi che possono far pensare che vi sia un cambio di passo a livello sovranazionale non mancano, come ad esempio la dichiarazione del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, in base alla quale l’Alleanza Atlantica «sostiene l’Unione Europea nella sua azione contro l’immigrazione illegale» e che «lavora con partner come Mauritania e Tunisia per rafforzare la loro capacità e dunque la loro stabilità». D’altra parte, sempre secondo Meloni, il piano Ue «contiene punti importanti e fino a poco tempo fa inimmaginabili, ponendo per la prima volta il principio del coinvolgimento degli Stati di bandiera delle Ong nelle operazioni Sar, è un cambio di paradigma ma non possiamo dirci soddisfatti». «Gli stati di bandiera che finanziano le Ong devono assumersi le responsabilità che il diritto del mare assegna loro. La posta in gioco - ha proseguito il capo del governo - è la sicurezza dell’intero Continente, vogliamo contrastare con forza i trafficanti di essere umani, fermare le partenze, aumentare i rimpatri, avere una immigrazione legale e fondi adeguati per l’accoglienza». «Fermare i movimenti secondari si può fare fermando le partenze irregolari - ha detto ancora - è il momento di spingere con forza un nuovo modello di gestione». Per fare questo è indispensabile «rafforzare la collaborazione di origine e di transito con risorse adeguate». «Perché c’è un modo solo per fermare i movimenti secondari - ha aggiunto Meloni - ed è fermare a monte i movimenti primari, dunque le partenze irregolari». Sul dossier migranti, ieri, il premier e von der Leyen hanno avuto una conversazione telefonica, in cui è stata condivisa l’urgenza di agire a livello europeo sui flussi.
Inevitabile un supplemento di replica alle opposizioni, che continuano a tenere alti i toni sulle presunte responsabilità del governo nella tragedia di Cutro: «Criticate me ma fermatevi un secondo prima di danneggiare l’Italia - ha detto - questo fa la differenza», prima di aggiungere che la sua coscienza «è completamente a posto, spero che sia a posto anche la coscienza di chi usa le morti di povera gente per fare propaganda». Il riferimento era all’intervento della senatrice dem Tatjana Rojc che aveva citato Pier Paolo Pasolini per attribuire al governo la colpa della strage. «Questa è l’idea di giustizia di alcuni - ha commentato il premier - ma in uno Stato di diritto sono le prove a rendere colpevoli e voi avete stabilito il colpevole senza avere le prove. Non esistono prove che lo Stato italiano potesse fare di più». Sempre in sede di replica, il presidente del Consiglio ha infine dichiarato che «non mi è chiara quale sia la proposta che arriva dai banchi delle opposizioni», mentre una standing ovation della maggioranza ha salutato il passaggio dell’intervento in cui il premier ha difeso l’operato della Guardia costiera e si è detta «certa di avere con me la maggioranza degli italiani, si può condurre una battaglia politica senza dipingere l’avversario come un mostro». La risoluzione di maggioranza, votata per parti separate per consentire al Terzo polo di appoggiare il passaggio sull’Ucraina, è passata senza problemi. A sua volta, constatando l’atteggiamento costruttivo di Azione e Iv, la maggioranza ha avallato alcune parti della risoluzione del Terzo Polo (non quella sui migranti). Stamattina sarà la volta della Camera dei deputati.
Fedez vuole un taxi del mare tutto suo
Più che un proposito, una provocazione: Fedez, in compagnia di Cecilia Strada, ospite del suo podcast Mucchio Selvaggio, in una puntata dedicata al tema delle migrazioni, dice «voglio vedere quanto costa una nave, solo per mettere la mia faccia e farla vedere così la gente si spaventa. Scherzi a parte, deve essere un’esperienza tosta». Il duetto con l’ex presidente di Emergency ha fatto registrare anche un’altra notizia: Fedez si è detto infatti pronto a salire a bordo della nave ResQ, che come annunciato da Cecilia Strada tornerà tra poco a solcare il Mediterraneo centrale alla ricerca di migranti in difficoltà.
«Se riesco vengo», ha risposto Fedez all’invito di Cecilia Strada. «Secondo me», ha aggiunto Fedez, «ha senso venire perché potrei dare la mia testimonianza, far vedere a più persone possibili quello che non si vede. Credo che questa possa essere la mia utilità». Il rapper ha sottolineato che sarebbe già salito a bordo della nave lo scorso anno, se fosse dipeso solo dalla sua volontà, ma il tumore gli ha impedito di farlo. Siamo di fronte, come è evidente, all’ennesima mossa propagandistica del marito di Chiara Ferragni, che dopo aver dato il meglio (eufemismo) di sé al Festival di Sanremo, scagliandosi contro il governo, ora sceglie un altro argomento di scottante attualità, ovvero le tragedie legate alla immigrazione, per riprendersi la scena. Che una nave con la faccia di Fedez sia una immagine destinata a non concretizzarsi lo ammette lo stesso artista, che a questo punto, se davvero animato da propositi umanitari e non da una disperata ricerca di visibilità, potrebbe fare come Roger Waters: il leggendario fondatore dei Pink Floyd, da sempre in prima linea sul fronte della difesa dei diritti umani, ha versato 50.000 euro nelle casse di ResQ per i salvataggi in mare, senza peraltro pubblicizzare la sua donazione, della quale ha parlato Cecilia Strada.
Il paragone, purtroppo per Fedez, non regge da nessun punto di vista: Roger Waters, tanto per dirne, una, oltre a essere nell’olimpo della musica, poche settimane fa è stato addirittura «ospite» del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove ha illustrato le sue posizioni sulla guerra in Ucraina, molto critiche nei confronti dell’atteggiamento della Nato e dell’Occidente in generale. Detto ciò, le parole le porta via il vento, mentre i fatti restano: staremo a vedere se Fedez avrà veramente il coraggio di salire a bordo di una nave che si occupa di soccorso in mare, e se ciò dovesse avvenire ci auguriamo che lo faccia in silenzio, con rispetto, senza telecamere al seguito e senza pubblicare ogni sua mossa sui social.
La tragedia delle morti in mare, infatti, grava come un macigno sulle coscienze dei trafficanti di esseri umani, di quei criminali per incassare quattrini non hanno alcuna remora ad imbarcare su carrette fatiscenti uomini, donne e bambini, facendo correre loro il rischio di morire. Si tratta di un argomento terribilmente serio, comunque si consideri il fenomeno della emigrazione clandestina, che dovrebbe essere al riparo da frasi propagandistiche e atteggiamenti che somigliano più a un modo per far parlare di sé che a una intenzione concreta. Attendiamo quindi Fedez alla prova dei fatti: vedremo se darà seguito al suo proclama o se almeno, in alternativa, metterà mano al portafogli e farà una generosa donazione a una Ong. Magari senza pubblicizzarla sui social network e senza parlarne pubblicamente. Difficile.
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Il premier al Senato in vista del vertice a Bruxelles: «L’Ue deve difendere le frontiere. I Paesi di bandiera si assumano le loro responsabilità». E sferza l’opposizione su Cutro: «Criticate me, ma non danneggiate l’Italia».La nuova sparata di Fedez che duetta con Cecilia Strada: «Ora mi compro una barca con la mia faccia sopra per salvare i migranti ». E poi si dice pronto a salire sulla ResQ.Lo speciale contiene due articoli.«Il giorno dopo la tragedia di Cutro ho scritto ai vertici dell’Ue e agli altri leader europei per ribadire che non possiamo attendere oltre: non possiamo attendere un altro naufragio. Le frontiere dell’Italia sono frontiere dell’Europa, e l’Europa è chiamata a proteggere quelle frontiere». Si fa sempre più alto il pressing del presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’Ue, rispetto all’emergenza sbarchi e alla necessità di un intervento concreto di Bruxelles per il contrasto ai flussi illegali, che negli ultimi anni è stato più volte sbandierato ma non ancora posto in atto. L’ennesimo grido di allarme e di richiamo delle istituzioni europee alle loro responsabilità, il premier lo ha lanciato dai banchi del governo dell’aula del Senato, dove ha reso le consuete comunicazioni previste nei giorni precedenti ai consigli Ue, nella fattispecie quello di domani e dopodomani. Un vertice in cui, formalmente, all’ordine del giorno non c’è il dossier immigrazione, ma dove entrerà necessariamente nel dibattito, visto che la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha inviato nei giorni scorsi una lettera a tutti i 27 Stati membri, per ribadire l’impegno dell’Europa a trovare delle misure per contenere le partenze e soprattutto per una più equa divisione degli oneri di accoglienza. Non a caso, il presidente del Consiglio ha ricordato ieri che «la presidenza svedese e la Commissione Ue presenteranno in Consiglio lo stato di attuazione degli accordi presi e l’Italia in quella sede intende ribadire che non c’è più un solo minuto da perdere, è ora di agire, tradurre in fatti concreti quelle soluzioni e vigileremo perché sia un processo effettivo, rapido e incisivo». Gli indizi che possono far pensare che vi sia un cambio di passo a livello sovranazionale non mancano, come ad esempio la dichiarazione del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, in base alla quale l’Alleanza Atlantica «sostiene l’Unione Europea nella sua azione contro l’immigrazione illegale» e che «lavora con partner come Mauritania e Tunisia per rafforzare la loro capacità e dunque la loro stabilità». D’altra parte, sempre secondo Meloni, il piano Ue «contiene punti importanti e fino a poco tempo fa inimmaginabili, ponendo per la prima volta il principio del coinvolgimento degli Stati di bandiera delle Ong nelle operazioni Sar, è un cambio di paradigma ma non possiamo dirci soddisfatti». «Gli stati di bandiera che finanziano le Ong devono assumersi le responsabilità che il diritto del mare assegna loro. La posta in gioco - ha proseguito il capo del governo - è la sicurezza dell’intero Continente, vogliamo contrastare con forza i trafficanti di essere umani, fermare le partenze, aumentare i rimpatri, avere una immigrazione legale e fondi adeguati per l’accoglienza». «Fermare i movimenti secondari si può fare fermando le partenze irregolari - ha detto ancora - è il momento di spingere con forza un nuovo modello di gestione». Per fare questo è indispensabile «rafforzare la collaborazione di origine e di transito con risorse adeguate». «Perché c’è un modo solo per fermare i movimenti secondari - ha aggiunto Meloni - ed è fermare a monte i movimenti primari, dunque le partenze irregolari». Sul dossier migranti, ieri, il premier e von der Leyen hanno avuto una conversazione telefonica, in cui è stata condivisa l’urgenza di agire a livello europeo sui flussi. Inevitabile un supplemento di replica alle opposizioni, che continuano a tenere alti i toni sulle presunte responsabilità del governo nella tragedia di Cutro: «Criticate me ma fermatevi un secondo prima di danneggiare l’Italia - ha detto - questo fa la differenza», prima di aggiungere che la sua coscienza «è completamente a posto, spero che sia a posto anche la coscienza di chi usa le morti di povera gente per fare propaganda». Il riferimento era all’intervento della senatrice dem Tatjana Rojc che aveva citato Pier Paolo Pasolini per attribuire al governo la colpa della strage. «Questa è l’idea di giustizia di alcuni - ha commentato il premier - ma in uno Stato di diritto sono le prove a rendere colpevoli e voi avete stabilito il colpevole senza avere le prove. Non esistono prove che lo Stato italiano potesse fare di più». Sempre in sede di replica, il presidente del Consiglio ha infine dichiarato che «non mi è chiara quale sia la proposta che arriva dai banchi delle opposizioni», mentre una standing ovation della maggioranza ha salutato il passaggio dell’intervento in cui il premier ha difeso l’operato della Guardia costiera e si è detta «certa di avere con me la maggioranza degli italiani, si può condurre una battaglia politica senza dipingere l’avversario come un mostro». La risoluzione di maggioranza, votata per parti separate per consentire al Terzo polo di appoggiare il passaggio sull’Ucraina, è passata senza problemi. A sua volta, constatando l’atteggiamento costruttivo di Azione e Iv, la maggioranza ha avallato alcune parti della risoluzione del Terzo Polo (non quella sui migranti). Stamattina sarà la volta della Camera dei deputati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-ue-migranti-2659636960.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fedez-vuole-un-taxi-del-mare-tutto-suo" data-post-id="2659636960" data-published-at="1679501882" data-use-pagination="False"> Fedez vuole un taxi del mare tutto suo Più che un proposito, una provocazione: Fedez, in compagnia di Cecilia Strada, ospite del suo podcast Mucchio Selvaggio, in una puntata dedicata al tema delle migrazioni, dice «voglio vedere quanto costa una nave, solo per mettere la mia faccia e farla vedere così la gente si spaventa. Scherzi a parte, deve essere un’esperienza tosta». Il duetto con l’ex presidente di Emergency ha fatto registrare anche un’altra notizia: Fedez si è detto infatti pronto a salire a bordo della nave ResQ, che come annunciato da Cecilia Strada tornerà tra poco a solcare il Mediterraneo centrale alla ricerca di migranti in difficoltà. «Se riesco vengo», ha risposto Fedez all’invito di Cecilia Strada. «Secondo me», ha aggiunto Fedez, «ha senso venire perché potrei dare la mia testimonianza, far vedere a più persone possibili quello che non si vede. Credo che questa possa essere la mia utilità». Il rapper ha sottolineato che sarebbe già salito a bordo della nave lo scorso anno, se fosse dipeso solo dalla sua volontà, ma il tumore gli ha impedito di farlo. Siamo di fronte, come è evidente, all’ennesima mossa propagandistica del marito di Chiara Ferragni, che dopo aver dato il meglio (eufemismo) di sé al Festival di Sanremo, scagliandosi contro il governo, ora sceglie un altro argomento di scottante attualità, ovvero le tragedie legate alla immigrazione, per riprendersi la scena. Che una nave con la faccia di Fedez sia una immagine destinata a non concretizzarsi lo ammette lo stesso artista, che a questo punto, se davvero animato da propositi umanitari e non da una disperata ricerca di visibilità, potrebbe fare come Roger Waters: il leggendario fondatore dei Pink Floyd, da sempre in prima linea sul fronte della difesa dei diritti umani, ha versato 50.000 euro nelle casse di ResQ per i salvataggi in mare, senza peraltro pubblicizzare la sua donazione, della quale ha parlato Cecilia Strada. Il paragone, purtroppo per Fedez, non regge da nessun punto di vista: Roger Waters, tanto per dirne, una, oltre a essere nell’olimpo della musica, poche settimane fa è stato addirittura «ospite» del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove ha illustrato le sue posizioni sulla guerra in Ucraina, molto critiche nei confronti dell’atteggiamento della Nato e dell’Occidente in generale. Detto ciò, le parole le porta via il vento, mentre i fatti restano: staremo a vedere se Fedez avrà veramente il coraggio di salire a bordo di una nave che si occupa di soccorso in mare, e se ciò dovesse avvenire ci auguriamo che lo faccia in silenzio, con rispetto, senza telecamere al seguito e senza pubblicare ogni sua mossa sui social. La tragedia delle morti in mare, infatti, grava come un macigno sulle coscienze dei trafficanti di esseri umani, di quei criminali per incassare quattrini non hanno alcuna remora ad imbarcare su carrette fatiscenti uomini, donne e bambini, facendo correre loro il rischio di morire. Si tratta di un argomento terribilmente serio, comunque si consideri il fenomeno della emigrazione clandestina, che dovrebbe essere al riparo da frasi propagandistiche e atteggiamenti che somigliano più a un modo per far parlare di sé che a una intenzione concreta. Attendiamo quindi Fedez alla prova dei fatti: vedremo se darà seguito al suo proclama o se almeno, in alternativa, metterà mano al portafogli e farà una generosa donazione a una Ong. Magari senza pubblicizzarla sui social network e senza parlarne pubblicamente. Difficile.
Il motore è un modello di ricavi sempre più orientato ai servizi: «La crescita facile basata sulla forbice degli interessi sta inevitabilmente assottigliandosi, con il margine di interesse aggregato in calo del 5,6% nei primi nove mesi del 2025», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il settore ha saputo, però, compensare questa dinamica spingendo sul secondo pilastro dei ricavi, le commissioni nette, che sono cresciute del 5,9% nello stesso periodo, grazie soprattutto alla focalizzazione su gestione patrimoniale e bancassurance».
La crescita delle commissioni riflette un’evoluzione strutturale: le banche agiscono sempre più come collocatori di prodotti finanziari e assicurativi. «Questo modello, se da un lato genera profitti elevati e stabili per gli istituti con minori vincoli di capitale e minor rischio di credito rispetto ai prestiti, dall’altro espone una criticità strutturale per i risparmiatori», dice Gaziano. «L’Italia è, infatti, il mercato in Europa in cui il risparmio gestito è il più caro», ricorda. Ne deriva una redditività meno dipendente dal credito, ma con un tema di costo per i clienti. La «corsa turbo» agli utili ha riacceso il dibattito sugli extra-profitti. In Italia, la legge di bilancio chiede un contributo al settore con formule che evitano una nuova tassa esplicita.
«È un dato di fatto che il governo italiano stia cercando una soluzione morbida per incassare liquidità da un settore in forte attivo, mentre in altri Paesi europei si discute apertamente di tassare questi extra-profitti in modo più deciso», dice l’esperto. «Ad esempio, in Polonia il governo ha recentemente aumentato le tasse sulle banche per finanziare le spese per la Difesa. È curioso notare come, alla fine, i governi preferiscano accontentarsi di un contributo una tantum da parte delle banche, piuttosto che intervenire sulle dinamiche che generano questi profitti che ricadono direttamente sui risparmiatori».
Come spiega David Benamou, responsabile investimenti di Axiom alternative investments, «le banche italiane rimangono interessanti grazie ai solidi coefficienti patrimoniali (Cet1 medio superiore al 15%), alle generose distribuzioni agli azionisti (riacquisti di azioni proprie e dividendi che offrono rendimenti del 9-10%) e al consolidamento in corso che rafforza i gruppi leader, Unicredit e Intesa Sanpaolo. Il settore in Italia potrebbe sovraperformare il mercato azionario in generale se le valutazioni rimarranno basse. Non mancano, tuttavia, rischi come un moderato aumento dei crediti in sofferenza o gli choc geopolitici, che smorzano l’ottimismo».
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Il 29 luglio del 2024, infatti, Axel Rudakubana, cittadino britannico con genitori di origini senegalesi, entra in una scuola di danza a Southport con un coltello in mano. Inizia a colpire chiunque gli si pari davanti, principalmente bambine, che provano a difendersi come possono. Invano, però. Rudakubana vuole il sangue. Lo avrà. Sono 12 minuti che durano un’eternità e che provocheranno una carneficina. Rudakubana uccide tre bambine: Alice da Silva Aguiar, di nove anni; Bebe King, di sei ed Elsie Dot Stancombe, di sette. Altri dieci bimbi rimarranno feriti, alcuni in modo molto grave.
Nel Regno Unito cresce lo sdegno per questo ennesimo fatto di sangue che ha come protagonista un uomo di colore. Anche Michael dice la sua con un video di 12 minuti su Facebook. Viene accusato di incitamento all’odio razziale ma, quando va davanti al giudice, viene scagionato in una manciata di minuti. Non ha fatto nulla. Era frustrato, come gran parte dei britannici. Ha espresso la sua opinione. Tutto è bene quel che finisce bene, quindi. O forse no.
Due settimane dopo, infatti, il consiglio di tutela locale, che per legge è responsabile della protezione dei bambini vulnerabili, gli comunica che non è più idoneo a lavorare con i minori. Una decisione che lascia allibiti molti, visto che solitamente punizioni simili vengono riservate ai pedofili. Michael non lo è, ovviamente, ma non può comunque allenare la squadra della figlia. Di fronte a questa decisione, il veterano prova un senso di vergogna. Decide di parlare perché teme che la sua comunità lo consideri un pedofilo quando non lo è. In pochi lo ascoltano, però. Quasi nessuno. Il suo non è un caso isolato. Solamente l’anno scorso, infatti, oltre 12.000 britannici sono stati monitorati per i loro commenti in rete. A finire nel mirino sono soprattutto coloro che hanno idee di destra o che criticano l’immigrazione. Anche perché le istituzioni del Regno Unito cercano di tenere nascoste le notizie che riguardano le violenze dei richiedenti asilo. Qualche giorno fa, per esempio, una studentessa è stata violentata da due afghani, Jan Jahanzeb e Israr Niazal. I due le si avvicinano per portarla in un luogo appartato. La ragazza capisce cosa sta accadendo. Prova a fuggire ma non riesce. Accende la videocamera e registra tutto. La si sente pietosamente dire «mi stuprerai?» e gridare disperatamente aiuto. Che però non arriva. Il video è terribile, tanto che uno degli avvocati degli stupratori ha detto che, se dovesse essere pubblicato, il Regno Unito verrebbe attraversato da un’ondata di proteste. Che già ci sono. Perché l’immigrazione incontrollata sull’isola (e non solo) sta provocando enormi sofferenze alla popolazione locale. Nel Regno, certo. Ma anche da noi. Del resto è stato il questore di Milano a notare come gli stranieri compiano ormai l’80% dei reati predatori. Una vera e propria emergenza che, per motivi ideologici, si finge di non vedere.
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Una fotografia limpida e concreta di imprese, giustizia, legalità e creatività come parti di un’unica storia: quella di un Paese, il nostro, che ogni giorno prova a crescere, migliorarsi e ritrovare fiducia.
Un percorso approfondito in cui ci guida la visione del sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy Massimo Bitonci, che ricostruisce lo stato del nostro sistema produttivo e il valore strategico del made in Italy, mettendo in evidenza il ruolo della moda e dell’artigianato come forza identitaria ed economica. Un contributo arricchito dall’esperienza diretta di Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, e dal suo quadro autentico del rapporto tra imprese e consumatori.
Imprese in cui la creatività italiana emerge, anche attraverso parole diverse ma complementari: quelle di Sara Cavazza Facchini, creative director di Genny, che condivide con il lettore la sua filosofia del valore dell’eleganza italiana come linguaggio culturale e non solo estetico; quelle di Laura Manelli, Ceo di Pinko, che racconta la sua visione di una moda motore di innovazione, competenze e occupazione. A completare questo quadro, la giornalista Mariella Milani approfondisce il cambiamento profondo del fashion system, ponendo l’accento sul rapporto tra brand, qualità e responsabilità sociale. Il tema di responsabilità sociale viene poi ripreso e approfondito, attraverso la chiave della legalità e della trasparenza, dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, che vede nella lotta alla corruzione la condizione imprescindibile per la competitività del Paese: norme più semplici, controlli più efficaci e un’amministrazione capace di meritarsi la fiducia di cittadini e aziende. Una prospettiva che si collega alla voce del presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli, che denuncia la crescente vulnerabilità digitale delle imprese italiane e l’urgenza di strumenti condivisi per contrastare truffe, attacchi informatici e forme sempre nuove di criminalità economica.
In questo contesto si introduce una puntuale analisi della riforma della giustizia ad opera del sottosegretario Andrea Ostellari, che illustra i contenuti e le ragioni del progetto di separazione delle carriere, con l’obiettivo di spiegare in modo chiaro ciò che spesso, nel dibattito pubblico, resta semplificato. Il suo intervento si intreccia con il punto di vista del presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Francesco Petrelli, che sottolinea il valore delle garanzie e il ruolo dell’avvocatura in un sistema equilibrato; e con quello del penalista Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì Separa», che richiama l’esigenza di una magistratura indipendente da correnti e condizionamenti. Questa narrazione attenta si arricchisce con le riflessioni del penalista Raffaele Della Valle, che porta nel dibattito l’esperienza di una vita professionale segnata da casi simbolici, e con la voce dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, che offre una prospettiva insolita e diretta sui rapporti interni alla magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario.
A chiudere l’approfondimento è il giornalista Fabio Amendolara, che indaga il caso Garlasco e il cosiddetto «sistema Pavia», mostrando come una vicenda giudiziaria complessa possa diventare uno specchio delle fragilità che la riforma tenta oggi di correggere. Una coralità sincera e documentata che invita a guardare l’Italia con più attenzione, con più consapevolezza, e con la certezza che il merito va riconosciuto e difeso, in quanto unica chiave concreta per rendere migliore il Paese. Comprenderlo oggi rappresenta un'opportunità in più per costruire il domani.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Merito-Dicembre-2025.pdf
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