La Meloni tira dritto sul premierato: «Basta capi senza voto del popolo»

«È un errore approcciare i temi delle riforme istituzionali con un’impostazione ideologica, legata a interessi o esigenze contingenti, che è però purtroppo l'orientamento prevalente che vedo in questo dibattito. Ma credo sarebbe un errore di fronte a questo atteggiamento indietreggiare e gettare la spugna». Nel giorno in cui il ddl Casellati sull'elezione diretta del premier è giunto in aula al Senato per l’inizio della discussione generale, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si rivolge all'opposizione (in particolare al Pd che ha indetto una manifestazione di piazza per il 2 giugno «a difesa della Costituzione»), per avvertire che non è disposta ad accettare condizionamenti esterni, che non siano la volontà di entrare nel merito e dialogare per eventuali miglioramenti del testo. Lo ha fatto parlando a un convegno che si è tenuto a Montecitorio, organizzato dalla fondazione Alcide De Gasperi in collaborazione con la fondazione Craxi, al quale erano presenti, oltre a cultori della materia e a costituzionalisti, molti esponenti della società civile e personaggi noti al grande pubblico (i cantanti Iva Zanicchi e Pupo e il campione di nuoto Filippo Magnini, per citarne alcuni). «Leggo di leader», ha proseguito incalzando Elly Schlein in relazione alla «chiamata alle armi» di quest’ultima, «che dicono di fermare la riforma con i corpi. Non so se leggerla come una minaccia o come una sostanziale mancanza di argomentazione nel merito. Anche io preferirei il dialogo e farò quello che posso per una riforma che abbia il consenso più ampio, ma quando la risposta è “la fermeremo coi nostri corpi” la vedo dura». «Chi ritiene di essere depositario esclusivo della Costituzione», ha sottolineato Meloni, «ne mette, per paradosso, in crisi la funzione unificante. Se la Costituzione è di tutti», ha aggiunto, «ed è di tutti, la sua interpretazione non può privilegiare una sola cultura politica o un solo punto di vista».
Passando al merito della riforma da ieri ufficialmente in aula, il presidente del Consiglio è andato subito al punto più contestato dall’opposizione e dai costituzionalisti contrari, e cioè i poteri del Capo dello Stato, che a suo avviso nella riforma vengono lasciati inalterati, contrariamento a quanto denunciato negli ultimi mesi dal centrosinistra. «Segnalo», ha detto, «che già oggi quando dalle urne escono maggioranze stabili, il Presidente della Repubblica recepisce le indicazioni che arrivano dai cittadini. Non è che indipendentemente dal volere dei cittadini lui sceglie il governo. Il Presidente della Repubblica deve intervenire quando il sistema non funziona, e deve intervenire come supplente di una politica incapace di decidere, e questo non rafforza la figura del Presidente della Repubblica».
«Noi», ha proseguito, «non abbiamo aiutato la figura di garanzia del Presidente della Repubblica a esercitare un ruolo che normalmente non spetta a lui: definiamo una cornice in maniera tale da non costringere il Presidente della Repubblica a intervenire nel dibattito politico, cosa che ne può anche indebolire l'autorevolezza. Si è anche detto e scritto che il capo dello Stato potrebbe essere più debole di un premier eletto dal popolo, ma anche qui penso che sia l’esatto contrario: esercita il ruolo di garante super partes della Costituzione, che rimane in capo al Presidente della Repubblica». «Si mette fine», ha concluso, «a sovrapposizioni che spesso hanno creato più problemi che soluzioni». E soprattutto, il premier non ha mancato di ribadire le motivazioni profonde alla base della riforma, a partire dalla necessità di maggiore stabilità e autorevolezza degli esecutivi: «Nella scorsa legislatura», ha detto, «ci sono stati tre governi, due presidenti del Consiglio dei quali nessuno aveva avuto alcuna forma di legittimazione popolare diretta - che hanno guidato governi composti da maggioranze composte da partiti che in campagna elettorale si erano dichiarati alternativi -, attuando programmi mai sottoposti al vaglio dei cittadini e hanno ottenuto la fiducia da parlamentari eletti con liste bloccate. Insomma, una democrazia in cui i cittadini non scelgono premier, maggioranza, programmi e neanche parlamentari. Dobbiamo garantire il diritto di scegliere dei cittadini e mettere fine alla stagione di ribaltoni, governi tecnici, maggioranze arcobaleno». «Una democrazia instabile«, ha proseguito Meloni, «finisce per essere una democrazia in cui chi dovrebbe difendere le istanze dei cittadini si trova più debole di sistemi come lobby, concentrazioni di potere e chi ha esercitato questa influenza», ha concluso, «ora si oppone».
Infine, pur esprimendo la speranza che in Parlamento prevalga il dialogo e che il testo definitivo possa essere approvato con la maggioranza dei due terzi, Meloni ha confermato di non temere la prova referendaria: «Andrà benissimo sottoporre ai cittadini la scelta. Si dice che non è bene arrivare a un referendum divisivo, ma ricordo che la Repubblica è nata su un referendum divisivo, perché così è la democrazia».






