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2023-08-10
La Meloni spiega la tassa: «Troppi margini ingiusti». Ma il gettito sarà ridotto
Giorgia Meloni (Ansa)
L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto.
Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo».
Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo.
C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo.
Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia.
Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario».
Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».
Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti
La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo».
Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì.
E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche.
Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco.
Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni.
Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente.
In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022.
Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
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Il premier non ne fa un problema di gettito, bensì di equità: così stoppa Fi e respinge gli attacchi del Pd sulla povertà.Con il tetto annunciato da Giancarlo Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti. Credem avrebbe dovuto pagare 216 milioni e alla fine ne potrebbe versare 65. Mentre per Banca Generali il peso sarà inferiore ai 20 milioni. Resta il rischio che la Corte costituzionale possa bocciare la norma.Lo speciale contiene due articoli.L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto. Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo». Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo. C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo. Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia. Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario». Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-spiega-tassa-banche-2663124923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-tetto-annunciato-da-giorgetti-impatto-morbido-per-gli-istituti" data-post-id="2663124923" data-published-at="1691639076" data-use-pagination="False"> Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo». Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì. E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche. Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco. Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni. Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente. In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022. Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
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Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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