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2023-08-10
La Meloni spiega la tassa: «Troppi margini ingiusti». Ma il gettito sarà ridotto
Giorgia Meloni (Ansa)
L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto.
Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo».
Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo.
C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo.
Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia.
Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario».
Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».
Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti
La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo».
Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì.
E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche.
Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco.
Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni.
Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente.
In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022.
Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
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Il premier non ne fa un problema di gettito, bensì di equità: così stoppa Fi e respinge gli attacchi del Pd sulla povertà.Con il tetto annunciato da Giancarlo Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti. Credem avrebbe dovuto pagare 216 milioni e alla fine ne potrebbe versare 65. Mentre per Banca Generali il peso sarà inferiore ai 20 milioni. Resta il rischio che la Corte costituzionale possa bocciare la norma.Lo speciale contiene due articoli.L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto. Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo». Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo. C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo. Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia. Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario». Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-spiega-tassa-banche-2663124923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-tetto-annunciato-da-giorgetti-impatto-morbido-per-gli-istituti" data-post-id="2663124923" data-published-at="1691639076" data-use-pagination="False"> Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo». Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì. E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche. Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco. Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni. Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente. In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022. Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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