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2023-08-10
La Meloni spiega la tassa: «Troppi margini ingiusti». Ma il gettito sarà ridotto
Giorgia Meloni (Ansa)
L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto.
Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo».
Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo.
C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo.
Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia.
Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario».
Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».
Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti
La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo».
Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì.
E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche.
Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco.
Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni.
Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente.
In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022.
Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
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Il premier non ne fa un problema di gettito, bensì di equità: così stoppa Fi e respinge gli attacchi del Pd sulla povertà.Con il tetto annunciato da Giancarlo Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti. Credem avrebbe dovuto pagare 216 milioni e alla fine ne potrebbe versare 65. Mentre per Banca Generali il peso sarà inferiore ai 20 milioni. Resta il rischio che la Corte costituzionale possa bocciare la norma.Lo speciale contiene due articoli.L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto. Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo». Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo. C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo. Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia. Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario». Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-spiega-tassa-banche-2663124923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-tetto-annunciato-da-giorgetti-impatto-morbido-per-gli-istituti" data-post-id="2663124923" data-published-at="1691639076" data-use-pagination="False"> Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo». Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì. E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche. Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco. Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni. Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente. In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022. Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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