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2023-08-10
La Meloni spiega la tassa: «Troppi margini ingiusti». Ma il gettito sarà ridotto
Giorgia Meloni (Ansa)
L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto.
Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo».
Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo.
C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo.
Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia.
Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario».
Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».
Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti
La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo».
Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì.
E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche.
Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco.
Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni.
Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente.
In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022.
Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
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Il premier non ne fa un problema di gettito, bensì di equità: così stoppa Fi e respinge gli attacchi del Pd sulla povertà.Con il tetto annunciato da Giancarlo Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti. Credem avrebbe dovuto pagare 216 milioni e alla fine ne potrebbe versare 65. Mentre per Banca Generali il peso sarà inferiore ai 20 milioni. Resta il rischio che la Corte costituzionale possa bocciare la norma.Lo speciale contiene due articoli.L’onere-onore di annunciare il prelievo sui margini delle banche è toccato, nella conferenza stampa sul decreto Asset, a Matteo Salvini. Il compito di smorzarlo, imponendo un tetto (lo 0,1% degli attivi), se l’è preso martedì sera il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma l’imprimatur politico lo dà il premier Giorgia Meloni che nel consueto appuntamento con «Gli appunti di Giorgia» ha risposto alle critiche piovute sulla «ratio» e sulle modalità del provvedimento: «Il Consiglio dei ministri», ha spiegato il leader di Fdi, «ha approvato diverse misure, la più importante delle quali secondo me è la tassazione sui margini ingiusti delle banche». Ecco, in quell’«ingiusti» c’è tutto il senso dell’intervento del presidente del Consiglio. Ora, si può discutere ore su ciò che potrebbe essere considerato «giusto» e «ingiusto» e sulla discrezionalità della definizione, ma evidentemente alla Meloni tutto questo interessa poco. Ieri il capo del governo ha voluto evidenziare che «viviamo una fase economica e finanziaria molto complicata». Come sappiamo: «In Europa abbiamo avuto una forte inflazione causata da fattori esterni alla nostra economia» e che «la risposta della Bce è stata quella di intervenire - si potrebbe discutere sull’efficacia dell’iniziativa - con una “politica” molto decisa di aumento dei tassi di interesse che ha provocato un aumento dei prezzi, del costo del denaro e dei nuovi mutui». Quindi è arrivata al punto: «In questa situazione è fondamentale che il sistema bancario si comporti in modo corretto». Ma evidentemente per la Meloni molti istituti di credito non l’avrebbero fatto. Tant’è, la chiosa: «Con le risorse recuperate aiuteremo a finanziare i provvedimenti per sostenere famiglie e imprese di fronte alle difficoltà legate all’alto costo del denaro, che non permettono, spesso, neanche di affrontare serenamente le spese di un mutuo». Tradotto: per la Meloni, i guadagni dovuti al fatto che le banche hanno alzato gli interessi a famiglie e imprese che chiedono loro i soldi in prestito ai livelli imposti dalla Banca centrale, mentre li lasciavano vicini allo zero per i conti correnti e i depositi dei cittadini è «ingiusto». Quindi di conseguenza è giusto prelevare una parte di quei profitti per lenire le difficoltà soprattutto delle famiglie che a causa dei rialzi non riescono a pagare la rata del mutuo. C’è un filo logico dietro questo ragionamento, che di sicuro va di traverso al mercato e alle sue logiche, ma è innegabile. Ed è quello che sta a cuore al premier. Che in questo trova conforto nella forza dei numeri: i tassi bancari sui conti correnti erano pari allo 0,03% nel mese di giugno del 2022 e hanno raggiunto quota 0,36% un anno dopo, mentre i mutui per le famiglie schizzavano dal 2,37% al 4,65% e i prestiti alle imprese dall’1,44% al 5,04%. Giorgia Meloni è consapevole che alla fine della fiera il gettito della misura, se non sarà irrisorio, ci andrà molto vicino. In due giorni, tanto per dare l’idea, la misura è stata sgonfiata per ben due volte (prima alzando le soglie e poi imponendo un tetto) e la trattativa con le banche deve ancora entrare nel vivo. Ma a questo punto il gettito è l’ultima delle sue preoccupazioni. Con questa misura il capo del governo è sicuro di aver ribaltato la prospettiva rispetto alle accusa di «fare la guerra ai poveri» che la sinistra gli sta muovendo, partendo dal tema del reddito di cittadinanza e arrivando fino alla proposta sul salario minimo. Poi c’è il dato che riguarda gli equilibri all’interno della maggioranza. Che hanno portato ieri Palazzo Chigi a prendere le distanze da alcuni retroscena: «Le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa in merito alla genesi della norma sugli extra-profitti bancari, secondo le quali ci sarebbe stato un contrasto di vedute tra Mef e presidenza del Consiglio, sono totalmente inventate e frutto della fantasia di chi ne ha scritto», ha precisato la presidenza del Consiglio. Sono talmente tanto fantasiose al punto che Chigi ribadisce quanto già evidenziato il giorno prima dal ministero di Giorgetti: «Il testo della norma è stato messo a punto dal Mef in piena sintonia con l’intero governo e approvato in modo unanime dal Consiglio dei ministri». Chiarimento a parte è però innegabile che sul tema nella maggioranza ci siano delle sensibilità diverse. Così com’è innegabile che la presa di posizione della Meloni rappresenti anche un altolà e una presa di distanza da Forza Italia. Soprattutto dalla Forza Italia più vicina alle istanze della famiglia Berlusconi. Quella che nell’immediato post provvedimento aveva parlato di cambiamenti in Parlamento e la cui posizione ieri è stata ribadita dal presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli: «Il tasso di interesse chiesto dalle banche soffre la decisione della Bce di aumentare il costo del denaro, decisione mai condivisa da Forza Italia», ha spiegato, «Il governo italiano ha deciso di tassare i profitti delle banche: questo ha creato disagio nella Borsa, nei mercati finanziari, tra i piccoli risparmiatori. La credibilità di un paese dipende dalla solidità e dalla affidabilità del suo sistema bancario». Se non è un mea culpa, ci somiglia tanto. E sarebbe un mea culpa che la Meloni considererebbe doppiamente «ingiusto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-spiega-tassa-banche-2663124923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-tetto-annunciato-da-giorgetti-impatto-morbido-per-gli-istituti" data-post-id="2663124923" data-published-at="1691639076" data-use-pagination="False"> Con il tetto annunciato da Giorgetti impatto «morbido» per gli istituti La vicenda dell’imposta straordinaria sulle banche - del cui approdo in Gazzetta Ufficiale non si hanno ancora notizie - ieri si è rivelata per quello che è. Un’improvvida uscita agostana buona per animare le chiacchiere sotto l’ombrellone o nelle baite e catturare l’attenzione mediatica che l’opposizione stava conquistando, incalzando il governo su salario minimo e reddito di cittadinanza. Insomma, qualcosa di simile al famoso «a brigante, brigante e mezzo». Ma, soprattutto quando si parla di società quotate che gestiscono il risparmio e i pagamenti degli italiani, è un metodo che non paga, anzi, crea danni. Annunciare in conferenza stampa lunedì sera un’imposta del genere, senza farla uscire in Gazzetta Ufficiale la sera stessa - come fece Giuliano Amato quando nel luglio 1992 prelevò il sei per mille dai conti correnti degli italiani - non può che seminare incertezza tra gli investitori che non sanno più quale sarà il carico fiscale che abbatterà gli utili e quindi il valore di Borsa delle azioni delle banche coinvolte. La certezza giuridica è tutto in questi casi. Invece nulla, oltre al comunicato stampa del Consiglio dei ministri terminato alle 20.31 di lunedì. E così per tutta la giornata di martedì le azioni delle banche hanno registrato pesanti ribassi che hanno portato l’indice settoriale ad arretrare del 6% circa perdendo 900 punti. Quando poi martedì alle 19.55 è giunto il comunicato del Mef che ha aggiunto l’essenziale tassello, di cui non c’era traccia appena 24 ore prima, costituito dal tetto all’importo che poteva gravare su ogni singola banca (0,1% dell’attivo), ieri i calcoli hanno cominciato ad essere più fattibili e definiti, e quello che sembrava l’esibizione muscolare di Robin Hood che rubava ai ricchi per dare ai poveri si è ridimensionata, con impatti non catastrofici sui conti delle banche. Infatti ieri sera l’indice settoriale ha mostrato un recupero del 3% circa, recuperando poco meno della metà della perdita di martedì. Ma ormai la frittata era fatta e, come prevedibile, per tutta la giornata Financial Times e Bloomberg hanno imperversato parlando di «confusione», «marcia indietro», «perdita di credibilità». Addirittura prospettando scenari di crisi di governo. Non attendevano altro, e il governo ha offerto maldestramente il fianco. Abbiamo fatto una simulazione sui conti di Credem, una delle banche più solide e redditizie d’Europa, con un perimetro sostanzialmente nazionale più facile da analizzare (anche se è parzialmente fuorviante analizzare i dati del bilancio consolidato), e abbiamo stimato che, se nel secondo semestre 2023 il margine di interesse fosse pari a quello del primo, la sovraimposta graverebbe per 216 milioni. Ma con il tetto, estratto come un coniglio dal cilindro dal ministro Giancarlo Giorgetti, si scende a circa 65 milioni. Poco meno della metà delle imposte gravanti sul gruppo nel 2022 e una frazione dei 299 milioni di utile netto del primo semestre 2023. Banca Generali, per fare un altro esempio, ha dichiarato un impatto di poco meno di 20 milioni. Eppure c’erano tutte le premesse per fare bene. Infatti è un dato oggettivo che le banche abbiano beneficiato, a partire dal secondo semestre 2022, di un eccezionale incremento del margine di interesse perché hanno potuto da subito adeguare i tassi dei loro prestiti e nicchiare nell’aumentare i tassi corrisposti sui depositi. Il risultato è negli annunci delle semestrali di questi ultimi giorni, in cui gli utili netti delle principali banche italiane sono aumentati dal 40% al 100% rispetto al primo semestre 2022. Ma il confronto va fatto tra 2023 ed il 2021 (è improbabile che il confronto tra 2022 e 2021, pure possibile, restituisca valori superiori) e quindi l’imposta non è retroattiva, pur violando comunque l’articolo 4 dello Statuto del contribuente. In questo modo è stato superato uno dei difetti del «contributo straordinario» a carico delle imprese del settore energetico varato dal governo Draghi nel marzo 2022, con gettito disastroso rispetto alle previsioni, calcolato su periodi pregressi. Positiva anche la scelta del margine di interesse (dato esposto in bilancio e non da calcolarsi ex novo) come base di calcolo, invece dell’improbabile ricorso ai dati Iva fatto nel 2022. Restano invece tutte da superare le obiezioni poste dalla Corte costituzionale nel 2015, giudicando la Robin Hood Tax introdotta dal governo Berlusconi nel 2008. Perché in astratto è possibile derogare al principio di capacità contributiva e uguaglianza e istituire un’imposta, seppure temporanea, che agisca sui profitti in eccesso (cosiddetti guadagni «immeritati»), ma ci deve essere un’adeguata motivazione, riconducibile a situazioni eccezionali di carattere esogeno (come una guerra). Qui invece siamo in presenza di effetti di un fenomeno normale, come quello dei tassi che salgono e scendono (ricordate i tassi negativi?) in relazione alla congiuntura economica. Secondo la Corte «ogni diversificazione del regime tributario, per aree economiche o per tipologia di contribuenti, deve essere supportata da adeguate giustificazioni, in assenza delle quali la differenziazione degenera in arbitraria discriminazione». È inoltre tutto da dimostrare che l’eccedenza del margine rispetto al 2021 sia idonea misura del profitto in eccesso. Infatti, dove sta scritto che il 2021 è stato un anno di redditività «normale», come richiesto dalla Corte? Ricordiamo infatti che le banche pagavano per depositare la loro liquidità presso la Bce o investire in titoli di Stato a breve e non hanno mai applicato tassi negativi sulla raccolta presso i risparmiatori. Sono nodi che verranno al pettine. Nel frattempo, sotto l’ombrellone non ci si annoierà.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.