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2022-10-11
Meloni alle prese con lo scoglio Mef. Siniscalco prova ad autocandidarsi
Domenico Siniscalco e Fabio Panetta (Imagoeconomica)
Giorgia Meloni accelera: la situazione internazionale si fa ora dopo ora più delicata, e la leader di Fratelli d’Italia e del centrodestra ha fretta di mettere a punto la squadra di governo da proporre, una volta ricevuto l’incarico, al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La Meloni non vuole (e non può) lasciarsi impaludare in una estenuante trattativa con gli alleati, e non a caso, a quanto ci risulta, è pronta, in caso di necessità, a nominare in autonomia i ministri. «Se e quando il presidente della Repubblica dovesse affidarci l’incarico», ha detto ieri ai suoi parlamentari, riuniti per la prima volta a Roma, «puntiamo a essere pronti e il più veloci possibile, anche nella formazione del governo. Lavoreremo per procedere spediti partendo dalle urgenze dell’Italia, come il caro bollette, l’approvvigionamento energetico e la legge di bilancio. Puntiamo», ha aggiunto, «a dar vita a un governo autorevole e di altissimo livello, che parta dalle competenze».
La casella da riempire per poi comporre definitivamente il puzzle della Meloni è quella del ministero dell’Economia: Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, avrebbe cortesemente ma fermamente declinato anche l’invito arrivato dal Quirinale a riconsiderare il suo «no». Intanto, continua ad autopromuoversi l’ex ministro dell’Economia del governo Berlusconi II e III, Domenico Siniscalco, che ricoprì il ruolo dal luglio 2004 al settembre 2005, quando lasciò in polemica con la maggioranza che non sostenne la sua richiesta di far dimettere l’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, oltre che per divergenze sulle politiche economiche da attuare. «Mi dimetto», disse Siniscalco, «per l’assoluto immobilismo del governo. Il problema non è Fazio, ma chi è incapace di risolvere il problema. Per questo non sono amareggiato: sono scandalizzato». Il precedente è molto significativo: la Meloni di tutto ha bisogno, al Mef, tranne che di un ministro che da un momento all’altro può creare grattacapi alla maggioranza.
Non solo: Siniscalco è stato pure protagonista di almeno un paio di episodi che hanno suscitato molte polemiche. Il primo, che risale al 2011/2012, è quello che ha visto Siniscalco, in qualità di ex direttore generale del Tesoro, finire a giudizio (poi assolto) da parte della Corte dei conti per la vicenda della stipulazione di contratti in prodotti finanziari derivati ad alto rischio con la banca Morgan Stanley. Siniscalco, insieme con l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli e agli ex vertici del Mef Maria Cannata, ex dirigente del debito pubblico, e all’ex dg del Tesoro Vincenzo La Via, era stato accusato di aver concordato con Morgan Stanley condizioni troppo sfavorevoli per il nostro Paese e al contrario troppo vantaggiose per la banca americana, provocando un danno erariale totale di 3,9 miliardi di euro. Lo scorso aprile la Corte dei conti del Lazio ha assolto tutti. Siniscalco ha ricoperto ruoli di prestigio in Morgan Stanley: attualmente è vicepresident e country manager per l’Italia della banca di investimento americana. Avendo 68 anni, a breve dovrebbe, come consuetudine delle banche d’affari, lasciare l’incarico. La seconda vicenda riguarda la proposta di Siniscalco, da ministro dell’Economia, nell’agosto 2005, di nominare Alfredo Meocci direttore generale della Rai. Meno di un anno dopo, l’Autorità per le comunicazioni dichiarò l’incompatibilità di Meocci alla carica di dg, in quanto ex membro della stessa Agcom, fatto che era noto al momento della nomina. Meocci lasciò l’incarico nel 2006, la Corte dei conti condannò gli allora consiglieri di amministrazione della Rai che votarono a favore, ovvero Giovanna Bianchi Clerici, Gennaro Malgieri, Angelo Maria Petroni, Giuliano Urbani e Marco Staderini, e l’allora ministro Siniscalco a un risarcimento di 11 milioni di euro, in parti uguali fra loro. Grazie alla cosiddetta «definizione agevolata», che in secondo grado consente di chiudere ogni pendenza pagando il 20% della somma oggetto della condanna impugnata, tutti i protagonisti della vicenda hanno risolto ogni controversia legale e alla Rai sono rientrati 2 milioni di euro.
Dunque, visto che Siniscalco difficilmente potrà tornare al Mef, vediamo le altre ipotesi in campo. Una pista porta a Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia: un nome certamente di rilievo. Sarebbe però la prima volta che un governatore di Bankitalia passa direttamente al ministero dell’Economia. Un altro nome «caldo» è quello di Dario Scannapieco, attuale amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti. Stabili le quotazioni del leghista Giancarlo Giorgetti, ministro uscente dello Sviluppo economico. La soluzione Giorgetti sarebbe un segnale di rispetto e attenzione per Mario Draghi, al quale il numero due della Lega è da sempre vicinissimo.
La scelta del ministro dell’Economia al momento rappresenta lo scoglio più difficile da superare per varare la nave del governo: a meno che la Meloni non abbia un asso nella manica ignoto a tutti, infatti, al momento la ricerca di una personalità in grado di ricoprire quel ruolo sembra ancora vana. Il ministro dell’Economia del Meloni I, infatti, deve rispondere a delle precise caratteristiche: da un lato deve essere rassicurante per i mercati e avere il gradimento di Mattarella, dall’altro però deve anche essere disposto ad assecondare la linea politica del centrodestra e della Meloni prima di tutto.
Il Cav: «Fra alleati non esistono veti»
Tra una guerra nel cuore dell’Europa, la crisi economica e le bollette alle stelle, uno degli ostacoli più alti da superare sulla strada della formazione del governo di centrodestra è rappresentato dalla tigna con la quale Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia molto vicina a Silvio Berlusconi, vuole assolutamente ricoprire un incarico in Consiglio dei ministri. «Non esistono», ha scritto ieri su Twitter Berlusconi, «non possono esistere, fra partiti alleati, veti o pregiudiziali verso qualcuno». Sulla Ronzulli non c’è nessun veto: semplicemente, la Meloni vuole per tutti gli incarichi di governo personalità con le competenze necessarie ad affrontare le sfide durissime che attendono l’Italia, ed è pronta a sacrificare sull’altare di questo metodo le speranze dei suoi stessi fedelissimi. Resteranno fuori dall’esecutivo pezzi da 90 di Fratelli d’Italia come Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli: un sacrificio che servirà anche a dare il buon esempio a tutti gli aspiranti ministri che resteranno a bocca asciutta.
Probabilmente tra oggi e domani Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e la Meloni si riuniranno di nuovo per cercare di sciogliere il nodo: intanto, a quanto apprende la Verità, sulle presidenze dei due rami del Parlamento l’accordo sarebbe a un passo, con Riccardo Molinari della Lega presidente della Camera e Ignazio la Russa di Fratelli d’Italia presidente del Senato. Il nodo Ronzulli, invece, come dicevamo, tiene politicamente in ostaggio la definizione della squadra di governo. La Ronzulli non solo vorrebbe per sé un ministero importante, ma pure il ruolo di capodelegazione, con tanti saluti al curriculum di Antonio Tajani, che è stato presidente del Parlamento europeo, vicepresidente della Commissione europea, commissario europeo per i Trasporti e per l’Agricoltura. Tajani è destinato a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri, e non a caso ieri Elisabetta Belloni, capo del Dis e considerata papabile per la Farnesina, si è tirata fuori dalla partita: «No, non farò il ministro», ha detto ai cronisti. La squadra di Forza Italia in ogni caso dovrebbe comprendere, oltre a Tajani, anche il presidente uscente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, altro nome con un curriculum di tutto rispetto proposto da Berlusconi alla Meloni: la seconda carica dello Stato ha ricoperto per due volte la carica di sottosegretario alla Salute e alla Giustizia ed è stata componente del Consiglio superiore della magistratura. Anna Maria Bernini, capogruppo uscente di Fi a Palazzo Madama, pure dovrebbe far parte del governo, così come Alessandro Cattaneo. Per quel che riguarda la Lega, crescono le quotazioni di Giancarlo Giorgetti al Mef, mentre Matteo Salvini potrebbe andare all’Agricoltura. Erika Stefani è in corsa agli Affari regionali. Se Giorgetti sarà nominato ministro dell’Economia, il Carroccio potrà gioire per una squadra di governo di primissimo piano.
Per Fratelli d’Italia, sempre alte le quotazioni di Carlo Nordio, che potrebbe andare alla Giustizia, e di Raffele Fitto, in pole come ministro agli Affari europei. Adolfo Urso alla Difesa sarebbe una garanzia per Washington e Bruxelles. Per il Viminale, salgono le quotazioni del prefetto Giuseppe Pecoraro, candidato con Fdi, visto che la Lega ha fatto sapere che Matteo Piantedosi non sarebbe considerato in quota Carroccio.
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Fabio Panetta ha ribadito anche al Quirinale il suo no. E l’ex ministro cerca di approfittare della difficoltà a trovare un nome inattaccabile per il Tesoro. Ma sulle sue ambizioni pesano gli scandali Morgan Stanley e Rai.Il centrodestra discute ancora sul ruolo da dare a Licia Ronzulli, tema su cui Silvio Berlusconi non fa passi indietro. Riccardo Molinari e Ignazio La Russa favoriti alla presidenza di Camera e Senato.Lo speciale contiene due articoli.Giorgia Meloni accelera: la situazione internazionale si fa ora dopo ora più delicata, e la leader di Fratelli d’Italia e del centrodestra ha fretta di mettere a punto la squadra di governo da proporre, una volta ricevuto l’incarico, al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La Meloni non vuole (e non può) lasciarsi impaludare in una estenuante trattativa con gli alleati, e non a caso, a quanto ci risulta, è pronta, in caso di necessità, a nominare in autonomia i ministri. «Se e quando il presidente della Repubblica dovesse affidarci l’incarico», ha detto ieri ai suoi parlamentari, riuniti per la prima volta a Roma, «puntiamo a essere pronti e il più veloci possibile, anche nella formazione del governo. Lavoreremo per procedere spediti partendo dalle urgenze dell’Italia, come il caro bollette, l’approvvigionamento energetico e la legge di bilancio. Puntiamo», ha aggiunto, «a dar vita a un governo autorevole e di altissimo livello, che parta dalle competenze».La casella da riempire per poi comporre definitivamente il puzzle della Meloni è quella del ministero dell’Economia: Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, avrebbe cortesemente ma fermamente declinato anche l’invito arrivato dal Quirinale a riconsiderare il suo «no». Intanto, continua ad autopromuoversi l’ex ministro dell’Economia del governo Berlusconi II e III, Domenico Siniscalco, che ricoprì il ruolo dal luglio 2004 al settembre 2005, quando lasciò in polemica con la maggioranza che non sostenne la sua richiesta di far dimettere l’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, oltre che per divergenze sulle politiche economiche da attuare. «Mi dimetto», disse Siniscalco, «per l’assoluto immobilismo del governo. Il problema non è Fazio, ma chi è incapace di risolvere il problema. Per questo non sono amareggiato: sono scandalizzato». Il precedente è molto significativo: la Meloni di tutto ha bisogno, al Mef, tranne che di un ministro che da un momento all’altro può creare grattacapi alla maggioranza. Non solo: Siniscalco è stato pure protagonista di almeno un paio di episodi che hanno suscitato molte polemiche. Il primo, che risale al 2011/2012, è quello che ha visto Siniscalco, in qualità di ex direttore generale del Tesoro, finire a giudizio (poi assolto) da parte della Corte dei conti per la vicenda della stipulazione di contratti in prodotti finanziari derivati ad alto rischio con la banca Morgan Stanley. Siniscalco, insieme con l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli e agli ex vertici del Mef Maria Cannata, ex dirigente del debito pubblico, e all’ex dg del Tesoro Vincenzo La Via, era stato accusato di aver concordato con Morgan Stanley condizioni troppo sfavorevoli per il nostro Paese e al contrario troppo vantaggiose per la banca americana, provocando un danno erariale totale di 3,9 miliardi di euro. Lo scorso aprile la Corte dei conti del Lazio ha assolto tutti. Siniscalco ha ricoperto ruoli di prestigio in Morgan Stanley: attualmente è vicepresident e country manager per l’Italia della banca di investimento americana. Avendo 68 anni, a breve dovrebbe, come consuetudine delle banche d’affari, lasciare l’incarico. La seconda vicenda riguarda la proposta di Siniscalco, da ministro dell’Economia, nell’agosto 2005, di nominare Alfredo Meocci direttore generale della Rai. Meno di un anno dopo, l’Autorità per le comunicazioni dichiarò l’incompatibilità di Meocci alla carica di dg, in quanto ex membro della stessa Agcom, fatto che era noto al momento della nomina. Meocci lasciò l’incarico nel 2006, la Corte dei conti condannò gli allora consiglieri di amministrazione della Rai che votarono a favore, ovvero Giovanna Bianchi Clerici, Gennaro Malgieri, Angelo Maria Petroni, Giuliano Urbani e Marco Staderini, e l’allora ministro Siniscalco a un risarcimento di 11 milioni di euro, in parti uguali fra loro. Grazie alla cosiddetta «definizione agevolata», che in secondo grado consente di chiudere ogni pendenza pagando il 20% della somma oggetto della condanna impugnata, tutti i protagonisti della vicenda hanno risolto ogni controversia legale e alla Rai sono rientrati 2 milioni di euro. Dunque, visto che Siniscalco difficilmente potrà tornare al Mef, vediamo le altre ipotesi in campo. Una pista porta a Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia: un nome certamente di rilievo. Sarebbe però la prima volta che un governatore di Bankitalia passa direttamente al ministero dell’Economia. Un altro nome «caldo» è quello di Dario Scannapieco, attuale amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti. Stabili le quotazioni del leghista Giancarlo Giorgetti, ministro uscente dello Sviluppo economico. La soluzione Giorgetti sarebbe un segnale di rispetto e attenzione per Mario Draghi, al quale il numero due della Lega è da sempre vicinissimo.La scelta del ministro dell’Economia al momento rappresenta lo scoglio più difficile da superare per varare la nave del governo: a meno che la Meloni non abbia un asso nella manica ignoto a tutti, infatti, al momento la ricerca di una personalità in grado di ricoprire quel ruolo sembra ancora vana. Il ministro dell’Economia del Meloni I, infatti, deve rispondere a delle precise caratteristiche: da un lato deve essere rassicurante per i mercati e avere il gradimento di Mattarella, dall’altro però deve anche essere disposto ad assecondare la linea politica del centrodestra e della Meloni prima di tutto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-prese-scoglio-mef-siniscalco-2658423119.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cav-fra-alleati-non-esistono-veti" data-post-id="2658423119" data-published-at="1665470571" data-use-pagination="False"> Il Cav: «Fra alleati non esistono veti» Tra una guerra nel cuore dell’Europa, la crisi economica e le bollette alle stelle, uno degli ostacoli più alti da superare sulla strada della formazione del governo di centrodestra è rappresentato dalla tigna con la quale Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia molto vicina a Silvio Berlusconi, vuole assolutamente ricoprire un incarico in Consiglio dei ministri. «Non esistono», ha scritto ieri su Twitter Berlusconi, «non possono esistere, fra partiti alleati, veti o pregiudiziali verso qualcuno». Sulla Ronzulli non c’è nessun veto: semplicemente, la Meloni vuole per tutti gli incarichi di governo personalità con le competenze necessarie ad affrontare le sfide durissime che attendono l’Italia, ed è pronta a sacrificare sull’altare di questo metodo le speranze dei suoi stessi fedelissimi. Resteranno fuori dall’esecutivo pezzi da 90 di Fratelli d’Italia come Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli: un sacrificio che servirà anche a dare il buon esempio a tutti gli aspiranti ministri che resteranno a bocca asciutta. Probabilmente tra oggi e domani Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e la Meloni si riuniranno di nuovo per cercare di sciogliere il nodo: intanto, a quanto apprende la Verità, sulle presidenze dei due rami del Parlamento l’accordo sarebbe a un passo, con Riccardo Molinari della Lega presidente della Camera e Ignazio la Russa di Fratelli d’Italia presidente del Senato. Il nodo Ronzulli, invece, come dicevamo, tiene politicamente in ostaggio la definizione della squadra di governo. La Ronzulli non solo vorrebbe per sé un ministero importante, ma pure il ruolo di capodelegazione, con tanti saluti al curriculum di Antonio Tajani, che è stato presidente del Parlamento europeo, vicepresidente della Commissione europea, commissario europeo per i Trasporti e per l’Agricoltura. Tajani è destinato a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri, e non a caso ieri Elisabetta Belloni, capo del Dis e considerata papabile per la Farnesina, si è tirata fuori dalla partita: «No, non farò il ministro», ha detto ai cronisti. La squadra di Forza Italia in ogni caso dovrebbe comprendere, oltre a Tajani, anche il presidente uscente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, altro nome con un curriculum di tutto rispetto proposto da Berlusconi alla Meloni: la seconda carica dello Stato ha ricoperto per due volte la carica di sottosegretario alla Salute e alla Giustizia ed è stata componente del Consiglio superiore della magistratura. Anna Maria Bernini, capogruppo uscente di Fi a Palazzo Madama, pure dovrebbe far parte del governo, così come Alessandro Cattaneo. Per quel che riguarda la Lega, crescono le quotazioni di Giancarlo Giorgetti al Mef, mentre Matteo Salvini potrebbe andare all’Agricoltura. Erika Stefani è in corsa agli Affari regionali. Se Giorgetti sarà nominato ministro dell’Economia, il Carroccio potrà gioire per una squadra di governo di primissimo piano. Per Fratelli d’Italia, sempre alte le quotazioni di Carlo Nordio, che potrebbe andare alla Giustizia, e di Raffele Fitto, in pole come ministro agli Affari europei. Adolfo Urso alla Difesa sarebbe una garanzia per Washington e Bruxelles. Per il Viminale, salgono le quotazioni del prefetto Giuseppe Pecoraro, candidato con Fdi, visto che la Lega ha fatto sapere che Matteo Piantedosi non sarebbe considerato in quota Carroccio.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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