La Lotti aveva scelto il rito abbreviato (che garantisce una riduzione di un terzo della pena) e rinunciato alla prescrizione, forte anche della convinzione dei pm nella sua innocenza.
Ovviamente adesso avrà la possibilità di fare valere le proprie ragioni in Corte d’Appello e, se necessario, in Cassazione, ma intanto deve incassare una condanna che in qualche modo segna una forte rottura, almeno a Catania, tra la Procura e l’ufficio dei giudici.
Il 20 dicembre 2024 il gip Luca Lorenzetti, dopo le ripetute richieste di archiviazione presentate dalla Procura, ha chiesto ai pm di formulare l’imputazione coatta per la Lotti e il suo presunto corruttore, l’ex avvocato (oggi radiato) Piero Amara, rinviato ieri a giudizio con rito ordinario (prima udienza il prossimo 13 ottobre).
Il 28 dicembre successivo, in piene vacanze natalizie, il sostituto procuratore Rocco Liguori ha dovuto elaborare di gran carriera l’imputazione per corruzione in atti giudiziari «perché in cambio della promessa, poi mantenuta, di Amara di intercedere presso l’allora componente del Consiglio superiore della magistratura Ugo Bergamo» per farla promuovere procuratrice di Gela, «la stessa Lotti, una volta nominata, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, metteva a disposizione la sua funzione […] in favore di Amara, legale dell’Eni Spa (e successivamente allontanato dal Cane a sei zampe, ndr)», così «consentendo allo stesso di avere accesso ai fascicoli in fase di indagine, coperti da segreto investigativo, più rilevanti relativi alla raffineria di Gela». Addirittura la Lotti avrebbe consentito «di indicare i nominativi dei consulenti tecnici vicini all’avvocato Amara e comunque all’Eni, per gli incarichi che la Procura di Gela avrebbe dovuto assegnare nei procedimenti coinvolgenti la raffineria e che avrebbero potuto comportare sequestri o comunque l’interruzione dell’attività della raffineria».
In pratica la Procura riassumeva quello che aveva spiegato dettagliatamente Lorenzetti all’interno dell’articolato provvedimento di 32 pagine depositato il 20 dicembre, in cui aveva evidenziato che per stabilire l’innocenza degli imputati servisse un processo vero e proprio e aveva ricordato le contraddizioni della stessa Lotti: «Dopo avere, all’inizio, negato con forza di avere mai conosciuto e incontrato Amara, ha poi ammesso non solo l’incontro a Roma, ma anche di essersi riparata dalla pioggia insieme ad Amara con un solo ombrello».
Il gip ha anche evidenziato che sebbene l’ex legale abbia provato a negare «un rapporto di do ut des» tuttavia risulterebbe evidente come «a fronte della promessa di intercedere presso l’onorevole Saverio Romano per ottenere il voto favorevole del consigliere del Csm Ugo Bergamo e, quindi, l’unanimità per la nomina a procuratore di Gela, l’intenzione di Amara è stata fin da subito quella di assicurarsi un magistrato compiacente in una delle sedi più importanti per gli interessi di Eni». La vicenda nella sua complessità è tuttavia sfuggita al Csm che, il 20 novembre 2024, ha voluto a tutti i costi confermare la Lotti, considerata idealmente vicina alla sinistra giudiziaria (anche se la stessa ha rivendicato di non essere «mai stata iscritta a Magistratura democratica»), nella carica di procuratore aggiunto della Procura di Roma. La sinistra giudiziaria ha, invece, voluto vedere soltanto un innocuo caso di «autopromozione» venendo quindi sonoramente smentita dalle pronunce dei giudici di Catania.
Già all’epoca avevamo avuto da ridire. Infatti, avevamo criticato, e non poco, le linee guida diramate dall’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi subito dopo la divulgazione delle chat di Luca Palamara, circolari che liquidavano come peccatuccio veniale l’autopromozione dei magistrati presso chi aveva potere decisionale sulle loro carriere. Nel caso della Lotti, la Quinta commissione del Csm aveva esteso la moratoria alle richieste di sponsorizzazione rivolte ai politici.
All’inizio della sua audizione presso Palazzo Bachelet una consigliera aveva introdotto così l’allora procuratrice aggiunta: «È emerso che la dottoressa Lotti si sarebbe rivolta allo stesso Amara per avere l’appoggio di Cuffaro (Totò, ex governatore della Regione Sicilia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) e dell’avvocato Romano per l’incarico di Procuratore di Gela».
Alla fine la Lotti, con le sue «argomentazioni ragionevoli, plausibili e coerenti», aveva convinto i consiglieri di avere «agito al solo fine di sensibilizzare la componente laica del Csm e, in particolare, un certo settore politico, in ordine alla sua domanda di tramutamento».
Dunque, per il Csm «autopromuoversi» in Parlamento per «sensibilizzare un certo settore politico» non rappresentava un problema. Al massimo era una scelta «inopportuna».
Per i giudici, invece, scopriamo adesso, questo comportamento configura la corruzione.
La Lotti nel parlamentino dei giudici aveva pure rinnegato ogni simpatia correntizia: «Io non ho mai fatto vita associativa, mai niente del genere; non sono mai stata a una riunione, forse a un congresso dell’Anm una volta. Ho sempre e solo lavorato, tanto che la mia nomina poi alla fine fu in qualche modo molto trasversale». Anche grazie, giova ricordarlo, il suo passaggio dalla Camera dei deputati.
Come fosse andata la faccenda l’aveva spiegato ai pm lo stesso ex ministro delle Politiche agricole Saverio Romano: «Mi incontrai con Amara e la Lotti, lei mi raccontò del suo curriculum e mi disse che aveva sentito che Bergamo aveva manifestato delle perplessità alla sua nomina. lo le dissi che potevo benissimo parlare con Bergamo che conoscevo bene e che le avrei fatto sapere». L’ex ministro aveva rivelato anche di aver contatto il consigliere e che «lui negò di aver manifestato perplessità sulla nomina della Lotti», tanto che l’aveva votata. Romano, a questo punto, aveva trasferito «l’informazione ad Amara e la vicenda si chiuse così».
La Lotti si era giustificata sostenendo che l’idea fosse stata di un suo amico, l’avvocato Angelo Mangione, a cui si era rivolta: «Sto vedendo che più che un’ostilità c’è una incredulità» gli avrebbe detto. E il legale avrebbe risposto così: «Guarda, c’è Saverio Romano che sta in Commissione giustizia, si occupa tra l’altro di queste cose e in questo momento stanno trattando della questione». La Lotti aveva riferito la propria risposta: «Dico: “Va bene”. Lì per lì non ho ritenuto di fare niente di clamorosamente errato». Dunque, aveva ammesso di essersi recata presso il politico di turno, ma solo per dirgli «Io esisto, ci sono, esiste questa vacanza alla Procura di Gela» (parole sue).
E, quanto al ruolo di Amara, aveva aggiunto: «Quando poi ho incontrato Saverio Romano, l’ho trovato lì». In sostanza l’ex legale non avrebbe avuto nessun ruolo da facilitatore di quell’appuntamento. Il Csm le ha creduto, i giudici siciliani no.
Eppure, prima della votazione a Palazzo Bachelet, un consigliere aveva estratto dal cilindro un altro precedente imbarazzante che riguardava la Lotti. Marco Bisogni, pm di Catania e consigliere della corrente centrista di Unicost, aveva ricordato che nella richiesta di conferma per la Lotti era stato totalmente ignorato un altro procedimento (archiviato) che la riguardava. Il fascicolo era collegato all’inchiesta che ha travolto l’imprenditore Antonello Montante, ex paladino della lotta alla mafia.
Nell’ambito dell’indagine sull’ex numero uno della Confindustria siciliana erano stati scoperti, «in una stanza occultata», documenti contenenti segnalazioni e raccomandazioni provenienti da diversi magistrati. Tra questi «una mail della Lotti a Montante nella quale la stessa sembra richiedere una segnalazione a favore di un ispettore per un concorso che in quel momento era in fase di svolgimento».
Esattamente un mese dopo quell’acceso dibattito, nel dicembre del 2024, è arrivata la richiesta di imputazione coatta del gip Lorenzetti. In essa la toga escludeva la prescrizione del reato contestato, punito con pene da sei a dodici anni di reclusione, mentre disponeva l’archiviazione per quello di rivelazione di segreto d’ufficio. Nell’autunno scorso, davanti al gup Barone, i pm non si sono scoraggiati e hanno chiesto nuovamente l’assoluzione nel rito abbreviato per la pm e il non luogo a procedere per l’ex legale. Il gup ha deciso diversamente.
L’avvocato Dario Piccioni, difensore della Lotti, «esprime il massimo sconcerto» per la condanna: «Gli atti del procedimento permettono a mio giudizio di escludere condotte illecite e da questi risalta il proficuo e costante impegno della Lotti negli otto anni da procuratore di Gela, nei quali ha affrontato con determinazione non comune i problemi di quel difficile territorio, comprese le gravi questioni ambientali e di salute pubblica collegate all’attività della raffineria Eni». Per il legale la sua assistita «ha sempre avuto fiducia nella possibilità che emergesse la piena correttezza del proprio operato e che nessun reato era stato commesso. Non a caso il pubblico ministero titolare delle indagini per ben tre volte aveva avanzato richiesta di archiviazione richiedendo di procedere per calunnia a carico di Amara, così come altro magistrato dello stesso ufficio aveva chiesto l’assoluzione piena in udienza, evidenziando ancora una volta l’inattendibilità delle dichiarazioni dello stesso». Piccioni annuncia anche che presenterà appello. E il grande accusatore? Amara sembra quasi contento per il rinvio a giudizio: «Fermo restando che umanamente mi dispiace che una persona venga condannata, mi preme rilevare che la decisione del gup di Catania è l’ennesima decisione che all’esito di un regolare processo conferma la mia credibilità nella narrazione degli accadimenti che hanno caratterizzato i miei rapporti con alcuni magistrati della giustizia ordinaria ed amministrativa italiana. Sebbene sia stato un corruttore (e per questo ho pagato la mia pena) non sono un calunniatore».