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2024-01-23
La Meloni: «Al 50% mi candido alle Europee»
Giorgia Meloni (Ansa)
«Deciderò all’ultimo momento, quando si faranno le liste». Il premier Giorgia Meloni non scioglie ancora la riserva sulla propria candidatura alle prossime Europee, ma lascia intuire che l’ipotesi di un impegno in prima persona è sul tavolo, aggiungendo che «per il momento le possibilità sono al 50%». Parlando in tv a Quarta Repubblica, il presidente del Consiglio ha confermato di guardare alla tornata elettorale di giugno come ad un appuntamento fondamentale per gli equilibri politici continentali, ma anche per le dinamiche interne al centrodestra e quindi per la parabola della legislatura. «Si figuri», ha detto Meloni al suo interlocutore, «se non considero importante misurarmi con il consenso dei cittadini. È l’unico elemento che conta per me. I cittadini che dovessero votare per una Meloni che si candida in Europa sanno che non ci va, ciò non toglie che se vogliano confermare o confermare un consenso, anche quella è democrazia. Per me», ha concluso, «potrebbe essere importante verificare se ho ancora quel consenso». Un bookmaker navigato, insomma, fisserebbe una quota più bassa per l’ipotesi della candidatura, rispetto a quella della non candidatura.
Ma il capo dell’esecutivo ha detto la sua su tutti i temi caldi dell’attualità non solo politica, rimanendo su temi europei è tornato sul recente esito della trattativa sulla riforma del Patto di Stabilità Ue, definito «non il mio compromesso ideale, ma il migliore possibile», poiché «l’alternativa era tornare ai vecchi parametri e la prospettiva era decisamente peggiore». Non manca una frecciata per il presidente francese Emmanuel Macron, con l’aiuto del quale «si sarebbe potuto fare di più». Sulla politica economica, il premier difende il piano di privatizzazioni presentato dal governo, che non sono «regali miliardari fatti a qualche imprenditore fortunato e amico» ma «cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico». E se per Macron si può parlare di frecciata, quella riservata alla famiglia Agnelli è una staffilata: «Mi ha fatto sorridere», ha detto, «la prima pagina di Repubblica: l’Italia è in vendita. Che questa accusa arrivi dal giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, che hanno trasferito all’estero sede fiscale e legale. Le lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no».
Inevitabile un passaggio su quanto sta accadendo in Medio Oriente, anche in relazione alla recente missione a Istanbul dal leader turco Erdogan: «Sulla genesi della crisi non siamo d’accordo», ha detto il nostro premier, «ma le persone serie se lo dicono, siamo però d’accordo sul fatto che sul Medio Oriente vada cercata una soluzione strutturale». Le carte in tavola, in quest’ottica, potrebbero cambiare col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, anche se nei rapporti col nostro Paese «non cambierebbe nulla». Spazio, infine, anche alle polemiche politiche degli ultimi giorni: sull’affaire pandoro-Ferragni «ci sarà una norma che dice che nelle attività commerciali che hanno anche uno scopo benefico sulla confezione di quello che vendi devi specificare a chi vanno le risorse, per cosa vanno e quanta parte di quelle risorse», mentre sul fascismo Meloni ha sottolineato che «la Schlein a me chiede conto di quello che faceva Mussolini, mentre a lei non puoi chiedere conto di quello che il Pd faceva un anno fa», riferendosi alle affermazioni del consigliere «rosso» della Corte dei Conti Marcello Degni. Infine, il premier ha negato ogni dissidio con Matteo Salvini in generale e sul Piano Mattei.
Sui rapporti interni al centrodestra influiranno di certo le grandi manovre che si stanno celebrando al Senato su premierato e autonomia, provvedimenti cari rispettivamente a Fdi e Lega. Prima che l’aula di Palazzo Madama dia il primo via libera sull’autonomia (previsto per oggi alle 18) un gruppo ristretto di senatori della maggioranza si riunirà sempre al Senato per cominciare a discutere del pacchetto di emendamenti da portare in commissione per il testo sul premierato. Al centro della discussione, la norma che prevede la possibilità, in caso di crisi di governo, di cambiare in corsa il premier purché questo provenga dal perimetro della maggioranza che ha vinto le elezioni. Meloni ha già espresso chiaramente la propria preferenza per una norma «secca» antiribaltone, che preveda il ritorno automatico alle urne in caso di caduta dell’esecutivo, ma ha anche aggiunto di volersi rimettere al Parlamento. E proprio per questo gli esponenti del suo partito non escludono un ritorno all’idea originale nel corso dell’iter in commissione, anche se le parole pronunciate ieri dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, nonché relatore del provvedimento, Alberto Balboni, lasciano intendere che su questo fronte non c’è fretta nell’apportare i correttivi, anche perché il ddl costituzionale avrà bisogno di ben quattro approvazioni, tra i due rami del Parlamento.
L’Ocse ci chiede di tassare le case. E meno male che la vice è italiana...
Impoverirsi per poi arricchirsi di nuovo, forse. Secondo l’Ocse, per crescere l’Italia dovrebbe tassare di più le case e i patrimoni ereditati. Mica studiare, innovare e produrre meglio. Questa vecchia e desolante ricetta, contenuta nell’ultimo rapporto sfornato dall’organismo con sede a Parigi, in realtà non fa che ripetere la vulgata di Commissione Ue e Fondo monetario internazionale sull’Italia. In Europa, gli elevati tassi di risparmio delle nostre famiglie, uniti al fatto che il 70% di esse possiede la casa in cui vive, sono ritenuti scandalosi e, in qualche misura, nemici di una società più fluida, disarticolata e indebitata. E con la scusa che l’Italia ha da sempre una notevole evasione fiscale, si chiede al governo di turno un giro di vite sui beni e sulle scelte d’investimento più amate. All’Ocse, per altro, l’Italia sarebbe rappresentata ai livelli più alti con Fabrizia Lapecorella, che è vicesegretario generale, ma come spesso accade dalle nostre parti, assumere posizioni a favore del proprio Paese è ritenuto il miglior modo per non fare carriera.
L’Economic Survey conferma che il ciclo sta rallentando: le stime dell’Ocse per il 2023 e per l’anno appena iniziato parlano di un modesto +0,7% del Pil, che salirebbe al +1,2% nel 2025. E nel rapporto si legge che «l’economia ha superato bene le recenti crisi, ma la crescita sta ora rallentando a causa dell’inasprimento delle condizioni finanziarie».
Quando si passa ai consigli, arrivano i dispiaceri e si attaccano case, successioni e pensioni. L’Ocse sostiene che uno «spostamento delle imposte dal lavoro alla successione e alla proprietà renderebbe il mix fiscale più favorevole alla crescita», postulato in realtà mai confermato, ma al quale crede ciecamente anche la sinistra italiana. Già oggi, le varie imposte sul patrimonio producono un gettito da 50 miliardi di euro.
L’Ocse non si fa scappare l’occasione della lotta all’evasione per intimarci di «continuare a promuovere l’uso dei pagamenti digitali e abbassare il tetto sui pagamenti in contanti», che non sono certo scelte neutre (i pagamenti digitali sono ottimi business quotati in Borsa) e casualmente non sfiorano il grande problema dell’elusione fiscale delle grandi aziende, in Olanda o in altri Paesi della stessa Europa. E dopo una critica alle varie forme di flat tax, l’organizzazione tira fuori un altro vecchio cavallo di battaglia della Troika, ovvero i tagli alle pensioni. Per gli economisti dell’Ocse, l’Italia dovrebbe eliminare gradualmente i regimi di pensionamento anticipato, che in realtà sono stati la pacchia delle ristrutturazioni private di grandi gruppi spesso neppure in perdita. E poi, sempre per l’Ocse, bisognerebbe tassare gli assegni più elevati e mantenere «questo contributo di solidarietà fino a quando il reddito relativo dei pensionati (italiani, ndr) non sarà allineato alla media Ocse». Insomma, un bel programmino che sembra scambiare l’Italia, promossa dalle agenzie di rating, per una nuova Grecia. Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, fa notare che «l’Ocse, come la Commissione Ue e il Fmi, insiste nella sua cantilena e smetterà di farlo solo quando, come diceva Margaret Thatcher, “i soldi degli altri finiranno”».
Ma chi comanda a Parigi? Dal 2021 il segretario generale è l’australiano Mathias Cormann e uno dei suoi tre vice è l’italiana Fabrizia Lapecorella, che tra le varie competenze ha proprio quella sulle politiche fiscali. Spedita all’Ocse dal governo attuale un anno fa, Lapecorella è stata a lungo direttore generale della Finanze in Via XX Settembre. Chissà se ha spiegato ai colleghi che il modello italiano non è poi così male. Oppure se anche lei, come i vari Mario Monti, Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni, va all’estero solo per ricevere i galloni e tornare in Italia con una patente di euro-affidabilità.
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Il premier: «È importante misurarsi col consenso dei cittadini». E sulle privatizzazioni attacca «Repubblica»: «Il giornale degli Agnelli mi accusa di svendere l’Italia, è il colmo». Ipotesi di modifica al testo sul premierato: elezioni già dopo la prima sfiducia. Fabrizia Lapecorella è ai vertici (grazie al governo), ma l’Ocse non cambia musica.Lo speciale contiene due articoli.«Deciderò all’ultimo momento, quando si faranno le liste». Il premier Giorgia Meloni non scioglie ancora la riserva sulla propria candidatura alle prossime Europee, ma lascia intuire che l’ipotesi di un impegno in prima persona è sul tavolo, aggiungendo che «per il momento le possibilità sono al 50%». Parlando in tv a Quarta Repubblica, il presidente del Consiglio ha confermato di guardare alla tornata elettorale di giugno come ad un appuntamento fondamentale per gli equilibri politici continentali, ma anche per le dinamiche interne al centrodestra e quindi per la parabola della legislatura. «Si figuri», ha detto Meloni al suo interlocutore, «se non considero importante misurarmi con il consenso dei cittadini. È l’unico elemento che conta per me. I cittadini che dovessero votare per una Meloni che si candida in Europa sanno che non ci va, ciò non toglie che se vogliano confermare o confermare un consenso, anche quella è democrazia. Per me», ha concluso, «potrebbe essere importante verificare se ho ancora quel consenso». Un bookmaker navigato, insomma, fisserebbe una quota più bassa per l’ipotesi della candidatura, rispetto a quella della non candidatura. Ma il capo dell’esecutivo ha detto la sua su tutti i temi caldi dell’attualità non solo politica, rimanendo su temi europei è tornato sul recente esito della trattativa sulla riforma del Patto di Stabilità Ue, definito «non il mio compromesso ideale, ma il migliore possibile», poiché «l’alternativa era tornare ai vecchi parametri e la prospettiva era decisamente peggiore». Non manca una frecciata per il presidente francese Emmanuel Macron, con l’aiuto del quale «si sarebbe potuto fare di più». Sulla politica economica, il premier difende il piano di privatizzazioni presentato dal governo, che non sono «regali miliardari fatti a qualche imprenditore fortunato e amico» ma «cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico». E se per Macron si può parlare di frecciata, quella riservata alla famiglia Agnelli è una staffilata: «Mi ha fatto sorridere», ha detto, «la prima pagina di Repubblica: l’Italia è in vendita. Che questa accusa arrivi dal giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, che hanno trasferito all’estero sede fiscale e legale. Le lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no».Inevitabile un passaggio su quanto sta accadendo in Medio Oriente, anche in relazione alla recente missione a Istanbul dal leader turco Erdogan: «Sulla genesi della crisi non siamo d’accordo», ha detto il nostro premier, «ma le persone serie se lo dicono, siamo però d’accordo sul fatto che sul Medio Oriente vada cercata una soluzione strutturale». Le carte in tavola, in quest’ottica, potrebbero cambiare col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, anche se nei rapporti col nostro Paese «non cambierebbe nulla». Spazio, infine, anche alle polemiche politiche degli ultimi giorni: sull’affaire pandoro-Ferragni «ci sarà una norma che dice che nelle attività commerciali che hanno anche uno scopo benefico sulla confezione di quello che vendi devi specificare a chi vanno le risorse, per cosa vanno e quanta parte di quelle risorse», mentre sul fascismo Meloni ha sottolineato che «la Schlein a me chiede conto di quello che faceva Mussolini, mentre a lei non puoi chiedere conto di quello che il Pd faceva un anno fa», riferendosi alle affermazioni del consigliere «rosso» della Corte dei Conti Marcello Degni. Infine, il premier ha negato ogni dissidio con Matteo Salvini in generale e sul Piano Mattei. Sui rapporti interni al centrodestra influiranno di certo le grandi manovre che si stanno celebrando al Senato su premierato e autonomia, provvedimenti cari rispettivamente a Fdi e Lega. Prima che l’aula di Palazzo Madama dia il primo via libera sull’autonomia (previsto per oggi alle 18) un gruppo ristretto di senatori della maggioranza si riunirà sempre al Senato per cominciare a discutere del pacchetto di emendamenti da portare in commissione per il testo sul premierato. Al centro della discussione, la norma che prevede la possibilità, in caso di crisi di governo, di cambiare in corsa il premier purché questo provenga dal perimetro della maggioranza che ha vinto le elezioni. Meloni ha già espresso chiaramente la propria preferenza per una norma «secca» antiribaltone, che preveda il ritorno automatico alle urne in caso di caduta dell’esecutivo, ma ha anche aggiunto di volersi rimettere al Parlamento. E proprio per questo gli esponenti del suo partito non escludono un ritorno all’idea originale nel corso dell’iter in commissione, anche se le parole pronunciate ieri dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, nonché relatore del provvedimento, Alberto Balboni, lasciano intendere che su questo fronte non c’è fretta nell’apportare i correttivi, anche perché il ddl costituzionale avrà bisogno di ben quattro approvazioni, tra i due rami del Parlamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-al-50-mi-candido-2667061413.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="locse-ci-chiede-di-tassare-le-case-e-meno-male-che-la-vice-e-italiana" data-post-id="2667061413" data-published-at="1705999979" data-use-pagination="False"> L’Ocse ci chiede di tassare le case. E meno male che la vice è italiana... Impoverirsi per poi arricchirsi di nuovo, forse. Secondo l’Ocse, per crescere l’Italia dovrebbe tassare di più le case e i patrimoni ereditati. Mica studiare, innovare e produrre meglio. Questa vecchia e desolante ricetta, contenuta nell’ultimo rapporto sfornato dall’organismo con sede a Parigi, in realtà non fa che ripetere la vulgata di Commissione Ue e Fondo monetario internazionale sull’Italia. In Europa, gli elevati tassi di risparmio delle nostre famiglie, uniti al fatto che il 70% di esse possiede la casa in cui vive, sono ritenuti scandalosi e, in qualche misura, nemici di una società più fluida, disarticolata e indebitata. E con la scusa che l’Italia ha da sempre una notevole evasione fiscale, si chiede al governo di turno un giro di vite sui beni e sulle scelte d’investimento più amate. All’Ocse, per altro, l’Italia sarebbe rappresentata ai livelli più alti con Fabrizia Lapecorella, che è vicesegretario generale, ma come spesso accade dalle nostre parti, assumere posizioni a favore del proprio Paese è ritenuto il miglior modo per non fare carriera.L’Economic Survey conferma che il ciclo sta rallentando: le stime dell’Ocse per il 2023 e per l’anno appena iniziato parlano di un modesto +0,7% del Pil, che salirebbe al +1,2% nel 2025. E nel rapporto si legge che «l’economia ha superato bene le recenti crisi, ma la crescita sta ora rallentando a causa dell’inasprimento delle condizioni finanziarie». Quando si passa ai consigli, arrivano i dispiaceri e si attaccano case, successioni e pensioni. L’Ocse sostiene che uno «spostamento delle imposte dal lavoro alla successione e alla proprietà renderebbe il mix fiscale più favorevole alla crescita», postulato in realtà mai confermato, ma al quale crede ciecamente anche la sinistra italiana. Già oggi, le varie imposte sul patrimonio producono un gettito da 50 miliardi di euro. L’Ocse non si fa scappare l’occasione della lotta all’evasione per intimarci di «continuare a promuovere l’uso dei pagamenti digitali e abbassare il tetto sui pagamenti in contanti», che non sono certo scelte neutre (i pagamenti digitali sono ottimi business quotati in Borsa) e casualmente non sfiorano il grande problema dell’elusione fiscale delle grandi aziende, in Olanda o in altri Paesi della stessa Europa. E dopo una critica alle varie forme di flat tax, l’organizzazione tira fuori un altro vecchio cavallo di battaglia della Troika, ovvero i tagli alle pensioni. Per gli economisti dell’Ocse, l’Italia dovrebbe eliminare gradualmente i regimi di pensionamento anticipato, che in realtà sono stati la pacchia delle ristrutturazioni private di grandi gruppi spesso neppure in perdita. E poi, sempre per l’Ocse, bisognerebbe tassare gli assegni più elevati e mantenere «questo contributo di solidarietà fino a quando il reddito relativo dei pensionati (italiani, ndr) non sarà allineato alla media Ocse». Insomma, un bel programmino che sembra scambiare l’Italia, promossa dalle agenzie di rating, per una nuova Grecia. Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, fa notare che «l’Ocse, come la Commissione Ue e il Fmi, insiste nella sua cantilena e smetterà di farlo solo quando, come diceva Margaret Thatcher, “i soldi degli altri finiranno”». Ma chi comanda a Parigi? Dal 2021 il segretario generale è l’australiano Mathias Cormann e uno dei suoi tre vice è l’italiana Fabrizia Lapecorella, che tra le varie competenze ha proprio quella sulle politiche fiscali. Spedita all’Ocse dal governo attuale un anno fa, Lapecorella è stata a lungo direttore generale della Finanze in Via XX Settembre. Chissà se ha spiegato ai colleghi che il modello italiano non è poi così male. Oppure se anche lei, come i vari Mario Monti, Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni, va all’estero solo per ricevere i galloni e tornare in Italia con una patente di euro-affidabilità.
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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