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2024-01-23
La Meloni: «Al 50% mi candido alle Europee»
Giorgia Meloni (Ansa)
«Deciderò all’ultimo momento, quando si faranno le liste». Il premier Giorgia Meloni non scioglie ancora la riserva sulla propria candidatura alle prossime Europee, ma lascia intuire che l’ipotesi di un impegno in prima persona è sul tavolo, aggiungendo che «per il momento le possibilità sono al 50%». Parlando in tv a Quarta Repubblica, il presidente del Consiglio ha confermato di guardare alla tornata elettorale di giugno come ad un appuntamento fondamentale per gli equilibri politici continentali, ma anche per le dinamiche interne al centrodestra e quindi per la parabola della legislatura. «Si figuri», ha detto Meloni al suo interlocutore, «se non considero importante misurarmi con il consenso dei cittadini. È l’unico elemento che conta per me. I cittadini che dovessero votare per una Meloni che si candida in Europa sanno che non ci va, ciò non toglie che se vogliano confermare o confermare un consenso, anche quella è democrazia. Per me», ha concluso, «potrebbe essere importante verificare se ho ancora quel consenso». Un bookmaker navigato, insomma, fisserebbe una quota più bassa per l’ipotesi della candidatura, rispetto a quella della non candidatura.
Ma il capo dell’esecutivo ha detto la sua su tutti i temi caldi dell’attualità non solo politica, rimanendo su temi europei è tornato sul recente esito della trattativa sulla riforma del Patto di Stabilità Ue, definito «non il mio compromesso ideale, ma il migliore possibile», poiché «l’alternativa era tornare ai vecchi parametri e la prospettiva era decisamente peggiore». Non manca una frecciata per il presidente francese Emmanuel Macron, con l’aiuto del quale «si sarebbe potuto fare di più». Sulla politica economica, il premier difende il piano di privatizzazioni presentato dal governo, che non sono «regali miliardari fatti a qualche imprenditore fortunato e amico» ma «cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico». E se per Macron si può parlare di frecciata, quella riservata alla famiglia Agnelli è una staffilata: «Mi ha fatto sorridere», ha detto, «la prima pagina di Repubblica: l’Italia è in vendita. Che questa accusa arrivi dal giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, che hanno trasferito all’estero sede fiscale e legale. Le lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no».
Inevitabile un passaggio su quanto sta accadendo in Medio Oriente, anche in relazione alla recente missione a Istanbul dal leader turco Erdogan: «Sulla genesi della crisi non siamo d’accordo», ha detto il nostro premier, «ma le persone serie se lo dicono, siamo però d’accordo sul fatto che sul Medio Oriente vada cercata una soluzione strutturale». Le carte in tavola, in quest’ottica, potrebbero cambiare col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, anche se nei rapporti col nostro Paese «non cambierebbe nulla». Spazio, infine, anche alle polemiche politiche degli ultimi giorni: sull’affaire pandoro-Ferragni «ci sarà una norma che dice che nelle attività commerciali che hanno anche uno scopo benefico sulla confezione di quello che vendi devi specificare a chi vanno le risorse, per cosa vanno e quanta parte di quelle risorse», mentre sul fascismo Meloni ha sottolineato che «la Schlein a me chiede conto di quello che faceva Mussolini, mentre a lei non puoi chiedere conto di quello che il Pd faceva un anno fa», riferendosi alle affermazioni del consigliere «rosso» della Corte dei Conti Marcello Degni. Infine, il premier ha negato ogni dissidio con Matteo Salvini in generale e sul Piano Mattei.
Sui rapporti interni al centrodestra influiranno di certo le grandi manovre che si stanno celebrando al Senato su premierato e autonomia, provvedimenti cari rispettivamente a Fdi e Lega. Prima che l’aula di Palazzo Madama dia il primo via libera sull’autonomia (previsto per oggi alle 18) un gruppo ristretto di senatori della maggioranza si riunirà sempre al Senato per cominciare a discutere del pacchetto di emendamenti da portare in commissione per il testo sul premierato. Al centro della discussione, la norma che prevede la possibilità, in caso di crisi di governo, di cambiare in corsa il premier purché questo provenga dal perimetro della maggioranza che ha vinto le elezioni. Meloni ha già espresso chiaramente la propria preferenza per una norma «secca» antiribaltone, che preveda il ritorno automatico alle urne in caso di caduta dell’esecutivo, ma ha anche aggiunto di volersi rimettere al Parlamento. E proprio per questo gli esponenti del suo partito non escludono un ritorno all’idea originale nel corso dell’iter in commissione, anche se le parole pronunciate ieri dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, nonché relatore del provvedimento, Alberto Balboni, lasciano intendere che su questo fronte non c’è fretta nell’apportare i correttivi, anche perché il ddl costituzionale avrà bisogno di ben quattro approvazioni, tra i due rami del Parlamento.
L’Ocse ci chiede di tassare le case. E meno male che la vice è italiana...
Impoverirsi per poi arricchirsi di nuovo, forse. Secondo l’Ocse, per crescere l’Italia dovrebbe tassare di più le case e i patrimoni ereditati. Mica studiare, innovare e produrre meglio. Questa vecchia e desolante ricetta, contenuta nell’ultimo rapporto sfornato dall’organismo con sede a Parigi, in realtà non fa che ripetere la vulgata di Commissione Ue e Fondo monetario internazionale sull’Italia. In Europa, gli elevati tassi di risparmio delle nostre famiglie, uniti al fatto che il 70% di esse possiede la casa in cui vive, sono ritenuti scandalosi e, in qualche misura, nemici di una società più fluida, disarticolata e indebitata. E con la scusa che l’Italia ha da sempre una notevole evasione fiscale, si chiede al governo di turno un giro di vite sui beni e sulle scelte d’investimento più amate. All’Ocse, per altro, l’Italia sarebbe rappresentata ai livelli più alti con Fabrizia Lapecorella, che è vicesegretario generale, ma come spesso accade dalle nostre parti, assumere posizioni a favore del proprio Paese è ritenuto il miglior modo per non fare carriera.
L’Economic Survey conferma che il ciclo sta rallentando: le stime dell’Ocse per il 2023 e per l’anno appena iniziato parlano di un modesto +0,7% del Pil, che salirebbe al +1,2% nel 2025. E nel rapporto si legge che «l’economia ha superato bene le recenti crisi, ma la crescita sta ora rallentando a causa dell’inasprimento delle condizioni finanziarie».
Quando si passa ai consigli, arrivano i dispiaceri e si attaccano case, successioni e pensioni. L’Ocse sostiene che uno «spostamento delle imposte dal lavoro alla successione e alla proprietà renderebbe il mix fiscale più favorevole alla crescita», postulato in realtà mai confermato, ma al quale crede ciecamente anche la sinistra italiana. Già oggi, le varie imposte sul patrimonio producono un gettito da 50 miliardi di euro.
L’Ocse non si fa scappare l’occasione della lotta all’evasione per intimarci di «continuare a promuovere l’uso dei pagamenti digitali e abbassare il tetto sui pagamenti in contanti», che non sono certo scelte neutre (i pagamenti digitali sono ottimi business quotati in Borsa) e casualmente non sfiorano il grande problema dell’elusione fiscale delle grandi aziende, in Olanda o in altri Paesi della stessa Europa. E dopo una critica alle varie forme di flat tax, l’organizzazione tira fuori un altro vecchio cavallo di battaglia della Troika, ovvero i tagli alle pensioni. Per gli economisti dell’Ocse, l’Italia dovrebbe eliminare gradualmente i regimi di pensionamento anticipato, che in realtà sono stati la pacchia delle ristrutturazioni private di grandi gruppi spesso neppure in perdita. E poi, sempre per l’Ocse, bisognerebbe tassare gli assegni più elevati e mantenere «questo contributo di solidarietà fino a quando il reddito relativo dei pensionati (italiani, ndr) non sarà allineato alla media Ocse». Insomma, un bel programmino che sembra scambiare l’Italia, promossa dalle agenzie di rating, per una nuova Grecia. Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, fa notare che «l’Ocse, come la Commissione Ue e il Fmi, insiste nella sua cantilena e smetterà di farlo solo quando, come diceva Margaret Thatcher, “i soldi degli altri finiranno”».
Ma chi comanda a Parigi? Dal 2021 il segretario generale è l’australiano Mathias Cormann e uno dei suoi tre vice è l’italiana Fabrizia Lapecorella, che tra le varie competenze ha proprio quella sulle politiche fiscali. Spedita all’Ocse dal governo attuale un anno fa, Lapecorella è stata a lungo direttore generale della Finanze in Via XX Settembre. Chissà se ha spiegato ai colleghi che il modello italiano non è poi così male. Oppure se anche lei, come i vari Mario Monti, Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni, va all’estero solo per ricevere i galloni e tornare in Italia con una patente di euro-affidabilità.
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Il premier: «È importante misurarsi col consenso dei cittadini». E sulle privatizzazioni attacca «Repubblica»: «Il giornale degli Agnelli mi accusa di svendere l’Italia, è il colmo». Ipotesi di modifica al testo sul premierato: elezioni già dopo la prima sfiducia. Fabrizia Lapecorella è ai vertici (grazie al governo), ma l’Ocse non cambia musica.Lo speciale contiene due articoli.«Deciderò all’ultimo momento, quando si faranno le liste». Il premier Giorgia Meloni non scioglie ancora la riserva sulla propria candidatura alle prossime Europee, ma lascia intuire che l’ipotesi di un impegno in prima persona è sul tavolo, aggiungendo che «per il momento le possibilità sono al 50%». Parlando in tv a Quarta Repubblica, il presidente del Consiglio ha confermato di guardare alla tornata elettorale di giugno come ad un appuntamento fondamentale per gli equilibri politici continentali, ma anche per le dinamiche interne al centrodestra e quindi per la parabola della legislatura. «Si figuri», ha detto Meloni al suo interlocutore, «se non considero importante misurarmi con il consenso dei cittadini. È l’unico elemento che conta per me. I cittadini che dovessero votare per una Meloni che si candida in Europa sanno che non ci va, ciò non toglie che se vogliano confermare o confermare un consenso, anche quella è democrazia. Per me», ha concluso, «potrebbe essere importante verificare se ho ancora quel consenso». Un bookmaker navigato, insomma, fisserebbe una quota più bassa per l’ipotesi della candidatura, rispetto a quella della non candidatura. Ma il capo dell’esecutivo ha detto la sua su tutti i temi caldi dell’attualità non solo politica, rimanendo su temi europei è tornato sul recente esito della trattativa sulla riforma del Patto di Stabilità Ue, definito «non il mio compromesso ideale, ma il migliore possibile», poiché «l’alternativa era tornare ai vecchi parametri e la prospettiva era decisamente peggiore». Non manca una frecciata per il presidente francese Emmanuel Macron, con l’aiuto del quale «si sarebbe potuto fare di più». Sulla politica economica, il premier difende il piano di privatizzazioni presentato dal governo, che non sono «regali miliardari fatti a qualche imprenditore fortunato e amico» ma «cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico». E se per Macron si può parlare di frecciata, quella riservata alla famiglia Agnelli è una staffilata: «Mi ha fatto sorridere», ha detto, «la prima pagina di Repubblica: l’Italia è in vendita. Che questa accusa arrivi dal giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, che hanno trasferito all’estero sede fiscale e legale. Le lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no».Inevitabile un passaggio su quanto sta accadendo in Medio Oriente, anche in relazione alla recente missione a Istanbul dal leader turco Erdogan: «Sulla genesi della crisi non siamo d’accordo», ha detto il nostro premier, «ma le persone serie se lo dicono, siamo però d’accordo sul fatto che sul Medio Oriente vada cercata una soluzione strutturale». Le carte in tavola, in quest’ottica, potrebbero cambiare col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, anche se nei rapporti col nostro Paese «non cambierebbe nulla». Spazio, infine, anche alle polemiche politiche degli ultimi giorni: sull’affaire pandoro-Ferragni «ci sarà una norma che dice che nelle attività commerciali che hanno anche uno scopo benefico sulla confezione di quello che vendi devi specificare a chi vanno le risorse, per cosa vanno e quanta parte di quelle risorse», mentre sul fascismo Meloni ha sottolineato che «la Schlein a me chiede conto di quello che faceva Mussolini, mentre a lei non puoi chiedere conto di quello che il Pd faceva un anno fa», riferendosi alle affermazioni del consigliere «rosso» della Corte dei Conti Marcello Degni. Infine, il premier ha negato ogni dissidio con Matteo Salvini in generale e sul Piano Mattei. Sui rapporti interni al centrodestra influiranno di certo le grandi manovre che si stanno celebrando al Senato su premierato e autonomia, provvedimenti cari rispettivamente a Fdi e Lega. Prima che l’aula di Palazzo Madama dia il primo via libera sull’autonomia (previsto per oggi alle 18) un gruppo ristretto di senatori della maggioranza si riunirà sempre al Senato per cominciare a discutere del pacchetto di emendamenti da portare in commissione per il testo sul premierato. Al centro della discussione, la norma che prevede la possibilità, in caso di crisi di governo, di cambiare in corsa il premier purché questo provenga dal perimetro della maggioranza che ha vinto le elezioni. Meloni ha già espresso chiaramente la propria preferenza per una norma «secca» antiribaltone, che preveda il ritorno automatico alle urne in caso di caduta dell’esecutivo, ma ha anche aggiunto di volersi rimettere al Parlamento. E proprio per questo gli esponenti del suo partito non escludono un ritorno all’idea originale nel corso dell’iter in commissione, anche se le parole pronunciate ieri dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, nonché relatore del provvedimento, Alberto Balboni, lasciano intendere che su questo fronte non c’è fretta nell’apportare i correttivi, anche perché il ddl costituzionale avrà bisogno di ben quattro approvazioni, tra i due rami del Parlamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-al-50-mi-candido-2667061413.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="locse-ci-chiede-di-tassare-le-case-e-meno-male-che-la-vice-e-italiana" data-post-id="2667061413" data-published-at="1705999979" data-use-pagination="False"> L’Ocse ci chiede di tassare le case. E meno male che la vice è italiana... Impoverirsi per poi arricchirsi di nuovo, forse. Secondo l’Ocse, per crescere l’Italia dovrebbe tassare di più le case e i patrimoni ereditati. Mica studiare, innovare e produrre meglio. Questa vecchia e desolante ricetta, contenuta nell’ultimo rapporto sfornato dall’organismo con sede a Parigi, in realtà non fa che ripetere la vulgata di Commissione Ue e Fondo monetario internazionale sull’Italia. In Europa, gli elevati tassi di risparmio delle nostre famiglie, uniti al fatto che il 70% di esse possiede la casa in cui vive, sono ritenuti scandalosi e, in qualche misura, nemici di una società più fluida, disarticolata e indebitata. E con la scusa che l’Italia ha da sempre una notevole evasione fiscale, si chiede al governo di turno un giro di vite sui beni e sulle scelte d’investimento più amate. All’Ocse, per altro, l’Italia sarebbe rappresentata ai livelli più alti con Fabrizia Lapecorella, che è vicesegretario generale, ma come spesso accade dalle nostre parti, assumere posizioni a favore del proprio Paese è ritenuto il miglior modo per non fare carriera.L’Economic Survey conferma che il ciclo sta rallentando: le stime dell’Ocse per il 2023 e per l’anno appena iniziato parlano di un modesto +0,7% del Pil, che salirebbe al +1,2% nel 2025. E nel rapporto si legge che «l’economia ha superato bene le recenti crisi, ma la crescita sta ora rallentando a causa dell’inasprimento delle condizioni finanziarie». Quando si passa ai consigli, arrivano i dispiaceri e si attaccano case, successioni e pensioni. L’Ocse sostiene che uno «spostamento delle imposte dal lavoro alla successione e alla proprietà renderebbe il mix fiscale più favorevole alla crescita», postulato in realtà mai confermato, ma al quale crede ciecamente anche la sinistra italiana. Già oggi, le varie imposte sul patrimonio producono un gettito da 50 miliardi di euro. L’Ocse non si fa scappare l’occasione della lotta all’evasione per intimarci di «continuare a promuovere l’uso dei pagamenti digitali e abbassare il tetto sui pagamenti in contanti», che non sono certo scelte neutre (i pagamenti digitali sono ottimi business quotati in Borsa) e casualmente non sfiorano il grande problema dell’elusione fiscale delle grandi aziende, in Olanda o in altri Paesi della stessa Europa. E dopo una critica alle varie forme di flat tax, l’organizzazione tira fuori un altro vecchio cavallo di battaglia della Troika, ovvero i tagli alle pensioni. Per gli economisti dell’Ocse, l’Italia dovrebbe eliminare gradualmente i regimi di pensionamento anticipato, che in realtà sono stati la pacchia delle ristrutturazioni private di grandi gruppi spesso neppure in perdita. E poi, sempre per l’Ocse, bisognerebbe tassare gli assegni più elevati e mantenere «questo contributo di solidarietà fino a quando il reddito relativo dei pensionati (italiani, ndr) non sarà allineato alla media Ocse». Insomma, un bel programmino che sembra scambiare l’Italia, promossa dalle agenzie di rating, per una nuova Grecia. Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, fa notare che «l’Ocse, come la Commissione Ue e il Fmi, insiste nella sua cantilena e smetterà di farlo solo quando, come diceva Margaret Thatcher, “i soldi degli altri finiranno”». Ma chi comanda a Parigi? Dal 2021 il segretario generale è l’australiano Mathias Cormann e uno dei suoi tre vice è l’italiana Fabrizia Lapecorella, che tra le varie competenze ha proprio quella sulle politiche fiscali. Spedita all’Ocse dal governo attuale un anno fa, Lapecorella è stata a lungo direttore generale della Finanze in Via XX Settembre. Chissà se ha spiegato ai colleghi che il modello italiano non è poi così male. Oppure se anche lei, come i vari Mario Monti, Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni, va all’estero solo per ricevere i galloni e tornare in Italia con una patente di euro-affidabilità.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.