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2018-05-26
Il Colle fa muro su Savona. Qui rischia di saltare tutto
Alle 17.55 di ieri, il premier incaricato Giuseppe Conte sale al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Riserva sciolta? Lista dei ministri pronta? Giuramento in vista? Macché: nulla di tutto questo. L'incontro tra Conte e Mattarella è informale: il «quasipremier» informa il capo dello Stato sull'andamento delle trattative per la formazione del governo, dopo un lungo summit con Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La lista dei ministri è praticamente pronta, e per l'Economia la designazione resta quella di Paolo Savona. Conte sa che Mattarella, su quel nome, non è d'accordo. Sa che se si presentasse con quel nome al momento di sciogliere la riserva, il presidente della Repubblica, come avvenuto molte volte in passato, potrebbe dire «no», mettendo il premier pentastellato di fronte a un'alternativa politicamente drammatica: rinunciare all'incarico o accettare la controproposta del Quirinale, con il risultato di far sfilare la Lega dall'accordo un istante dopo.
I minuti trascorrono interminabili: la notizia del colloquio tra Conte e Mattarella prende tutti di sorpresa. Si tratta di un evento irrituale: il «quasipremier» e il presidente della Repubblica avrebbero dovuto incontrarsi ma in maniera ufficiale, per sciogliere la riserva e discuter dei ministri. I più ottimisti pensavano che già ieri potesse finalmente nascere il «governo del cambiamento», e lo stesso Mattarella si era tenuto libero, annullando la partecipazione alla Coppa delle Nazioni del Concorso Ippico di Piazza di Siena, a villa Borghese. Invece, nulla da fare: Conte ha bisogno di parlare con Mattarella, probabilmente per confermare la assoluta indisponibilità di Matteo Salvini a rinunciare a Paolo Savona come ministro dell'Economia.
Conte è tra due fuochi: spiega con estrema chiarezza la situazione a Mattarella, con il quale ha stabilito una buona armonia. «Presidente, senza Savona salta tutto», dice il prof. Il capo dello Stato è impassibile, ricorda a Conte quante volte, nel corso del loro primo incontro, aveva sottolineato i poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Mattarella rilegge l'articolo 92 della Carta: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Non è disposto ad accettare diktat, Mattarella, come aveva detto l'altro ieri, attraverso una nota, fatta trapelare dal Quirinale, dai toni durissimi nei confronti di Salvini.
Il colloquio termina alle 18, è durato un'ora. I palazzi della politica tremano, l'incubo delle elezioni anticipate incombe di nuovo sui parlamentari, di tutti i partiti, che avevano sperato, pensato, creduto che tutto fosse a posto. Agitazione, nervosismo: i cellulari sono incandescenti. Giuseppe Conte torna alla Camera, riferisce a Luigi Di Maio e Matteo Salvini i contenuti dell'incontro con Mattarella. Diventa evidente la difficoltà di un (quasi) presidente del Consiglio privo della minima autonomia, che ha bisogno di interpellare i leader dei due partiti di maggioranza prima di prendere qualunque decisione.
Non solo: tra la Lega e il M5s cresce la reciproca diffidenza. Luigi Di Maio nei giorni scorsi ha provato a convincere il suo «gemello diverso», Matteo Salvini, a trovare un'alternativa a Savona. Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, poteva essere indicato per il ministero dell'Economia al posto di Savona e Mattarella avrebbe dato l'ok. Ma il leader del Carroccio ha tenuto duro: «O Savona, o niente». Tanto che in serata sbotta su Facebook, con un post sibillino: «Sono davvero arrabbiato», subito condiviso dall'alleato Luigi Di Maio. Mossa che sembra cancellare il sospetto, ventilato tutto il giorno, che Salvini voglia mandare tutto a monte per tornare alle elezioni con il centrodestra. Anche molti leghisti, del resto, nutrono perplessità sull'atteggiamento del M5s. Pensano che tra Di Maio e Mattarella ci sia un accordo di ferro, benedetto dall'Unione europea e dal dipartimento di Stato americano, con l'obiettivo di depotenziare il Carroccio, di diluirne l'euroscetticismo e la posizione filorussa nel liquido insapore e incolore del M5s, sostanza che si colora di rosso, verde, blu a seconda delle convenienze del momento.
Il problema, ormai, non è Savona, che in mattinata aveva risposto «sì che lo penso» a chi gli chiedeva se avesse sentore di veti sul suo nome. Il problema è che Mattarella non è disposto a farsi mettere ko da Salvini, e continua a ritenere che un presidente del Consiglio privo di autonomia decisionale possa rappresentare un problema. «La preoccupazione del Colle», aveva fatto trapelare Mattarella, 24 ore prima, «è che si stia cercando di limitare l'autonomia del presidente del Consiglio incaricato e, di conseguenza, del presidente della Repubblica nell'esercizio delle loro prerogative». Oggi sapremo se la nave del cambiamento salperà, o resterà ancorata nel porto di Savona.
Il prof «rivoluzionario»? No, ha solo buon senso
«Se mai c'è stata una cattiva idea, questa è l'unione monetaria», scriveva Rudiger Dornbusch, autore di uno dei libri di testo più in uso nelle facoltà economiche italiane, nel 1996. Cioè 22 anni fa, e prima che nascesse l'euro. Solo nell'incredibile canea scatenatasi sul caso di Paolo Savona poteva passare il concetto più incredibile di tutti: ovvero che le idee e i pensieri economici dell'ex ministro siano «incendiari», «rivoluzionari», «eretici». Savona esprime, con cultura, standing, capacità e credibilità analisi sui limiti funzionali dell'eurozona perfettamente allineate con la migliore scienza economica mondiale da qualche decennio.
Che la moneta unica aumenti gli squilibri all'interno dell'area euro, penalizzi i Paesi debitori e rappresenti una voragine nella domanda mondiale è un'evidenza complessa da occultare. Per questo il processo a Savona è inspiegabile se guardato dal lato delle tesi espresse. Che dice l'economista, il cui pensiero abbiamo riassunto ieri in due pagine? Che l'euro penalizza i deboli e premia i forti, e politicamente i forti non hanno interesse a sanare la situazione. Cosa dice, per esempio, il Nobel Joseph Stiglitz? «Esiste un divario dei tassi di interesse (lo spread) che riflette il diverso giudizio del mercato in merito al rischio e alla capacità delle banche di ciascun Paese di erogare credito alle imprese nazionali. Le economie più povere dovranno pagare tassi di interesse più elevati e lo stesso varrà per le imprese di questi Paesi, soprattutto a causa dell'intreccio tra banche e governi nell'attuale struttura dell'eurozona. In termini di competitività, questo mette il singolo Paese e le sue imprese in una situazione di svantaggio che porta a un'ulteriore divergenza» (L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017).
Cosa propone Savona? Una messa in comune dei debiti. Cosa dice Stiglitz nel testo citato? «Esiste una soluzione: un sistema comune di assicurazione dei depositi per tutte le banche dell'eurozona. Verrebbero meno gli incentivi che provocano il deflusso di denaro dai paesi deboli verso quelli forti». Ma Berlino non vuole.
Cos'ha destato scalpore in alcune frasi di Savona sul passato della Germania? Il richiamo all'ostinazione storica di un Paese poco incline, diciamo così, a cambiare idea. Cos'ha scritto Stiglitz?
«La Germania resta aggrappata con le unghie e con i denti all'idea che i paesi debbano vivere con i loro mezzi, e che se solo si attenessero a questa norma tutto andrebbe bene». Savona arriva a porre il tema, inevitabile, di qualità della democrazia in un sistema in cui la politica esce completamente delegittimata. Ancora Stiglitz: «Anche se pochi sarebbero disposti ad ammetterlo, il dibattito - o la contesa - sull'euro è molto più una questione di potere e democrazia, di ideologie in contrasto fra loro, di una diversa visione del mondo e della natura della società che non di denaro o di economia».
Paul Krugman, altro Nobel, nel 1998 - quattro anni prima dell'introduzione dell'euro - scriveva: «L'Unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per fare contenta la Germania; per garantire una severa disciplina antinflazionistica da sempre desiderata da Berlino, e che sempre vorrà in futuro». Quasi vent'anni dopo, sul New York Times, siamo ancora lì: «Durante l'euroforia, quando i capitali fluivano in maniera apparentemente sicura nelle economie del Sud, quelle economie hanno sperimentato una moderata inflazione, che ha permesso alla Germania di maturare un vantaggio competitivo senza deflazionare. Poi la fiducia e l'afflusso di capitali sono collassati, e ciò di cui ci sarebbe bisogno sarebbe stata una forte reflazione tedesca, che avrebbe di fatto restituito il favore all'Europa del Sud, consentendole di recuperare competitività senza macinare deflazione con i relativi problemi sul debito».
Savona, a confronto, pare più cauto.
Martino Cervo
Un punto fermo: Giorgetti premier ombra
«Starà nel suo habitat naturale, sotto il pelo dell'acqua con pinne e maschera». Rappresentato così dai suoi amici per la discrezione, Giancarlo Giorgetti si prepara all'avventura nel nuovo governo come un punto fermo della Lega, l'uomo degli equilibri e delle garanzie. Il ruolo è ritagliato su misura come un abito sartoriale: sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il politico con le chiavi di Palazzo Chigi in tasca. Ma non sarà lì perché fedelissimo di Giuseppe Conte (come fece Luca Lotti con Matteo Renzi, di cui fu segretario e parafulmine), bensì per tutelare gli interessi dell'altra metà del cielo, quella non grillina. Non essendo previsti vicepremier, il suo potere sarà immenso.
La soluzione è pronta e ha un obiettivo: rassicurare Silvio Berlusconi, farlo uscire da sotto la tenda di Achille nella quale si è rifugiato con sdegno e indurlo a essere meno ostile nei confronti dell'esecutivo. Giorgetti premier ombra (quanto a competenza e a relazioni istituzionali) potrebbe limare numerosi spigoli che affliggono Forza Italia e consentire agli azzurri di garantire, di volta in volta, l'astensione se non il voto favorevole nella giungla vietnamita del Senato, dove è facile individuare trappole dietro ogni scranno. Con soli sei voti di maggioranza, il governo rischia di cadere anche sulle divise dei portalettere. Garante del mondo finanziario dai tempi di Umberto Bossi, abituato a sedere in cda e board di fondazioni, Giorgetti è la sponda preferita dell'ambasciata americana, ma anche un riferimento per la Russia putiniana, con la quale ha intessuto stretti rapporti nel periodo in cui ha fatto parte della delegazione italiana nella Nato ed è stato vicepresidente della commissione Affari esteri. Bocciato come premier da Luigi Di Maio in persona con una frase lapidaria («È troppo potente, sposterebbe da solo il governo a destra»), l'ex sindaco di Cazzago Brabbia rappresenta la bussola sull'arca di Noè pronta a salpare per il futuro.
Quasi per uno sbaffo da artista, oltre che sottosegretario sarà anche ministro dello Sport, esattamente come Lotti a suo tempo. Giorgetti ama il calcio e tifa disperatamente Southampton. Nei giorni caldi del totonomine diceva mentendo: «L'unico posto a cui ambisco è quella panchina». La sua passione albionica ha sempre divertito il milanista Roberto Maroni: «Se fosse un vero leghista tiferebbe almeno il Northampton».
C'è un solo intoppo al progetto, l'impuntatura del capo dello Stato sul nome dell'economista Paolo Savona. Nel caso in cui Salvini e Di Maio fossero costretti a cedere, l'unico nome spendibile per l'Economia o il Tesoro sarebbe ancora quello di Giorgetti, che è stato relatore della manovra economica del governo Berlusconi nel 2011. Quando Gene Gnocchi lo definisce «famosissimo economista che ha inventato la mini-Irpef per i Minions, ma loro si sono rifiutati di pagarla», lui incassa con il sorriso appena accennato da giocatore di poker.
Gli altri posti a tavola sono più meno distribuiti. Salvini è confermato al ministero dell'Interno per supervedere le politiche relative a sicurezza e ridimensionamento degli sbarchi, cavalli di battaglia del popolo leghista. Di Maio sarà numero uno di un superdicastero che comprende Lavoro Welfare e Sviluppo economico per agevolare la realizzazione del reddito di cittadinanza, alla base della vittoria elettorale soprattutto al Sud. Un ruolo chiave avrà anche il padre della flat tax, Armando Siri, per il quale è prevista la poltrona di sottosegretario allo Sviluppo economico (una sorta di controllore di Di Maio), a meno che il braccio di ferro su Savona non lo costringa a cambiare indirizzo.
Il governo Conte prevede un nuovo ministero, quello del Made in Italy che accorpa Turismo e Agricoltura per sottolineare l'importanza delle eccellenze italiane. Sarà affidato a Gianmarco Centinaio, attuale capogruppo al Senato della Lega. Ancora leghista sarà il ministero degli Affari Regionali, affidato a Lorenzo Fontana o a Roberto Calderoli perché strategico nella partita delle autonomie richieste da Lombardia e Veneto con i referendum. Nessuna nuova fibrillazione, dopo i niet berlusconiani, sul grillino Alfonso Bonafede alla Giustizia, mentre per il ministero della Difesa è in pole position un'altra pentastellata, Elisabetta Trenta.
Ultima raffica, come nel calciomercato. Arianna Lazzarini (Lega) è indicata per il ministero della Famiglia e delle Disabilità, richiesto dalla parte cattolica della coalizione e ben visto da Forza Italia. Incertezza sulle Infrastrutture, dove Giuseppe Bonomi in quota Lega non è sicuro. Più imbullonati Emilio Carelli ai Beni culturali e l'ex ambasciatore Pasquale Salzano agli Esteri. All'Istruzione il grillino Salvatore Giuliano, che è preside. Dopo Valeria Fedeli e il suo curriculum, questa è un'emozione.
Giorgio Gandola
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Dopo aver visto Luigi Di Maio e Matteo Salvini, Giuseppe Conte va al Quirinale, sempre fermo sul no all'economista anti Ue al Tesoro. L'interessato: «Veto su di me». Il leghista sbotta su Facebook: «Sono davvero arrabbiato». E Di Maio è con lui.Nessuna eresia: l'ex ministro ricalca le analisi dei premi Nobel.L'ipotesi che sia sottosegretario alla presidenza del Consiglio non disturba i grillini e piace molto anche a Silvio Berlusconi. Sarebbe l'uomo perfetto per calmare le acque al Senato. Quotazioni in salita per Emilio Carelli alla Cultura, incertezza Infrastrutture.Lo speciale contiene tre articoli.Alle 17.55 di ieri, il premier incaricato Giuseppe Conte sale al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Riserva sciolta? Lista dei ministri pronta? Giuramento in vista? Macché: nulla di tutto questo. L'incontro tra Conte e Mattarella è informale: il «quasipremier» informa il capo dello Stato sull'andamento delle trattative per la formazione del governo, dopo un lungo summit con Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La lista dei ministri è praticamente pronta, e per l'Economia la designazione resta quella di Paolo Savona. Conte sa che Mattarella, su quel nome, non è d'accordo. Sa che se si presentasse con quel nome al momento di sciogliere la riserva, il presidente della Repubblica, come avvenuto molte volte in passato, potrebbe dire «no», mettendo il premier pentastellato di fronte a un'alternativa politicamente drammatica: rinunciare all'incarico o accettare la controproposta del Quirinale, con il risultato di far sfilare la Lega dall'accordo un istante dopo. I minuti trascorrono interminabili: la notizia del colloquio tra Conte e Mattarella prende tutti di sorpresa. Si tratta di un evento irrituale: il «quasipremier» e il presidente della Repubblica avrebbero dovuto incontrarsi ma in maniera ufficiale, per sciogliere la riserva e discuter dei ministri. I più ottimisti pensavano che già ieri potesse finalmente nascere il «governo del cambiamento», e lo stesso Mattarella si era tenuto libero, annullando la partecipazione alla Coppa delle Nazioni del Concorso Ippico di Piazza di Siena, a villa Borghese. Invece, nulla da fare: Conte ha bisogno di parlare con Mattarella, probabilmente per confermare la assoluta indisponibilità di Matteo Salvini a rinunciare a Paolo Savona come ministro dell'Economia.Conte è tra due fuochi: spiega con estrema chiarezza la situazione a Mattarella, con il quale ha stabilito una buona armonia. «Presidente, senza Savona salta tutto», dice il prof. Il capo dello Stato è impassibile, ricorda a Conte quante volte, nel corso del loro primo incontro, aveva sottolineato i poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Mattarella rilegge l'articolo 92 della Carta: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Non è disposto ad accettare diktat, Mattarella, come aveva detto l'altro ieri, attraverso una nota, fatta trapelare dal Quirinale, dai toni durissimi nei confronti di Salvini.Il colloquio termina alle 18, è durato un'ora. I palazzi della politica tremano, l'incubo delle elezioni anticipate incombe di nuovo sui parlamentari, di tutti i partiti, che avevano sperato, pensato, creduto che tutto fosse a posto. Agitazione, nervosismo: i cellulari sono incandescenti. Giuseppe Conte torna alla Camera, riferisce a Luigi Di Maio e Matteo Salvini i contenuti dell'incontro con Mattarella. Diventa evidente la difficoltà di un (quasi) presidente del Consiglio privo della minima autonomia, che ha bisogno di interpellare i leader dei due partiti di maggioranza prima di prendere qualunque decisione.Non solo: tra la Lega e il M5s cresce la reciproca diffidenza. Luigi Di Maio nei giorni scorsi ha provato a convincere il suo «gemello diverso», Matteo Salvini, a trovare un'alternativa a Savona. Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, poteva essere indicato per il ministero dell'Economia al posto di Savona e Mattarella avrebbe dato l'ok. Ma il leader del Carroccio ha tenuto duro: «O Savona, o niente». Tanto che in serata sbotta su Facebook, con un post sibillino: «Sono davvero arrabbiato», subito condiviso dall'alleato Luigi Di Maio. Mossa che sembra cancellare il sospetto, ventilato tutto il giorno, che Salvini voglia mandare tutto a monte per tornare alle elezioni con il centrodestra. Anche molti leghisti, del resto, nutrono perplessità sull'atteggiamento del M5s. Pensano che tra Di Maio e Mattarella ci sia un accordo di ferro, benedetto dall'Unione europea e dal dipartimento di Stato americano, con l'obiettivo di depotenziare il Carroccio, di diluirne l'euroscetticismo e la posizione filorussa nel liquido insapore e incolore del M5s, sostanza che si colora di rosso, verde, blu a seconda delle convenienze del momento.Il problema, ormai, non è Savona, che in mattinata aveva risposto «sì che lo penso» a chi gli chiedeva se avesse sentore di veti sul suo nome. Il problema è che Mattarella non è disposto a farsi mettere ko da Salvini, e continua a ritenere che un presidente del Consiglio privo di autonomia decisionale possa rappresentare un problema. «La preoccupazione del Colle», aveva fatto trapelare Mattarella, 24 ore prima, «è che si stia cercando di limitare l'autonomia del presidente del Consiglio incaricato e, di conseguenza, del presidente della Repubblica nell'esercizio delle loro prerogative». Oggi sapremo se la nave del cambiamento salperà, o resterà ancorata nel porto di Savona. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-si-impunta-su-savona-ora-rischia-di-saltare-tutto-quanto-2572096132.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prof-rivoluzionario-no-ha-solo-buon-senso" data-post-id="2572096132" data-published-at="1771346823" data-use-pagination="False"> Il prof «rivoluzionario»? No, ha solo buon senso «Se mai c'è stata una cattiva idea, questa è l'unione monetaria», scriveva Rudiger Dornbusch, autore di uno dei libri di testo più in uso nelle facoltà economiche italiane, nel 1996. Cioè 22 anni fa, e prima che nascesse l'euro. Solo nell'incredibile canea scatenatasi sul caso di Paolo Savona poteva passare il concetto più incredibile di tutti: ovvero che le idee e i pensieri economici dell'ex ministro siano «incendiari», «rivoluzionari», «eretici». Savona esprime, con cultura, standing, capacità e credibilità analisi sui limiti funzionali dell'eurozona perfettamente allineate con la migliore scienza economica mondiale da qualche decennio. Che la moneta unica aumenti gli squilibri all'interno dell'area euro, penalizzi i Paesi debitori e rappresenti una voragine nella domanda mondiale è un'evidenza complessa da occultare. Per questo il processo a Savona è inspiegabile se guardato dal lato delle tesi espresse. Che dice l'economista, il cui pensiero abbiamo riassunto ieri in due pagine? Che l'euro penalizza i deboli e premia i forti, e politicamente i forti non hanno interesse a sanare la situazione. Cosa dice, per esempio, il Nobel Joseph Stiglitz? «Esiste un divario dei tassi di interesse (lo spread) che riflette il diverso giudizio del mercato in merito al rischio e alla capacità delle banche di ciascun Paese di erogare credito alle imprese nazionali. Le economie più povere dovranno pagare tassi di interesse più elevati e lo stesso varrà per le imprese di questi Paesi, soprattutto a causa dell'intreccio tra banche e governi nell'attuale struttura dell'eurozona. In termini di competitività, questo mette il singolo Paese e le sue imprese in una situazione di svantaggio che porta a un'ulteriore divergenza» (L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017). Cosa propone Savona? Una messa in comune dei debiti. Cosa dice Stiglitz nel testo citato? «Esiste una soluzione: un sistema comune di assicurazione dei depositi per tutte le banche dell'eurozona. Verrebbero meno gli incentivi che provocano il deflusso di denaro dai paesi deboli verso quelli forti». Ma Berlino non vuole. Cos'ha destato scalpore in alcune frasi di Savona sul passato della Germania? Il richiamo all'ostinazione storica di un Paese poco incline, diciamo così, a cambiare idea. Cos'ha scritto Stiglitz? «La Germania resta aggrappata con le unghie e con i denti all'idea che i paesi debbano vivere con i loro mezzi, e che se solo si attenessero a questa norma tutto andrebbe bene». Savona arriva a porre il tema, inevitabile, di qualità della democrazia in un sistema in cui la politica esce completamente delegittimata. Ancora Stiglitz: «Anche se pochi sarebbero disposti ad ammetterlo, il dibattito - o la contesa - sull'euro è molto più una questione di potere e democrazia, di ideologie in contrasto fra loro, di una diversa visione del mondo e della natura della società che non di denaro o di economia». Paul Krugman, altro Nobel, nel 1998 - quattro anni prima dell'introduzione dell'euro - scriveva: «L'Unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per fare contenta la Germania; per garantire una severa disciplina antinflazionistica da sempre desiderata da Berlino, e che sempre vorrà in futuro». Quasi vent'anni dopo, sul New York Times, siamo ancora lì: «Durante l'euroforia, quando i capitali fluivano in maniera apparentemente sicura nelle economie del Sud, quelle economie hanno sperimentato una moderata inflazione, che ha permesso alla Germania di maturare un vantaggio competitivo senza deflazionare. Poi la fiducia e l'afflusso di capitali sono collassati, e ciò di cui ci sarebbe bisogno sarebbe stata una forte reflazione tedesca, che avrebbe di fatto restituito il favore all'Europa del Sud, consentendole di recuperare competitività senza macinare deflazione con i relativi problemi sul debito». Savona, a confronto, pare più cauto. Martino Cervo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-si-impunta-su-savona-ora-rischia-di-saltare-tutto-quanto-2572096132.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-punto-fermo-giorgetti-premier-ombra" data-post-id="2572096132" data-published-at="1771346823" data-use-pagination="False"> Un punto fermo: Giorgetti premier ombra «Starà nel suo habitat naturale, sotto il pelo dell'acqua con pinne e maschera». Rappresentato così dai suoi amici per la discrezione, Giancarlo Giorgetti si prepara all'avventura nel nuovo governo come un punto fermo della Lega, l'uomo degli equilibri e delle garanzie. Il ruolo è ritagliato su misura come un abito sartoriale: sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il politico con le chiavi di Palazzo Chigi in tasca. Ma non sarà lì perché fedelissimo di Giuseppe Conte (come fece Luca Lotti con Matteo Renzi, di cui fu segretario e parafulmine), bensì per tutelare gli interessi dell'altra metà del cielo, quella non grillina. Non essendo previsti vicepremier, il suo potere sarà immenso. La soluzione è pronta e ha un obiettivo: rassicurare Silvio Berlusconi, farlo uscire da sotto la tenda di Achille nella quale si è rifugiato con sdegno e indurlo a essere meno ostile nei confronti dell'esecutivo. Giorgetti premier ombra (quanto a competenza e a relazioni istituzionali) potrebbe limare numerosi spigoli che affliggono Forza Italia e consentire agli azzurri di garantire, di volta in volta, l'astensione se non il voto favorevole nella giungla vietnamita del Senato, dove è facile individuare trappole dietro ogni scranno. Con soli sei voti di maggioranza, il governo rischia di cadere anche sulle divise dei portalettere. Garante del mondo finanziario dai tempi di Umberto Bossi, abituato a sedere in cda e board di fondazioni, Giorgetti è la sponda preferita dell'ambasciata americana, ma anche un riferimento per la Russia putiniana, con la quale ha intessuto stretti rapporti nel periodo in cui ha fatto parte della delegazione italiana nella Nato ed è stato vicepresidente della commissione Affari esteri. Bocciato come premier da Luigi Di Maio in persona con una frase lapidaria («È troppo potente, sposterebbe da solo il governo a destra»), l'ex sindaco di Cazzago Brabbia rappresenta la bussola sull'arca di Noè pronta a salpare per il futuro. Quasi per uno sbaffo da artista, oltre che sottosegretario sarà anche ministro dello Sport, esattamente come Lotti a suo tempo. Giorgetti ama il calcio e tifa disperatamente Southampton. Nei giorni caldi del totonomine diceva mentendo: «L'unico posto a cui ambisco è quella panchina». La sua passione albionica ha sempre divertito il milanista Roberto Maroni: «Se fosse un vero leghista tiferebbe almeno il Northampton». C'è un solo intoppo al progetto, l'impuntatura del capo dello Stato sul nome dell'economista Paolo Savona. Nel caso in cui Salvini e Di Maio fossero costretti a cedere, l'unico nome spendibile per l'Economia o il Tesoro sarebbe ancora quello di Giorgetti, che è stato relatore della manovra economica del governo Berlusconi nel 2011. Quando Gene Gnocchi lo definisce «famosissimo economista che ha inventato la mini-Irpef per i Minions, ma loro si sono rifiutati di pagarla», lui incassa con il sorriso appena accennato da giocatore di poker. Gli altri posti a tavola sono più meno distribuiti. Salvini è confermato al ministero dell'Interno per supervedere le politiche relative a sicurezza e ridimensionamento degli sbarchi, cavalli di battaglia del popolo leghista. Di Maio sarà numero uno di un superdicastero che comprende Lavoro Welfare e Sviluppo economico per agevolare la realizzazione del reddito di cittadinanza, alla base della vittoria elettorale soprattutto al Sud. Un ruolo chiave avrà anche il padre della flat tax, Armando Siri, per il quale è prevista la poltrona di sottosegretario allo Sviluppo economico (una sorta di controllore di Di Maio), a meno che il braccio di ferro su Savona non lo costringa a cambiare indirizzo. Il governo Conte prevede un nuovo ministero, quello del Made in Italy che accorpa Turismo e Agricoltura per sottolineare l'importanza delle eccellenze italiane. Sarà affidato a Gianmarco Centinaio, attuale capogruppo al Senato della Lega. Ancora leghista sarà il ministero degli Affari Regionali, affidato a Lorenzo Fontana o a Roberto Calderoli perché strategico nella partita delle autonomie richieste da Lombardia e Veneto con i referendum. Nessuna nuova fibrillazione, dopo i niet berlusconiani, sul grillino Alfonso Bonafede alla Giustizia, mentre per il ministero della Difesa è in pole position un'altra pentastellata, Elisabetta Trenta. Ultima raffica, come nel calciomercato. Arianna Lazzarini (Lega) è indicata per il ministero della Famiglia e delle Disabilità, richiesto dalla parte cattolica della coalizione e ben visto da Forza Italia. Incertezza sulle Infrastrutture, dove Giuseppe Bonomi in quota Lega non è sicuro. Più imbullonati Emilio Carelli ai Beni culturali e l'ex ambasciatore Pasquale Salzano agli Esteri. All'Istruzione il grillino Salvatore Giuliano, che è preside. Dopo Valeria Fedeli e il suo curriculum, questa è un'emozione. Giorgio Gandola
La deputata repubblicana Nancy Mace. Nel riquadro, Virginia Giuffré (Getty Images)
«In coerenza con quanto previsto dalla legge, il Dipartimento [della Giustizia], previa consultazione con i legali delle vittime e con le vittime stesse, ha intrapreso un processo esteso per identificare e oscurare “le porzioni separabili dei documenti che (a) contengono informazioni personali identificative delle vittime […] la cui divulgazione costituirebbe un’invasione chiaramente ingiustificata della privacy personale; (b) raffigurano o contengono materiale di abuso sessuale su minori (Csam) […]; (c) metterebbero a rischio un’indagine federale in corso o un procedimento penale pendente, a condizione che tale trattenimento sia ristretto in modo mirato e temporaneo; e (d) raffigurano o contengono immagini di morte, abuso fisico o lesioni di qualsiasi persona”». L’ultimo Epstein file desecretato è di per sé inutile - una lunga lista di tutti gli individui politicamente esposti menzionati nei documenti - ma esplicita ancora una volta quanto previsto dall’Epstein Files Transparency Act, la legge che ha ordinato le desecretazioni: non tutto è stato pubblicato. Non appaiono, tra i milioni di file accessibili online, quelli contenenti scene di abusi sui minori, morte, maltrattamenti fisici e ferite.
La repubblicana Nancy Mace, tra i deputati insoddisfatti dall’operato del ministero americano, afferma che ci sono ancora file tenuti segreti nel cassetto. «Questa storia non finirà finché qualcuno non andrà in prigione», ha scritto polemicamente su X. Nei giorni scorsi, l’insistenza di alcuni rappresentanti ha costretto la procuratrice generale Pam Bondi e il suo vice Todd Blanche a diffondere alcuni nomi oscurati, tra cui quello del miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che con il faccendiere ebreo si scambiava «video di torture». In un’altra email finora rimasta sottotraccia, Epstein risponde così all’emiratino: «Grazie, loro sono un tesoro. Stanotte nessuna ragazza è al sicuro a Dubai». A chi o che cosa si riferisse il faccendiere con «tesoro», non è dato sapere.
Benché con l’amministrazione Trump si siano fatti enormi passi avanti sul piano della trasparenza, questa incompletezza gioca a favore di chi sospetta vi sia una schiera di papaveri impuniti. D’altronde Virginia Giuffrè, schiava sessuale di Epstein morta l’anno scorso (ufficialmente per suicidio) in Australia, in un’intervista del 2019 ha fornito buoni motivi per farlo: «Sono stata trafficata a tanti tipi diversi di uomini. Sono stata trafficata ad altri miliardari. Sono stata trafficata a politici, professori, persino a membri della royalty (la famiglia reale). Mi usava come strumento di ricatto, in modo che queste persone gli dovessero favori». «Mi guardava perfino andare al bagno», continuava, «guardava tutto quello che succedeva nella stanza dei massaggi. Mi guardava nella mia camera da letto. Tutto veniva registrato, ed è stato allora che ho capito che era così che riusciva a farla franca ricattando tutti».
A tal proposito, ieri sono spuntate nuove foto di Andrea Windsor che lo ritraggono con alcune giovani, incluse modelle e attrici, durante la sua permanenza in Cina come inviato per il Commercio del Regno Unito. Le immagini venivano spedite a Epstein dall’assistente del reale, David Stern, allo scopo, probabilmente, di raccogliere materiale compromettente. Al di qua della manica, le autorità francesi hanno perquisito la sede dell’Istituto del mondo arabo di Parigi (Ima), fino a pochi giorni fa diretto dall’ex ministro della cultura, il socialista Jack Lang, contro cui è stata avviata un’indagine per i suoi legami col faccendiere. Nel ciclone anche Naomi Campbell, una delle modelle più famose del mondo: dai file emergono sue permanenze sull’isola degli orrori e presso la residenza newyorkese delle finanziere, nonché richieste di passaggi sul sul suo jet, il Lolita express. La frequentazione continuò anche dopo la prima condanna di Epstein nel 2008. Parole dure sono arrivate ieri perfino dalle Nazioni Unite, che parlano di atti riconducibili «a schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, trattamenti inumani e degradanti e femminicidio».
Tra i file più inquietanti c’è un’email del 2009 (link: https://shorturl.at/K6hhj) in cui Henry Jarecki, psichiatra e imprenditore (uno dei suoi libri più famosi fa riferimento a una «via alchemica»), invia a Epstein la proposta di collaborare alla stesura di un libro dal titolo What If I Get Caught? («Che fare se vengo catturato?»). Segue un elenco di «possibili» capitoli, a loro volta divisi per punti. Ne citiamo solo alcuni: «avere un capro espiatorio», «evitare spese tracciabili (non usare carte di credito)», «avere una scorta di contanti pronta: quanto basta?», «travestimenti», «chirurgo plastico», «generazione di documenti: certificato di nascita, patente di guida», «raccogliere prove sulla veridicità e sul carattere della/vittima/e e dei testimoni dell’accusa (investigatori privati e Internet)». Fino all’ultimo capitolo, «Fuga», con i punti «estradizione» (suddiviso in «legge tedesca», «legge israeliana» e «Brasile), «denaro all’estero», «contatti familiari quando si è latitanti o all’estero», «passaporti multipli».
Chi mai scriverebbe un libro del genere? E perché cofirmarlo proprio con Jeffrey Epstein nel 2009, un anno dopo la sua prima condanna (mitigata da un patteggiamento e un accordo che gli permisero di scontare pene irrisorie rispetto alle accuse a suo carico), l’uomo che ricattava i potenti? Aggiungiamo questa alle tante domande che attendono risposta. Altro che quelle di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, i quali provano come sciacalli a usare la vicenda contro la maggioranza (in particolare presunti legami di Steve Bannon per la Lega) e hanno indetto per stamattina una conferenza stampa.
Quei legami degli atenei col pedofilo
C’è perfino un articolo uscito sulla rivista scientifica Nature a certificare i profondi legami di Jeffrey Epstein non soltanto con il mondo della politica e della finanza ma anche con il gotha della scienza e dell’istruzione globale. Uno dei file appena declassificati dal Dipartimento di Giustizia Usa rivela che il faccendiere pedofilo aveva stilato addirittura una lista di scienziati a libro paga, 27 per l’esattezza, tra i quali il famoso o famigerato Boris Nikolic, consulente scientifico di Bill Gates, oggi primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Epstein, documenta Nature, ha investito centinaia di milioni di dollari in progetti universitari, finanziando le prestigiose università della Ivy League e, soprattutto, ha stretto rapporti di amicizia con le figure di spicco della comunità scientifica mondiale. Si parte dall’ateneo per eccellenza, l’università di Harvard: il faccendiere pedofilo ha intrattenuto cordialissime relazioni con l’ex rettore ed ex presidente emerito Larry Summers, di fede ovviamente democratica, storico Segretario al Tesoro con Bill Clinton e poi direttore del National Economic Council sotto la presidenza di Barack Obama. Epstein si è impegnato a donare almeno 25 milioni di dollari ad Harvard durante il mandato di Summers, che gli aveva dato un ufficio ad uso personale («Jeffrey’s office»). Summers ha volato sull’aereo privato di Epstein sia quando era rettore che vicesegretario al Tesoro, gli ha chiesto «consigli per la filantropia su piccola scala» per l’organizzazione no profit della moglie. I due si sono sentiti fino al giorno prima dell’arresto di Epstein e il democratico Summers gli suggeriva che le donne in media hanno «un Qi inferiore rispetto agli uomini». La reputazione dell’ex uomo di Clinton e Obama è ormai a pezzi: Summers ha dovuto lasciare una serie infinita di incarichi tra cui quelli in Openai e Bloomberg, ma Harvard, che lo ha allontanato con effetto immediato, si rifiuta di restituire tutti i finanziamenti di Epstein.
Un’altra stretta connessione dentro l’ateneo è stata con il matematico Martin Nowak, che ha portato in dote all’ateneo un assegno da 6,5 milioni di dollari di Epstein. In un’inquietante email il docente gli scrive: «La nostra spia è stata catturata dopo aver completato la missione», messaggio cui Epstein risponde: «L’hai torturata?». Anche Lisa Randall, fisica teorica di Harvard, scherzava con Epstein sui suoi arresti domiciliari, andandolo a trovare ai Caraibi.
Ma non c’è soltanto Harvard nel novero degli atenei prestigiosi collusi con il faccendiere: il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit) ha accettato per anni donazioni da Epstein nonostante il pedofilo fosse stato bollato come «non idoneo» tra i benefattori, ostacolo superato da Joichi Ito, direttore del laboratorio, con il ricorso all’anonimato. L’ipotesi è che il pedofilo facesse da intermediario tra il laboratorio e altri donatori come Bill Gates e l’investitore Leon Black, che hanno versato al Mit rispettivamente 2 milioni e 5,5 milioni di dollari. I file pubblicati dal Dipartimento di Giustizia Usa hanno reso nota, inoltre, la corrispondenza con il fisico teorico del Mit Lawrence Krauss, la cui organizzazione di «sensibilizzazione scientifica» ha ricevuto da Epstein 250.000 dollari.
Nell’orbita del grande corruttore della scienza è finita anche Yale: il docente di informatica David Gelernter proponeva al faccendiere pedofilo una «redattrice perfetta: Yale sr, ha lavorato a Vogue la scorsa estate, gestisce la rivista del campus, è specializzata in arte, completamente connessa, bionda molto piccola e bella». Mentre Nathan Wolfe, allora virologo della Stanford University, propose al faccendiere di finanziare uno studio sul comportamento sessuale degli studenti dell’ateneo. La Columbia University, invece, deve scontare l’onta di aver consentito, dietro lauta mancia di Epstein, l’ammissione irregolare della sua fidanzata Karina Shuliak, precedentemente rigettata.
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Alla XXI edizione di Birra dell’Anno, organizzata da Unionbirrai a Rimini, il titolo va a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi fondata nel 2012. Oltre 1.700 birre in gara e 212 produttori con 73 giudici provenienti da 19 Paesi e degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
A Rimini, nel cuore di Beer&Food Attraction, il brindisi più atteso è arrivato nel pomeriggio di lunedì 16 febbraio. Sul palco della XXI edizione di «Birra dell’Anno», il concorso organizzato da Unionbirrai, il titolo di Birrificio dell’Anno 2026 è andato a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi che ha messo in fila la concorrenza nel trentennale del movimento artigianale italiano.
I numeri aiutano a capire il peso della vittoria: 212 produttori in gara, 1.746 birre iscritte, 46 categorie. A valutare sono stati 73 giudici provenienti da 19 Paesi, con degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
Il birrificio umbro ha costruito il successo con una presenza costante ai vertici: otto podi complessivi – quattro ori, due argenti e due bronzi – distribuiti in sei categorie differenti. Non un exploit isolato, ma una performance ampia, che ha toccato stili diversi, dalle Ipa contemporanee alle birre affinate in legno, fino alle Italian Grape Ale. Una versatilità che ha convinto la giuria e che racconta un progetto produttivo solido. Fondato nel 2012, Birra dell’Eremo ha sviluppato negli anni un’identità tecnica precisa, con un lavoro riconosciuto sulla ricerca e sulla sperimentazione dei lieviti. Un percorso di crescita che l’ha portata a diventare una delle realtà più strutturate del panorama artigianale nazionale e che oggi trova nel titolo di Birrificio dell’Anno il suo punto più alto.
Accanto al premio principale, sono stati assegnati anche i riconoscimenti speciali. Il Best Collaboration Brew è andato alla Panatè Saison del Birrificio La Piazza di Torino, realizzata insieme a La Granda di Lagnasco. Il premio Best 100% Italian Beer è stato attribuito a Real IGA Gose de Il Mastio di Belforte del Chienti, prodotta esclusivamente con materie prime coltivate in Italia, segno di un legame sempre più stretto tra birra artigianale e filiera agricola nazionale. Tra le novità più significative di questa edizione c’è stata l’introduzione di una categoria dedicata alle birre low e no alcohol, fino a 1,2% di gradazione. Un segmento in crescita anche nel mondo craft, che ha visto imporsi Hop Gainer del Birrificio Birranova di Conversano. Un segnale chiaro di come il settore stia intercettando nuove abitudini di consumo senza rinunciare alla qualità.
Il medagliere regionale conferma la Lombardia come territorio più premiato, con 10 ori e 57 riconoscimenti complessivi. Seguono Piemonte e Marche con 7 ori ciascuna, poi Emilia-Romagna e Umbria. Ma al di là delle classifiche, colpisce la distribuzione capillare dei premi lungo tutta la penisola: dall’Abruzzo alla Puglia, dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia, la mappa della birra artigianale italiana appare ormai completa.
Trent’anni dopo il primo fermento del 1996, il movimento craft italiano mostra così un volto maturo. In una fase non semplice, con i consumi fuori casa in calo, il concorso organizzato da Unionbirrai diventa anche un termometro dello stato di salute del comparto. Il recente taglio delle accise per i piccoli produttori, ricordato nel corso della premiazione, è stato indicato come un segnale di attenzione verso un settore che continua a investire in qualità e identità.
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(IStock)
Ma la norma che fa più discutere è quella contenuta nell’articolo 5 della bozza sul tavolo degli operatori. Al comma 1 è previsto che i produttori che utilizzano il gas per produrre energia elettrica siano rimborsati per alcuni corrispettivi oggi compresi nelle tariffe di trasporto del gas. Al comma 2 si prevede che ai produttori termoelettrici vengano rimborsati anche i costi sostenuti per adempiere al sistema Ets, cioè il pagamento dei permessi di emissione di CO2. Tali costi sarebbero rimborsati ai produttori termoelettrici applicando un nuovo onere nella bolletta dei clienti finali. In pratica, con questo meccanismo si tolgono i costi del sistema Ets dal prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, spalmandoli a valle su una platea più ampia di soggetti, con il risultato atteso di un abbassamento generalizzato delle bollette. La norma avrebbe effetto per un periodo di tempo limitato, da definire.
Le anticipazioni sui contenuti del decreto però hanno avuto un effetto negativo a Piazza Affari, dove alcune aziende produttrici sono quotate. Enel ha perso ieri l’1,49%, mentre A2a l’1,74% ed Erg lo 0,46%.
Il perché è presto detto. In astratto, il meccanismo può portare a un effettivo abbassamento del prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, perché i produttori di energia termoelettrica non sosterrebbero più i costi diretti del sistema Ets, dunque offrirebbero la loro energia ad un prezzo marginale più basso (in teoria). Per un produttore da fonte rinnovabile però questo abbassamento di prezzo si traduce in un abbassamento dei margini di profitto, perché essi non sostengono i costi dell’Ets. Oggi, il sistema degli oneri per la CO2 è un costo per i produttori termoelettrici, ma è un margine puro per i produttori da fonte rinnovabile, quando sono gli impianti a gas a fissare il prezzo marginale nel mercato giornaliero. Con i prezzi attuali dei permessi di emissione, circa 70 €/tonnellata, si tratta di circa 25-30 €/MWh di mancato margine per i produttori da rinnovabile. Così si spiega il calo in Borsa dei tre maggiori produttori da fonte rinnovabile in Italia, Enel, Erg e A2a appunto.
Al di là degli impatti sulle singole aziende, vi sono però alcuni dubbi dal punto di vista della praticabilità e delle effettive conseguenze di questa norma.
Quanto alla praticabilità, il decreto equivale a una sospensione delle regole europee sull’Ets, applicata solo a una parte degli obbligati, i termoelettrici, mentre tutti gli altri (chi utilizza il gas per il calore, o i cogeneratori) dovrebbero continuare a sostenerne i costi. L’Unione europea accetterà tale sospensione unilaterale, per di più asimmetrica? Le discussioni europee ad alto livello degli ultimi giorni su un possibile ammorbidimento dell’Ets riguardano un futuro ancora lontano. Non è dato sapere se su questo punto specifico vi siano già state interlocuzioni tra il governo e Bruxelles. Immaginiamo di sì, e sarà allora interessante conoscerne gli esiti.
Dal punto di vista degli effetti pratici, i problemi che emergono sono almeno tre. Il primo è legato al fatto che gli investimenti in fonti rinnovabili potrebbero subire dei contraccolpi negativi per il venir meno (temporaneo, certo) di uno dei pilastri delle politiche green. La reazione di ieri della Borsa è indicativa. È un tema che andrà gestito.
Poi, perché il prezzo all’ingrosso si abbassi davvero è necessario che i produttori termoelettrici offrano la loro energia al costo marginale escludendo i costi della CO2. Ma il regolatore (l’autorità di settore Arera) dovrebbe conoscere i costi marginali di ogni impianto, per essere sicuro che il produttore non carichi comunque tutto o parte di quel costo sul prezzo, intascandosi lo sconto. Arera dovrebbe cioè sapere quanto costa il gas per ogni impianto e conoscere l’efficienza di quegli impianti, come minimo, per poter vigilare. Quanto sarebbe praticabile questa sorveglianza?
Infine, abbassando il prezzo dell’energia elettrica in Italia, la nostra energia dalla Zona Nord potrebbe essere esportata occasionalmente, in alcune ore e in alcuni giorni, nei Paesi interconnessi. I produttori riceverebbero il rimborso dalle bollette italiane anche per quella energia venduta all’estero? Si avrebbe un effetto bizzarro di sovvenzione.
Le intenzioni del decreto sono buone, ma se si vuole procedere sulla strada della sterilizzazione dell’Ets per abbassare i costi dell’energia la via migliore appare una sospensione a livello europeo. Sapendo però che gli investimenti nelle fonti rinnovabili ne avrebbero come minimo un rallentamento.
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La manifestazione in onore di Quentin Deranque a Parigi (Ansa)
Di fronte alla gravità della situazione il presidente Emmanuel Macron ha scritto su X che «nella Repubblica, nessuna causa, nessuna ideologia giustificheranno mai il fatto di uccidere». Macron ha parlato della necessità di «trascinare davanti alla giustizia e condannare gli autori di questa ignominia» e lanciato un appello «alla calma, alla moderazione e al rispetto». Domenica, negli studi della trasmissione Grand Jury trasmessa da Le Figaro, Rtl, Public Sénat e M6, il ministro della giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato che «la retorica politica violenta porta alla violenza fisica. C’è una complicità all’interno di La France Insoumise nei confronti della violenza politica».
Sempre l’altro ieri dal ministro dell’interno, Laurent Nunez, sono arrivate parole pesanti come macigni. Per prima cosa, il ministro ha definito un «linciaggio», l’aggressione subita da Quentin Deranque aggiungendo che «chiaramente, dietro tutto questo c’era l’estrema sinistra». «L’indagine confermerà o smentirà se fossero membri della Jeune Garde» (sciolta dal ministero dell’interno nel 2025, ndr). Ma, ha aggiunto Nunez, «le testimonianze puntano chiaramente in quella direzione». Con un comunicato, la Jeune Garde ha affermato di non poter «essere ritenuta responsabile» della morte del ventitreenne Deranque.
Dura la posizione ufficiale del governo, ribadita dalla portavoce Maud Bregeon che, rispondendo alle domande di Bfm-Rmc, ha dichiarato: «Per anni, La France Insoumise ha fomentato un clima di violenza. Lfi ha avuto e riconosciuto legami con gruppi di estrema sinistra estremamente violenti». Secondo Bregeon ci sarebbe una «responsabilità morale di Lfi in questo clima di violenza».
Anche tra le file della sinistra non sono mancate le condanne. Su Franceinfo, Alexis Corbière, deputato di Seine-Saint-Denis ex-Lfi, è stato categorico: «Nulla dovrebbe giustificare la violenza». Il deputato di sinistra ha espresso «una condanna molto chiara» dei fatti di Lione. L’Università Lione-2 ha espresso «profonda tristezza».
Più moderata invece la posizione di Raphaël Glucksmann: «Ora dobbiamo porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico» ha dichiarato Glucksmann su radio Rtl, parlando anche delle «responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli di La France Insoumise». Ma dopo aver dato un colpo alla botte, Glucksmann ne ha dato uno al cerchio, dichiarando che «ci sono anche morti causate dalle milizie di estrema destra», e che il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella «oggi minaccia di prendere il potere in Francia» e «di far scivolare la Francia nel campo trumpiano e putiniano». Glucksmann ha promesso di diventare una «diga» per la «difesa della democrazia» e che il suo partito non farà «alleanze con movimenti che minano la democrazia, tra cui La France insoumise».
In risposta alle condanne, Lfi ha cercato di farsi passare come la vittima. Da un lato, Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato di voler esprimere «la nostra costernazione, ma anche la nostra empatia e compassione per la famiglia» (della vittima, ndr) e ricordato di aver detto «decine di volte che siamo ostili e contrari alla violenza». Dall’altro lato però, Mélenchon, ha cercato di capovolgere la situazione affermando: «Siamo noi a essere attaccati!». L’esponente dei Verdi Sandrine Rousseau ha ribadito su Franceinfo la necessità di avere «nel momento che stiamo vivendo in Francia, dei militanti antifascisti». Tuttavia, per Rousseau, questi «non devono utilizzare la violenza fisica né assumere un atteggiamento virilista attorno alla politica».
Nel frattempo, ieri, la presidente dell’assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha sospeso «a titolo precauzionale» l’accesso alla Camera bassa all’assistente parlamentare del deputato della Lfi Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, sospettato di essere coinvolto nei fatti di Lione. Alcuni testimoni citati da Le Figaro avrebbero detto di aver riconosciuto Favrot tra gli aggressori di Quentin.
Ieri pomeriggio il procuratore di Lione, Thierry Dran, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha fornito una ricostruzione dell’aggressione che ha causato la morte di Quentin Deranque. Dran ha parlato di «diverse testimonianze significative» e dell’apertura dell’inchiesta per «violenze aggravate» e «colpi mortali».
Il procuratore ha menzionato anche «l’autopsia effettuata [lunedì] mattina» che «ha permesso di determinare essenzialmente lesioni alla testa, tra cui un grave trauma cranio-encefalico e una frattura temporale destra». Per Dran, il giovane Deranque sarebbe stato picchiato e buttato per terra «da almeno sei» persone.
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