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2018-05-26
Il Colle fa muro su Savona. Qui rischia di saltare tutto
Alle 17.55 di ieri, il premier incaricato Giuseppe Conte sale al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Riserva sciolta? Lista dei ministri pronta? Giuramento in vista? Macché: nulla di tutto questo. L'incontro tra Conte e Mattarella è informale: il «quasipremier» informa il capo dello Stato sull'andamento delle trattative per la formazione del governo, dopo un lungo summit con Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La lista dei ministri è praticamente pronta, e per l'Economia la designazione resta quella di Paolo Savona. Conte sa che Mattarella, su quel nome, non è d'accordo. Sa che se si presentasse con quel nome al momento di sciogliere la riserva, il presidente della Repubblica, come avvenuto molte volte in passato, potrebbe dire «no», mettendo il premier pentastellato di fronte a un'alternativa politicamente drammatica: rinunciare all'incarico o accettare la controproposta del Quirinale, con il risultato di far sfilare la Lega dall'accordo un istante dopo.
I minuti trascorrono interminabili: la notizia del colloquio tra Conte e Mattarella prende tutti di sorpresa. Si tratta di un evento irrituale: il «quasipremier» e il presidente della Repubblica avrebbero dovuto incontrarsi ma in maniera ufficiale, per sciogliere la riserva e discuter dei ministri. I più ottimisti pensavano che già ieri potesse finalmente nascere il «governo del cambiamento», e lo stesso Mattarella si era tenuto libero, annullando la partecipazione alla Coppa delle Nazioni del Concorso Ippico di Piazza di Siena, a villa Borghese. Invece, nulla da fare: Conte ha bisogno di parlare con Mattarella, probabilmente per confermare la assoluta indisponibilità di Matteo Salvini a rinunciare a Paolo Savona come ministro dell'Economia.
Conte è tra due fuochi: spiega con estrema chiarezza la situazione a Mattarella, con il quale ha stabilito una buona armonia. «Presidente, senza Savona salta tutto», dice il prof. Il capo dello Stato è impassibile, ricorda a Conte quante volte, nel corso del loro primo incontro, aveva sottolineato i poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Mattarella rilegge l'articolo 92 della Carta: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Non è disposto ad accettare diktat, Mattarella, come aveva detto l'altro ieri, attraverso una nota, fatta trapelare dal Quirinale, dai toni durissimi nei confronti di Salvini.
Il colloquio termina alle 18, è durato un'ora. I palazzi della politica tremano, l'incubo delle elezioni anticipate incombe di nuovo sui parlamentari, di tutti i partiti, che avevano sperato, pensato, creduto che tutto fosse a posto. Agitazione, nervosismo: i cellulari sono incandescenti. Giuseppe Conte torna alla Camera, riferisce a Luigi Di Maio e Matteo Salvini i contenuti dell'incontro con Mattarella. Diventa evidente la difficoltà di un (quasi) presidente del Consiglio privo della minima autonomia, che ha bisogno di interpellare i leader dei due partiti di maggioranza prima di prendere qualunque decisione.
Non solo: tra la Lega e il M5s cresce la reciproca diffidenza. Luigi Di Maio nei giorni scorsi ha provato a convincere il suo «gemello diverso», Matteo Salvini, a trovare un'alternativa a Savona. Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, poteva essere indicato per il ministero dell'Economia al posto di Savona e Mattarella avrebbe dato l'ok. Ma il leader del Carroccio ha tenuto duro: «O Savona, o niente». Tanto che in serata sbotta su Facebook, con un post sibillino: «Sono davvero arrabbiato», subito condiviso dall'alleato Luigi Di Maio. Mossa che sembra cancellare il sospetto, ventilato tutto il giorno, che Salvini voglia mandare tutto a monte per tornare alle elezioni con il centrodestra. Anche molti leghisti, del resto, nutrono perplessità sull'atteggiamento del M5s. Pensano che tra Di Maio e Mattarella ci sia un accordo di ferro, benedetto dall'Unione europea e dal dipartimento di Stato americano, con l'obiettivo di depotenziare il Carroccio, di diluirne l'euroscetticismo e la posizione filorussa nel liquido insapore e incolore del M5s, sostanza che si colora di rosso, verde, blu a seconda delle convenienze del momento.
Il problema, ormai, non è Savona, che in mattinata aveva risposto «sì che lo penso» a chi gli chiedeva se avesse sentore di veti sul suo nome. Il problema è che Mattarella non è disposto a farsi mettere ko da Salvini, e continua a ritenere che un presidente del Consiglio privo di autonomia decisionale possa rappresentare un problema. «La preoccupazione del Colle», aveva fatto trapelare Mattarella, 24 ore prima, «è che si stia cercando di limitare l'autonomia del presidente del Consiglio incaricato e, di conseguenza, del presidente della Repubblica nell'esercizio delle loro prerogative». Oggi sapremo se la nave del cambiamento salperà, o resterà ancorata nel porto di Savona.
Il prof «rivoluzionario»? No, ha solo buon senso
«Se mai c'è stata una cattiva idea, questa è l'unione monetaria», scriveva Rudiger Dornbusch, autore di uno dei libri di testo più in uso nelle facoltà economiche italiane, nel 1996. Cioè 22 anni fa, e prima che nascesse l'euro. Solo nell'incredibile canea scatenatasi sul caso di Paolo Savona poteva passare il concetto più incredibile di tutti: ovvero che le idee e i pensieri economici dell'ex ministro siano «incendiari», «rivoluzionari», «eretici». Savona esprime, con cultura, standing, capacità e credibilità analisi sui limiti funzionali dell'eurozona perfettamente allineate con la migliore scienza economica mondiale da qualche decennio.
Che la moneta unica aumenti gli squilibri all'interno dell'area euro, penalizzi i Paesi debitori e rappresenti una voragine nella domanda mondiale è un'evidenza complessa da occultare. Per questo il processo a Savona è inspiegabile se guardato dal lato delle tesi espresse. Che dice l'economista, il cui pensiero abbiamo riassunto ieri in due pagine? Che l'euro penalizza i deboli e premia i forti, e politicamente i forti non hanno interesse a sanare la situazione. Cosa dice, per esempio, il Nobel Joseph Stiglitz? «Esiste un divario dei tassi di interesse (lo spread) che riflette il diverso giudizio del mercato in merito al rischio e alla capacità delle banche di ciascun Paese di erogare credito alle imprese nazionali. Le economie più povere dovranno pagare tassi di interesse più elevati e lo stesso varrà per le imprese di questi Paesi, soprattutto a causa dell'intreccio tra banche e governi nell'attuale struttura dell'eurozona. In termini di competitività, questo mette il singolo Paese e le sue imprese in una situazione di svantaggio che porta a un'ulteriore divergenza» (L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017).
Cosa propone Savona? Una messa in comune dei debiti. Cosa dice Stiglitz nel testo citato? «Esiste una soluzione: un sistema comune di assicurazione dei depositi per tutte le banche dell'eurozona. Verrebbero meno gli incentivi che provocano il deflusso di denaro dai paesi deboli verso quelli forti». Ma Berlino non vuole.
Cos'ha destato scalpore in alcune frasi di Savona sul passato della Germania? Il richiamo all'ostinazione storica di un Paese poco incline, diciamo così, a cambiare idea. Cos'ha scritto Stiglitz?
«La Germania resta aggrappata con le unghie e con i denti all'idea che i paesi debbano vivere con i loro mezzi, e che se solo si attenessero a questa norma tutto andrebbe bene». Savona arriva a porre il tema, inevitabile, di qualità della democrazia in un sistema in cui la politica esce completamente delegittimata. Ancora Stiglitz: «Anche se pochi sarebbero disposti ad ammetterlo, il dibattito - o la contesa - sull'euro è molto più una questione di potere e democrazia, di ideologie in contrasto fra loro, di una diversa visione del mondo e della natura della società che non di denaro o di economia».
Paul Krugman, altro Nobel, nel 1998 - quattro anni prima dell'introduzione dell'euro - scriveva: «L'Unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per fare contenta la Germania; per garantire una severa disciplina antinflazionistica da sempre desiderata da Berlino, e che sempre vorrà in futuro». Quasi vent'anni dopo, sul New York Times, siamo ancora lì: «Durante l'euroforia, quando i capitali fluivano in maniera apparentemente sicura nelle economie del Sud, quelle economie hanno sperimentato una moderata inflazione, che ha permesso alla Germania di maturare un vantaggio competitivo senza deflazionare. Poi la fiducia e l'afflusso di capitali sono collassati, e ciò di cui ci sarebbe bisogno sarebbe stata una forte reflazione tedesca, che avrebbe di fatto restituito il favore all'Europa del Sud, consentendole di recuperare competitività senza macinare deflazione con i relativi problemi sul debito».
Savona, a confronto, pare più cauto.
Martino Cervo
Un punto fermo: Giorgetti premier ombra
«Starà nel suo habitat naturale, sotto il pelo dell'acqua con pinne e maschera». Rappresentato così dai suoi amici per la discrezione, Giancarlo Giorgetti si prepara all'avventura nel nuovo governo come un punto fermo della Lega, l'uomo degli equilibri e delle garanzie. Il ruolo è ritagliato su misura come un abito sartoriale: sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il politico con le chiavi di Palazzo Chigi in tasca. Ma non sarà lì perché fedelissimo di Giuseppe Conte (come fece Luca Lotti con Matteo Renzi, di cui fu segretario e parafulmine), bensì per tutelare gli interessi dell'altra metà del cielo, quella non grillina. Non essendo previsti vicepremier, il suo potere sarà immenso.
La soluzione è pronta e ha un obiettivo: rassicurare Silvio Berlusconi, farlo uscire da sotto la tenda di Achille nella quale si è rifugiato con sdegno e indurlo a essere meno ostile nei confronti dell'esecutivo. Giorgetti premier ombra (quanto a competenza e a relazioni istituzionali) potrebbe limare numerosi spigoli che affliggono Forza Italia e consentire agli azzurri di garantire, di volta in volta, l'astensione se non il voto favorevole nella giungla vietnamita del Senato, dove è facile individuare trappole dietro ogni scranno. Con soli sei voti di maggioranza, il governo rischia di cadere anche sulle divise dei portalettere. Garante del mondo finanziario dai tempi di Umberto Bossi, abituato a sedere in cda e board di fondazioni, Giorgetti è la sponda preferita dell'ambasciata americana, ma anche un riferimento per la Russia putiniana, con la quale ha intessuto stretti rapporti nel periodo in cui ha fatto parte della delegazione italiana nella Nato ed è stato vicepresidente della commissione Affari esteri. Bocciato come premier da Luigi Di Maio in persona con una frase lapidaria («È troppo potente, sposterebbe da solo il governo a destra»), l'ex sindaco di Cazzago Brabbia rappresenta la bussola sull'arca di Noè pronta a salpare per il futuro.
Quasi per uno sbaffo da artista, oltre che sottosegretario sarà anche ministro dello Sport, esattamente come Lotti a suo tempo. Giorgetti ama il calcio e tifa disperatamente Southampton. Nei giorni caldi del totonomine diceva mentendo: «L'unico posto a cui ambisco è quella panchina». La sua passione albionica ha sempre divertito il milanista Roberto Maroni: «Se fosse un vero leghista tiferebbe almeno il Northampton».
C'è un solo intoppo al progetto, l'impuntatura del capo dello Stato sul nome dell'economista Paolo Savona. Nel caso in cui Salvini e Di Maio fossero costretti a cedere, l'unico nome spendibile per l'Economia o il Tesoro sarebbe ancora quello di Giorgetti, che è stato relatore della manovra economica del governo Berlusconi nel 2011. Quando Gene Gnocchi lo definisce «famosissimo economista che ha inventato la mini-Irpef per i Minions, ma loro si sono rifiutati di pagarla», lui incassa con il sorriso appena accennato da giocatore di poker.
Gli altri posti a tavola sono più meno distribuiti. Salvini è confermato al ministero dell'Interno per supervedere le politiche relative a sicurezza e ridimensionamento degli sbarchi, cavalli di battaglia del popolo leghista. Di Maio sarà numero uno di un superdicastero che comprende Lavoro Welfare e Sviluppo economico per agevolare la realizzazione del reddito di cittadinanza, alla base della vittoria elettorale soprattutto al Sud. Un ruolo chiave avrà anche il padre della flat tax, Armando Siri, per il quale è prevista la poltrona di sottosegretario allo Sviluppo economico (una sorta di controllore di Di Maio), a meno che il braccio di ferro su Savona non lo costringa a cambiare indirizzo.
Il governo Conte prevede un nuovo ministero, quello del Made in Italy che accorpa Turismo e Agricoltura per sottolineare l'importanza delle eccellenze italiane. Sarà affidato a Gianmarco Centinaio, attuale capogruppo al Senato della Lega. Ancora leghista sarà il ministero degli Affari Regionali, affidato a Lorenzo Fontana o a Roberto Calderoli perché strategico nella partita delle autonomie richieste da Lombardia e Veneto con i referendum. Nessuna nuova fibrillazione, dopo i niet berlusconiani, sul grillino Alfonso Bonafede alla Giustizia, mentre per il ministero della Difesa è in pole position un'altra pentastellata, Elisabetta Trenta.
Ultima raffica, come nel calciomercato. Arianna Lazzarini (Lega) è indicata per il ministero della Famiglia e delle Disabilità, richiesto dalla parte cattolica della coalizione e ben visto da Forza Italia. Incertezza sulle Infrastrutture, dove Giuseppe Bonomi in quota Lega non è sicuro. Più imbullonati Emilio Carelli ai Beni culturali e l'ex ambasciatore Pasquale Salzano agli Esteri. All'Istruzione il grillino Salvatore Giuliano, che è preside. Dopo Valeria Fedeli e il suo curriculum, questa è un'emozione.
Giorgio Gandola
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Dopo aver visto Luigi Di Maio e Matteo Salvini, Giuseppe Conte va al Quirinale, sempre fermo sul no all'economista anti Ue al Tesoro. L'interessato: «Veto su di me». Il leghista sbotta su Facebook: «Sono davvero arrabbiato». E Di Maio è con lui.Nessuna eresia: l'ex ministro ricalca le analisi dei premi Nobel.L'ipotesi che sia sottosegretario alla presidenza del Consiglio non disturba i grillini e piace molto anche a Silvio Berlusconi. Sarebbe l'uomo perfetto per calmare le acque al Senato. Quotazioni in salita per Emilio Carelli alla Cultura, incertezza Infrastrutture.Lo speciale contiene tre articoli.Alle 17.55 di ieri, il premier incaricato Giuseppe Conte sale al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Riserva sciolta? Lista dei ministri pronta? Giuramento in vista? Macché: nulla di tutto questo. L'incontro tra Conte e Mattarella è informale: il «quasipremier» informa il capo dello Stato sull'andamento delle trattative per la formazione del governo, dopo un lungo summit con Luigi Di Maio e Matteo Salvini. La lista dei ministri è praticamente pronta, e per l'Economia la designazione resta quella di Paolo Savona. Conte sa che Mattarella, su quel nome, non è d'accordo. Sa che se si presentasse con quel nome al momento di sciogliere la riserva, il presidente della Repubblica, come avvenuto molte volte in passato, potrebbe dire «no», mettendo il premier pentastellato di fronte a un'alternativa politicamente drammatica: rinunciare all'incarico o accettare la controproposta del Quirinale, con il risultato di far sfilare la Lega dall'accordo un istante dopo. I minuti trascorrono interminabili: la notizia del colloquio tra Conte e Mattarella prende tutti di sorpresa. Si tratta di un evento irrituale: il «quasipremier» e il presidente della Repubblica avrebbero dovuto incontrarsi ma in maniera ufficiale, per sciogliere la riserva e discuter dei ministri. I più ottimisti pensavano che già ieri potesse finalmente nascere il «governo del cambiamento», e lo stesso Mattarella si era tenuto libero, annullando la partecipazione alla Coppa delle Nazioni del Concorso Ippico di Piazza di Siena, a villa Borghese. Invece, nulla da fare: Conte ha bisogno di parlare con Mattarella, probabilmente per confermare la assoluta indisponibilità di Matteo Salvini a rinunciare a Paolo Savona come ministro dell'Economia.Conte è tra due fuochi: spiega con estrema chiarezza la situazione a Mattarella, con il quale ha stabilito una buona armonia. «Presidente, senza Savona salta tutto», dice il prof. Il capo dello Stato è impassibile, ricorda a Conte quante volte, nel corso del loro primo incontro, aveva sottolineato i poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Mattarella rilegge l'articolo 92 della Carta: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Non è disposto ad accettare diktat, Mattarella, come aveva detto l'altro ieri, attraverso una nota, fatta trapelare dal Quirinale, dai toni durissimi nei confronti di Salvini.Il colloquio termina alle 18, è durato un'ora. I palazzi della politica tremano, l'incubo delle elezioni anticipate incombe di nuovo sui parlamentari, di tutti i partiti, che avevano sperato, pensato, creduto che tutto fosse a posto. Agitazione, nervosismo: i cellulari sono incandescenti. Giuseppe Conte torna alla Camera, riferisce a Luigi Di Maio e Matteo Salvini i contenuti dell'incontro con Mattarella. Diventa evidente la difficoltà di un (quasi) presidente del Consiglio privo della minima autonomia, che ha bisogno di interpellare i leader dei due partiti di maggioranza prima di prendere qualunque decisione.Non solo: tra la Lega e il M5s cresce la reciproca diffidenza. Luigi Di Maio nei giorni scorsi ha provato a convincere il suo «gemello diverso», Matteo Salvini, a trovare un'alternativa a Savona. Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, poteva essere indicato per il ministero dell'Economia al posto di Savona e Mattarella avrebbe dato l'ok. Ma il leader del Carroccio ha tenuto duro: «O Savona, o niente». Tanto che in serata sbotta su Facebook, con un post sibillino: «Sono davvero arrabbiato», subito condiviso dall'alleato Luigi Di Maio. Mossa che sembra cancellare il sospetto, ventilato tutto il giorno, che Salvini voglia mandare tutto a monte per tornare alle elezioni con il centrodestra. Anche molti leghisti, del resto, nutrono perplessità sull'atteggiamento del M5s. Pensano che tra Di Maio e Mattarella ci sia un accordo di ferro, benedetto dall'Unione europea e dal dipartimento di Stato americano, con l'obiettivo di depotenziare il Carroccio, di diluirne l'euroscetticismo e la posizione filorussa nel liquido insapore e incolore del M5s, sostanza che si colora di rosso, verde, blu a seconda delle convenienze del momento.Il problema, ormai, non è Savona, che in mattinata aveva risposto «sì che lo penso» a chi gli chiedeva se avesse sentore di veti sul suo nome. Il problema è che Mattarella non è disposto a farsi mettere ko da Salvini, e continua a ritenere che un presidente del Consiglio privo di autonomia decisionale possa rappresentare un problema. «La preoccupazione del Colle», aveva fatto trapelare Mattarella, 24 ore prima, «è che si stia cercando di limitare l'autonomia del presidente del Consiglio incaricato e, di conseguenza, del presidente della Repubblica nell'esercizio delle loro prerogative». Oggi sapremo se la nave del cambiamento salperà, o resterà ancorata nel porto di Savona. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-si-impunta-su-savona-ora-rischia-di-saltare-tutto-quanto-2572096132.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prof-rivoluzionario-no-ha-solo-buon-senso" data-post-id="2572096132" data-published-at="1779143995" data-use-pagination="False"> Il prof «rivoluzionario»? No, ha solo buon senso «Se mai c'è stata una cattiva idea, questa è l'unione monetaria», scriveva Rudiger Dornbusch, autore di uno dei libri di testo più in uso nelle facoltà economiche italiane, nel 1996. Cioè 22 anni fa, e prima che nascesse l'euro. Solo nell'incredibile canea scatenatasi sul caso di Paolo Savona poteva passare il concetto più incredibile di tutti: ovvero che le idee e i pensieri economici dell'ex ministro siano «incendiari», «rivoluzionari», «eretici». Savona esprime, con cultura, standing, capacità e credibilità analisi sui limiti funzionali dell'eurozona perfettamente allineate con la migliore scienza economica mondiale da qualche decennio. Che la moneta unica aumenti gli squilibri all'interno dell'area euro, penalizzi i Paesi debitori e rappresenti una voragine nella domanda mondiale è un'evidenza complessa da occultare. Per questo il processo a Savona è inspiegabile se guardato dal lato delle tesi espresse. Che dice l'economista, il cui pensiero abbiamo riassunto ieri in due pagine? Che l'euro penalizza i deboli e premia i forti, e politicamente i forti non hanno interesse a sanare la situazione. Cosa dice, per esempio, il Nobel Joseph Stiglitz? «Esiste un divario dei tassi di interesse (lo spread) che riflette il diverso giudizio del mercato in merito al rischio e alla capacità delle banche di ciascun Paese di erogare credito alle imprese nazionali. Le economie più povere dovranno pagare tassi di interesse più elevati e lo stesso varrà per le imprese di questi Paesi, soprattutto a causa dell'intreccio tra banche e governi nell'attuale struttura dell'eurozona. In termini di competitività, questo mette il singolo Paese e le sue imprese in una situazione di svantaggio che porta a un'ulteriore divergenza» (L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa, Einaudi 2017). Cosa propone Savona? Una messa in comune dei debiti. Cosa dice Stiglitz nel testo citato? «Esiste una soluzione: un sistema comune di assicurazione dei depositi per tutte le banche dell'eurozona. Verrebbero meno gli incentivi che provocano il deflusso di denaro dai paesi deboli verso quelli forti». Ma Berlino non vuole. Cos'ha destato scalpore in alcune frasi di Savona sul passato della Germania? Il richiamo all'ostinazione storica di un Paese poco incline, diciamo così, a cambiare idea. Cos'ha scritto Stiglitz? «La Germania resta aggrappata con le unghie e con i denti all'idea che i paesi debbano vivere con i loro mezzi, e che se solo si attenessero a questa norma tutto andrebbe bene». Savona arriva a porre il tema, inevitabile, di qualità della democrazia in un sistema in cui la politica esce completamente delegittimata. Ancora Stiglitz: «Anche se pochi sarebbero disposti ad ammetterlo, il dibattito - o la contesa - sull'euro è molto più una questione di potere e democrazia, di ideologie in contrasto fra loro, di una diversa visione del mondo e della natura della società che non di denaro o di economia». Paul Krugman, altro Nobel, nel 1998 - quattro anni prima dell'introduzione dell'euro - scriveva: «L'Unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per fare contenta la Germania; per garantire una severa disciplina antinflazionistica da sempre desiderata da Berlino, e che sempre vorrà in futuro». Quasi vent'anni dopo, sul New York Times, siamo ancora lì: «Durante l'euroforia, quando i capitali fluivano in maniera apparentemente sicura nelle economie del Sud, quelle economie hanno sperimentato una moderata inflazione, che ha permesso alla Germania di maturare un vantaggio competitivo senza deflazionare. Poi la fiducia e l'afflusso di capitali sono collassati, e ciò di cui ci sarebbe bisogno sarebbe stata una forte reflazione tedesca, che avrebbe di fatto restituito il favore all'Europa del Sud, consentendole di recuperare competitività senza macinare deflazione con i relativi problemi sul debito». Savona, a confronto, pare più cauto. Martino Cervo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-si-impunta-su-savona-ora-rischia-di-saltare-tutto-quanto-2572096132.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-punto-fermo-giorgetti-premier-ombra" data-post-id="2572096132" data-published-at="1779143995" data-use-pagination="False"> Un punto fermo: Giorgetti premier ombra «Starà nel suo habitat naturale, sotto il pelo dell'acqua con pinne e maschera». Rappresentato così dai suoi amici per la discrezione, Giancarlo Giorgetti si prepara all'avventura nel nuovo governo come un punto fermo della Lega, l'uomo degli equilibri e delle garanzie. Il ruolo è ritagliato su misura come un abito sartoriale: sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il politico con le chiavi di Palazzo Chigi in tasca. Ma non sarà lì perché fedelissimo di Giuseppe Conte (come fece Luca Lotti con Matteo Renzi, di cui fu segretario e parafulmine), bensì per tutelare gli interessi dell'altra metà del cielo, quella non grillina. Non essendo previsti vicepremier, il suo potere sarà immenso. La soluzione è pronta e ha un obiettivo: rassicurare Silvio Berlusconi, farlo uscire da sotto la tenda di Achille nella quale si è rifugiato con sdegno e indurlo a essere meno ostile nei confronti dell'esecutivo. Giorgetti premier ombra (quanto a competenza e a relazioni istituzionali) potrebbe limare numerosi spigoli che affliggono Forza Italia e consentire agli azzurri di garantire, di volta in volta, l'astensione se non il voto favorevole nella giungla vietnamita del Senato, dove è facile individuare trappole dietro ogni scranno. Con soli sei voti di maggioranza, il governo rischia di cadere anche sulle divise dei portalettere. Garante del mondo finanziario dai tempi di Umberto Bossi, abituato a sedere in cda e board di fondazioni, Giorgetti è la sponda preferita dell'ambasciata americana, ma anche un riferimento per la Russia putiniana, con la quale ha intessuto stretti rapporti nel periodo in cui ha fatto parte della delegazione italiana nella Nato ed è stato vicepresidente della commissione Affari esteri. Bocciato come premier da Luigi Di Maio in persona con una frase lapidaria («È troppo potente, sposterebbe da solo il governo a destra»), l'ex sindaco di Cazzago Brabbia rappresenta la bussola sull'arca di Noè pronta a salpare per il futuro. Quasi per uno sbaffo da artista, oltre che sottosegretario sarà anche ministro dello Sport, esattamente come Lotti a suo tempo. Giorgetti ama il calcio e tifa disperatamente Southampton. Nei giorni caldi del totonomine diceva mentendo: «L'unico posto a cui ambisco è quella panchina». La sua passione albionica ha sempre divertito il milanista Roberto Maroni: «Se fosse un vero leghista tiferebbe almeno il Northampton». C'è un solo intoppo al progetto, l'impuntatura del capo dello Stato sul nome dell'economista Paolo Savona. Nel caso in cui Salvini e Di Maio fossero costretti a cedere, l'unico nome spendibile per l'Economia o il Tesoro sarebbe ancora quello di Giorgetti, che è stato relatore della manovra economica del governo Berlusconi nel 2011. Quando Gene Gnocchi lo definisce «famosissimo economista che ha inventato la mini-Irpef per i Minions, ma loro si sono rifiutati di pagarla», lui incassa con il sorriso appena accennato da giocatore di poker. Gli altri posti a tavola sono più meno distribuiti. Salvini è confermato al ministero dell'Interno per supervedere le politiche relative a sicurezza e ridimensionamento degli sbarchi, cavalli di battaglia del popolo leghista. Di Maio sarà numero uno di un superdicastero che comprende Lavoro Welfare e Sviluppo economico per agevolare la realizzazione del reddito di cittadinanza, alla base della vittoria elettorale soprattutto al Sud. Un ruolo chiave avrà anche il padre della flat tax, Armando Siri, per il quale è prevista la poltrona di sottosegretario allo Sviluppo economico (una sorta di controllore di Di Maio), a meno che il braccio di ferro su Savona non lo costringa a cambiare indirizzo. Il governo Conte prevede un nuovo ministero, quello del Made in Italy che accorpa Turismo e Agricoltura per sottolineare l'importanza delle eccellenze italiane. Sarà affidato a Gianmarco Centinaio, attuale capogruppo al Senato della Lega. Ancora leghista sarà il ministero degli Affari Regionali, affidato a Lorenzo Fontana o a Roberto Calderoli perché strategico nella partita delle autonomie richieste da Lombardia e Veneto con i referendum. Nessuna nuova fibrillazione, dopo i niet berlusconiani, sul grillino Alfonso Bonafede alla Giustizia, mentre per il ministero della Difesa è in pole position un'altra pentastellata, Elisabetta Trenta. Ultima raffica, come nel calciomercato. Arianna Lazzarini (Lega) è indicata per il ministero della Famiglia e delle Disabilità, richiesto dalla parte cattolica della coalizione e ben visto da Forza Italia. Incertezza sulle Infrastrutture, dove Giuseppe Bonomi in quota Lega non è sicuro. Più imbullonati Emilio Carelli ai Beni culturali e l'ex ambasciatore Pasquale Salzano agli Esteri. All'Istruzione il grillino Salvatore Giuliano, che è preside. Dopo Valeria Fedeli e il suo curriculum, questa è un'emozione. Giorgio Gandola
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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