
Non ha capito Brexit, né tanto meno Donald Trump e le elezioni in Francia e Germania. Ma l'establishment, in nome di una presunta responsabilità, continua a far resistenza contro gli elettori: l'ultimo caso è quello dell'economista Paolo Savona, su cui il presidente Sergio Mattarella ha fatto saltare il governo M5s-Lega.
Il povero Loris Karius nello staff del Quirinale? La doppia papera del portiere del Liverpool nella finale di Champions League sembra un esempio e una metafora del comportamento delle élite italiane. Non hanno capito Brexit, non hanno capito Donald Trump, non hanno capito le elezioni in Francia e in Germania. E ovviamente non hanno neanche capito il voto del 4 marzo in Italia. Ben al di là delle proposte dei partiti vincitori, e indipendentemente da ogni valutazione sulla loro credibilità, gli elettori avevano detto un gigantesco no a tutto il resto. Si trattava, allora, di accettare il cambiamento, di venire a patti con la realtà, di far tesoro di ogni occasione per ricondurre la rabbia di una parte ampia della società entro binari e argini adeguati.
La figura di Paolo Savona, anziché essere «mostrificata», era qualcosa di cui far tesoro: un uomo autorevole, che conosce le istituzioni, che poteva essere visto come un fattore di garanzia per tutti. Il suo stesso comunicato di domenica era un esempio di equilibrio e di ragionevolezza politica: nessuna intenzione di demolire l'Europa, ma un tentativo di buon senso di correggere almeno l'implementazione dei trattati. Quelle righe, per paradosso, erano una mano tesa al Quirinale per aiutarlo a uscire dall'angolo. Se n'è avuta una riprova, a fine serata, quando Luigi Di Maio ha reso nota la lista dei ministri consegnata al Quirinale: in quell'elenco, il nome di Savona, parliamoci chiaro, era l'unico con uno standing adeguato.
Perché allora dire no a tutto? Dal punto di vista dell'establishment, davvero era più pericoloso Paolo Savona al Mef di quello che può accadere adesso, con una lunga e incerta fase elettorale chiaramente infiammata? La tentazione delle élite, ora, è stata espressa dai commenti dei giornaloni: votare subito, dicono, sarebbe da «irresponsabili», occorre una «decantazione», e via diluendo e dilatando. Sbagliano un'altra volta: più faranno resistenza contro gli elettori, più aumenteranno i rischi di caos, e perfino l'eventualità di un putinismo all'italiana. Il copione sembra già scritto: fibrillazione dei mercati a seconda degli eventi politici delle prossime settimane (e attenzione: non è stata felicissima la dichiarazione del presidente Sergio Mattarella domenica sera: il Capo dello Stato dovrebbe comunque dare un senso di stabilità del Paese, non trasmettere ansia), blindare la Rai con nuove nomine, giocare la carta della paura. Ma sarà la realtà a smontare questa costruzione: a partire dalle ondate di sbarchi, già riprese da giorni, che riaccenderanno anche il fuoco della polemica sull'immigrazione.
Bel «capolavoro», dunque: una scena politica incendiata, polemiche devastanti, caos istituzionale, crisi migratoria, altalena sui mercati. E elettori convinti (a questo punto, come dar loro torto?) che il Paese sia effettivamente commissariato da Berlino, con le istituzioni nazionali che, anziché rappresentare gli italiani, sembrano adattarsi a far da portavoce alle cancellerie europee. Ma la responsabilità è innanzitutto la loro, cioè delle nostre élite: l'idea che la democrazia e gli elettori vadano bene solo se l'esito è «gradito» non solo è inaccettabile. Soprattutto, non funziona.
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