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2025-06-02
A scuola di coraggio da Ayn Rand per non piegarsi mai
La serie Netflix «Maschi veri». Nel riquadro, Ayn Rand
studiava cinema e in Russia era da poco uscito il suo primo libro, una monografia dedicata alla grande attrice polacca di film muti Pola Negri. Ma l’attrazione per gli Usa era forte, e il disprezzo per il comunismo sovietico anche di più. Alisa decise di non ritornare e di fermarsi a Chicago. L’America le avrebbe dato una nuova casa, una nuova vita e persino un nuovo nome: Ayn Rand. Lei avrebbe ricambiato con eterno amore e con la creazione di una mitologia dell’individualismo.
Alisa divenuta Ayn lavorò a Hollywood con il mostro sacro Cecil B. DeMille, fece la costumista, la sceneggiatrice e ottenne piccole parti. Divenne cittadina americana sposando nel 1931 l’attore Frank O’Connor, a cui sarebbe rimasta legata per tutta la vita, anche se intrattenne una lunga - e pubblica - relazione con uno dei suoi allievi (o, meglio, adepti), Nathaniel Branden. Gli esordi letterari non furono particolarmente fortunati. Noi vivi del 1936 (da cui fu tratto anche un film italiano con Alida Valli) e Anthem (Antifona) del 1937 passarono sostanzialmente inosservati. Oggi tuttavia il secondo è considerato un grande classico della letteratura distopica, e si tratta in effetti di un capolavoro che in qualche modo dà corpo non soltanto al talento narrativo della Rand, ma pure alle sue ossessioni e paure.
Antifona, disponibile in Italia in una bella edizione di Liberilibri, è certamente un attacco frontale al mondo comunista e al feticismo dell’eguaglianza forzata. Ma è anche una formidabile disamina della società del controllo, una satira dolorosa dell’informazione fluviale e manipolativa ancora oggi imperante. Basterebbe un libro del genere a fare una carriera. Eppure, per lei, era solo l’inizio. Il successo clamoroso sarebbe arrivato con La fonte meravigliosa del 1943: un bestseller da milioni di copie in tutto il mondo. Altre pietre miliari seguirono: i tre volumi della Rivolta di Atlante (Atlas Shrugged) del 1957, tre libri che compongono un colossale romanzo.
Nella grandezza di Ayn Rand, tuttavia, sta il suo dramma. Si può dire che la sua fama la preceda, e questa è essenzialmente legata ai suoi scritti filosofici e politici. In effetti, soprattutto nella seconda parte della sua vita, la Rand si dedicò a sviluppare il suo pensiero più che le sue visioni letterarie. Fondò la corrente dell’oggettivismo, ma a farla entrare nell’immaginario collettivo è stata la sua strenua difesa del capitalismo che l’ha trasformata in una icona libertaria. Il risultato è che i romanzi della Rand sono come oscurati dal pregiudizio nei suoi riguardi, dall’antipatia verso colei che talvolta viene fatta passare come paladina dei ricchi, spietata contestatrice di ogni politica sociale e in qualche modo levatrice del neoliberismo feroce che ha distrutto le classi medie occidentali.
I romanzi della Rand dovrebbero stare dove meritano, e cioè nell’olimpo della letteratura mondiale, sovrastando quelli di autori molto più conosciuti ma decisamente meno talentuosi. Un poco di notorietà in più ha portato il recente film The Brutalist, che ha riscosso notevole successo di critica e che è blandamente ispirato alla Fonte meravigliosa. Ma si tratta in realtà di due storie completamente diverse, con un messaggio differente. E dire che nei romanzi la Rand offre il meglio di sé anche dal punto di vista filosofico. Se negli scritti saggistici il suo pensiero appare più spietato di quanto sia in realtà, nelle opere narrative esso si dipana in tutta la sua pienezza e mostra quale sia in fondo la grande aspirazione della scrittrice, che è poi anche il motivo per cui vale la pena rileggerla oggi, riscoprirla anche se non si condivide in toto (come nel nostro caso) la sua fascinazione per la magnificenza capitalistica.
Il fatto è che la Rand dà vita a personaggi complessi e sfaccettati che hanno in comune una sublime tensione verso l’eroismo. Non sono spietati affaristi interessati al soldo, tutt’altro. Sono piuttosto asceti, membri di una antica casta guerriera che trovano nel mondo degli affari o dell’arte il loro campo di battaglia. Le loro ambizioni non sono terrene bensì trascendenti, la ricchezza è per essi un trascurabile orpello. Sono aristocratici dello spirito, disposti a tutto pur di realizzare sé stessi, di portare a frutto i doni ricevuti alla nascita. Prendiamo Hank Rearden, l’architetto protagonista de La fonte meravigliosa. È una sorta di monaco guerriero, totalmente alieno alle passioni più vili, interessato solo a fare esplodere la sua arte, a concretizzare le sue intuizioni, a dipanare la sua poesia. Per lui il pensiero è azione o non è, la potenza creativa deve manifestarsi in pienezza, senza compromessi, senza concessioni ai pareri del mondo, alle piccinerie borghesi. Egli è a tutti gli effetti un individuo assoluto evoliano, che non ha desideri ma una missione, è oltre il bene e il male perché si muove secondo logiche ultraterrene, svincolate dalla moralina e dal falso umanitarismo (che è poi il vero nemico della Rand).
Come si capisce leggendo La virtù dell’egoismo (Liberilibri), per la Rand realizzare sé stessi non significa assecondare i capricci o gli istinti irrazionali, essere schiavi del piacere o dell’impulso fugace. Significa piuttosto compiersi, fare ciò per cui si è venuti al mondo e che nessun altro può fare. Benché nemica delle fedi organizzate, in qualche modo Ayn ha un impeto religioso e guerriero, propone un ideale virile che è insieme virtuoso, ed è precisamente questo che va conservato nella sua produzione, anche a dispetto del resto. Essere egoisti, per lei, vuol dire prima di tutto non piegarsi, non conformarsi alla massa, essere coraggiosi. «La virtù relativa all’aiuto che si può prestare a chi si ama non è il disinteresse, né il sacrificio, bensì l’integrità. L’integrità è la fedeltà alle proprie convinzioni e ai propri valori; consiste nell’agire in accordo con i propri valori, nell’esprimerli, difenderli e tradurli in realtà», scrive. Disinteresse e sacrificio sembrano negativi, in questa prospettiva, ma lo sono soltanto se impediscono a qualcuno di essere pienamente, cioè di agire, se lo spingono a subordinarsi o tradirsi. I suoi personaggi, i suoi eroi e eroine, tutto fanno tranne questo: tradirsi.
Di questi tempi vanno di moda modelli maschili deboli, si insiste sulla fragilità quasi che fosse il valore primo. Basti vedere serie televisive come la pur piacevole Maschi veri proposta con successo da Netflix. Di fatto il modello che propone è una decostruzione della virilità che viene poi ricostruita al ribasso. Ecco, la Rand è un antidoto alla celebrazione della mediocrità. Non perché si debba giustificare la prevaricazione, al contrario: tutta la sua opera spinge all’indipendenza, alla responsabilità delle proprie azioni. Sicuramente lei contrasterebbe la nostra lettura, ma non possiamo non vedere nei suoi personaggi e nelle sue tesi una difesa del dono, anche se in una forma tutta particolare: un godimento pieno dei doni che si ricevono dalla provvidenza e un dono impagabile che si fa al resto del mondo diventando pienamente uomini e donne senza cedere alla vigliaccheria, al senso comune, alla decadenza compiaciuta. La sua utopia consiste nella creazione di un universo letterario in cui ciascuno fa del bene all’umanità rifiutando la massa e le sue infime tentazioni, affrontando fame e sofferenza pur di non venire meno al proprio compito storico. Ayn Rand è virilità elevata a sistema, per i maschi come per le femmine. È libertà non di arrendersi ai propri comodi, ma di svolgere il proprio dovere quasi divino: quello di essere liberi, creativi e diversi. Un ideale dimenticato a cui tutti - anche oggi, anche con declinazioni diverse e idee politiche e religiose diverse - potrebbero ispirarsi.
«Non conforme, in pugna coi tempi». Vita inquieta di un fascista libertario
Il 2 giugno del 1932, Berto Ricci per scrivere a suo padre usa un foglio di carta intestata de L’Universale, la rivista che ha fondato e che manda avanti talvolta «mangiando meno del necessario» perché consapevole di avere per le mani una gran cosa. Quel piccolo giornale culturale e politico finiva spesso nelle mani di Benito Mussolini, che ne aveva anche tessuto privatamente le lodi allo stesso Ricci, anche se fu proprio il capo del fascismo a volerne la chiusura nel 1935: troppo anarcoide, troppo battagliero e rivoluzionario nei toni.
Nel 1932 L’Universale esisteva già da un anno, ma la carriera di polemista, poeta e scrittore di Ricci era iniziata tempo prima, nel 1927 sul Selvaggio di Mino Maccari. Una testata strapaesana che si può dire rappresentasse Ricci nel profondo. Egli era, in larga parte, un selvaggio: selvaggia la prosa, selvaggio il piglio. Ma un selvaggio con uno scopo, e con una grande ambizione: quella di attraversare eroicamente l’esistenza. Il che, anche comprensibilmente, preoccupava non poco i genitori, a cui Berto invia spesso lettere di rassicurazione. «Va bene, bisogna compatirsi gli uni con gli altri e soltanto chiedo a te e alla mamma una più assoluta e incondizionata fiducia in me», scrive in quel giugno del 1932. «Molte cose che oggi non sapete o non comprendete vi si manifesteranno forse col tempo. E soprattutto vi chiedo di non avere inquietudini sul mio conto. Io ho senso pratico più di quanto non sembri, e ho l’idea (del resto confermata giornalmente dai fatti) che la mia vita senza essere facile né tranquilla non debba però essere disgraziata. Esistono poi vite facili e tranquille? Specialmente oggi non credo. L’importante è di superare gli ostacoli, aver da vivere, e affermarsi fortemente».
Il senso è tutto lì, in quell’affermarsi fortemente. Bisogna sfidare la vita, non aspettarsi che sia facile né tranquilla. E quella di Ricci non lo fu.
Nato nel 1905 a Firenze, raffinato conoscitore della matematica e studente prodigioso, fu poeta e polemista, uno degli astri più splendenti della cultura italiana della sua epoca. Spesso impegnato in feroci duelli verbali (talvolta accompagnati da schiaffi), godeva pure della stima dei suoi rivali, dei grandi toscani a lui contemporanei soprattutto. Allevato nel culto dell’impegno civile sulla scia di Giosuè Carducci, fu prima anarchico e poi fascistissimo, anche se sempre libertario. Nel 1935 si arruolò volontario per la guerra d’Etiopia, poi fu in Libia, dove morì nel 1941 sul campo di battaglia, falciato da una sventagliata di mitra di un aereo. Morì tra i fuochi della guerra, adagiandosi però sereno sulla terra.
L’eroismo che aveva in mente e nel cuore emerge dalle lettere ai genitori ora raccolte nel volume Per un mondo meno ladro edito da De Piante per la curatela di Claudio Mariotti. Il quale, nella bella introduzione al libro, ricorda l’influenza su Ricci di Thomas Carlyle, grande cantore della aristocrazia dello spirito. Esattamente quella che Berto auspicava. Il suo sacrificio non era certo lo scriteriato votarsi alla morte del poveraccio traviato dall’ideologia. Era piuttosto la scelta libera, razionale e spirituale, di essere padrone di sé stesso e dedicato a un ideale più alto. Una battaglia pericolosa ma gioiosa, la sola capace di dare senso all’umano.
«La nuova aristocrazia sarà forse degli eroi», scriveva Ricci evocando Carlyle. «Eroi che noi sogniamo quando ci balena alla mente il fantasma solare dell’uomo completo, ove sentiamo avverarsi quelli che in noi e in altri ne sono annunzî lontani, convergere quelli che nell’umanità odierna sono dissimili frammenti. Eroi della volontà e dell’istinto, del carattere e dell’ingegno [...]. Aristocrazia sacra, splendida di potenza e d’insegnamento, che le schiere d’oggi non sanno più generare, che i patriziati d’oggi e di ieri, ereditari o elettivi, non hanno più in sé, e che invece le rivoluzioni preparano, mosse da Dio».
La nuova aristocrazia non è quella del denaro e della classe, ma appunto quella del cuore e dello spirito e chiunque può aspiravi, a patto di offrire sé stesso in dono. Non acriticamente o per seguire il branco, per carità. Ricci celebra gli eroi, ammira i capi d’acciaio, ma al contempo diffida del culto di questi ultimi. Votato a una causa, resta comunque un uomo profondamente e totalmente libero, convinto e non disponibile alla sottomissione, forse nemmeno alla mediazione.
«Rimane ora da stabilire», afferma Berto ne Lo scrittore italiano, tra i suoi lavori più notevoli e robusti, «quale sarà la posizione dello scrittore dinanzi all’epoca sua. Non sarà la pigra obbedienza: gli uomini interamente d’accordo coi molti, che sono mediocri, non escono dalla mediocrità. Non sarà quell’ottimismo storico, che esalta il presente, e che crede raggiunto oggi il termine della perfezione: sbaglio eterno d’effimere farfalle. Non il rimpianto vano, né l’inerte disprezzo, invenzioni d’esteti. Non conformi, non indifferenti, ma in pugna co’ tempi: non cedere a’ tempi, spronarli, come cavalli restii, sopravanzarli e precederli, contrastarli se quelli resistono, vincere insomma di velocità le moltitudini».
Spronare i tempi, non adeguarsi alla massa, sfidare sé stessi e il mondo. Senza tradire sé stessi, senza annegarsi nell’ideale e insieme senza perdersi nel culto di sé stessi. Questa è la grande lezione di Ricci, artistica e umana prima che politica. Un eroismo quotidiano e spirituale di cui oggi abbiamo perso ogni traccia.
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La scrittrice fuggita dall’Urss è un antidoto contro l’esaltazione dell’uomo fragile proposta da serie tv come «Maschi veri».Esce una raccolta di lettere inviate ai genitori da Berto Ricci, fondatore de «L’Universale», stimato dal Duce ma anche dai suoi nemici. Prima di morire in guerra scriveva: «Non esistono esistenze facili e tranquille».Lo speciale contiene due articoli. studiava cinema e in Russia era da poco uscito il suo primo libro, una monografia dedicata alla grande attrice polacca di film muti Pola Negri. Ma l’attrazione per gli Usa era forte, e il disprezzo per il comunismo sovietico anche di più. Alisa decise di non ritornare e di fermarsi a Chicago. L’America le avrebbe dato una nuova casa, una nuova vita e persino un nuovo nome: Ayn Rand. Lei avrebbe ricambiato con eterno amore e con la creazione di una mitologia dell’individualismo. Alisa divenuta Ayn lavorò a Hollywood con il mostro sacro Cecil B. DeMille, fece la costumista, la sceneggiatrice e ottenne piccole parti. Divenne cittadina americana sposando nel 1931 l’attore Frank O’Connor, a cui sarebbe rimasta legata per tutta la vita, anche se intrattenne una lunga - e pubblica - relazione con uno dei suoi allievi (o, meglio, adepti), Nathaniel Branden. Gli esordi letterari non furono particolarmente fortunati. Noi vivi del 1936 (da cui fu tratto anche un film italiano con Alida Valli) e Anthem (Antifona) del 1937 passarono sostanzialmente inosservati. Oggi tuttavia il secondo è considerato un grande classico della letteratura distopica, e si tratta in effetti di un capolavoro che in qualche modo dà corpo non soltanto al talento narrativo della Rand, ma pure alle sue ossessioni e paure. Antifona, disponibile in Italia in una bella edizione di Liberilibri, è certamente un attacco frontale al mondo comunista e al feticismo dell’eguaglianza forzata. Ma è anche una formidabile disamina della società del controllo, una satira dolorosa dell’informazione fluviale e manipolativa ancora oggi imperante. Basterebbe un libro del genere a fare una carriera. Eppure, per lei, era solo l’inizio. Il successo clamoroso sarebbe arrivato con La fonte meravigliosa del 1943: un bestseller da milioni di copie in tutto il mondo. Altre pietre miliari seguirono: i tre volumi della Rivolta di Atlante (Atlas Shrugged) del 1957, tre libri che compongono un colossale romanzo. Nella grandezza di Ayn Rand, tuttavia, sta il suo dramma. Si può dire che la sua fama la preceda, e questa è essenzialmente legata ai suoi scritti filosofici e politici. In effetti, soprattutto nella seconda parte della sua vita, la Rand si dedicò a sviluppare il suo pensiero più che le sue visioni letterarie. Fondò la corrente dell’oggettivismo, ma a farla entrare nell’immaginario collettivo è stata la sua strenua difesa del capitalismo che l’ha trasformata in una icona libertaria. Il risultato è che i romanzi della Rand sono come oscurati dal pregiudizio nei suoi riguardi, dall’antipatia verso colei che talvolta viene fatta passare come paladina dei ricchi, spietata contestatrice di ogni politica sociale e in qualche modo levatrice del neoliberismo feroce che ha distrutto le classi medie occidentali. I romanzi della Rand dovrebbero stare dove meritano, e cioè nell’olimpo della letteratura mondiale, sovrastando quelli di autori molto più conosciuti ma decisamente meno talentuosi. Un poco di notorietà in più ha portato il recente film The Brutalist, che ha riscosso notevole successo di critica e che è blandamente ispirato alla Fonte meravigliosa. Ma si tratta in realtà di due storie completamente diverse, con un messaggio differente. E dire che nei romanzi la Rand offre il meglio di sé anche dal punto di vista filosofico. Se negli scritti saggistici il suo pensiero appare più spietato di quanto sia in realtà, nelle opere narrative esso si dipana in tutta la sua pienezza e mostra quale sia in fondo la grande aspirazione della scrittrice, che è poi anche il motivo per cui vale la pena rileggerla oggi, riscoprirla anche se non si condivide in toto (come nel nostro caso) la sua fascinazione per la magnificenza capitalistica. Il fatto è che la Rand dà vita a personaggi complessi e sfaccettati che hanno in comune una sublime tensione verso l’eroismo. Non sono spietati affaristi interessati al soldo, tutt’altro. Sono piuttosto asceti, membri di una antica casta guerriera che trovano nel mondo degli affari o dell’arte il loro campo di battaglia. Le loro ambizioni non sono terrene bensì trascendenti, la ricchezza è per essi un trascurabile orpello. Sono aristocratici dello spirito, disposti a tutto pur di realizzare sé stessi, di portare a frutto i doni ricevuti alla nascita. Prendiamo Hank Rearden, l’architetto protagonista de La fonte meravigliosa. È una sorta di monaco guerriero, totalmente alieno alle passioni più vili, interessato solo a fare esplodere la sua arte, a concretizzare le sue intuizioni, a dipanare la sua poesia. Per lui il pensiero è azione o non è, la potenza creativa deve manifestarsi in pienezza, senza compromessi, senza concessioni ai pareri del mondo, alle piccinerie borghesi. Egli è a tutti gli effetti un individuo assoluto evoliano, che non ha desideri ma una missione, è oltre il bene e il male perché si muove secondo logiche ultraterrene, svincolate dalla moralina e dal falso umanitarismo (che è poi il vero nemico della Rand). Come si capisce leggendo La virtù dell’egoismo (Liberilibri), per la Rand realizzare sé stessi non significa assecondare i capricci o gli istinti irrazionali, essere schiavi del piacere o dell’impulso fugace. Significa piuttosto compiersi, fare ciò per cui si è venuti al mondo e che nessun altro può fare. Benché nemica delle fedi organizzate, in qualche modo Ayn ha un impeto religioso e guerriero, propone un ideale virile che è insieme virtuoso, ed è precisamente questo che va conservato nella sua produzione, anche a dispetto del resto. Essere egoisti, per lei, vuol dire prima di tutto non piegarsi, non conformarsi alla massa, essere coraggiosi. «La virtù relativa all’aiuto che si può prestare a chi si ama non è il disinteresse, né il sacrificio, bensì l’integrità. L’integrità è la fedeltà alle proprie convinzioni e ai propri valori; consiste nell’agire in accordo con i propri valori, nell’esprimerli, difenderli e tradurli in realtà», scrive. Disinteresse e sacrificio sembrano negativi, in questa prospettiva, ma lo sono soltanto se impediscono a qualcuno di essere pienamente, cioè di agire, se lo spingono a subordinarsi o tradirsi. I suoi personaggi, i suoi eroi e eroine, tutto fanno tranne questo: tradirsi. Di questi tempi vanno di moda modelli maschili deboli, si insiste sulla fragilità quasi che fosse il valore primo. Basti vedere serie televisive come la pur piacevole Maschi veri proposta con successo da Netflix. Di fatto il modello che propone è una decostruzione della virilità che viene poi ricostruita al ribasso. Ecco, la Rand è un antidoto alla celebrazione della mediocrità. Non perché si debba giustificare la prevaricazione, al contrario: tutta la sua opera spinge all’indipendenza, alla responsabilità delle proprie azioni. Sicuramente lei contrasterebbe la nostra lettura, ma non possiamo non vedere nei suoi personaggi e nelle sue tesi una difesa del dono, anche se in una forma tutta particolare: un godimento pieno dei doni che si ricevono dalla provvidenza e un dono impagabile che si fa al resto del mondo diventando pienamente uomini e donne senza cedere alla vigliaccheria, al senso comune, alla decadenza compiaciuta. La sua utopia consiste nella creazione di un universo letterario in cui ciascuno fa del bene all’umanità rifiutando la massa e le sue infime tentazioni, affrontando fame e sofferenza pur di non venire meno al proprio compito storico. Ayn Rand è virilità elevata a sistema, per i maschi come per le femmine. È libertà non di arrendersi ai propri comodi, ma di svolgere il proprio dovere quasi divino: quello di essere liberi, creativi e diversi. Un ideale dimenticato a cui tutti - anche oggi, anche con declinazioni diverse e idee politiche e religiose diverse - potrebbero ispirarsi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/maschi-veri-netflix-2672245974.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-conforme-in-pugna-coi-tempi-vita-inquieta-di-un-fascista-libertario" data-post-id="2672245974" data-published-at="1748847479" data-use-pagination="False"> «Non conforme, in pugna coi tempi». Vita inquieta di un fascista libertario Il 2 giugno del 1932, Berto Ricci per scrivere a suo padre usa un foglio di carta intestata de L’Universale, la rivista che ha fondato e che manda avanti talvolta «mangiando meno del necessario» perché consapevole di avere per le mani una gran cosa. Quel piccolo giornale culturale e politico finiva spesso nelle mani di Benito Mussolini, che ne aveva anche tessuto privatamente le lodi allo stesso Ricci, anche se fu proprio il capo del fascismo a volerne la chiusura nel 1935: troppo anarcoide, troppo battagliero e rivoluzionario nei toni. Nel 1932 L’Universale esisteva già da un anno, ma la carriera di polemista, poeta e scrittore di Ricci era iniziata tempo prima, nel 1927 sul Selvaggio di Mino Maccari. Una testata strapaesana che si può dire rappresentasse Ricci nel profondo. Egli era, in larga parte, un selvaggio: selvaggia la prosa, selvaggio il piglio. Ma un selvaggio con uno scopo, e con una grande ambizione: quella di attraversare eroicamente l’esistenza. Il che, anche comprensibilmente, preoccupava non poco i genitori, a cui Berto invia spesso lettere di rassicurazione. «Va bene, bisogna compatirsi gli uni con gli altri e soltanto chiedo a te e alla mamma una più assoluta e incondizionata fiducia in me», scrive in quel giugno del 1932. «Molte cose che oggi non sapete o non comprendete vi si manifesteranno forse col tempo. E soprattutto vi chiedo di non avere inquietudini sul mio conto. Io ho senso pratico più di quanto non sembri, e ho l’idea (del resto confermata giornalmente dai fatti) che la mia vita senza essere facile né tranquilla non debba però essere disgraziata. Esistono poi vite facili e tranquille? Specialmente oggi non credo. L’importante è di superare gli ostacoli, aver da vivere, e affermarsi fortemente». Il senso è tutto lì, in quell’affermarsi fortemente. Bisogna sfidare la vita, non aspettarsi che sia facile né tranquilla. E quella di Ricci non lo fu. Nato nel 1905 a Firenze, raffinato conoscitore della matematica e studente prodigioso, fu poeta e polemista, uno degli astri più splendenti della cultura italiana della sua epoca. Spesso impegnato in feroci duelli verbali (talvolta accompagnati da schiaffi), godeva pure della stima dei suoi rivali, dei grandi toscani a lui contemporanei soprattutto. Allevato nel culto dell’impegno civile sulla scia di Giosuè Carducci, fu prima anarchico e poi fascistissimo, anche se sempre libertario. Nel 1935 si arruolò volontario per la guerra d’Etiopia, poi fu in Libia, dove morì nel 1941 sul campo di battaglia, falciato da una sventagliata di mitra di un aereo. Morì tra i fuochi della guerra, adagiandosi però sereno sulla terra. L’eroismo che aveva in mente e nel cuore emerge dalle lettere ai genitori ora raccolte nel volume Per un mondo meno ladro edito da De Piante per la curatela di Claudio Mariotti. Il quale, nella bella introduzione al libro, ricorda l’influenza su Ricci di Thomas Carlyle, grande cantore della aristocrazia dello spirito. Esattamente quella che Berto auspicava. Il suo sacrificio non era certo lo scriteriato votarsi alla morte del poveraccio traviato dall’ideologia. Era piuttosto la scelta libera, razionale e spirituale, di essere padrone di sé stesso e dedicato a un ideale più alto. Una battaglia pericolosa ma gioiosa, la sola capace di dare senso all’umano. «La nuova aristocrazia sarà forse degli eroi», scriveva Ricci evocando Carlyle. «Eroi che noi sogniamo quando ci balena alla mente il fantasma solare dell’uomo completo, ove sentiamo avverarsi quelli che in noi e in altri ne sono annunzî lontani, convergere quelli che nell’umanità odierna sono dissimili frammenti. Eroi della volontà e dell’istinto, del carattere e dell’ingegno [...]. Aristocrazia sacra, splendida di potenza e d’insegnamento, che le schiere d’oggi non sanno più generare, che i patriziati d’oggi e di ieri, ereditari o elettivi, non hanno più in sé, e che invece le rivoluzioni preparano, mosse da Dio». La nuova aristocrazia non è quella del denaro e della classe, ma appunto quella del cuore e dello spirito e chiunque può aspiravi, a patto di offrire sé stesso in dono. Non acriticamente o per seguire il branco, per carità. Ricci celebra gli eroi, ammira i capi d’acciaio, ma al contempo diffida del culto di questi ultimi. Votato a una causa, resta comunque un uomo profondamente e totalmente libero, convinto e non disponibile alla sottomissione, forse nemmeno alla mediazione. «Rimane ora da stabilire», afferma Berto ne Lo scrittore italiano, tra i suoi lavori più notevoli e robusti, «quale sarà la posizione dello scrittore dinanzi all’epoca sua. Non sarà la pigra obbedienza: gli uomini interamente d’accordo coi molti, che sono mediocri, non escono dalla mediocrità. Non sarà quell’ottimismo storico, che esalta il presente, e che crede raggiunto oggi il termine della perfezione: sbaglio eterno d’effimere farfalle. Non il rimpianto vano, né l’inerte disprezzo, invenzioni d’esteti. Non conformi, non indifferenti, ma in pugna co’ tempi: non cedere a’ tempi, spronarli, come cavalli restii, sopravanzarli e precederli, contrastarli se quelli resistono, vincere insomma di velocità le moltitudini». Spronare i tempi, non adeguarsi alla massa, sfidare sé stessi e il mondo. Senza tradire sé stessi, senza annegarsi nell’ideale e insieme senza perdersi nel culto di sé stessi. Questa è la grande lezione di Ricci, artistica e umana prima che politica. Un eroismo quotidiano e spirituale di cui oggi abbiamo perso ogni traccia.
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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