- La scrittrice fuggita dall’Urss è un antidoto contro l’esaltazione dell’uomo fragile proposta da serie tv come «Maschi veri».
- Esce una raccolta di lettere inviate ai genitori da Berto Ricci, fondatore de «L’Universale», stimato dal Duce ma anche dai suoi nemici. Prima di morire in guerra scriveva: «Non esistono esistenze facili e tranquille».
Lo speciale contiene due articoli.
studiava cinema e in Russia era da poco uscito il suo primo libro, una monografia dedicata alla grande attrice polacca di film muti Pola Negri. Ma l’attrazione per gli Usa era forte, e il disprezzo per il comunismo sovietico anche di più. Alisa decise di non ritornare e di fermarsi a Chicago. L’America le avrebbe dato una nuova casa, una nuova vita e persino un nuovo nome: Ayn Rand. Lei avrebbe ricambiato con eterno amore e con la creazione di una mitologia dell’individualismo.
Alisa divenuta Ayn lavorò a Hollywood con il mostro sacro Cecil B. DeMille, fece la costumista, la sceneggiatrice e ottenne piccole parti. Divenne cittadina americana sposando nel 1931 l’attore Frank O’Connor, a cui sarebbe rimasta legata per tutta la vita, anche se intrattenne una lunga – e pubblica – relazione con uno dei suoi allievi (o, meglio, adepti), Nathaniel Branden. Gli esordi letterari non furono particolarmente fortunati. Noi vivi del 1936 (da cui fu tratto anche un film italiano con Alida Valli) e Anthem (Antifona) del 1937 passarono sostanzialmente inosservati. Oggi tuttavia il secondo è considerato un grande classico della letteratura distopica, e si tratta in effetti di un capolavoro che in qualche modo dà corpo non soltanto al talento narrativo della Rand, ma pure alle sue ossessioni e paure.
Antifona, disponibile in Italia in una bella edizione di Liberilibri, è certamente un attacco frontale al mondo comunista e al feticismo dell’eguaglianza forzata. Ma è anche una formidabile disamina della società del controllo, una satira dolorosa dell’informazione fluviale e manipolativa ancora oggi imperante. Basterebbe un libro del genere a fare una carriera. Eppure, per lei, era solo l’inizio. Il successo clamoroso sarebbe arrivato con La fonte meravigliosa del 1943: un bestseller da milioni di copie in tutto il mondo. Altre pietre miliari seguirono: i tre volumi della Rivolta di Atlante (Atlas Shrugged) del 1957, tre libri che compongono un colossale romanzo.
Nella grandezza di Ayn Rand, tuttavia, sta il suo dramma. Si può dire che la sua fama la preceda, e questa è essenzialmente legata ai suoi scritti filosofici e politici. In effetti, soprattutto nella seconda parte della sua vita, la Rand si dedicò a sviluppare il suo pensiero più che le sue visioni letterarie. Fondò la corrente dell’oggettivismo, ma a farla entrare nell’immaginario collettivo è stata la sua strenua difesa del capitalismo che l’ha trasformata in una icona libertaria. Il risultato è che i romanzi della Rand sono come oscurati dal pregiudizio nei suoi riguardi, dall’antipatia verso colei che talvolta viene fatta passare come paladina dei ricchi, spietata contestatrice di ogni politica sociale e in qualche modo levatrice del neoliberismo feroce che ha distrutto le classi medie occidentali.
I romanzi della Rand dovrebbero stare dove meritano, e cioè nell’olimpo della letteratura mondiale, sovrastando quelli di autori molto più conosciuti ma decisamente meno talentuosi. Un poco di notorietà in più ha portato il recente film The Brutalist, che ha riscosso notevole successo di critica e che è blandamente ispirato alla Fonte meravigliosa. Ma si tratta in realtà di due storie completamente diverse, con un messaggio differente. E dire che nei romanzi la Rand offre il meglio di sé anche dal punto di vista filosofico. Se negli scritti saggistici il suo pensiero appare più spietato di quanto sia in realtà, nelle opere narrative esso si dipana in tutta la sua pienezza e mostra quale sia in fondo la grande aspirazione della scrittrice, che è poi anche il motivo per cui vale la pena rileggerla oggi, riscoprirla anche se non si condivide in toto (come nel nostro caso) la sua fascinazione per la magnificenza capitalistica.
Il fatto è che la Rand dà vita a personaggi complessi e sfaccettati che hanno in comune una sublime tensione verso l’eroismo. Non sono spietati affaristi interessati al soldo, tutt’altro. Sono piuttosto asceti, membri di una antica casta guerriera che trovano nel mondo degli affari o dell’arte il loro campo di battaglia. Le loro ambizioni non sono terrene bensì trascendenti, la ricchezza è per essi un trascurabile orpello. Sono aristocratici dello spirito, disposti a tutto pur di realizzare sé stessi, di portare a frutto i doni ricevuti alla nascita. Prendiamo Hank Rearden, l’architetto protagonista de La fonte meravigliosa. È una sorta di monaco guerriero, totalmente alieno alle passioni più vili, interessato solo a fare esplodere la sua arte, a concretizzare le sue intuizioni, a dipanare la sua poesia. Per lui il pensiero è azione o non è, la potenza creativa deve manifestarsi in pienezza, senza compromessi, senza concessioni ai pareri del mondo, alle piccinerie borghesi. Egli è a tutti gli effetti un individuo assoluto evoliano, che non ha desideri ma una missione, è oltre il bene e il male perché si muove secondo logiche ultraterrene, svincolate dalla moralina e dal falso umanitarismo (che è poi il vero nemico della Rand).
Come si capisce leggendo La virtù dell’egoismo (Liberilibri), per la Rand realizzare sé stessi non significa assecondare i capricci o gli istinti irrazionali, essere schiavi del piacere o dell’impulso fugace. Significa piuttosto compiersi, fare ciò per cui si è venuti al mondo e che nessun altro può fare. Benché nemica delle fedi organizzate, in qualche modo Ayn ha un impeto religioso e guerriero, propone un ideale virile che è insieme virtuoso, ed è precisamente questo che va conservato nella sua produzione, anche a dispetto del resto. Essere egoisti, per lei, vuol dire prima di tutto non piegarsi, non conformarsi alla massa, essere coraggiosi. «La virtù relativa all’aiuto che si può prestare a chi si ama non è il disinteresse, né il sacrificio, bensì l’integrità. L’integrità è la fedeltà alle proprie convinzioni e ai propri valori; consiste nell’agire in accordo con i propri valori, nell’esprimerli, difenderli e tradurli in realtà», scrive. Disinteresse e sacrificio sembrano negativi, in questa prospettiva, ma lo sono soltanto se impediscono a qualcuno di essere pienamente, cioè di agire, se lo spingono a subordinarsi o tradirsi. I suoi personaggi, i suoi eroi e eroine, tutto fanno tranne questo: tradirsi.
Di questi tempi vanno di moda modelli maschili deboli, si insiste sulla fragilità quasi che fosse il valore primo. Basti vedere serie televisive come la pur piacevole Maschi veri proposta con successo da Netflix. Di fatto il modello che propone è una decostruzione della virilità che viene poi ricostruita al ribasso. Ecco, la Rand è un antidoto alla celebrazione della mediocrità. Non perché si debba giustificare la prevaricazione, al contrario: tutta la sua opera spinge all’indipendenza, alla responsabilità delle proprie azioni. Sicuramente lei contrasterebbe la nostra lettura, ma non possiamo non vedere nei suoi personaggi e nelle sue tesi una difesa del dono, anche se in una forma tutta particolare: un godimento pieno dei doni che si ricevono dalla provvidenza e un dono impagabile che si fa al resto del mondo diventando pienamente uomini e donne senza cedere alla vigliaccheria, al senso comune, alla decadenza compiaciuta. La sua utopia consiste nella creazione di un universo letterario in cui ciascuno fa del bene all’umanità rifiutando la massa e le sue infime tentazioni, affrontando fame e sofferenza pur di non venire meno al proprio compito storico. Ayn Rand è virilità elevata a sistema, per i maschi come per le femmine. È libertà non di arrendersi ai propri comodi, ma di svolgere il proprio dovere quasi divino: quello di essere liberi, creativi e diversi. Un ideale dimenticato a cui tutti – anche oggi, anche con declinazioni diverse e idee politiche e religiose diverse – potrebbero ispirarsi.
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