
Se 700.000 vi sembran poche… tante sono le imprese riunite dalla Confartigianato: sono la spina dorsale della manifattura italiana, ma anche un imprescindibile presidio sociale. La parrucchiera che vi fa la permanente, il fornaio che ci dà il pane, il meccanico che mette a punto l’auto sono tutti artigiani. A rappresentarli e guidarli c’è Marco Granelli, rieletto due anni fa per acclamazione presidente. Parmense – è di Salsomaggiore terme dove ha un’impresa edile – è considerato un fermissimo e pacato difensore della piccola e media impresa, quella che sta rifertilizzando economicamente le zone marginali, quella che ha reso possibile il miracolo italiano e oggi aspetta solo di potersi ripetere.
Mario Draghi ha rilanciato l’idea dell’Europa superpotenza se si federa. Non le pare che non considerare che l’Ue è dipendente da fonti energetiche sia un errore di prospettiva?
«Noi vogliamo un’Europa della buona politica comune, condivisa, anche sul fronte energetico, un’Europa forte perché consapevole e orgogliosa dei suoi valori fondanti. È davvero tempo di voltare pagina rispetto a una Ue troppo spesso tecnocratica e in crisi di identità. Oggi l’Europa rischia di essere percepita come irrilevante anche perché non ha ancora compreso fino in fondo l’importanza del suo patrimonio di imprese. Da imprenditore e da rappresentante di oltre 700.000 artigiani e piccole imprese italiane, dico che Bruxelles e Roma devono sostenere con forza, convinzione e concretezza il tessuto imprenditoriale del Continente se vogliono renderlo davvero competitivo. Parliamo di numeri enormi: in Europa operano 26 milioni di artigiani, micro, piccole e medie imprese che costituiscono il 99,8% del totale delle aziende, generano il 64% dell’occupazione e realizzano oltre il 52% del valore aggiunto dell’Ue. Eppure su di loro gravano ancora troppa burocrazia e pochi incentivi».
Il delta energetico è un costo altissimo per le vostre imprese: lo conferma? E che pensa di questa Europa che prima col Green deal ha messo ha rischio le imprese e oggi corre ai ripari?
«Lo confermo con numeri che sono impietosi. La bolletta elettrica delle micro e piccole aziende italiane oggi è tra le più costose d’Europa e supera del 22,5% la media Ue. A “gonfiare” il costo dell’elettricità per noi è anche il prelievo fiscale e parafiscale in bolletta, che in Italia è più che doppio (+117,4%) rispetto a quello medio dell’Ue a 27. Ma il caro-energia non è uguale per tutti: il conto più salato lo pagano le piccole imprese che nelle bollette devono sostenere oneri di sistema che servono per finanziare le agevolazioni nelle bollette delle grandi aziende energivore. È un meccanismo perverso che va scardinato. La transizione green non può essere un dogma ideologico calato dall’alto, ma un percorso sostenibile che cammina sulle gambe delle imprese».
L’Europa è una sfida, un’opportunità o un freno? E le sanzioni verso la Russia e la de-globalizzazione quanto pesano?
«L’Europa è tutte e tre le cose, dipende dalle scelte politiche. È una grande opportunità se valorizza il mercato unico e le pmi, diventa un freno se produce norme complesse e costi sproporzionati. Le sanzioni verso la Russia e la de-globalizzazione hanno inciso su energia, filiere e costi, ma hanno anche spinto le imprese a diversificare mercati e strategie. Le nostre pmi hanno dimostrato resilienza e capacità di adattamento, ma non possono reggere da sole un contesto così instabile».
Dazi: qual è la situazione effettiva? Gli accordi che la Von der Leyen va fa facendo la convincono?
«I dati mostrano che il made in Italy reagisce ai dazi puntando sulla diversificazione. Secondo le nostre analisi, 19,7 miliardi di euro di export aggiuntivo possono arrivare da 26 mercati extra Usa dinamici, che crescono del 5,1%. Le nostre vendite negli Emirati Arabi Uniti, a esempio, nel 2025 hanno segnato un aumento a doppia cifra. Gli accordi europei sono utili, ma devono essere più equilibrati e pensati anche per le pmi non solo per la grande industria di alcuni Paesi».
Uno studio fotografava l’impresa artigiana come la preferita dai giovani perché più a misura d’uomo. È ancora viva la dimensione della «bottega» rinascimentale?
«La “bottega” oggi è un laboratorio dove la sapienza manuale incontra l’algoritmo. L’artigianato italiano cambia pelle: cresce, innova e guida la transizione green e digitale senza cambiare la propria anima. Tra il 2019 e il 2024, ben 25 settori artigiani hanno registrato una crescita di oltre 20.000 nuove imprese, di cui 4.000 nel settore della tecnologia e del digitale. I dati del 2025 ci raccontano uno sprint impressionante: il 16,4% delle aziende fino a 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di Ia, più del doppio rispetto all’anno precedente. Non è fantascienza, è pragmatismo artigiano. Per accompagnare questa trasformazione Confartigianato ha fortemente sostenuto la riforma della legge quadro dell’artigianato, attesa da 40 anni, e attualmente in fase di approvazione in Parlamento per poi passare all’attuazione da parte del governo. Una riforma che riconosce l’artigianato moderno, lo rende attrattivo per i giovani, permette di superare limiti dimensionali e societari anacronistici e favorisce le aggregazioni. Con questa riforma un’impresa artigiana potrà assumere, investire e crescere senza sentirsi mai “troppo piccola” per competere».
Giacomo Becattini sosteneva che sono i territori a determinare e i prodotti e che i distretti come fabbrica diffusa fertilizzano le comunità di valori. Siete ancora l’anima dei distretti?
«Assolutamente sì. Le imprese artigiane esprimono la “biodiversità” delle tradizioni produttive italiane, rinnovandola per le sfide globali. Sono fortemente radicate nei territori, producono in modo responsabile e sono strutturalmente lontane dalla logica della delocalizzazione. L’Italia è unica proprio perché è fatta di milioni di artigiani innamorati della loro terra. Questo legame indissolubile con il territorio è il segreto dei prodotti made in Italy, autentici, irripetibili».
Sente la responsabilità di costruire opportunità per i territori marginali?
«La sentiamo forte questa responsabilità, perché i numeri parlano chiaro. L’artigianato conta 146.000 imprese nelle zone di montagna (28,7% del totale) e 241.000 nelle aree interne. In questi territori, gli addetti delle micro e piccole imprese pesano per oltre il 70% del totale, arrivando all’82% nelle aree interne. In questi territori gli artigiani sono protagonisti di quella che mi piace definire una vera e propria “ecologia umana”. Confartigianato crede in un nuovo sviluppo sostenibile per queste zone. Abbiamo promosso il progetto “Montagna Futura” per tracciare un nuovo percorso che, valorizzando le nostre imprese, coniughi tradizione, innovazione e ripopolamento».
Le imprese si lamentano del fatto che non trovano manodopera. Non servirebbe una rivalorizzazione dell’istruzione professionale?
«Nel 2025 la difficoltà di reperimento di competenze era e ora resta un nodo centrale per le imprese artigiane: il 59,7% delle assunzioni è difficile da trovare: parliamo di oltre 293.000 addetti. Le aziende stanno reagendo: aumentano i salari, offrono flessibilità, collaborano con le scuole. Serve un patto con le istituzioni per un sistema formativo moderno. Bisogna rafforzare il legame scuola-impresa, investire massicciamente sull’apprendistato professionalizzante e sulla formazione duale. Serve una rivalutazione culturale dell’istruzione professionale: formare un giovane oggi significa garantire domani la continuità delle nostre imprese e del Made in Italy».
Quali sono le vostre priorità: cosa chiedete per svilupparvi ancora?
«A volte l’attenzione c’è a parole, ma mancano i fatti. Io dico che non c’è Europa senza pmi. Se l’Ue vuole garantire sovranità e prosperità, il principio “Pensare prima al piccolo” (Think Small First) deve guidare ogni scelta politica e non essere solo uno slogan. Chiediamo che la legislazione europea sia concepita fin dall’inizio tenendo conto delle nostre dimensioni: requisiti proporzionati, scadenze realistiche, meno burocrazia. In Italia le priorità sono chiare: riduzione della pressione fiscale e contributiva, intervento strutturale sul costo dell’energia per allinearci ai competitor europei, e una semplificazione burocratica reale. Inoltre, serve stabilità negli incentivi per investimenti e innovazione. Avere pmi resilienti equivale ad avere un’Italia e un’Europa resilienti».
L’Italia, si dice, è la terra dell’arte, del turismo, della cucina, ma è soprattutto la patria dell’artigianato d’arte. Come sta l’artigianato d’arte?
«Spesso si dà per scontato questo patrimonio, ma è l’artigianato d’arte che rende l’Italia riconoscibile nel mondo. Dietro la grande moda, dietro la conservazione dei nostri monumenti, c’è sempre la mano sapiente di un artigiano. C’è bisogno di maggiore consapevolezza: l’artigianato d’arte non è folklore, è cultura produttiva ad alto valore aggiunto».
La vostra Fondazione culturale è intitolata a Manlio e Maria Letizia Germozzi: Manlio Germozzi è stato uno degli attori del primo miracolo italiano. Può innescarsi un nuovo miracolo italiano?
«Manlio Germozzi ci ha insegnato che la dignità e il valore del lavoro artigiano sono il fondamento della nostra economia. Sì, credo che dalle nostre imprese possa e debba partire un nuovo Rinascimento italiano, basato sulla qualità e sulla sostenibilità. Le prospettive dipendono dalla nostra capacità di tenere insieme le radici e le ali. L’artigianato è un mondo vitale e in piena metamorfosi. Confartigianato è pronta, come sempre, ad accompagnarlo nel futuro. Perché il futuro del Made in Italy passa ancora, e forse più che mai, dalle mani, dalle idee e dalla visione degli artigiani».






