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2018-05-31
L’Italia rischia le spalle scoperte su credito, immigrati e manovra
ANSA
In qualche modo, dopo che le istituzioni italiane hanno perso la faccia in giro per il mondo, la politica deve tornare con i piedi per terra e rendersi conto che i prossimi cinque mesi saranno decisivi per contornare il futuro decennio del Paese.
Se Lega e M5s dovessero convergere e riallacciare i rapporti con il Colle, ad andare a Bruxelles a gestire l'agenda potrebbe essere lo stesso Carlo Cottarelli in questo momento in attesa di finire la cottura a bagnomaria. Il 27 e il 28 giugno a Bruxelles si terrà l'incontro decisivo per l'unione bancaria. Molti governi insistono perché vi sia una sufficiente riduzione dei rischi nei bilanci bancari prima di accettare che questi stessi rischi vengano condivisi in modo equo da tutte le piazze finanziarie del Vecchio continente. Viceversa, l'Italia e altri governi del club Med pensano che i conti bancari siano stati stressati fin troppo. La posizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che in questi giorni rappresenta l'Italia al G7, dovrebbe già sostenere tale posizione. In gennaio i ministri delle Finanze si sono messi d'accordo per mettere a punto un processo a tappe nel quale sia in effetti possibile misurare i progressi già fatti in questi anni e quelli ancora da compiere. Dentro l'agenda ci sarà il passaggio di consegne effettivo alla vigilanza della Bce e al tempo stesso saranno da discutere le nuove norme sulla gestione delle sofferenze bancarie a e soprattutto degli Utp, unlikly to pay, ovvero gli incagli.
Si tratta di quelle posizioni a bilancio che tecnicamente non vanno sotto la voci di non performing loans. Stringere anche sugli incagli sarebbe deleterio per i nostri istituti che solo ieri hanno dovuto subire la pagella negativa di Moody's che ha messo sotto osservazione una serie di utility e una dozzina di banche in vista di un eventuale abbassamento del rating. Tra questi anche Intesa, Unicredit, Mediobanca e Cassa depositi e prestiti. È chiaro che se Cottarelli dovesse appoggiare una linea morbida in autunno si abbatterebbe una nuova tempesta sull'intero comparto bancario.
Una grossa responsabilità che eguaglia l'altro impegno bollente relativo al bilancio comunitario.
Anche in questo caso l'Italia ha interessi precisi: vuole difendere la politica agricola comune e la politica di sviluppo regionale. Il negoziato settennale è tradizionalmente difficile. Questa volta lo sarà più del solito a causa della decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione, provocando un buco di 10 e 12 miliardi di euro all'anno. Nei giorni scorsi l'Ue ha paventato una mossa aperturista nei nostri confronti, annunciando 2,4 miliardi in più per la Penisola e 30 miliardi in meno per il blocco di Visegrad ad Est. Il commissario Gunther Oettinger, lo stesso che ha espresso l'infelice parere sull'incapacità degli italiani di votare in ottemperanza ai mercati, ha già illustrato i tre filoni futuri. Le dimensioni del bilancio (1% del Pil complessivo), l'avvio di nuovi capitoli di spesa e la nascita di voci destinare a incrementare il gettito diretto di Bruxelles. Su questo tema il futuro governo dovrà prestare attenzioni. Perché il perimetro delle tasse Ue andrà inevitabilmente a impattare sulla nostra sovranità fiscale. Un esempio su tutti: la Web tax. Nel 2019 dovrebbe partire salvo imprevisti l'imposta voluta dal governo Gentiloni attraverso una legge alquanto discutibile. Se nel 2020 partirà quella comunitaria il lavoro fatto dal parlamento sarà in ogni caso del tutto inutile. E soprattutto le casse dell'Erario riceveranno solo i resti che cadranno da Bruxelles.
A settembre, inoltre, l'Italia sarà necessariamente impegnata nel tavolo sulla riforma del trattato di Dublino. Norme meno stringenti sulle pratiche di asilo politico impatteranno sulle nostre coste, sui nostri centri di prima accoglienza, sui conti e soprattutto sulla sicurezza nazionale. In un recente convegno tenutosi in Serbia, i vertici governativi della Bulgaria - che detiene la presidenza del semestre - hanno lanciato assieme ai colleghi austriaci un allarme sul rischio di una nuova infiltrazione terroristica tra le file dei migranti in arrivo da Sud e dalla Siria.
Non sarà certo facile concentrarsi su tutti i fronti e trattare a mani nude dal momento che a settembre, prima, e a ottobre poi, il premier dovrà presentare la Nota integrativa al Def e la Manovra. Se Cottarelli dovesse incassare anche solo una fiducia tecnica (pochi voti e astensione in massa dei partiti di maggioranza) avrà l'onere di decidere dei nostri soldi. Perché dovrà trovare i 15 miliardi necessari per evitare l'innalzamento dell'Iva, ma se il suo governo si scoprisse comunque a trazione gialloblu dovrà muoversi nel perimetro del patto di governo firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Potrà sicuramente portare a termine un po' di spending review selettiva, ma come si comporterà con la legge Fornero e con la rivalutazione delle pensioni resta a oggi un mistero. Più che una incognita.
Claudio Antonelli
Colle e Di Maio fanno asse comune per cacciare Savona dall’Economia
Quando alle 18 di ieri la borsa di Milano chiude in rialzo, dopo giorni tragici, toccando un +2,09%, con lo spread sceso a 247, Carlo Cottarelli è al Quirinale, per il secondo colloquio «informale» della giornata con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Le quotazioni del suo governo neutrale, fantasma, tecnico, balneare, a tempo, della non sfiducia, d'emergenza, insomma del suo governo con più aggettivi che voti, per l'intera giornata sono salite, precipitate e risalite. Cottarelli era salito al Colle, per il primo incontro della giornata con Mattarella, alle 9 del mattino. Si lavora di pallottoliere: Cottarelli non può rischiare di incassare zero voti di fiducia, la prospettiva sta facendo aumentare i «no grazie» tra i papabili ministri, si tenta di convincere i partiti, tutti i partiti, a far nascere questo governicchio, per evitare il voto in costume e arrivare almeno all'inizio di ottobre. Trattative febbrili, coordinate da Mattarella, alle quali si affiancano altre trattative, ancora più febbrili, tra Lega e M5s, per rimuovere l'ostacolo alla nascita del «governo del cambiamento»: Paolo Savona.
Di Maio, che rischia l'impeachment da parte di tutti i parlamentari del M5s che non hanno accesso al suo «cerchio tragico», ha un solo modo per dimostrare al suo partito di non essersi fatto fregare da Matteo Salvini: convincere il leader del Carroccio a telefonare a Savona chiedendogli il passo di lato. L'idea di Di Maio è spacchettare il Mef, mettendo Savona alle Finanze e Giorgetti o chiunque altro al Tesoro: si torna indietro di una settimana. Il leader del M5s gioca d'azzardo: sa che se Salvini accettasse, la darebbe vinta «ai mercati», a Mario Draghi, a Angela Merkel, a Sergio Mattarella.
Alle 18 in punto Laura Castelli, deputata del M5s, esplode, forse per il troppo stress di queste ore, rilasciando una dichiarazione pesantissima: «Stupisce», dice la Castelli, «che Paolo Savona, persona di grande spessore culturale e sensibilità politica, non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro». Ci credono ancora, i, grillini, alla possibilità di evitare urne anticipate e figuraccia leggendaria; credono ancora alla possibilità di un governo Lega-M5s-Fratelli d'Italia. Pochissimi minuti dopo la chiusura della borsa di Milano, dal Quirinale viene diffusa una nota: «Il presidente del Consiglio incaricato Carlo Cottarelli», fa sapere la presidenza della Repubblica, «non tornerà già questa sera al Quirinale per sciogliere la riserva. Mattarella e Cottarelli hanno deciso insieme di non forzare i tempi per un eventuale governo politico. Dopo l'incontro odierno tra il presidente Sergio Mattarella e il presidente incaricato Carlo Cottarelli», aggiunge il Quirinale, «si è deciso quindi un rallentamento che è dovuto, si precisa, all'evoluzione della situazione politica e non certo a problemi sulla lista del governo che lo stesso Cottarelli sta elaborando».
Pur sapendo benissimo che l'ultimo tentativo di formare un governo Lega-M5s-Fratelli d'Italia è un sentiero stretto, in salita e pieno di buche, a Mattarella non dispiace concedere un'altra giornata di tempo. Per tre motivi. Il primo: allontanare definitivamente lo spettro delle elezioni a fine luglio; il secondo: cercare i voti necessari a far partire il governo «Cottarella» col piede giusto; il terzo: dimostrare di essere compassionevole, accontentando Di Maio. Ecco perché, quando alle 17 Luigi Di Maio sale al Quirinale, col capo cosparso di cenere, per chiedere altre 24 ore di tempo, la risposta di Mattarella è «sì, certo, come no!». Di Maio, e il presidente lo sa, è sul punto di finire al tappeto. Ci vuole un miracolo: il passo indietro di Savona, evocato nella maniera più maldestra, ovvero con una dichiarazione stizzita e livorosa, dalla Castelli.
Alle 19, Luigi Di Maio lancia il suo ultimo appello a Matteo Salvini: «Non dipende da noi», dice Di Maio, «il M5s ci sta, dipende dall'altra forza politica che fa parte di questo contratto di governo. Se ci stiamo, chiederemo di far richiamare Conte al Quirinale e di fargli dare l'incarico. Se vogliamo provare a far partire il governo cercando di trovare una soluzione per il ministero dell'Economia», aggiunge Di Maio, «ci siamo, a patto che la persona individuata abbia le stesse caratura intellettuale e che Savona resti nella squadra con un altro posto da ministro». Mattarella approva: «Il Quirinale», fa sapere la presidenza della Repubblica, «valuta con grande attenzione la proposta, avanzata dal leader M5s, Luigi Di Maio, di un governo politico in cui Paolo Savona sia spostato dall'Economia ad un altro ministero».
Salvini risponde da Imperia: «Quando abbiamo proposto il professor Savona», dice il leader della Lega, «è stato perché era il migliore per fare il ministro dell'Economia. Se Di Maio ha cambiato posizione ne parlerò con lui. Mi domando perché non può fare il ministro in Italia uno che non sta simpatico ai tedeschi. Per carità, valuteremo, ci ragioniamo. Ma come Lega», sottolinea Salvini, «abbiamo fatto molti passi di responsabilità. Il governo deve essere libero di difendere gli interessi degli italiani. Non mi sembra che in Costituzione ci sia scritto che i ministri devono piacere alla Merkel. Bisogna comportarsi da persone adulte, che rispettano la parola data. I ministri non sono come nomi del calciomercato, e ognuno deve fare il suo ruolo, un portiere deve fare il portiere», conclude Salvini, «non l'attaccante». Il ruolo di centravanti di sfondamento, Salvini lo vuole tutto per lui. Oggi, dovrebbe essere il giorno della verità. Salvo imprevisti, naturalmente.
Carlo Tarallo
La Lega tiene aperto il «piano B»: intesa col Cavaliere e ritorno alle urne
O Savona o morte. Cambia la geografia, ma gli imperativi politici rimangono tali e quali. Con lo spread di nuovo a cuccia, tutto torna a ruotare attorno al nome che rappresenta il grande incendio di domenica, la bandiera dell'euroscetticismo, l'incubo notturno di Sergio Mattarella. Nel giorno delle trattative sott'acqua i due vincitori delle elezioni si posizionano dopo tanto tempo su fronti diversi: Paolo Savona viene mandato al macero dal M5s e santificato da Matteo Salvini.
Per i grillini parla la deputata Laura Castelli: «Stupisce che Savona, persona di grande spessore culturale e sensibilità politica, non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro». Di Maio è già oltre, sembra una bandierina in balia del monsone e dopo aver rinnegato l'impeachment in favore di telecamera si rimangia anche l'economista: «Bisogna guardare avanti, far partire il governo politico. La non sfiducia tecnica a Carlo Cottarelli è un escamotage da prima repubblica, noi non ci stiamo e al governo tecnico voteremo contro». In giornata è salito al Colle, ha respirato l'aria da king maker e ha concordato con il capo dello Stato un Cottarelli al Tesoro al posto di Savona. Ma non ha fatto i conti con Salvini, che non è bandierina ma paracarro, e non si sposta di un millimetro.
«Di Maio riapre i giochi? Non siamo al mercato, andiamo al voto anche subito. Si beccano il programma e la squadra che abbiamo già presentato oppure facciano altro e ci facciano votare», ribatte da Pisa il leader della Lega, impegnato in un mini tour elettorale, il suo sport preferito. «Noi abbiamo provato a fare un governo, ma a Mattarella non va mai bene. Non può dire no a Savona perché è critico con l'Europa. Allora che cosa andiamo a fare? Allora ti arrendi. Il presidente ci spieghi come si esce dall'impasse. Al voto prima possibile, ma non a fine luglio perché gli italiani sono in ferie». Per domenica s'è inventato una provocazione originale: «La Lega sarà in tutte le piazze italiane per chiedere l'elezione diretta del presidente della Repubblica, tanto fa quello che vuole lo stesso e allora tanto vale che lo eleggano i cittadini».
Arriva sera e il tiraemolla non cessa, con tre posizioni in essere:
1 Di Maio vuole il governo politico anche senza Savona oppure il voto subito e torna a considerare Mattarella il padre della patria.
2 Mattarella è sulle posizioni di Di Maio, per un esecutivo di lunga durata M5s-Lega, con Giuseppe Conte premier, ma con Savona a fare l'orto in Sardegna.
3 Salvini vuole il governo politico con Savona all'Economia oppure un esecutivo balneare Cottarelli «di responsabilità», autore di una manovra snella, e poi le urne in autunno (fine settembre). Siamo di nuovo al braccio di ferro, anche se questa volta lontano dai riflettori e senza claque. Una cosa è certa, il professore è divisivo, dove passa si finisce per litigare. Pur di far decollare il governo politico di legislatura, in giornata Di Maio ha proposto Salvini premier ricevendo un secco no. Controproposta dal Quirinale: Giancarlo Giorgetti a Palazzo Chigi. Di nuovo un diniego, a conferma che la Lega in questa fase non vuole intestarsi nulla che rischi un fallimento. Allora il centrodestra sarebbe disposto ad astenersi davanti ai tecnici a orologeria e far partire il governicchio anche solo con qualche decina di voti a favore. Lo fa capire lo stesso Giorgetti. «Non ostacoleremo soluzioni rapide per affrontare le emergenze ma ridiamo la parola agli italiani il prima possibile. C'è Cottarelli che sta tentando di fare il governo. Se i voti non ce li ha, dovremo studiare un percorso ordinato verso le elezioni».
In tutto questo caos il centrodestra sta ritrovando solidità. Giorgia Meloni si è molto avvicinata al Salvini sovranista (sarebbe disponibile a entrare nel governo anche senza poltrone) mentre il leader della Lega è tornato a consultare Silvio Berlusconi nei momenti cruciali. Ieri una lunga telefonata fra i due ha contraddistinto il vertice di Forza Italia a Palazzo Grazioli. È accaduto quando si è sparsa la voce che Salvini o Giorgetti avrebbero potuto essere premier: Berlusconi si è detto favorevole, ma l'opportunità sembrava scemare verso sera. Un'altra notte in cerca del buon consiglio, ma di tempo non ne rimane molto perché le scadenze internazionali incombono. L'8 giugno è in programma il G7 in Canada, il 10 giugno 783 comuni, di cui 21 capoluogo di provincia e uno di Regione (Ancona), votano alle amministrative. Il 28 giugno ci sarà il Consiglio europeo e l'11 luglio il vertice Nato. Qualcuno dovrà pur andare a rappresentare l'Italia.
Dopo essersi messo per primo di traverso al governo M5s-Lega impartendo lezioni di macroeconomia, il presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, ha scoperto che il vuoto di potere non è bello. «Questo è il tempo grave della responsabilità. Mai come oggi c'è bisogno di rispettare la volontà popolare, che si è espressa liberamente il 4 marzo, e tutte le istituzioni civili, dalla più elevata, il Capo dello Stato, alla più rappresentativa, il Parlamento». In sacrestia hanno sempre ragione tutti, almeno in pubblico. L'incontro di boxe istituzionale sembra volgere al termine con molti feriti ma nessun morto. Anzi uno, l'onore dei giornaloni che titolavano sull'allarme democratico nelle sedi istituzionali per dopodomani, 2 giugno, a seguito di una fantomatica nota del Viminale. Il capo della polizia, Franco Gabrielli, ha smentito: «Non c'è nessun innalzamento di allerta, nessuna preoccupazione di piazze più o meno effervescenti». Una fake news. Anche questa volta la rivoluzione può attendere.
Giorgio Gandola
Comunque vada a finire, presto rivoteremo
Nel grande caos del dopo elezioni c'è un'unica certezza. Si tornerà presto a votare nella speranza che gli italiani indichino una maggioranza che possa governare il Paese, anche se difficilmente si avrà senza cambiare il sistema elettorale o le alleanze in campo. Infatti il Rosatellum, in parte proporzionale e in parte uninominale a turno unico ha, in presenza di un sistema politico tripolare, scarsissime probabilità di produrre maggioranze parlamentari. Quindi un repentino ritorno alle urne non è certo che sia la soluzione per superare l'impasse. Detto questo le ipotesi che circolano sono diverse, in questi giorni di grande confusione. Di salite, discese e risalite al Quirinale che non hanno al momento portato alcun risultato. E comunque tutti i partiti, per un motivo o per l'altro, chiedono a gran voce che si torni a votare al più presto.
Se Carlo Cottarelli dovesse rinunciare all'incarico, in mancanza d'alternative il presidente Sergio Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere. In tal caso le prime date disponibili sarebbero quelle del 29 luglio o del 5 agosto.
E sarebbe la prima volta, nella storia della Repubblica, che si va alle urne in piena estate. Di certo non incoraggerebbe l'affluenza, considerando l'esercito di elettori delusi dopo i quasi tre mesi di paralisi a cui stiamo assistendo. Risulta che gli uffici tecnici del Viminale siano al lavoro per una verifica sulla praticabilità del 29 luglio. Tra scioglimento e voto la legge considera un minimo di 45 giorni e un massimo di 70.
Quello che più preoccupa è l'iter elettorale del voto estero, che richiede tempi di preparazione più lunghi. La prassi è che il ministero dell'Interno comunichi a quello degli Esteri l'elenco provvisorio degli elettori residenti all'estero entro 60 giorni dal voto. Ma al Viminale ritengono che i due mesi si possano accorciare. Quarantacinque giorni prima dell'apertura dei seggi, poi, c'è l'affissione del manifesto di convocazione dei comizi elettorali. Quindi tecnicamente, muovendosi subito, sia il 29 luglio che il 5 agosto sarebbero praticabili.
Se il governo presieduto dall'ex commissario alla spending review partisse ma, come pare pressoché certo, non ottenesse la fiducia in Parlamento, la prima data utile per votare potrebbe essere il 9 settembre. Si potrebbe tornare alle urne anche il 16 settembre, il 23 o ancora il 30. In quest'ultimo caso il capo dello Stato dovrebbe sciogliere le Camere entro il 22 luglio.
Le elezioni potrebbero però slittare anche a inizio ottobre: probabilmente il 7. Questa è infatti l'ultima domenica utile per non mettere a rischio la manovra, che va presentata dal governo entro il 15 ottobre. In questo caso l'ultima data per sciogliere le Camere slitta al 29 luglio. «Senza fiducia», ha spiegato Cottarelli, «il governo si dimetterebbe immediatamente e il suo principale compito sarebbe la gestione dell'ordinaria amministrazione e di accompagnare il Paese ad elezioni dopo il mese di agosto».
Se il governo Cottarelli riuscisse invece a incassare la fiducia in Parlamento, missione impossibile visto il no annunciato da M5s, Lega, Forza Italia e Fdi, il voto avverrebbe all'inizio del 2019. L'esecutivo tecnico si occuperebbe dell'approvazione della legge di bilancio per il 2019 e resterebbe in carica fino a fine dicembre per portare il Paese a nuove elezioni. Ma già con la manovra approvata e gli aumenti dell'Iva probabilmente scongiurati. Una conferma in più in questo senso arriva dall'azzurro Giovanni Toti: «Meglio chiudere la sessione di bilancio in modo “tecnico" a novembre con la sterilizzazione dell'aumento dell'Iva, il bilancio europeo e poi riportare il Paese a votare a febbraio». Questa sarebbe la soluzione preferita anche da Mattarella, in modo da evitare che si vada al voto nel pieno dell'iter per la legge di bilancio. Un'ipotesi sarebbe di tenere le elezioni a maggio 2019, contestualmente con le Europee. Ma quello del Quirinale resterà solo un desiderio, perché questo scenario ha come presupposto che i vari passaggi dell'iter siano condotti da un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare.
Alfredo Arduino
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Nel prossimi 5 mesi il Paese affronterà tavoli decisivi: dalla revisione del trattato di Dublino alle trattative sulla cessione della sovranità fiscale. Si comincia a giugno con il summit cruciale sull'unione bancaria. Carlo Cottarelli è a corto di voti in Aula. Così il presidente Sergio Mattarella torna sui gialloblù. Luigi Di Maio ci sta e rilancia: «Paolo Savona al governo ma un altro a via XX Settembre». Matteo Salvini frena: «Ci penso, ma i ministri non sono delle figurine» Il Colle spinge il M5s a ritentare l'accordo politico, ma il leader leghista non cede. Parla con Silvio Berlusconi e riavvicina anche Giorgia Meloni. In assenza di accordi e se Mister Forbici mollasse, l'ipotesi più probabile è una volata per aprire i seggi il 29 luglio (oppure il 5 agosto). Nel caso della non sfiducia, l'esecutivo dell'ex Fmi fisserebbe la data a inizio autunno. Quasi impossibile l'opzione 2019. Lo speciale contiene quattro articoli In qualche modo, dopo che le istituzioni italiane hanno perso la faccia in giro per il mondo, la politica deve tornare con i piedi per terra e rendersi conto che i prossimi cinque mesi saranno decisivi per contornare il futuro decennio del Paese. Se Lega e M5s dovessero convergere e riallacciare i rapporti con il Colle, ad andare a Bruxelles a gestire l'agenda potrebbe essere lo stesso Carlo Cottarelli in questo momento in attesa di finire la cottura a bagnomaria. Il 27 e il 28 giugno a Bruxelles si terrà l'incontro decisivo per l'unione bancaria. Molti governi insistono perché vi sia una sufficiente riduzione dei rischi nei bilanci bancari prima di accettare che questi stessi rischi vengano condivisi in modo equo da tutte le piazze finanziarie del Vecchio continente. Viceversa, l'Italia e altri governi del club Med pensano che i conti bancari siano stati stressati fin troppo. La posizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che in questi giorni rappresenta l'Italia al G7, dovrebbe già sostenere tale posizione. In gennaio i ministri delle Finanze si sono messi d'accordo per mettere a punto un processo a tappe nel quale sia in effetti possibile misurare i progressi già fatti in questi anni e quelli ancora da compiere. Dentro l'agenda ci sarà il passaggio di consegne effettivo alla vigilanza della Bce e al tempo stesso saranno da discutere le nuove norme sulla gestione delle sofferenze bancarie a e soprattutto degli Utp, unlikly to pay, ovvero gli incagli. Si tratta di quelle posizioni a bilancio che tecnicamente non vanno sotto la voci di non performing loans. Stringere anche sugli incagli sarebbe deleterio per i nostri istituti che solo ieri hanno dovuto subire la pagella negativa di Moody's che ha messo sotto osservazione una serie di utility e una dozzina di banche in vista di un eventuale abbassamento del rating. Tra questi anche Intesa, Unicredit, Mediobanca e Cassa depositi e prestiti. È chiaro che se Cottarelli dovesse appoggiare una linea morbida in autunno si abbatterebbe una nuova tempesta sull'intero comparto bancario. Una grossa responsabilità che eguaglia l'altro impegno bollente relativo al bilancio comunitario. Anche in questo caso l'Italia ha interessi precisi: vuole difendere la politica agricola comune e la politica di sviluppo regionale. Il negoziato settennale è tradizionalmente difficile. Questa volta lo sarà più del solito a causa della decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione, provocando un buco di 10 e 12 miliardi di euro all'anno. Nei giorni scorsi l'Ue ha paventato una mossa aperturista nei nostri confronti, annunciando 2,4 miliardi in più per la Penisola e 30 miliardi in meno per il blocco di Visegrad ad Est. Il commissario Gunther Oettinger, lo stesso che ha espresso l'infelice parere sull'incapacità degli italiani di votare in ottemperanza ai mercati, ha già illustrato i tre filoni futuri. Le dimensioni del bilancio (1% del Pil complessivo), l'avvio di nuovi capitoli di spesa e la nascita di voci destinare a incrementare il gettito diretto di Bruxelles. Su questo tema il futuro governo dovrà prestare attenzioni. Perché il perimetro delle tasse Ue andrà inevitabilmente a impattare sulla nostra sovranità fiscale. Un esempio su tutti: la Web tax. Nel 2019 dovrebbe partire salvo imprevisti l'imposta voluta dal governo Gentiloni attraverso una legge alquanto discutibile. Se nel 2020 partirà quella comunitaria il lavoro fatto dal parlamento sarà in ogni caso del tutto inutile. E soprattutto le casse dell'Erario riceveranno solo i resti che cadranno da Bruxelles. A settembre, inoltre, l'Italia sarà necessariamente impegnata nel tavolo sulla riforma del trattato di Dublino. Norme meno stringenti sulle pratiche di asilo politico impatteranno sulle nostre coste, sui nostri centri di prima accoglienza, sui conti e soprattutto sulla sicurezza nazionale. In un recente convegno tenutosi in Serbia, i vertici governativi della Bulgaria - che detiene la presidenza del semestre - hanno lanciato assieme ai colleghi austriaci un allarme sul rischio di una nuova infiltrazione terroristica tra le file dei migranti in arrivo da Sud e dalla Siria. Non sarà certo facile concentrarsi su tutti i fronti e trattare a mani nude dal momento che a settembre, prima, e a ottobre poi, il premier dovrà presentare la Nota integrativa al Def e la Manovra. Se Cottarelli dovesse incassare anche solo una fiducia tecnica (pochi voti e astensione in massa dei partiti di maggioranza) avrà l'onere di decidere dei nostri soldi. Perché dovrà trovare i 15 miliardi necessari per evitare l'innalzamento dell'Iva, ma se il suo governo si scoprisse comunque a trazione gialloblu dovrà muoversi nel perimetro del patto di governo firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Potrà sicuramente portare a termine un po' di spending review selettiva, ma come si comporterà con la legge Fornero e con la rivalutazione delle pensioni resta a oggi un mistero. Più che una incognita. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manovra-credito-immigrati-cottarelli-2573685911.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="colle-e-di-maio-fanno-asse-comune-per-cacciare-savona-dalleconomia" data-post-id="2573685911" data-published-at="1767768397" data-use-pagination="False"> Colle e Di Maio fanno asse comune per cacciare Savona dall’Economia Quando alle 18 di ieri la borsa di Milano chiude in rialzo, dopo giorni tragici, toccando un +2,09%, con lo spread sceso a 247, Carlo Cottarelli è al Quirinale, per il secondo colloquio «informale» della giornata con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Le quotazioni del suo governo neutrale, fantasma, tecnico, balneare, a tempo, della non sfiducia, d'emergenza, insomma del suo governo con più aggettivi che voti, per l'intera giornata sono salite, precipitate e risalite. Cottarelli era salito al Colle, per il primo incontro della giornata con Mattarella, alle 9 del mattino. Si lavora di pallottoliere: Cottarelli non può rischiare di incassare zero voti di fiducia, la prospettiva sta facendo aumentare i «no grazie» tra i papabili ministri, si tenta di convincere i partiti, tutti i partiti, a far nascere questo governicchio, per evitare il voto in costume e arrivare almeno all'inizio di ottobre. Trattative febbrili, coordinate da Mattarella, alle quali si affiancano altre trattative, ancora più febbrili, tra Lega e M5s, per rimuovere l'ostacolo alla nascita del «governo del cambiamento»: Paolo Savona. Di Maio, che rischia l'impeachment da parte di tutti i parlamentari del M5s che non hanno accesso al suo «cerchio tragico», ha un solo modo per dimostrare al suo partito di non essersi fatto fregare da Matteo Salvini: convincere il leader del Carroccio a telefonare a Savona chiedendogli il passo di lato. L'idea di Di Maio è spacchettare il Mef, mettendo Savona alle Finanze e Giorgetti o chiunque altro al Tesoro: si torna indietro di una settimana. Il leader del M5s gioca d'azzardo: sa che se Salvini accettasse, la darebbe vinta «ai mercati», a Mario Draghi, a Angela Merkel, a Sergio Mattarella. Alle 18 in punto Laura Castelli, deputata del M5s, esplode, forse per il troppo stress di queste ore, rilasciando una dichiarazione pesantissima: «Stupisce», dice la Castelli, «che Paolo Savona, persona di grande spessore culturale e sensibilità politica, non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro». Ci credono ancora, i, grillini, alla possibilità di evitare urne anticipate e figuraccia leggendaria; credono ancora alla possibilità di un governo Lega-M5s-Fratelli d'Italia. Pochissimi minuti dopo la chiusura della borsa di Milano, dal Quirinale viene diffusa una nota: «Il presidente del Consiglio incaricato Carlo Cottarelli», fa sapere la presidenza della Repubblica, «non tornerà già questa sera al Quirinale per sciogliere la riserva. Mattarella e Cottarelli hanno deciso insieme di non forzare i tempi per un eventuale governo politico. Dopo l'incontro odierno tra il presidente Sergio Mattarella e il presidente incaricato Carlo Cottarelli», aggiunge il Quirinale, «si è deciso quindi un rallentamento che è dovuto, si precisa, all'evoluzione della situazione politica e non certo a problemi sulla lista del governo che lo stesso Cottarelli sta elaborando». Pur sapendo benissimo che l'ultimo tentativo di formare un governo Lega-M5s-Fratelli d'Italia è un sentiero stretto, in salita e pieno di buche, a Mattarella non dispiace concedere un'altra giornata di tempo. Per tre motivi. Il primo: allontanare definitivamente lo spettro delle elezioni a fine luglio; il secondo: cercare i voti necessari a far partire il governo «Cottarella» col piede giusto; il terzo: dimostrare di essere compassionevole, accontentando Di Maio. Ecco perché, quando alle 17 Luigi Di Maio sale al Quirinale, col capo cosparso di cenere, per chiedere altre 24 ore di tempo, la risposta di Mattarella è «sì, certo, come no!». Di Maio, e il presidente lo sa, è sul punto di finire al tappeto. Ci vuole un miracolo: il passo indietro di Savona, evocato nella maniera più maldestra, ovvero con una dichiarazione stizzita e livorosa, dalla Castelli. Alle 19, Luigi Di Maio lancia il suo ultimo appello a Matteo Salvini: «Non dipende da noi», dice Di Maio, «il M5s ci sta, dipende dall'altra forza politica che fa parte di questo contratto di governo. Se ci stiamo, chiederemo di far richiamare Conte al Quirinale e di fargli dare l'incarico. Se vogliamo provare a far partire il governo cercando di trovare una soluzione per il ministero dell'Economia», aggiunge Di Maio, «ci siamo, a patto che la persona individuata abbia le stesse caratura intellettuale e che Savona resti nella squadra con un altro posto da ministro». Mattarella approva: «Il Quirinale», fa sapere la presidenza della Repubblica, «valuta con grande attenzione la proposta, avanzata dal leader M5s, Luigi Di Maio, di un governo politico in cui Paolo Savona sia spostato dall'Economia ad un altro ministero». Salvini risponde da Imperia: «Quando abbiamo proposto il professor Savona», dice il leader della Lega, «è stato perché era il migliore per fare il ministro dell'Economia. Se Di Maio ha cambiato posizione ne parlerò con lui. Mi domando perché non può fare il ministro in Italia uno che non sta simpatico ai tedeschi. Per carità, valuteremo, ci ragioniamo. Ma come Lega», sottolinea Salvini, «abbiamo fatto molti passi di responsabilità. Il governo deve essere libero di difendere gli interessi degli italiani. Non mi sembra che in Costituzione ci sia scritto che i ministri devono piacere alla Merkel. Bisogna comportarsi da persone adulte, che rispettano la parola data. I ministri non sono come nomi del calciomercato, e ognuno deve fare il suo ruolo, un portiere deve fare il portiere», conclude Salvini, «non l'attaccante». Il ruolo di centravanti di sfondamento, Salvini lo vuole tutto per lui. Oggi, dovrebbe essere il giorno della verità. Salvo imprevisti, naturalmente. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manovra-credito-immigrati-cottarelli-2573685911.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-tiene-aperto-il-piano-b-intesa-col-cavaliere-e-ritorno-alle-urne" data-post-id="2573685911" data-published-at="1767768397" data-use-pagination="False"> La Lega tiene aperto il «piano B»: intesa col Cavaliere e ritorno alle urne O Savona o morte. Cambia la geografia, ma gli imperativi politici rimangono tali e quali. Con lo spread di nuovo a cuccia, tutto torna a ruotare attorno al nome che rappresenta il grande incendio di domenica, la bandiera dell'euroscetticismo, l'incubo notturno di Sergio Mattarella. Nel giorno delle trattative sott'acqua i due vincitori delle elezioni si posizionano dopo tanto tempo su fronti diversi: Paolo Savona viene mandato al macero dal M5s e santificato da Matteo Salvini. Per i grillini parla la deputata Laura Castelli: «Stupisce che Savona, persona di grande spessore culturale e sensibilità politica, non abbia ancora maturato la decisione di fare un passo indietro». Di Maio è già oltre, sembra una bandierina in balia del monsone e dopo aver rinnegato l'impeachment in favore di telecamera si rimangia anche l'economista: «Bisogna guardare avanti, far partire il governo politico. La non sfiducia tecnica a Carlo Cottarelli è un escamotage da prima repubblica, noi non ci stiamo e al governo tecnico voteremo contro». In giornata è salito al Colle, ha respirato l'aria da king maker e ha concordato con il capo dello Stato un Cottarelli al Tesoro al posto di Savona. Ma non ha fatto i conti con Salvini, che non è bandierina ma paracarro, e non si sposta di un millimetro. «Di Maio riapre i giochi? Non siamo al mercato, andiamo al voto anche subito. Si beccano il programma e la squadra che abbiamo già presentato oppure facciano altro e ci facciano votare», ribatte da Pisa il leader della Lega, impegnato in un mini tour elettorale, il suo sport preferito. «Noi abbiamo provato a fare un governo, ma a Mattarella non va mai bene. Non può dire no a Savona perché è critico con l'Europa. Allora che cosa andiamo a fare? Allora ti arrendi. Il presidente ci spieghi come si esce dall'impasse. Al voto prima possibile, ma non a fine luglio perché gli italiani sono in ferie». Per domenica s'è inventato una provocazione originale: «La Lega sarà in tutte le piazze italiane per chiedere l'elezione diretta del presidente della Repubblica, tanto fa quello che vuole lo stesso e allora tanto vale che lo eleggano i cittadini». Arriva sera e il tiraemolla non cessa, con tre posizioni in essere: 1 Di Maio vuole il governo politico anche senza Savona oppure il voto subito e torna a considerare Mattarella il padre della patria. 2 Mattarella è sulle posizioni di Di Maio, per un esecutivo di lunga durata M5s-Lega, con Giuseppe Conte premier, ma con Savona a fare l'orto in Sardegna. 3 Salvini vuole il governo politico con Savona all'Economia oppure un esecutivo balneare Cottarelli «di responsabilità», autore di una manovra snella, e poi le urne in autunno (fine settembre). Siamo di nuovo al braccio di ferro, anche se questa volta lontano dai riflettori e senza claque. Una cosa è certa, il professore è divisivo, dove passa si finisce per litigare. Pur di far decollare il governo politico di legislatura, in giornata Di Maio ha proposto Salvini premier ricevendo un secco no. Controproposta dal Quirinale: Giancarlo Giorgetti a Palazzo Chigi. Di nuovo un diniego, a conferma che la Lega in questa fase non vuole intestarsi nulla che rischi un fallimento. Allora il centrodestra sarebbe disposto ad astenersi davanti ai tecnici a orologeria e far partire il governicchio anche solo con qualche decina di voti a favore. Lo fa capire lo stesso Giorgetti. «Non ostacoleremo soluzioni rapide per affrontare le emergenze ma ridiamo la parola agli italiani il prima possibile. C'è Cottarelli che sta tentando di fare il governo. Se i voti non ce li ha, dovremo studiare un percorso ordinato verso le elezioni». In tutto questo caos il centrodestra sta ritrovando solidità. Giorgia Meloni si è molto avvicinata al Salvini sovranista (sarebbe disponibile a entrare nel governo anche senza poltrone) mentre il leader della Lega è tornato a consultare Silvio Berlusconi nei momenti cruciali. Ieri una lunga telefonata fra i due ha contraddistinto il vertice di Forza Italia a Palazzo Grazioli. È accaduto quando si è sparsa la voce che Salvini o Giorgetti avrebbero potuto essere premier: Berlusconi si è detto favorevole, ma l'opportunità sembrava scemare verso sera. Un'altra notte in cerca del buon consiglio, ma di tempo non ne rimane molto perché le scadenze internazionali incombono. L'8 giugno è in programma il G7 in Canada, il 10 giugno 783 comuni, di cui 21 capoluogo di provincia e uno di Regione (Ancona), votano alle amministrative. Il 28 giugno ci sarà il Consiglio europeo e l'11 luglio il vertice Nato. Qualcuno dovrà pur andare a rappresentare l'Italia. Dopo essersi messo per primo di traverso al governo M5s-Lega impartendo lezioni di macroeconomia, il presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, ha scoperto che il vuoto di potere non è bello. «Questo è il tempo grave della responsabilità. Mai come oggi c'è bisogno di rispettare la volontà popolare, che si è espressa liberamente il 4 marzo, e tutte le istituzioni civili, dalla più elevata, il Capo dello Stato, alla più rappresentativa, il Parlamento». In sacrestia hanno sempre ragione tutti, almeno in pubblico. L'incontro di boxe istituzionale sembra volgere al termine con molti feriti ma nessun morto. Anzi uno, l'onore dei giornaloni che titolavano sull'allarme democratico nelle sedi istituzionali per dopodomani, 2 giugno, a seguito di una fantomatica nota del Viminale. Il capo della polizia, Franco Gabrielli, ha smentito: «Non c'è nessun innalzamento di allerta, nessuna preoccupazione di piazze più o meno effervescenti». Una fake news. Anche questa volta la rivoluzione può attendere. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manovra-credito-immigrati-cottarelli-2573685911.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="comunque-vada-a-finire-presto-rivoteremo" data-post-id="2573685911" data-published-at="1767768397" data-use-pagination="False"> Comunque vada a finire, presto rivoteremo Nel grande caos del dopo elezioni c'è un'unica certezza. Si tornerà presto a votare nella speranza che gli italiani indichino una maggioranza che possa governare il Paese, anche se difficilmente si avrà senza cambiare il sistema elettorale o le alleanze in campo. Infatti il Rosatellum, in parte proporzionale e in parte uninominale a turno unico ha, in presenza di un sistema politico tripolare, scarsissime probabilità di produrre maggioranze parlamentari. Quindi un repentino ritorno alle urne non è certo che sia la soluzione per superare l'impasse. Detto questo le ipotesi che circolano sono diverse, in questi giorni di grande confusione. Di salite, discese e risalite al Quirinale che non hanno al momento portato alcun risultato. E comunque tutti i partiti, per un motivo o per l'altro, chiedono a gran voce che si torni a votare al più presto. Se Carlo Cottarelli dovesse rinunciare all'incarico, in mancanza d'alternative il presidente Sergio Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere. In tal caso le prime date disponibili sarebbero quelle del 29 luglio o del 5 agosto. E sarebbe la prima volta, nella storia della Repubblica, che si va alle urne in piena estate. Di certo non incoraggerebbe l'affluenza, considerando l'esercito di elettori delusi dopo i quasi tre mesi di paralisi a cui stiamo assistendo. Risulta che gli uffici tecnici del Viminale siano al lavoro per una verifica sulla praticabilità del 29 luglio. Tra scioglimento e voto la legge considera un minimo di 45 giorni e un massimo di 70. Quello che più preoccupa è l'iter elettorale del voto estero, che richiede tempi di preparazione più lunghi. La prassi è che il ministero dell'Interno comunichi a quello degli Esteri l'elenco provvisorio degli elettori residenti all'estero entro 60 giorni dal voto. Ma al Viminale ritengono che i due mesi si possano accorciare. Quarantacinque giorni prima dell'apertura dei seggi, poi, c'è l'affissione del manifesto di convocazione dei comizi elettorali. Quindi tecnicamente, muovendosi subito, sia il 29 luglio che il 5 agosto sarebbero praticabili. Se il governo presieduto dall'ex commissario alla spending review partisse ma, come pare pressoché certo, non ottenesse la fiducia in Parlamento, la prima data utile per votare potrebbe essere il 9 settembre. Si potrebbe tornare alle urne anche il 16 settembre, il 23 o ancora il 30. In quest'ultimo caso il capo dello Stato dovrebbe sciogliere le Camere entro il 22 luglio. Le elezioni potrebbero però slittare anche a inizio ottobre: probabilmente il 7. Questa è infatti l'ultima domenica utile per non mettere a rischio la manovra, che va presentata dal governo entro il 15 ottobre. In questo caso l'ultima data per sciogliere le Camere slitta al 29 luglio. «Senza fiducia», ha spiegato Cottarelli, «il governo si dimetterebbe immediatamente e il suo principale compito sarebbe la gestione dell'ordinaria amministrazione e di accompagnare il Paese ad elezioni dopo il mese di agosto». Se il governo Cottarelli riuscisse invece a incassare la fiducia in Parlamento, missione impossibile visto il no annunciato da M5s, Lega, Forza Italia e Fdi, il voto avverrebbe all'inizio del 2019. L'esecutivo tecnico si occuperebbe dell'approvazione della legge di bilancio per il 2019 e resterebbe in carica fino a fine dicembre per portare il Paese a nuove elezioni. Ma già con la manovra approvata e gli aumenti dell'Iva probabilmente scongiurati. Una conferma in più in questo senso arriva dall'azzurro Giovanni Toti: «Meglio chiudere la sessione di bilancio in modo “tecnico" a novembre con la sterilizzazione dell'aumento dell'Iva, il bilancio europeo e poi riportare il Paese a votare a febbraio». Questa sarebbe la soluzione preferita anche da Mattarella, in modo da evitare che si vada al voto nel pieno dell'iter per la legge di bilancio. Un'ipotesi sarebbe di tenere le elezioni a maggio 2019, contestualmente con le Europee. Ma quello del Quirinale resterà solo un desiderio, perché questo scenario ha come presupposto che i vari passaggi dell'iter siano condotti da un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare. Alfredo Arduino
Ansa
Nessun controllo negli ultimi cinque anni e, comunque, nessun problema di sicurezza rilevato in relazione al materiale fonoassorbente sul soffitto perché la legge non fissa l’obbligo di verificare questo aspetto (anche se ieri sera il membro dell’esecutivo del Canton Vallese con delega alla Sicurezza, Stéphane Ganzer, ha confermato a Rsi che l’incaricato per la sicurezza, anche per legge, avrebbe dovuto segnalare la presenza dei pannelli fonoassorbenti, ndr). Questa la verità burocratica, nuda e cruda, sulla questione sicurezza nel locale Le Constellation di Crans-Montana, dove, la notte di Capodanno sono morti 40 giovanissimi e 121 sono rimasti feriti, intrappolati in un inferno di fuoco causato dall’utilizzo di candele pirotecniche in un luogo chiuso e non sicuro. Una verità da tecnocrati che, come spesso accade, si scontra violentemente non solo con la tragedia che ha spezzato tante vite, ma anche con la logica. Le Constellation, infatti, era un locale pubblico che prevedeva un forte afflusso di persone, realizzato in un seminterrato senza finestre, con una sola scala di accesso e una sola uscita di sicurezza (peraltro bloccata la notte della tragedia). Semplicemente per queste caratteristiche, richiedeva una attenzione particolare, che invece non c’è stata.
A spiegare i dettagli delle tragiche mancanze è stato il sindaco del paese, Nicolas Feraud, in una conferenza stampa che ha ripercorso la storia del locale: «L’edificio all’interno del quale si trova Le Constellation è stato costruito nel 1967 e dal 1992 è stato sempre adibito a locale pubblico. Nel 2015 il proprietario ha presentato una domanda di permesso di costruire per ampliare la terrazza esterna e i lavori sono stati autorizzati dal Comune di Chermignon (che all’epoca era l’ente territoriale di riferimento fino alla fusione di quattro Comuni che ha portato alla nascita di Crans-Montana nel 2017).
Terminata la ristrutturazione, il Comune ha ispezionato i locali e ha convalidato il via libera confermando la capienza massima di 100 persone nel seminterrato e 100 nella veranda», ha spiegato il sindaco. Viceversa, «nessuna richiesta di autorizzazione è stata presentata, né nel 2015 né in seguito, per i lavori all’interno del locale seminterrato» che pure sono stati fatti nello stesso momento «perché si trattava di opere che non prevedevano un cambio di destinazione d’uso e quindi il proprietario non era obbligato a depositare la richiesta», aggiunge Feraud. I tempi coincidono: il 2015, infatti, è l’anno in cui la gestione del locale viene rilevata dai coniugi Jacques Moretti e Jessica Maric Uche Fae nel quale prende forma il longue bar Le Constellation per come lo conosciamo, tristemente, oggi.
I lavori, come testimoniano numerose immagini diffuse in questi giorni sui social, vennero seguiti personalmente da Jaques Moretti che, a quanto risulta, ridusse la scala di accesso al locale, evidentemente senza l’obbligo di darne comunicazione. Tuttavia, secondo la legge sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, da quel momento in poi, il Comune avrebbe dovuto verificare ogni anno la situazione. E questo non è accaduto: l’ultimo sopralluogo risale al maggio del 2019. «Il 29 gennaio 2018 il nuovo incaricato della sicurezza di Crans-Montana (che nel frattempo si era costituito Comune) ha controllato tutto il locale pubblico, ha fatto aggiungere un pannello alla porta d’entrata, ma non ha rilevato problemi relativi al materiale fonoassorbente» e un anno dopo «il 13 maggio del 2019, lo stesso incaricato ha di nuovo controllato il locale e l’esito del verbale è stato positivo», ha spiegato Feraud. Poi, più nulla.
Ma se già queste negligenze («I gestori del locale sono stati estremamente negligenti», ha attaccato Feraud), suonano gravi, ancor peggiore è la totale mancanza di qualsiasi accenno alla pericolosità dei pannelli acustici, da cui è partito l’incendio, utilizzati per ricoprire l’intero soffitto del seminterrato. Come è stato possibile? Il primo cittadino, citando una legge di riferimento sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, ha spiegato che «le ispezioni devono verificare la manutenzione delle installazioni antincendio, le vie di fuga e le uscite di sicurezza, il funzionamento degli estintori, le autorimesse e la pulizia degli edifici», mentre «per quanto riguarda i materiali, per esempio, un soffitto fonoassorbente la legge non fissa l’obbligo di verifica». E, infine, ha concluso laconico: «Sarà la giustizia a definire se bisognava farlo malgrado tutto. E se ci fosse una responsabilità penale, il Comune la assumerà in pienoo. Siamo profondamente dispiaciuti». Il sindaco di Crans-Montana ha annunciato che non si dimetterà.
A palesarsi, ieri, con qualche riga affidata a una nota, sono stati i gestori del locale Jaques e Jessica Moretti che si sono detti «devastati e sopraffatti dal dolore», promettendo la loro «piena collaborazione con gli inquirenti». Ad aggiungersi all’intera vicenda, a tratti surreale, ci sono ancora due particolari. Nel settembre del 2025 era stata depositata una nuova richiesta di ampliamento della terrazza del bar che, se fosse stata realizzata, avrebbe chiuso l’ennesima porta di uscita sull’esterno.
Nello stesso periodo, venne commissionata dal Comune una analisi acustica del locale, un professionista del settore ispezionò il soffitto del seminterrato e diede parere positivo.
Meloni al Niguarda in visita ai feriti. Medici cauti: «Decorso lunghissimo»
Il premier Giorgia Meloni ieri pomeriggio, prima di recarsi a Parigi per il vertice dei volenterosi, ha fatto visita all’ospedale Niguarda di Milano dove sono ricoverati gli undici giovani rimasti feriti nella tragedia di Crans-Montana. Meloni si è intrattenuta con i familiari dei ragazzi ricoverati, rinnovando a tutti la piena vicinanza e il sostegno del governo in questo momento di grande dolore. Inoltre, ha voluto esprimere un personale ringraziamento ai medici e agli infermieri per l’impegno e la professionalità dimostrati nell’assistenza ai pazienti.
Nel punto stampa, il direttore del Niguarda, Alberto Zoli, ha precisato: «Alcuni più gravi, altri meno, ma sono sicuramente undici pazienti critici sui quali manteniamo ancora una prognosi riservata. Le loro condizioni variano da ustioni molto estese, anche sul 70% del corpo, fino a ustioni molto meno estese ma con compromissioni delle funzioni vitali», ha aggiunto. «Per questo sono tutti pazienti ancora in condizioni critiche ma che, nelle prossime ore, possono avere una evoluzione, speriamo positiva. Abbiamo ancora ragazzi ricoverati in terapia intensiva, altri in semi-intensiva». «Di quelli in terapia intensiva ce ne sono tre molto più critici di altri, ma le condizioni nella loro gravità sono stabili, riusciamo a mantenere delle condizioni di non pericolo di vita immediato», ha aggiunto Giampaolo Casella, direttore aAnestesia e rianimazione del nosocomio.
«Il combinato disposto di aver dovuto respirare fumi velenosi per un periodo molto lungo, insieme alle ustioni, moltiplica il problema. Si naviga a vista. Giorno per giorno è un giorno guadagnato e stiamo cercando di recuperare tempo». Il direttore Zoli ha anche spiegato che ci sono difficoltà per il trasferimento di altri due pazienti da Zurigo visto che, per lo loro condizioni, sono «intrasportabili». «Quando saranno dichiarati trasportabili, quasi sicuramente per uno la destinazione sarà Niguarda. Invece per l’altro potrebbe essere una destinazione diversa perché la centrale di smistamento e di gestione di trasporti deve distribuire i pazienti anche in base alla loro residenza».
A raccontare quanto sia impegnativa la situazione nel Centro ustioni è stata Fernanda Settembrini chirurgo plastico da anni operativa al Niguarda: «Nella mia esperienza abbiamo avuto diversi carichi di più pazienti insieme perché siamo centro di riferimento. Questa però, per me, è forse la più impegnativa. Il problema è che i pazienti vanno valutati giorno per giorno e non si possono fare previsioni. Il decorso è lunghissimo, quindi non si possono fare previsioni, si potranno fare più in là, ma adesso per settimane non sarà possibile». La macchina ospedaliera, assicura la dottoressa, funziona a pieno regime: «Si gestisce al meglio, come nelle nostre possibilità. Abbiamo la massima collaborazione da tutti i colleghi. Abbiamo la disponibilità di sale operatorie tutto il giorno e stiamo facendo del nostro meglio».
Parlando del supporto fornito alle famiglie dei feriti, Tamara Tabà, responsabile del Servizio di psicologia clinica, ha affermato che «non c’è una ricetta unica, siamo a disposizione fino a tarda notte per accompagnare queste persone in tutte le fasi che cambiano da persona a persona, a seconda di come sono composte le famiglie e che dipendono dalle condizioni e dall’evoluzione della situazione dei pazienti».
Oggi, intanto, si svolgeranno a Milano, i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi, a Sant’Ambrogio. Proclamato il lutto cittadino dal sindaco Beppe Sala che insieme al presidente della Lombardia Attilio Fontana parteciperà alle esequie.
E ieri, durante le visite alle camere ardenti, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha detto: «Credo che sia giusto chiedere giustizia, è necessario. Se i locali che ospitano persone che fanno festa non sono adeguatamente sicuri è una grave responsabilità per chi li gestisce. La giustizia non restituisce la salute ai feriti né i morti alle loro famiglie, ma resta una richiesta del tutto legittima e doverosa».
Sempre stamattina, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur, è previsto l’ultimo saluto al sedicenne romano Riccardo Minghetti mentre a Bologna quello a Giovanni Tamburi. Il funerale di Sofia Prosperi, la vittima più giovane, si svolgerà a Lugano mentre domani sarà celebrato a Genova quello, in forma privata, di Emanuele Galeppini.
Per venerdì la Confederazione svizzera ha indetto una giornata di lutto e ha organizzato una cerimonia di commemorazione, nel Comune di Martigny, alla quale parteciperanno il presidente italiano Sergio Mattarella e quello francese Emmanuel Macron, per i due Paesi, dopo la Svizzera, che hanno il bilancio peggiore in termini di morti (nove per la Francia e sei per l’Italia) e feriti (23 e 14) nel rogo del Constellation. Sempre venerdì, a Roma, nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso sarà celebrata dal cardinale Baldassarre Reina una messa alla quale il premier Meloni ha invitato ministri, alte cariche e anche i leader dell’opposizione per un momento di «unità nazionale».
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Enrico Costa (Imagoeconomica)
Quindi qual è il vero obiettivo di questo prendere tempo?
«Il vero obiettivo è quello di mettere in atto una sorta di piano B: sanno che perderanno il referendum, e quindi hanno studiato il modo per mantenere il potere delle correnti sul Csm nonostante la conferma della riforma da parte degli elettori. Vogliono che il prossimo Csm sia ancora eletto e non sorteggiato, anche in caso di vittoria del sì».
Come si potrebbe arrivare a una situazione di questo tipo?
«Quelli che si oppongono sanno che la riforma ha bisogno di norme attuative, leggi ordinarie, per disciplinare il sorteggio e i due Csm come scritto anche nella norma transitoria della stessa riforma. Sanno quindi che più tardi si celebra il referendum meno tempo c’è per approvare le leggi attuative prima della scadenza di questo Csm, a gennaio 2027, e soprattutto prima della convocazione delle elezioni per il rinnovo, a ottobre-novembre 2026. Rinviando più avanti possibile il referendum e quindi restringendosi la finestra temporale per varare le norme attuative, e aggiungendo magari un ostruzionismo parlamentare su di esse, si potrebbe giungere ad un punto in cui arriva il momento di convocare le elezioni del nuovo Csm senza che siano state approvate le leggi attuative della riforma. A quel punto il fronte del no cercherebbe di forzare la mano invocando l’applicazione delle norme ordinarie esistenti, che prevedono un solo Csm anziché due e l’elezione anziché il sorteggio. Per raggiungere il loro obiettivo, in sostanza, puntano ad arrivare a ottobre-novembre 2026 con la riforma approvata, ma senza leggi attuative. Ovviamente sarebbe un’interpretazione strampalata, ma qualcuno ci proverebbe, come qualcuno sta provando oggi a dire che il referendum non si può indire fino alla fine della raccolta delle firme».
C’è possibilità che questo disegno vada in porto?
«Questo disegno resterà nella mente di chi non si rassegna ad un Csm che non sia più in mano alle correnti, e non troverà applicazione, perché il Parlamento lavorerà per dare attuazione tempestivamente alla riforma».
Teme una invasione di campo di Mattarella per portare avanti questo piano?
«Assolutamente no, ho grande stima ed apprezzamento per l’equilibrio e per la sensibilità del presidente della Repubblica che saprà svolgere il suo ruolo come di consueto nel modo più corretto».
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Nel riquadro Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna (Getty Images)
E in effetti quando gli agenti arrivano ed entrano nell’appartamento trovano un ventiquattrenne egiziano con un coltello in mano che urla qualsiasi cosa e non accenna né a placarsi né ad arrendersi. Anzi, nonostante le condizioni di inferiorità numerica, punta uno dei poliziotti, lo atterra, lo blocca e gli infila ripetutamente il coltello nel petto. Per fortuna il giubbotto in dotazione «rallenta» l’azione della lama. Nel tentativo di fermare lo scalmanato delinquente, il capoequipaggio della Volante prima tenta di bloccargli il braccio mentre affonda i fendenti col coltello, poi estrae l'arma d'ordinanza e spara all’egiziano ferendolo alla gamba. Fady Helmy Abdelmalak Hanna, questo è il nome del nordafricano, era noto alle forze dell’ordine in quanto senza una fissa dimora in Italia con precedenti per resistenza, danneggiamento e occupazione abusiva. Era regolare, ma a questo punto uno domanda: abbiamo davvero bisogno di questa gente? E soprattutto perché era libero? E perché era libero anche Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna? Anch’egli era noto alle forze dell’ordine; anche lui era un osservato speciale nelle stazioni del Nord Italia a tal punto che quando le telecamere lo hanno immortalato, non è stato difficile mettere a fuoco il profilo delinquenziale. Dunque, perché questi vagabondi - armati di coltello per sopravvivere nel Far West dei disperati - possono mettere a rischio le persone perbene?
La questione è sempre la stessa. Ne aveva già parlato anche Belpietro l’altro giorno a proposito dell’omicidio di Aurora Livoli, la ragazza uccisa da un peruviano clandestino, senza fissa dimora e con pericolosi precedenti: Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni. Anche questo signore era assai noto alle nostre questure e ai comandi dei carabinieri perché ne aveva combinate di davvero grosse, sempre per reati a sfondo sessuale. Non solo, era già stato colpito da un ordine di espulsione ma si sa che le vie della burocrazia italiana sono davvero infinite. E varie, tant’è che persino al Cpr dove lo avevano collocato la permanenza è durata poco: una asserita patologia alle vie urinarie, accertata da un medico, gli aveva permesso di uscire. E delinquere, finanche uccidere Aurora. Ci sarebbe anche, almeno secondo le vittime, il nordafricano che ha accoltellato un quindicenne fuori dal cinema di Milano, «reo» di aver cercato di impedire il furto del giubbotto dell’amico. Ma sì, tanto mica c’è la correlazione tra clandestini e delinquenza: sono cose che ci inventiamo da queste parti per vendere i giornali oppure le urlano quei cattivoni del centrodestra per un pugno di voti in più. Purtroppo per i protagonisti del centrosinistra e per i loro gazzettieri, il nesso c’è eccome e non da oggi: già nel 2008 il professore Marzio Barbagli scrisse un libro assai documentato su immigrazione e sicurezza; e importanti report analoghi arrivano da un altro sociologo, Luca Ricolfi. Per non dire delle statistiche che arrivano dal Viminale. Insomma, i dati ci sono per poter affrontare seriamente la questione.
Invece che cosa accade? Accade che, come dicevamo all’inizio, quando le guardie acciuffano i ladri e i delinquenti, poi costoro non finiscono in galera o non vengono isolati affinché non delinquano ulteriormente. Dunque il problema non è nel campo degli agenti (il cui numero e le cui competenze vorremmo sempre che crescessero) ma è nel campo di chi li rimette in libertà approfittando di smagliature legislative o burocratiche. Così quando la gente dice che non ne può più o si lamenta che questi delinquenti «se ne fregano perché non hanno paura» afferma concetti più che comprensibili. Quando mi capita di stare nelle trasmissioni di Paolo Del Debbio o di Mario Giordano e di sentir parlare certi maranza, resto di stucco: è come se davvero non avessero paura di niente. E infatti poi ti ritrovi l’egiziano che assale il poliziotto, il peruviano che uccide la ragazza, il croato che accoltella il capostazione. Le forze dell’ordine li prendono e poi…
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Sergio Mattarella (Ansa)
In pratica, votare il più tardi possibile significa rendere inapplicabili per almeno altri quattro anni le nuove norme. Infatti, se non si vota entro marzo ma più in là nel tempo, allo scadere dell’attuale Csm rischiano di non essere pronti i decreti attuativi che dovranno rendere esecutiva la legge Nordio e, dunque, la componente della magistratura che si oppone alla separazione delle carriere otterrà il risultato di rinnovare il Consiglio con le vecchie regole. Cioè per quattro anni ancora tutto rimarrà così com’è, con le correnti della magistratura a farla da padrone quando si tratta di nominare il capo di una Procura o di decidere sanzioni a carico di un pm o un giudice che ha sbagliato. In barba al volere degli italiani a favore del cambiamento, il gruppo di potere che determina le carriere delle toghe otterrebbe di ritardare l’entrata in vigore della riforma.
Quanto raccontato da Alessandro Sallusti non è un’ipotesi, ma un pericolo concreto, uno sgambetto alla volontà popolare per impedire che la legge di cui si discute da anni entri in vigore. Ma qui non si tratta solo di denunciare le manovre dilatorie della coalizione di magistrati e sinistra che si oppone a cambiare la giustizia. Si tratta anche di capire da che parte sta Sergio Mattarella: se con il Parlamento e con la maggioranza degli italiani che eventualmente approvassero la riforma o con quella parte politica che mira a sabotarne l’applicazione. Il capo dello Stato è vero che secondo la Costituzione ha il ruolo di notaio della Repubblica, e a lui compete la firma di decisioni prese dal governo o dal Parlamento, ma da tempo, anche se non ufficialmente, i suoi interventi indirizzano le scelte politiche. Per di più, da presidente del Csm, Mattarella dovrebbe avere tutto l’interesse a fare in modo che il Consiglio superiore della magistratura sia eletto con norme che godono del consenso della maggioranza degli elettori e non con le vecchie. In altre parole, il presidente dovrebbe stare dalla parte di chi ha fretta di far esprimere gli italiani e non da quella di chi ha intenzione di allontanare l’espressione della volontà popolare allo scopo di continuare a far valere nei tribunali il potere delle correnti.
Il Consiglio superiore della magistratura negli anni scorsi è stato al centro di una serie di scandali che hanno alzato il velo sulle logiche spartitorie delle Procure. Le nomine non erano dettate dalla volontà di assicurare agli italiani giudizi equi e competenti, ma dagli interessi di componenti politicizzate delle toghe. Non erano i più bravi a ricevere la promozione o l’assoluzione dalle accuse loro rivolte ma, come abbiamo scoperto, gli iscritti alle correnti maggioritarie del Csm. Il presidente della Repubblica intende avallare un’operazione che, nel caso in cui gli italiani approvassero la riforma Nordio, consenta di continuare con questo andazzo? Da presidente del Csm, incarico che gli è assegnato dalla Costituzione e non è puramente formale, accetterebbe l’elezione dei membri del Consiglio con regole vecchie, in spregio alla decisione degli italiani? Le domande non sono peregrine perché, come accaduto in passato, la moral suasion del presidente può fare molto, anche evitare l’aggiramento della volontà popolare.
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