True
2022-05-19
Manca il grano, riparte l’invasione
Si è capito da tempo e Bruxelles non fa nulla per smentirlo: l’agricoltura all’Europa non sta simpatica. Neppure ora che mancherà il grano con i prezzi di pane, pasta fuori controllo. Per gli spaghetti non è lontano il traguardo dei 5 euro al chilo, per la michetta si arriverà al doppio con buona pace di chi profetizza: «l’inflazione adda passà». Pare brutto dirlo nel giorno in cui la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager (nota agli italiani perché leggendo male i regolamenti ha fatto fallire le nostre banche senza neppure scusarsi) annuncia di avere sbloccato aiuti di Stato per 1,2 miliardi destinati ai nostri campi ormai asfissiati dal caro-energia, ingessati dalla guerra in Ucraina, desertificati da costi fuori controllo e oggi anche orfani di manodopera: serverebbero almeno 100.000 stagionali, non si trovano e i prossimi raccolti di frutta e verdura potrebbero marcire in pianta.
una mano dà, l’altra...
Com’ è prassi l’Europa con una mano dà e con l’altra toglie. Ursula Von der Leyen col suo vice Frans Timmermans, quello che vuole farci mangiare spremute di fagioli, farina di cavallette e filetto di alligatore del Nilo per non dispiacere a Greta Thunberg e compiacere le multinazionali della nutrizione, hanno annunciato il Repower Ue che serve a staccarsi dal gas della Russia: investimenti per 210 miliardi da qui al 2027 da raccattare un po’ qua e un po’ là. Ne prenderanno parecchi dalla Pac (Politica agricola comune). Ci sono già 8 miliardi accantonati nell’ambito degli interventi del Next generation Ue sul budget dello sviluppo rurale, ma una fetta molto consistente è il capitolo dei cosiddetti ecoschemi. È la parte di politica agricola legata al Green deal che potrebbe essere dirottata a finanziare le nuove fonti energetiche. È un quarto dei 387 miliardi (in cinque anni) di dotazione della Pac.
L’Italia è il Paese più penalizzato: ci toccano 50 miliardi, meno della Spagna, un terzo meno della Germania, quasi la metà della Francia. E anche sugli aiuti sbloccati dalla Vestager siamo stati sottoposti a giro di vite. Non si potranno dare più 30.000 euro per ogni azienda agricola, non più di 400.000 per ogni azienda di trasformazione. Si tratta sempre di fondi in compartecipazione (l’Italia deve emetterci del suo) e sono briciole: 1,2 miliardi diviso per 1,5 milioni di aziende agricole e 70.000 agroalimentari fa 764 euro e spiccioli a testa di quota comunitaria.
La Banca mondiale pare più avvertita della crisi agricola: ha messo sul tavolo altri 12 miliardi per tentare di far diga alla fame.
prospettive pessime
Non se n’è accorta l’Ue che anzi continua a pensare che l’agricoltura sia nemica dell’ambiente e al massimo può servire a produrre bio carburanti. Autorevolissimi funzionari di Bruxelles lo hanno sostenuto in un recente think tank (dicesi pensatoio) convocato da Cargill - il colosso americano dei cereali che fattura 140 miliardi di dollari -, convinti che per sfamarci possiamo rivolgerci altrove.
Peccato che un altro pensatoio proprio ieri qui in Italia abbia lanciato un grido disperato d’allarme sul grano. A Foggia si è celebrato come ogni anno il Durum days con cui Confcooperative chiama a raccolta la filiera del grano duro: dal campo alla pasta. Le prospettive sono pessime. Gli andamenti stagionali fanno ritenere che in Italia non si arriverà a 4 milioni di tonnellate di raccolto, anche dal Canada giungono pessime notizie Non è la devastazione della scorsa campagna (solo 2,6 milioni di tonnellate), ma non si andrà oltre i 5 milioni di tonnellate mentre la Francia è in ginocchio per la siccità. Con questa situazione è molto probabile che si vada alla tesaurizzazione dei raccolti per speculare sulla mancanza di prodotto. I prezzi del duro già ora non scendono dai 544,50 euro a tonnellata. A inizio campagna di raccolta (tra quattro settimane) si stima una flessione di non oltre il 15%, ma già i futures scadenza agosto sono in ascesa.
la guerra non c’entra
La guerra c’entra fino a un certo punto anche se Mosca e Kiev producono il 23% del frumento del mondo. Perché? Semplice quel grano non è per due terzi farina di russi e ucraini. Semmai c’entra chi il grano lo vende. Per sapere se è così basterà guardare i prossimi bilanci di Adm-Archer Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa), Cargill (Usa), Louis Dreyfus Commodities (Francia): le quattro grandi sorelle del chicco. Per il frumento la situazione è di tensione, mancando almeno la metà della produzione ucraina sempre che quella che si raccoglierà arrivi al mercato, è ancora più marcata. Il rischio carestia e di conseguenti rivolte nel sud del mondo è concretissimo. Anche perché la pressione dei prezzi si scarica su tutti gli altri cereali. L’orzo è ai massimi da sei anni, il riso ha subito già aumenti del 25%, ma se mancherà grano duro per la pastificazione è evidente che schizzerà ancora più in alto. Giusto per avere un’idea l’Italia produce 3,9 milioni di tonnellate di pasta. Ci servono quest’anno almeno 2,7 milioni di tonnellate di grano duro e 7 milioni di frumento. Le troveremo pagandole carissime, l’inflazione alimentare andrà oltre il 6%. Ma niente paura, ci sono i soldi dell’Unione europea.
Tre bagni chimici per 1.000 migranti. Verso la peggiore estate di sempre
A Roccella Jonica il sistema d’accoglienza è scoppiato e il sindaco Vittorio Zito avverte: «Tra poco non saremo in grado di poter fornire ai migranti nemmeno un bicchiere d’acqua». Mentre a Lampedusa si è arrivati a quota mille presenze in una struttura da 250 e con solo tre bagni chimici. Il boom della rotta turca, che spinge velieri e pescherecci verso le coste calabresi e salentine, e di quella che partendo dalla Libia orientale, al confine con l’Egitto, spinge verso le coste siciliane, ha portato il totale degli approdi a 15.876. Oltre 2.000 in più rispetto al 2021. E oltre 11.000 in più se si prende in considerazione il 2020.
La situazione si è fatta subito critica. A partire dalla Sicilia. A Lampedusa la scorsa notte sono approdati due barconi, con 168 passeggeri. Li ha rintracciati la Guardia di finanza a 18 miglia dalla costa. Sul primo viaggiavano in 28, provenienti da Marocco e Tunisia, sul secondo, invece, c’erano 17 tunisini. In 62, poi, in arrivo da Egitto, Marocco, Sudan ed Etiopia sono sbarcati a notte inoltrata al molo Favaloro. Gli ultimi ad arrivare sulla più grande delle Pelagie sono stati 61 uomini di varie nazionalità, che sono riusciti a raggiungere autonomamente Cala Croce, dove gli agenti della Guardia di finanza li hanno bloccati. Ora sono tutti stipati nell’hotspot di contrada Imbriacola. La Prefettura è al lavoro per cercare di alleggerire la pressione con qualche trasferimento. Anche perché c’è un altro carico da 470 che da una settimana attende sulla Geo Barents, taxi del mare di Medici senza frontiere. Dalla nave, posizionata al largo di Augusta, è partito il solito pressing sul governo italiano.
L’altro fronte rovente è quello calabrese: a Roccella Jonica è morta una donna afghana di 70 anni che era tra i 96 sbarcati di martedì. Era diabetica ed è andata in arresto cardiocircolatorio a causa delle precarie condizioni di salute. Era anche stata visitata un paio di volte dai medici dell’Usmaf, la struttura sanitaria che dipende dal ministero della Salute, ma non essendo stata considerata da codice rosso è rimasta nella tensostruttura allestita al porto. La Procura di Locri ha aperto un fascicolo e disposto il sequestro della salma per l’autopsia. Anche perché a Roccella permane un grave stato di precarietà sul piano logistico e, soprattutto, igienico-sanitario. Con l’ultimo sbarco, è salito a 18 il numero di approdi nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo dell’anno: 17 a Roccella e uno (con due scafisti russi morti annegati) a Siderno. Ma nei due porti calabresi sono approdate soprattutto barche a vela di provenienza turca: Cinque tra domenica e lunedì, con quasi 500 passeggeri. Le statistiche confermano che la rotta verso la Calabria è in questo momento la preferita dagli scafisti trafficanti di esseri umani. «La prevedibile e forte ripresa degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sta portando nuovamente al collasso le strutture di prima accoglienza e, al tempo stesso, sta mettendo a durissima prova gli agenti della polizia di Stato destinati alle esigenze di servizio connesse agli arrivi», denuncia il segretario generale del Coisp Domenico Pianese. E se in Sicilia «il personale è costretto a turni massacranti, anche di 15 ore al giorno», in Calabria «le attività conseguenti agli innumerevoli sbarchi stanno comportando un allentamento dell’attività di controllo del territorio, distraendo risorse dalla tutela della sicurezza in un’area, peraltro, particolarmente complessa perché vittima della criminalità organizzata».
Il terzo fronte è pugliese. Martedì sera l’ennesima imbarcazione è approdata sulle coste del Salento. Le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno intercettato il natante al largo di Gallipoli. Sulla barca a vela c’erano 38 stranieri provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. I finanzieri del Reparto operativo navale stanno indagando per individuare gli scafisti.
Infine, comincia ad arroventarsi anche la rotta per la Sardegna. Con gli sbarchi di ieri si è arrivati a quota 40 approdi. Dopo un barchino con otto persone a bordo intercettato nel corso della notte dal Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza e scortato fino a Sant'Antioco, ieri mattina sono stati bloccati altri stranieri che si allontanavano a piedi lungo le strade di Pula e Domus de Maria. Inizialmente sono stati fermati 3 algerini, successivamente undici tunisini e, in due distinti momenti, altri due gruppetti di quattro persone. Con buona probabilità hanno viaggiato su altri natanti di fortuna che al momento non sono stati recuperati. Ora sono tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir.
E mentre il governo maltese accusa le Ong di «attaccare» le loro forze armate, dal Viminale tutto tace. Ieri il leader della Lega Matteo Salvini ha sottolineato che «ci sono 20 milioni di donne e uomini africani che rischiano di essere ridotti alla fame per la mancanza di grano e questa rischia di essere un’estate di fame con un’ondata di sbarchi senza precedenti per le nostre coste». Salvini, infine, ha aggiunto che «in Libia deve tornare la presenza italiana, francese ed europea che fino a dieci anni fa c’era, perché ora è divisa tra l’influenza russa e turca». Anche Fratelli d’Italia ha alzato la voce: «Solo in una notte abbiamo assistito a mille sbarchi», ha detto la deputata Augusta Montaruli, che ha aggiunto: «Chiediamo al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese di intervenire immediatamente».
Continua a leggereRiduci
Raffica di sbarchi in Puglia, Calabria e Sardegna. Però come al solito la situazione più drammatica è a Lampedusa. Già oltre 1.000 persone nel centro d’accoglienza e soli tre bagni chimici. È un inferno, ma nessuna notizia di Luciana Lamorgese.A spingere i migranti anche la fame: la crisi ucraina fa mancare le materie prime. E Ursula von der Leyen da una parte dà soldi, dall’altra li toglie.Lo speciale contiene due articoli.Si è capito da tempo e Bruxelles non fa nulla per smentirlo: l’agricoltura all’Europa non sta simpatica. Neppure ora che mancherà il grano con i prezzi di pane, pasta fuori controllo. Per gli spaghetti non è lontano il traguardo dei 5 euro al chilo, per la michetta si arriverà al doppio con buona pace di chi profetizza: «l’inflazione adda passà». Pare brutto dirlo nel giorno in cui la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager (nota agli italiani perché leggendo male i regolamenti ha fatto fallire le nostre banche senza neppure scusarsi) annuncia di avere sbloccato aiuti di Stato per 1,2 miliardi destinati ai nostri campi ormai asfissiati dal caro-energia, ingessati dalla guerra in Ucraina, desertificati da costi fuori controllo e oggi anche orfani di manodopera: serverebbero almeno 100.000 stagionali, non si trovano e i prossimi raccolti di frutta e verdura potrebbero marcire in pianta. una mano dà, l’altra...Com’ è prassi l’Europa con una mano dà e con l’altra toglie. Ursula Von der Leyen col suo vice Frans Timmermans, quello che vuole farci mangiare spremute di fagioli, farina di cavallette e filetto di alligatore del Nilo per non dispiacere a Greta Thunberg e compiacere le multinazionali della nutrizione, hanno annunciato il Repower Ue che serve a staccarsi dal gas della Russia: investimenti per 210 miliardi da qui al 2027 da raccattare un po’ qua e un po’ là. Ne prenderanno parecchi dalla Pac (Politica agricola comune). Ci sono già 8 miliardi accantonati nell’ambito degli interventi del Next generation Ue sul budget dello sviluppo rurale, ma una fetta molto consistente è il capitolo dei cosiddetti ecoschemi. È la parte di politica agricola legata al Green deal che potrebbe essere dirottata a finanziare le nuove fonti energetiche. È un quarto dei 387 miliardi (in cinque anni) di dotazione della Pac.L’Italia è il Paese più penalizzato: ci toccano 50 miliardi, meno della Spagna, un terzo meno della Germania, quasi la metà della Francia. E anche sugli aiuti sbloccati dalla Vestager siamo stati sottoposti a giro di vite. Non si potranno dare più 30.000 euro per ogni azienda agricola, non più di 400.000 per ogni azienda di trasformazione. Si tratta sempre di fondi in compartecipazione (l’Italia deve emetterci del suo) e sono briciole: 1,2 miliardi diviso per 1,5 milioni di aziende agricole e 70.000 agroalimentari fa 764 euro e spiccioli a testa di quota comunitaria. La Banca mondiale pare più avvertita della crisi agricola: ha messo sul tavolo altri 12 miliardi per tentare di far diga alla fame. prospettive pessimeNon se n’è accorta l’Ue che anzi continua a pensare che l’agricoltura sia nemica dell’ambiente e al massimo può servire a produrre bio carburanti. Autorevolissimi funzionari di Bruxelles lo hanno sostenuto in un recente think tank (dicesi pensatoio) convocato da Cargill - il colosso americano dei cereali che fattura 140 miliardi di dollari -, convinti che per sfamarci possiamo rivolgerci altrove.Peccato che un altro pensatoio proprio ieri qui in Italia abbia lanciato un grido disperato d’allarme sul grano. A Foggia si è celebrato come ogni anno il Durum days con cui Confcooperative chiama a raccolta la filiera del grano duro: dal campo alla pasta. Le prospettive sono pessime. Gli andamenti stagionali fanno ritenere che in Italia non si arriverà a 4 milioni di tonnellate di raccolto, anche dal Canada giungono pessime notizie Non è la devastazione della scorsa campagna (solo 2,6 milioni di tonnellate), ma non si andrà oltre i 5 milioni di tonnellate mentre la Francia è in ginocchio per la siccità. Con questa situazione è molto probabile che si vada alla tesaurizzazione dei raccolti per speculare sulla mancanza di prodotto. I prezzi del duro già ora non scendono dai 544,50 euro a tonnellata. A inizio campagna di raccolta (tra quattro settimane) si stima una flessione di non oltre il 15%, ma già i futures scadenza agosto sono in ascesa. la guerra non c’entraLa guerra c’entra fino a un certo punto anche se Mosca e Kiev producono il 23% del frumento del mondo. Perché? Semplice quel grano non è per due terzi farina di russi e ucraini. Semmai c’entra chi il grano lo vende. Per sapere se è così basterà guardare i prossimi bilanci di Adm-Archer Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa), Cargill (Usa), Louis Dreyfus Commodities (Francia): le quattro grandi sorelle del chicco. Per il frumento la situazione è di tensione, mancando almeno la metà della produzione ucraina sempre che quella che si raccoglierà arrivi al mercato, è ancora più marcata. Il rischio carestia e di conseguenti rivolte nel sud del mondo è concretissimo. Anche perché la pressione dei prezzi si scarica su tutti gli altri cereali. L’orzo è ai massimi da sei anni, il riso ha subito già aumenti del 25%, ma se mancherà grano duro per la pastificazione è evidente che schizzerà ancora più in alto. Giusto per avere un’idea l’Italia produce 3,9 milioni di tonnellate di pasta. Ci servono quest’anno almeno 2,7 milioni di tonnellate di grano duro e 7 milioni di frumento. Le troveremo pagandole carissime, l’inflazione alimentare andrà oltre il 6%. Ma niente paura, ci sono i soldi dell’Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manca-il-grano-riparte-linvasione-2657351795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-bagni-chimici-per-1-000-migranti-verso-la-peggiore-estate-di-sempre" data-post-id="2657351795" data-published-at="1652939551" data-use-pagination="False"> Tre bagni chimici per 1.000 migranti. Verso la peggiore estate di sempre A Roccella Jonica il sistema d’accoglienza è scoppiato e il sindaco Vittorio Zito avverte: «Tra poco non saremo in grado di poter fornire ai migranti nemmeno un bicchiere d’acqua». Mentre a Lampedusa si è arrivati a quota mille presenze in una struttura da 250 e con solo tre bagni chimici. Il boom della rotta turca, che spinge velieri e pescherecci verso le coste calabresi e salentine, e di quella che partendo dalla Libia orientale, al confine con l’Egitto, spinge verso le coste siciliane, ha portato il totale degli approdi a 15.876. Oltre 2.000 in più rispetto al 2021. E oltre 11.000 in più se si prende in considerazione il 2020. La situazione si è fatta subito critica. A partire dalla Sicilia. A Lampedusa la scorsa notte sono approdati due barconi, con 168 passeggeri. Li ha rintracciati la Guardia di finanza a 18 miglia dalla costa. Sul primo viaggiavano in 28, provenienti da Marocco e Tunisia, sul secondo, invece, c’erano 17 tunisini. In 62, poi, in arrivo da Egitto, Marocco, Sudan ed Etiopia sono sbarcati a notte inoltrata al molo Favaloro. Gli ultimi ad arrivare sulla più grande delle Pelagie sono stati 61 uomini di varie nazionalità, che sono riusciti a raggiungere autonomamente Cala Croce, dove gli agenti della Guardia di finanza li hanno bloccati. Ora sono tutti stipati nell’hotspot di contrada Imbriacola. La Prefettura è al lavoro per cercare di alleggerire la pressione con qualche trasferimento. Anche perché c’è un altro carico da 470 che da una settimana attende sulla Geo Barents, taxi del mare di Medici senza frontiere. Dalla nave, posizionata al largo di Augusta, è partito il solito pressing sul governo italiano. L’altro fronte rovente è quello calabrese: a Roccella Jonica è morta una donna afghana di 70 anni che era tra i 96 sbarcati di martedì. Era diabetica ed è andata in arresto cardiocircolatorio a causa delle precarie condizioni di salute. Era anche stata visitata un paio di volte dai medici dell’Usmaf, la struttura sanitaria che dipende dal ministero della Salute, ma non essendo stata considerata da codice rosso è rimasta nella tensostruttura allestita al porto. La Procura di Locri ha aperto un fascicolo e disposto il sequestro della salma per l’autopsia. Anche perché a Roccella permane un grave stato di precarietà sul piano logistico e, soprattutto, igienico-sanitario. Con l’ultimo sbarco, è salito a 18 il numero di approdi nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo dell’anno: 17 a Roccella e uno (con due scafisti russi morti annegati) a Siderno. Ma nei due porti calabresi sono approdate soprattutto barche a vela di provenienza turca: Cinque tra domenica e lunedì, con quasi 500 passeggeri. Le statistiche confermano che la rotta verso la Calabria è in questo momento la preferita dagli scafisti trafficanti di esseri umani. «La prevedibile e forte ripresa degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sta portando nuovamente al collasso le strutture di prima accoglienza e, al tempo stesso, sta mettendo a durissima prova gli agenti della polizia di Stato destinati alle esigenze di servizio connesse agli arrivi», denuncia il segretario generale del Coisp Domenico Pianese. E se in Sicilia «il personale è costretto a turni massacranti, anche di 15 ore al giorno», in Calabria «le attività conseguenti agli innumerevoli sbarchi stanno comportando un allentamento dell’attività di controllo del territorio, distraendo risorse dalla tutela della sicurezza in un’area, peraltro, particolarmente complessa perché vittima della criminalità organizzata». Il terzo fronte è pugliese. Martedì sera l’ennesima imbarcazione è approdata sulle coste del Salento. Le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno intercettato il natante al largo di Gallipoli. Sulla barca a vela c’erano 38 stranieri provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. I finanzieri del Reparto operativo navale stanno indagando per individuare gli scafisti. Infine, comincia ad arroventarsi anche la rotta per la Sardegna. Con gli sbarchi di ieri si è arrivati a quota 40 approdi. Dopo un barchino con otto persone a bordo intercettato nel corso della notte dal Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza e scortato fino a Sant'Antioco, ieri mattina sono stati bloccati altri stranieri che si allontanavano a piedi lungo le strade di Pula e Domus de Maria. Inizialmente sono stati fermati 3 algerini, successivamente undici tunisini e, in due distinti momenti, altri due gruppetti di quattro persone. Con buona probabilità hanno viaggiato su altri natanti di fortuna che al momento non sono stati recuperati. Ora sono tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir. E mentre il governo maltese accusa le Ong di «attaccare» le loro forze armate, dal Viminale tutto tace. Ieri il leader della Lega Matteo Salvini ha sottolineato che «ci sono 20 milioni di donne e uomini africani che rischiano di essere ridotti alla fame per la mancanza di grano e questa rischia di essere un’estate di fame con un’ondata di sbarchi senza precedenti per le nostre coste». Salvini, infine, ha aggiunto che «in Libia deve tornare la presenza italiana, francese ed europea che fino a dieci anni fa c’era, perché ora è divisa tra l’influenza russa e turca». Anche Fratelli d’Italia ha alzato la voce: «Solo in una notte abbiamo assistito a mille sbarchi», ha detto la deputata Augusta Montaruli, che ha aggiunto: «Chiediamo al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese di intervenire immediatamente».
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
Continua a leggereRiduci
«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
Continua a leggereRiduci
Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.