True
2022-05-19
Manca il grano, riparte l’invasione
Si è capito da tempo e Bruxelles non fa nulla per smentirlo: l’agricoltura all’Europa non sta simpatica. Neppure ora che mancherà il grano con i prezzi di pane, pasta fuori controllo. Per gli spaghetti non è lontano il traguardo dei 5 euro al chilo, per la michetta si arriverà al doppio con buona pace di chi profetizza: «l’inflazione adda passà». Pare brutto dirlo nel giorno in cui la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager (nota agli italiani perché leggendo male i regolamenti ha fatto fallire le nostre banche senza neppure scusarsi) annuncia di avere sbloccato aiuti di Stato per 1,2 miliardi destinati ai nostri campi ormai asfissiati dal caro-energia, ingessati dalla guerra in Ucraina, desertificati da costi fuori controllo e oggi anche orfani di manodopera: serverebbero almeno 100.000 stagionali, non si trovano e i prossimi raccolti di frutta e verdura potrebbero marcire in pianta.
una mano dà, l’altra...
Com’ è prassi l’Europa con una mano dà e con l’altra toglie. Ursula Von der Leyen col suo vice Frans Timmermans, quello che vuole farci mangiare spremute di fagioli, farina di cavallette e filetto di alligatore del Nilo per non dispiacere a Greta Thunberg e compiacere le multinazionali della nutrizione, hanno annunciato il Repower Ue che serve a staccarsi dal gas della Russia: investimenti per 210 miliardi da qui al 2027 da raccattare un po’ qua e un po’ là. Ne prenderanno parecchi dalla Pac (Politica agricola comune). Ci sono già 8 miliardi accantonati nell’ambito degli interventi del Next generation Ue sul budget dello sviluppo rurale, ma una fetta molto consistente è il capitolo dei cosiddetti ecoschemi. È la parte di politica agricola legata al Green deal che potrebbe essere dirottata a finanziare le nuove fonti energetiche. È un quarto dei 387 miliardi (in cinque anni) di dotazione della Pac.
L’Italia è il Paese più penalizzato: ci toccano 50 miliardi, meno della Spagna, un terzo meno della Germania, quasi la metà della Francia. E anche sugli aiuti sbloccati dalla Vestager siamo stati sottoposti a giro di vite. Non si potranno dare più 30.000 euro per ogni azienda agricola, non più di 400.000 per ogni azienda di trasformazione. Si tratta sempre di fondi in compartecipazione (l’Italia deve emetterci del suo) e sono briciole: 1,2 miliardi diviso per 1,5 milioni di aziende agricole e 70.000 agroalimentari fa 764 euro e spiccioli a testa di quota comunitaria.
La Banca mondiale pare più avvertita della crisi agricola: ha messo sul tavolo altri 12 miliardi per tentare di far diga alla fame.
prospettive pessime
Non se n’è accorta l’Ue che anzi continua a pensare che l’agricoltura sia nemica dell’ambiente e al massimo può servire a produrre bio carburanti. Autorevolissimi funzionari di Bruxelles lo hanno sostenuto in un recente think tank (dicesi pensatoio) convocato da Cargill - il colosso americano dei cereali che fattura 140 miliardi di dollari -, convinti che per sfamarci possiamo rivolgerci altrove.
Peccato che un altro pensatoio proprio ieri qui in Italia abbia lanciato un grido disperato d’allarme sul grano. A Foggia si è celebrato come ogni anno il Durum days con cui Confcooperative chiama a raccolta la filiera del grano duro: dal campo alla pasta. Le prospettive sono pessime. Gli andamenti stagionali fanno ritenere che in Italia non si arriverà a 4 milioni di tonnellate di raccolto, anche dal Canada giungono pessime notizie Non è la devastazione della scorsa campagna (solo 2,6 milioni di tonnellate), ma non si andrà oltre i 5 milioni di tonnellate mentre la Francia è in ginocchio per la siccità. Con questa situazione è molto probabile che si vada alla tesaurizzazione dei raccolti per speculare sulla mancanza di prodotto. I prezzi del duro già ora non scendono dai 544,50 euro a tonnellata. A inizio campagna di raccolta (tra quattro settimane) si stima una flessione di non oltre il 15%, ma già i futures scadenza agosto sono in ascesa.
la guerra non c’entra
La guerra c’entra fino a un certo punto anche se Mosca e Kiev producono il 23% del frumento del mondo. Perché? Semplice quel grano non è per due terzi farina di russi e ucraini. Semmai c’entra chi il grano lo vende. Per sapere se è così basterà guardare i prossimi bilanci di Adm-Archer Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa), Cargill (Usa), Louis Dreyfus Commodities (Francia): le quattro grandi sorelle del chicco. Per il frumento la situazione è di tensione, mancando almeno la metà della produzione ucraina sempre che quella che si raccoglierà arrivi al mercato, è ancora più marcata. Il rischio carestia e di conseguenti rivolte nel sud del mondo è concretissimo. Anche perché la pressione dei prezzi si scarica su tutti gli altri cereali. L’orzo è ai massimi da sei anni, il riso ha subito già aumenti del 25%, ma se mancherà grano duro per la pastificazione è evidente che schizzerà ancora più in alto. Giusto per avere un’idea l’Italia produce 3,9 milioni di tonnellate di pasta. Ci servono quest’anno almeno 2,7 milioni di tonnellate di grano duro e 7 milioni di frumento. Le troveremo pagandole carissime, l’inflazione alimentare andrà oltre il 6%. Ma niente paura, ci sono i soldi dell’Unione europea.
Tre bagni chimici per 1.000 migranti. Verso la peggiore estate di sempre
A Roccella Jonica il sistema d’accoglienza è scoppiato e il sindaco Vittorio Zito avverte: «Tra poco non saremo in grado di poter fornire ai migranti nemmeno un bicchiere d’acqua». Mentre a Lampedusa si è arrivati a quota mille presenze in una struttura da 250 e con solo tre bagni chimici. Il boom della rotta turca, che spinge velieri e pescherecci verso le coste calabresi e salentine, e di quella che partendo dalla Libia orientale, al confine con l’Egitto, spinge verso le coste siciliane, ha portato il totale degli approdi a 15.876. Oltre 2.000 in più rispetto al 2021. E oltre 11.000 in più se si prende in considerazione il 2020.
La situazione si è fatta subito critica. A partire dalla Sicilia. A Lampedusa la scorsa notte sono approdati due barconi, con 168 passeggeri. Li ha rintracciati la Guardia di finanza a 18 miglia dalla costa. Sul primo viaggiavano in 28, provenienti da Marocco e Tunisia, sul secondo, invece, c’erano 17 tunisini. In 62, poi, in arrivo da Egitto, Marocco, Sudan ed Etiopia sono sbarcati a notte inoltrata al molo Favaloro. Gli ultimi ad arrivare sulla più grande delle Pelagie sono stati 61 uomini di varie nazionalità, che sono riusciti a raggiungere autonomamente Cala Croce, dove gli agenti della Guardia di finanza li hanno bloccati. Ora sono tutti stipati nell’hotspot di contrada Imbriacola. La Prefettura è al lavoro per cercare di alleggerire la pressione con qualche trasferimento. Anche perché c’è un altro carico da 470 che da una settimana attende sulla Geo Barents, taxi del mare di Medici senza frontiere. Dalla nave, posizionata al largo di Augusta, è partito il solito pressing sul governo italiano.
L’altro fronte rovente è quello calabrese: a Roccella Jonica è morta una donna afghana di 70 anni che era tra i 96 sbarcati di martedì. Era diabetica ed è andata in arresto cardiocircolatorio a causa delle precarie condizioni di salute. Era anche stata visitata un paio di volte dai medici dell’Usmaf, la struttura sanitaria che dipende dal ministero della Salute, ma non essendo stata considerata da codice rosso è rimasta nella tensostruttura allestita al porto. La Procura di Locri ha aperto un fascicolo e disposto il sequestro della salma per l’autopsia. Anche perché a Roccella permane un grave stato di precarietà sul piano logistico e, soprattutto, igienico-sanitario. Con l’ultimo sbarco, è salito a 18 il numero di approdi nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo dell’anno: 17 a Roccella e uno (con due scafisti russi morti annegati) a Siderno. Ma nei due porti calabresi sono approdate soprattutto barche a vela di provenienza turca: Cinque tra domenica e lunedì, con quasi 500 passeggeri. Le statistiche confermano che la rotta verso la Calabria è in questo momento la preferita dagli scafisti trafficanti di esseri umani. «La prevedibile e forte ripresa degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sta portando nuovamente al collasso le strutture di prima accoglienza e, al tempo stesso, sta mettendo a durissima prova gli agenti della polizia di Stato destinati alle esigenze di servizio connesse agli arrivi», denuncia il segretario generale del Coisp Domenico Pianese. E se in Sicilia «il personale è costretto a turni massacranti, anche di 15 ore al giorno», in Calabria «le attività conseguenti agli innumerevoli sbarchi stanno comportando un allentamento dell’attività di controllo del territorio, distraendo risorse dalla tutela della sicurezza in un’area, peraltro, particolarmente complessa perché vittima della criminalità organizzata».
Il terzo fronte è pugliese. Martedì sera l’ennesima imbarcazione è approdata sulle coste del Salento. Le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno intercettato il natante al largo di Gallipoli. Sulla barca a vela c’erano 38 stranieri provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. I finanzieri del Reparto operativo navale stanno indagando per individuare gli scafisti.
Infine, comincia ad arroventarsi anche la rotta per la Sardegna. Con gli sbarchi di ieri si è arrivati a quota 40 approdi. Dopo un barchino con otto persone a bordo intercettato nel corso della notte dal Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza e scortato fino a Sant'Antioco, ieri mattina sono stati bloccati altri stranieri che si allontanavano a piedi lungo le strade di Pula e Domus de Maria. Inizialmente sono stati fermati 3 algerini, successivamente undici tunisini e, in due distinti momenti, altri due gruppetti di quattro persone. Con buona probabilità hanno viaggiato su altri natanti di fortuna che al momento non sono stati recuperati. Ora sono tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir.
E mentre il governo maltese accusa le Ong di «attaccare» le loro forze armate, dal Viminale tutto tace. Ieri il leader della Lega Matteo Salvini ha sottolineato che «ci sono 20 milioni di donne e uomini africani che rischiano di essere ridotti alla fame per la mancanza di grano e questa rischia di essere un’estate di fame con un’ondata di sbarchi senza precedenti per le nostre coste». Salvini, infine, ha aggiunto che «in Libia deve tornare la presenza italiana, francese ed europea che fino a dieci anni fa c’era, perché ora è divisa tra l’influenza russa e turca». Anche Fratelli d’Italia ha alzato la voce: «Solo in una notte abbiamo assistito a mille sbarchi», ha detto la deputata Augusta Montaruli, che ha aggiunto: «Chiediamo al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese di intervenire immediatamente».
Continua a leggereRiduci
Raffica di sbarchi in Puglia, Calabria e Sardegna. Però come al solito la situazione più drammatica è a Lampedusa. Già oltre 1.000 persone nel centro d’accoglienza e soli tre bagni chimici. È un inferno, ma nessuna notizia di Luciana Lamorgese.A spingere i migranti anche la fame: la crisi ucraina fa mancare le materie prime. E Ursula von der Leyen da una parte dà soldi, dall’altra li toglie.Lo speciale contiene due articoli.Si è capito da tempo e Bruxelles non fa nulla per smentirlo: l’agricoltura all’Europa non sta simpatica. Neppure ora che mancherà il grano con i prezzi di pane, pasta fuori controllo. Per gli spaghetti non è lontano il traguardo dei 5 euro al chilo, per la michetta si arriverà al doppio con buona pace di chi profetizza: «l’inflazione adda passà». Pare brutto dirlo nel giorno in cui la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager (nota agli italiani perché leggendo male i regolamenti ha fatto fallire le nostre banche senza neppure scusarsi) annuncia di avere sbloccato aiuti di Stato per 1,2 miliardi destinati ai nostri campi ormai asfissiati dal caro-energia, ingessati dalla guerra in Ucraina, desertificati da costi fuori controllo e oggi anche orfani di manodopera: serverebbero almeno 100.000 stagionali, non si trovano e i prossimi raccolti di frutta e verdura potrebbero marcire in pianta. una mano dà, l’altra...Com’ è prassi l’Europa con una mano dà e con l’altra toglie. Ursula Von der Leyen col suo vice Frans Timmermans, quello che vuole farci mangiare spremute di fagioli, farina di cavallette e filetto di alligatore del Nilo per non dispiacere a Greta Thunberg e compiacere le multinazionali della nutrizione, hanno annunciato il Repower Ue che serve a staccarsi dal gas della Russia: investimenti per 210 miliardi da qui al 2027 da raccattare un po’ qua e un po’ là. Ne prenderanno parecchi dalla Pac (Politica agricola comune). Ci sono già 8 miliardi accantonati nell’ambito degli interventi del Next generation Ue sul budget dello sviluppo rurale, ma una fetta molto consistente è il capitolo dei cosiddetti ecoschemi. È la parte di politica agricola legata al Green deal che potrebbe essere dirottata a finanziare le nuove fonti energetiche. È un quarto dei 387 miliardi (in cinque anni) di dotazione della Pac.L’Italia è il Paese più penalizzato: ci toccano 50 miliardi, meno della Spagna, un terzo meno della Germania, quasi la metà della Francia. E anche sugli aiuti sbloccati dalla Vestager siamo stati sottoposti a giro di vite. Non si potranno dare più 30.000 euro per ogni azienda agricola, non più di 400.000 per ogni azienda di trasformazione. Si tratta sempre di fondi in compartecipazione (l’Italia deve emetterci del suo) e sono briciole: 1,2 miliardi diviso per 1,5 milioni di aziende agricole e 70.000 agroalimentari fa 764 euro e spiccioli a testa di quota comunitaria. La Banca mondiale pare più avvertita della crisi agricola: ha messo sul tavolo altri 12 miliardi per tentare di far diga alla fame. prospettive pessimeNon se n’è accorta l’Ue che anzi continua a pensare che l’agricoltura sia nemica dell’ambiente e al massimo può servire a produrre bio carburanti. Autorevolissimi funzionari di Bruxelles lo hanno sostenuto in un recente think tank (dicesi pensatoio) convocato da Cargill - il colosso americano dei cereali che fattura 140 miliardi di dollari -, convinti che per sfamarci possiamo rivolgerci altrove.Peccato che un altro pensatoio proprio ieri qui in Italia abbia lanciato un grido disperato d’allarme sul grano. A Foggia si è celebrato come ogni anno il Durum days con cui Confcooperative chiama a raccolta la filiera del grano duro: dal campo alla pasta. Le prospettive sono pessime. Gli andamenti stagionali fanno ritenere che in Italia non si arriverà a 4 milioni di tonnellate di raccolto, anche dal Canada giungono pessime notizie Non è la devastazione della scorsa campagna (solo 2,6 milioni di tonnellate), ma non si andrà oltre i 5 milioni di tonnellate mentre la Francia è in ginocchio per la siccità. Con questa situazione è molto probabile che si vada alla tesaurizzazione dei raccolti per speculare sulla mancanza di prodotto. I prezzi del duro già ora non scendono dai 544,50 euro a tonnellata. A inizio campagna di raccolta (tra quattro settimane) si stima una flessione di non oltre il 15%, ma già i futures scadenza agosto sono in ascesa. la guerra non c’entraLa guerra c’entra fino a un certo punto anche se Mosca e Kiev producono il 23% del frumento del mondo. Perché? Semplice quel grano non è per due terzi farina di russi e ucraini. Semmai c’entra chi il grano lo vende. Per sapere se è così basterà guardare i prossimi bilanci di Adm-Archer Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa), Cargill (Usa), Louis Dreyfus Commodities (Francia): le quattro grandi sorelle del chicco. Per il frumento la situazione è di tensione, mancando almeno la metà della produzione ucraina sempre che quella che si raccoglierà arrivi al mercato, è ancora più marcata. Il rischio carestia e di conseguenti rivolte nel sud del mondo è concretissimo. Anche perché la pressione dei prezzi si scarica su tutti gli altri cereali. L’orzo è ai massimi da sei anni, il riso ha subito già aumenti del 25%, ma se mancherà grano duro per la pastificazione è evidente che schizzerà ancora più in alto. Giusto per avere un’idea l’Italia produce 3,9 milioni di tonnellate di pasta. Ci servono quest’anno almeno 2,7 milioni di tonnellate di grano duro e 7 milioni di frumento. Le troveremo pagandole carissime, l’inflazione alimentare andrà oltre il 6%. Ma niente paura, ci sono i soldi dell’Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manca-il-grano-riparte-linvasione-2657351795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-bagni-chimici-per-1-000-migranti-verso-la-peggiore-estate-di-sempre" data-post-id="2657351795" data-published-at="1652939551" data-use-pagination="False"> Tre bagni chimici per 1.000 migranti. Verso la peggiore estate di sempre A Roccella Jonica il sistema d’accoglienza è scoppiato e il sindaco Vittorio Zito avverte: «Tra poco non saremo in grado di poter fornire ai migranti nemmeno un bicchiere d’acqua». Mentre a Lampedusa si è arrivati a quota mille presenze in una struttura da 250 e con solo tre bagni chimici. Il boom della rotta turca, che spinge velieri e pescherecci verso le coste calabresi e salentine, e di quella che partendo dalla Libia orientale, al confine con l’Egitto, spinge verso le coste siciliane, ha portato il totale degli approdi a 15.876. Oltre 2.000 in più rispetto al 2021. E oltre 11.000 in più se si prende in considerazione il 2020. La situazione si è fatta subito critica. A partire dalla Sicilia. A Lampedusa la scorsa notte sono approdati due barconi, con 168 passeggeri. Li ha rintracciati la Guardia di finanza a 18 miglia dalla costa. Sul primo viaggiavano in 28, provenienti da Marocco e Tunisia, sul secondo, invece, c’erano 17 tunisini. In 62, poi, in arrivo da Egitto, Marocco, Sudan ed Etiopia sono sbarcati a notte inoltrata al molo Favaloro. Gli ultimi ad arrivare sulla più grande delle Pelagie sono stati 61 uomini di varie nazionalità, che sono riusciti a raggiungere autonomamente Cala Croce, dove gli agenti della Guardia di finanza li hanno bloccati. Ora sono tutti stipati nell’hotspot di contrada Imbriacola. La Prefettura è al lavoro per cercare di alleggerire la pressione con qualche trasferimento. Anche perché c’è un altro carico da 470 che da una settimana attende sulla Geo Barents, taxi del mare di Medici senza frontiere. Dalla nave, posizionata al largo di Augusta, è partito il solito pressing sul governo italiano. L’altro fronte rovente è quello calabrese: a Roccella Jonica è morta una donna afghana di 70 anni che era tra i 96 sbarcati di martedì. Era diabetica ed è andata in arresto cardiocircolatorio a causa delle precarie condizioni di salute. Era anche stata visitata un paio di volte dai medici dell’Usmaf, la struttura sanitaria che dipende dal ministero della Salute, ma non essendo stata considerata da codice rosso è rimasta nella tensostruttura allestita al porto. La Procura di Locri ha aperto un fascicolo e disposto il sequestro della salma per l’autopsia. Anche perché a Roccella permane un grave stato di precarietà sul piano logistico e, soprattutto, igienico-sanitario. Con l’ultimo sbarco, è salito a 18 il numero di approdi nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo dell’anno: 17 a Roccella e uno (con due scafisti russi morti annegati) a Siderno. Ma nei due porti calabresi sono approdate soprattutto barche a vela di provenienza turca: Cinque tra domenica e lunedì, con quasi 500 passeggeri. Le statistiche confermano che la rotta verso la Calabria è in questo momento la preferita dagli scafisti trafficanti di esseri umani. «La prevedibile e forte ripresa degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sta portando nuovamente al collasso le strutture di prima accoglienza e, al tempo stesso, sta mettendo a durissima prova gli agenti della polizia di Stato destinati alle esigenze di servizio connesse agli arrivi», denuncia il segretario generale del Coisp Domenico Pianese. E se in Sicilia «il personale è costretto a turni massacranti, anche di 15 ore al giorno», in Calabria «le attività conseguenti agli innumerevoli sbarchi stanno comportando un allentamento dell’attività di controllo del territorio, distraendo risorse dalla tutela della sicurezza in un’area, peraltro, particolarmente complessa perché vittima della criminalità organizzata». Il terzo fronte è pugliese. Martedì sera l’ennesima imbarcazione è approdata sulle coste del Salento. Le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno intercettato il natante al largo di Gallipoli. Sulla barca a vela c’erano 38 stranieri provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. I finanzieri del Reparto operativo navale stanno indagando per individuare gli scafisti. Infine, comincia ad arroventarsi anche la rotta per la Sardegna. Con gli sbarchi di ieri si è arrivati a quota 40 approdi. Dopo un barchino con otto persone a bordo intercettato nel corso della notte dal Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza e scortato fino a Sant'Antioco, ieri mattina sono stati bloccati altri stranieri che si allontanavano a piedi lungo le strade di Pula e Domus de Maria. Inizialmente sono stati fermati 3 algerini, successivamente undici tunisini e, in due distinti momenti, altri due gruppetti di quattro persone. Con buona probabilità hanno viaggiato su altri natanti di fortuna che al momento non sono stati recuperati. Ora sono tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir. E mentre il governo maltese accusa le Ong di «attaccare» le loro forze armate, dal Viminale tutto tace. Ieri il leader della Lega Matteo Salvini ha sottolineato che «ci sono 20 milioni di donne e uomini africani che rischiano di essere ridotti alla fame per la mancanza di grano e questa rischia di essere un’estate di fame con un’ondata di sbarchi senza precedenti per le nostre coste». Salvini, infine, ha aggiunto che «in Libia deve tornare la presenza italiana, francese ed europea che fino a dieci anni fa c’era, perché ora è divisa tra l’influenza russa e turca». Anche Fratelli d’Italia ha alzato la voce: «Solo in una notte abbiamo assistito a mille sbarchi», ha detto la deputata Augusta Montaruli, che ha aggiunto: «Chiediamo al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese di intervenire immediatamente».
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
Continua a leggereRiduci