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2022-05-19
Manca il grano, riparte l’invasione
Si è capito da tempo e Bruxelles non fa nulla per smentirlo: l’agricoltura all’Europa non sta simpatica. Neppure ora che mancherà il grano con i prezzi di pane, pasta fuori controllo. Per gli spaghetti non è lontano il traguardo dei 5 euro al chilo, per la michetta si arriverà al doppio con buona pace di chi profetizza: «l’inflazione adda passà». Pare brutto dirlo nel giorno in cui la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager (nota agli italiani perché leggendo male i regolamenti ha fatto fallire le nostre banche senza neppure scusarsi) annuncia di avere sbloccato aiuti di Stato per 1,2 miliardi destinati ai nostri campi ormai asfissiati dal caro-energia, ingessati dalla guerra in Ucraina, desertificati da costi fuori controllo e oggi anche orfani di manodopera: serverebbero almeno 100.000 stagionali, non si trovano e i prossimi raccolti di frutta e verdura potrebbero marcire in pianta.
una mano dà, l’altra...
Com’ è prassi l’Europa con una mano dà e con l’altra toglie. Ursula Von der Leyen col suo vice Frans Timmermans, quello che vuole farci mangiare spremute di fagioli, farina di cavallette e filetto di alligatore del Nilo per non dispiacere a Greta Thunberg e compiacere le multinazionali della nutrizione, hanno annunciato il Repower Ue che serve a staccarsi dal gas della Russia: investimenti per 210 miliardi da qui al 2027 da raccattare un po’ qua e un po’ là. Ne prenderanno parecchi dalla Pac (Politica agricola comune). Ci sono già 8 miliardi accantonati nell’ambito degli interventi del Next generation Ue sul budget dello sviluppo rurale, ma una fetta molto consistente è il capitolo dei cosiddetti ecoschemi. È la parte di politica agricola legata al Green deal che potrebbe essere dirottata a finanziare le nuove fonti energetiche. È un quarto dei 387 miliardi (in cinque anni) di dotazione della Pac.
L’Italia è il Paese più penalizzato: ci toccano 50 miliardi, meno della Spagna, un terzo meno della Germania, quasi la metà della Francia. E anche sugli aiuti sbloccati dalla Vestager siamo stati sottoposti a giro di vite. Non si potranno dare più 30.000 euro per ogni azienda agricola, non più di 400.000 per ogni azienda di trasformazione. Si tratta sempre di fondi in compartecipazione (l’Italia deve emetterci del suo) e sono briciole: 1,2 miliardi diviso per 1,5 milioni di aziende agricole e 70.000 agroalimentari fa 764 euro e spiccioli a testa di quota comunitaria.
La Banca mondiale pare più avvertita della crisi agricola: ha messo sul tavolo altri 12 miliardi per tentare di far diga alla fame.
prospettive pessime
Non se n’è accorta l’Ue che anzi continua a pensare che l’agricoltura sia nemica dell’ambiente e al massimo può servire a produrre bio carburanti. Autorevolissimi funzionari di Bruxelles lo hanno sostenuto in un recente think tank (dicesi pensatoio) convocato da Cargill - il colosso americano dei cereali che fattura 140 miliardi di dollari -, convinti che per sfamarci possiamo rivolgerci altrove.
Peccato che un altro pensatoio proprio ieri qui in Italia abbia lanciato un grido disperato d’allarme sul grano. A Foggia si è celebrato come ogni anno il Durum days con cui Confcooperative chiama a raccolta la filiera del grano duro: dal campo alla pasta. Le prospettive sono pessime. Gli andamenti stagionali fanno ritenere che in Italia non si arriverà a 4 milioni di tonnellate di raccolto, anche dal Canada giungono pessime notizie Non è la devastazione della scorsa campagna (solo 2,6 milioni di tonnellate), ma non si andrà oltre i 5 milioni di tonnellate mentre la Francia è in ginocchio per la siccità. Con questa situazione è molto probabile che si vada alla tesaurizzazione dei raccolti per speculare sulla mancanza di prodotto. I prezzi del duro già ora non scendono dai 544,50 euro a tonnellata. A inizio campagna di raccolta (tra quattro settimane) si stima una flessione di non oltre il 15%, ma già i futures scadenza agosto sono in ascesa.
la guerra non c’entra
La guerra c’entra fino a un certo punto anche se Mosca e Kiev producono il 23% del frumento del mondo. Perché? Semplice quel grano non è per due terzi farina di russi e ucraini. Semmai c’entra chi il grano lo vende. Per sapere se è così basterà guardare i prossimi bilanci di Adm-Archer Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa), Cargill (Usa), Louis Dreyfus Commodities (Francia): le quattro grandi sorelle del chicco. Per il frumento la situazione è di tensione, mancando almeno la metà della produzione ucraina sempre che quella che si raccoglierà arrivi al mercato, è ancora più marcata. Il rischio carestia e di conseguenti rivolte nel sud del mondo è concretissimo. Anche perché la pressione dei prezzi si scarica su tutti gli altri cereali. L’orzo è ai massimi da sei anni, il riso ha subito già aumenti del 25%, ma se mancherà grano duro per la pastificazione è evidente che schizzerà ancora più in alto. Giusto per avere un’idea l’Italia produce 3,9 milioni di tonnellate di pasta. Ci servono quest’anno almeno 2,7 milioni di tonnellate di grano duro e 7 milioni di frumento. Le troveremo pagandole carissime, l’inflazione alimentare andrà oltre il 6%. Ma niente paura, ci sono i soldi dell’Unione europea.
Tre bagni chimici per 1.000 migranti. Verso la peggiore estate di sempre
A Roccella Jonica il sistema d’accoglienza è scoppiato e il sindaco Vittorio Zito avverte: «Tra poco non saremo in grado di poter fornire ai migranti nemmeno un bicchiere d’acqua». Mentre a Lampedusa si è arrivati a quota mille presenze in una struttura da 250 e con solo tre bagni chimici. Il boom della rotta turca, che spinge velieri e pescherecci verso le coste calabresi e salentine, e di quella che partendo dalla Libia orientale, al confine con l’Egitto, spinge verso le coste siciliane, ha portato il totale degli approdi a 15.876. Oltre 2.000 in più rispetto al 2021. E oltre 11.000 in più se si prende in considerazione il 2020.
La situazione si è fatta subito critica. A partire dalla Sicilia. A Lampedusa la scorsa notte sono approdati due barconi, con 168 passeggeri. Li ha rintracciati la Guardia di finanza a 18 miglia dalla costa. Sul primo viaggiavano in 28, provenienti da Marocco e Tunisia, sul secondo, invece, c’erano 17 tunisini. In 62, poi, in arrivo da Egitto, Marocco, Sudan ed Etiopia sono sbarcati a notte inoltrata al molo Favaloro. Gli ultimi ad arrivare sulla più grande delle Pelagie sono stati 61 uomini di varie nazionalità, che sono riusciti a raggiungere autonomamente Cala Croce, dove gli agenti della Guardia di finanza li hanno bloccati. Ora sono tutti stipati nell’hotspot di contrada Imbriacola. La Prefettura è al lavoro per cercare di alleggerire la pressione con qualche trasferimento. Anche perché c’è un altro carico da 470 che da una settimana attende sulla Geo Barents, taxi del mare di Medici senza frontiere. Dalla nave, posizionata al largo di Augusta, è partito il solito pressing sul governo italiano.
L’altro fronte rovente è quello calabrese: a Roccella Jonica è morta una donna afghana di 70 anni che era tra i 96 sbarcati di martedì. Era diabetica ed è andata in arresto cardiocircolatorio a causa delle precarie condizioni di salute. Era anche stata visitata un paio di volte dai medici dell’Usmaf, la struttura sanitaria che dipende dal ministero della Salute, ma non essendo stata considerata da codice rosso è rimasta nella tensostruttura allestita al porto. La Procura di Locri ha aperto un fascicolo e disposto il sequestro della salma per l’autopsia. Anche perché a Roccella permane un grave stato di precarietà sul piano logistico e, soprattutto, igienico-sanitario. Con l’ultimo sbarco, è salito a 18 il numero di approdi nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo dell’anno: 17 a Roccella e uno (con due scafisti russi morti annegati) a Siderno. Ma nei due porti calabresi sono approdate soprattutto barche a vela di provenienza turca: Cinque tra domenica e lunedì, con quasi 500 passeggeri. Le statistiche confermano che la rotta verso la Calabria è in questo momento la preferita dagli scafisti trafficanti di esseri umani. «La prevedibile e forte ripresa degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sta portando nuovamente al collasso le strutture di prima accoglienza e, al tempo stesso, sta mettendo a durissima prova gli agenti della polizia di Stato destinati alle esigenze di servizio connesse agli arrivi», denuncia il segretario generale del Coisp Domenico Pianese. E se in Sicilia «il personale è costretto a turni massacranti, anche di 15 ore al giorno», in Calabria «le attività conseguenti agli innumerevoli sbarchi stanno comportando un allentamento dell’attività di controllo del territorio, distraendo risorse dalla tutela della sicurezza in un’area, peraltro, particolarmente complessa perché vittima della criminalità organizzata».
Il terzo fronte è pugliese. Martedì sera l’ennesima imbarcazione è approdata sulle coste del Salento. Le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno intercettato il natante al largo di Gallipoli. Sulla barca a vela c’erano 38 stranieri provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. I finanzieri del Reparto operativo navale stanno indagando per individuare gli scafisti.
Infine, comincia ad arroventarsi anche la rotta per la Sardegna. Con gli sbarchi di ieri si è arrivati a quota 40 approdi. Dopo un barchino con otto persone a bordo intercettato nel corso della notte dal Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza e scortato fino a Sant'Antioco, ieri mattina sono stati bloccati altri stranieri che si allontanavano a piedi lungo le strade di Pula e Domus de Maria. Inizialmente sono stati fermati 3 algerini, successivamente undici tunisini e, in due distinti momenti, altri due gruppetti di quattro persone. Con buona probabilità hanno viaggiato su altri natanti di fortuna che al momento non sono stati recuperati. Ora sono tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir.
E mentre il governo maltese accusa le Ong di «attaccare» le loro forze armate, dal Viminale tutto tace. Ieri il leader della Lega Matteo Salvini ha sottolineato che «ci sono 20 milioni di donne e uomini africani che rischiano di essere ridotti alla fame per la mancanza di grano e questa rischia di essere un’estate di fame con un’ondata di sbarchi senza precedenti per le nostre coste». Salvini, infine, ha aggiunto che «in Libia deve tornare la presenza italiana, francese ed europea che fino a dieci anni fa c’era, perché ora è divisa tra l’influenza russa e turca». Anche Fratelli d’Italia ha alzato la voce: «Solo in una notte abbiamo assistito a mille sbarchi», ha detto la deputata Augusta Montaruli, che ha aggiunto: «Chiediamo al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese di intervenire immediatamente».
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Raffica di sbarchi in Puglia, Calabria e Sardegna. Però come al solito la situazione più drammatica è a Lampedusa. Già oltre 1.000 persone nel centro d’accoglienza e soli tre bagni chimici. È un inferno, ma nessuna notizia di Luciana Lamorgese.A spingere i migranti anche la fame: la crisi ucraina fa mancare le materie prime. E Ursula von der Leyen da una parte dà soldi, dall’altra li toglie.Lo speciale contiene due articoli.Si è capito da tempo e Bruxelles non fa nulla per smentirlo: l’agricoltura all’Europa non sta simpatica. Neppure ora che mancherà il grano con i prezzi di pane, pasta fuori controllo. Per gli spaghetti non è lontano il traguardo dei 5 euro al chilo, per la michetta si arriverà al doppio con buona pace di chi profetizza: «l’inflazione adda passà». Pare brutto dirlo nel giorno in cui la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager (nota agli italiani perché leggendo male i regolamenti ha fatto fallire le nostre banche senza neppure scusarsi) annuncia di avere sbloccato aiuti di Stato per 1,2 miliardi destinati ai nostri campi ormai asfissiati dal caro-energia, ingessati dalla guerra in Ucraina, desertificati da costi fuori controllo e oggi anche orfani di manodopera: serverebbero almeno 100.000 stagionali, non si trovano e i prossimi raccolti di frutta e verdura potrebbero marcire in pianta. una mano dà, l’altra...Com’ è prassi l’Europa con una mano dà e con l’altra toglie. Ursula Von der Leyen col suo vice Frans Timmermans, quello che vuole farci mangiare spremute di fagioli, farina di cavallette e filetto di alligatore del Nilo per non dispiacere a Greta Thunberg e compiacere le multinazionali della nutrizione, hanno annunciato il Repower Ue che serve a staccarsi dal gas della Russia: investimenti per 210 miliardi da qui al 2027 da raccattare un po’ qua e un po’ là. Ne prenderanno parecchi dalla Pac (Politica agricola comune). Ci sono già 8 miliardi accantonati nell’ambito degli interventi del Next generation Ue sul budget dello sviluppo rurale, ma una fetta molto consistente è il capitolo dei cosiddetti ecoschemi. È la parte di politica agricola legata al Green deal che potrebbe essere dirottata a finanziare le nuove fonti energetiche. È un quarto dei 387 miliardi (in cinque anni) di dotazione della Pac.L’Italia è il Paese più penalizzato: ci toccano 50 miliardi, meno della Spagna, un terzo meno della Germania, quasi la metà della Francia. E anche sugli aiuti sbloccati dalla Vestager siamo stati sottoposti a giro di vite. Non si potranno dare più 30.000 euro per ogni azienda agricola, non più di 400.000 per ogni azienda di trasformazione. Si tratta sempre di fondi in compartecipazione (l’Italia deve emetterci del suo) e sono briciole: 1,2 miliardi diviso per 1,5 milioni di aziende agricole e 70.000 agroalimentari fa 764 euro e spiccioli a testa di quota comunitaria. La Banca mondiale pare più avvertita della crisi agricola: ha messo sul tavolo altri 12 miliardi per tentare di far diga alla fame. prospettive pessimeNon se n’è accorta l’Ue che anzi continua a pensare che l’agricoltura sia nemica dell’ambiente e al massimo può servire a produrre bio carburanti. Autorevolissimi funzionari di Bruxelles lo hanno sostenuto in un recente think tank (dicesi pensatoio) convocato da Cargill - il colosso americano dei cereali che fattura 140 miliardi di dollari -, convinti che per sfamarci possiamo rivolgerci altrove.Peccato che un altro pensatoio proprio ieri qui in Italia abbia lanciato un grido disperato d’allarme sul grano. A Foggia si è celebrato come ogni anno il Durum days con cui Confcooperative chiama a raccolta la filiera del grano duro: dal campo alla pasta. Le prospettive sono pessime. Gli andamenti stagionali fanno ritenere che in Italia non si arriverà a 4 milioni di tonnellate di raccolto, anche dal Canada giungono pessime notizie Non è la devastazione della scorsa campagna (solo 2,6 milioni di tonnellate), ma non si andrà oltre i 5 milioni di tonnellate mentre la Francia è in ginocchio per la siccità. Con questa situazione è molto probabile che si vada alla tesaurizzazione dei raccolti per speculare sulla mancanza di prodotto. I prezzi del duro già ora non scendono dai 544,50 euro a tonnellata. A inizio campagna di raccolta (tra quattro settimane) si stima una flessione di non oltre il 15%, ma già i futures scadenza agosto sono in ascesa. la guerra non c’entraLa guerra c’entra fino a un certo punto anche se Mosca e Kiev producono il 23% del frumento del mondo. Perché? Semplice quel grano non è per due terzi farina di russi e ucraini. Semmai c’entra chi il grano lo vende. Per sapere se è così basterà guardare i prossimi bilanci di Adm-Archer Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa), Cargill (Usa), Louis Dreyfus Commodities (Francia): le quattro grandi sorelle del chicco. Per il frumento la situazione è di tensione, mancando almeno la metà della produzione ucraina sempre che quella che si raccoglierà arrivi al mercato, è ancora più marcata. Il rischio carestia e di conseguenti rivolte nel sud del mondo è concretissimo. Anche perché la pressione dei prezzi si scarica su tutti gli altri cereali. L’orzo è ai massimi da sei anni, il riso ha subito già aumenti del 25%, ma se mancherà grano duro per la pastificazione è evidente che schizzerà ancora più in alto. Giusto per avere un’idea l’Italia produce 3,9 milioni di tonnellate di pasta. Ci servono quest’anno almeno 2,7 milioni di tonnellate di grano duro e 7 milioni di frumento. Le troveremo pagandole carissime, l’inflazione alimentare andrà oltre il 6%. Ma niente paura, ci sono i soldi dell’Unione europea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/manca-il-grano-riparte-linvasione-2657351795.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-bagni-chimici-per-1-000-migranti-verso-la-peggiore-estate-di-sempre" data-post-id="2657351795" data-published-at="1652939551" data-use-pagination="False"> Tre bagni chimici per 1.000 migranti. Verso la peggiore estate di sempre A Roccella Jonica il sistema d’accoglienza è scoppiato e il sindaco Vittorio Zito avverte: «Tra poco non saremo in grado di poter fornire ai migranti nemmeno un bicchiere d’acqua». Mentre a Lampedusa si è arrivati a quota mille presenze in una struttura da 250 e con solo tre bagni chimici. Il boom della rotta turca, che spinge velieri e pescherecci verso le coste calabresi e salentine, e di quella che partendo dalla Libia orientale, al confine con l’Egitto, spinge verso le coste siciliane, ha portato il totale degli approdi a 15.876. Oltre 2.000 in più rispetto al 2021. E oltre 11.000 in più se si prende in considerazione il 2020. La situazione si è fatta subito critica. A partire dalla Sicilia. A Lampedusa la scorsa notte sono approdati due barconi, con 168 passeggeri. Li ha rintracciati la Guardia di finanza a 18 miglia dalla costa. Sul primo viaggiavano in 28, provenienti da Marocco e Tunisia, sul secondo, invece, c’erano 17 tunisini. In 62, poi, in arrivo da Egitto, Marocco, Sudan ed Etiopia sono sbarcati a notte inoltrata al molo Favaloro. Gli ultimi ad arrivare sulla più grande delle Pelagie sono stati 61 uomini di varie nazionalità, che sono riusciti a raggiungere autonomamente Cala Croce, dove gli agenti della Guardia di finanza li hanno bloccati. Ora sono tutti stipati nell’hotspot di contrada Imbriacola. La Prefettura è al lavoro per cercare di alleggerire la pressione con qualche trasferimento. Anche perché c’è un altro carico da 470 che da una settimana attende sulla Geo Barents, taxi del mare di Medici senza frontiere. Dalla nave, posizionata al largo di Augusta, è partito il solito pressing sul governo italiano. L’altro fronte rovente è quello calabrese: a Roccella Jonica è morta una donna afghana di 70 anni che era tra i 96 sbarcati di martedì. Era diabetica ed è andata in arresto cardiocircolatorio a causa delle precarie condizioni di salute. Era anche stata visitata un paio di volte dai medici dell’Usmaf, la struttura sanitaria che dipende dal ministero della Salute, ma non essendo stata considerata da codice rosso è rimasta nella tensostruttura allestita al porto. La Procura di Locri ha aperto un fascicolo e disposto il sequestro della salma per l’autopsia. Anche perché a Roccella permane un grave stato di precarietà sul piano logistico e, soprattutto, igienico-sanitario. Con l’ultimo sbarco, è salito a 18 il numero di approdi nel tratto di costa della Locride in questi primi quattro mesi e mezzo dell’anno: 17 a Roccella e uno (con due scafisti russi morti annegati) a Siderno. Ma nei due porti calabresi sono approdate soprattutto barche a vela di provenienza turca: Cinque tra domenica e lunedì, con quasi 500 passeggeri. Le statistiche confermano che la rotta verso la Calabria è in questo momento la preferita dagli scafisti trafficanti di esseri umani. «La prevedibile e forte ripresa degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sta portando nuovamente al collasso le strutture di prima accoglienza e, al tempo stesso, sta mettendo a durissima prova gli agenti della polizia di Stato destinati alle esigenze di servizio connesse agli arrivi», denuncia il segretario generale del Coisp Domenico Pianese. E se in Sicilia «il personale è costretto a turni massacranti, anche di 15 ore al giorno», in Calabria «le attività conseguenti agli innumerevoli sbarchi stanno comportando un allentamento dell’attività di controllo del territorio, distraendo risorse dalla tutela della sicurezza in un’area, peraltro, particolarmente complessa perché vittima della criminalità organizzata». Il terzo fronte è pugliese. Martedì sera l’ennesima imbarcazione è approdata sulle coste del Salento. Le motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza hanno intercettato il natante al largo di Gallipoli. Sulla barca a vela c’erano 38 stranieri provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. I finanzieri del Reparto operativo navale stanno indagando per individuare gli scafisti. Infine, comincia ad arroventarsi anche la rotta per la Sardegna. Con gli sbarchi di ieri si è arrivati a quota 40 approdi. Dopo un barchino con otto persone a bordo intercettato nel corso della notte dal Reparto operativo aeronavale della Guardia di finanza e scortato fino a Sant'Antioco, ieri mattina sono stati bloccati altri stranieri che si allontanavano a piedi lungo le strade di Pula e Domus de Maria. Inizialmente sono stati fermati 3 algerini, successivamente undici tunisini e, in due distinti momenti, altri due gruppetti di quattro persone. Con buona probabilità hanno viaggiato su altri natanti di fortuna che al momento non sono stati recuperati. Ora sono tutti nel centro di prima accoglienza di Monastir. E mentre il governo maltese accusa le Ong di «attaccare» le loro forze armate, dal Viminale tutto tace. Ieri il leader della Lega Matteo Salvini ha sottolineato che «ci sono 20 milioni di donne e uomini africani che rischiano di essere ridotti alla fame per la mancanza di grano e questa rischia di essere un’estate di fame con un’ondata di sbarchi senza precedenti per le nostre coste». Salvini, infine, ha aggiunto che «in Libia deve tornare la presenza italiana, francese ed europea che fino a dieci anni fa c’era, perché ora è divisa tra l’influenza russa e turca». Anche Fratelli d’Italia ha alzato la voce: «Solo in una notte abbiamo assistito a mille sbarchi», ha detto la deputata Augusta Montaruli, che ha aggiunto: «Chiediamo al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese di intervenire immediatamente».
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.