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2026-04-13
Altro che bus gratis e affitti ridotti. La New York di Mamdani è solo fuffa
Il primo cittadino di New York, Zohran Mamdani (Getty Images)
- A quattro mesi dall’insediamento, il sindaco dem osannato dalle sinistre di mezzo mondo ha fatto dietrofront su tutte le sue promesse elettorali. Non basta: ha pure annunciato un piano di tagli alla spesa per 1,7 miliardi.
- Le imposte erano già tra le più alte degli Usa. I nuovi balzelli stanno spostando imprenditori e manager verso la Florida.
Lo speciale contiene due articoli.
A ormai quattro mesi dall’insediamento alla guida di New York, il bilancio politico di Zohran Mamdani, sindaco socialista musulmano della città, appare già segnato da un evidente scarto tra le tante promesse elettorali e le decisioni adottate una volta entrato a City Hall. La campagna che lo aveva portato alla vittoria era stata costruita attorno a un messaggio chiaro: rendere la città più accessibile, alleggerire il peso degli affitti e intervenire sul sistema scolastico per migliorare le condizioni di apprendimento e garantire trasporti gratis. Oggi, tuttavia, molte di quelle priorità vengono ridimensionate, frenate da vincoli di bilancio che l’amministrazione ha indicato come ostacolo principale all’attuazione del programma. Ma questo si sapeva anche prima, così come si sapeva che i supermercati a prezzi calmierati promessi da Mamdani erano pura illusione, così come i trasporti pubblici gratuiti. Infatti nessuno li ha visti.
Il primo nodo riguarda proprio la politica abitativa, cuore dell’impegno elettorale. Mamdani aveva promesso interventi decisi per contenere i costi degli alloggi e ampliare i sostegni alle famiglie in difficoltà. In particolare, durante la campagna aveva assicurato che avrebbe ritirato il ricorso legale contro l’espansione del programma CityFheps, un sistema di buoni affitto finanziato dalla città per aiutare i residenti a uscire dai rifugi e trovare una sistemazione stabile. Una volta eletto, però, la linea è subito cambiata. L’amministrazione ha deciso di proseguire il contenzioso avviato dalla precedente gestione, sostenendo che l’estensione del programma comporterebbe costi troppo elevati per le casse comunali.
La decisione ha provocato immediate reazioni critiche. Il programma, che attualmente pesa per circa 1,2 miliardi di dollari, rappresenta un sostegno essenziale per decine di migliaia di famiglie. Le stime indicano che entro il 2030 il costo potrebbe salire fino a 4,7 miliardi, mentre circa 68.000 nuclei familiari dipendono già oggi da questa misura. La scelta di non ritirare il ricorso è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di continuità con l’amministrazione precedente, in aperto contrasto con l’impegno assunto in campagna elettorale. Le critiche sono arrivate sia dal mondo delle organizzazioni sociali sia dal consiglio comunale. Diversi esponenti hanno sottolineato come il mantenimento della battaglia legale rischi di rallentare l’accesso a soluzioni abitative stabili per migliaia di cittadini. Alcuni hanno parlato esplicitamente di promessa non mantenuta, evidenziando come il cambio di rotta abbia inciso su uno dei punti più simbolici del programma elettorale. Anche le associazioni impegnate nella gestione dei rifugi per senzatetto hanno espresso la loro preoccupazione, sostenendo che il programma rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’emergenza abitativa.
Allo stesso tempo, un secondo pilastro della campagna, quello relativo all’istruzione, sembra subire lo stesso destino. Mamdani aveva indicato la riduzione del numero di studenti per classe come intervento prioritario per migliorare la qualità dell’insegnamento nelle scuole pubbliche. Tuttavia, per contribuire al riequilibrio dei conti, l’amministrazione starebbe valutando il rinvio dell’applicazione della normativa statale che impone classi meno numerose. Il provvedimento richiederebbe l’assunzione di oltre 10.000 insegnanti, con un impatto significativo sul bilancio cittadino. Anche in questo caso, la promessa elettorale è stata sospesa di fronte alle difficoltà finanziarie.
Il contesto economico rappresenta il principale argomento difensivo dell’amministrazione, un po’ come fa Silvia Salis a Genova. Mamdani ha annunciato un piano di riduzione della spesa pari a 1,7 miliardi di dollari, necessario per affrontare un deficit stimato in 5,4 miliardi nei prossimi due anni. L’obiettivo dichiarato è mantenere l’equilibrio dei conti senza compromettere i servizi essenziali. Tuttavia, proprio queste misure di contenimento stanno incidendo sulle politiche che avevano caratterizzato la campagna elettorale, alimentando la percezione di un chiaro arretramento rispetto agli impegni iniziali.
Anche sul piano istituzionale il confronto si fa più complesso. Lo Stato di New York ha fatto sapere di essere disponibile a collaborare per ridurre il disavanzo, ma solo dopo che la città avrà individuato risparmi concreti e sostenibili, che ancora non sono stati presentati. Ciò aumenta la pressione sull’amministrazione, chiamata a presentare un bilancio esecutivo entro la fine di aprile e a ottenere l’approvazione definitiva entro il primo luglio. In questo contesto, le scelte politiche sono sempre più condizionate dalla necessità di contenere la spesa. Le reazioni politiche e sociali riflettono una crescente delusione da parte dell’elettorato che aveva sostenuto Mamdani. La promessa di rendere New York più accessibile, soprattutto sul fronte abitativo, rappresentava uno dei messaggi più forti della sua candidatura. Oggi, invece, le decisioni adottate vanno nella direzione opposta, con interventi rinviati o ridimensionati. La stessa volontà di proseguire il ricorso sul programma CityFheps è diventata il simbolo di questa distanza tra impegni e realtà amministrativa.
Nel complesso, l’inizio del mandato evidenzia una chiara difficoltà nel tradurre le proposte in azioni concrete, a parte gli annunci. Le scelte finora adottate mostrano un’amministrazione costretta a rivedere le priorità, ma anche del tutto incapace, almeno fino ad oggi, di mantenere le promesse che avevano sostenuto la vittoria elettorale. Tra vincoli finanziari, pressioni istituzionali e critiche politiche, la leadership di Mamdani si trova a dover recuperare credibilità. In definitiva, a quattro mesi dall’insediamento, il bilancio appare già chiaro: le promesse sono rimaste slogan, mentre le scelte concrete raccontano tutt’altra storia. Tra marce indietro, rinvii e giustificazioni contabili, l’agenda del cambiamento si è rapidamente trasformata in un esercizio di prudenza amministrativa. Il rischio evidente è che la distanza tra retorica elettorale e realtà di governo diventi strutturale. Perché governare una città complessa come New York è difficile, ma promettere ciò che non si può mantenere lo è molto meno. E, per ora, l’unica cosa davvero accessibile sembra essere il catalogo delle promesse disattese.
La tassazione record ha fatto fuggire 125.000 contribuenti
Sempre più contribuenti ad alto reddito stanno lasciando New York, attratti da sistemi fiscali più leggeri, da un costo della vita inferiore e da un modello abitativo considerato più vantaggioso. Quella che per decenni è stata la capitale finanziaria globale sta vivendo una trasformazione discreta ma significativa, destinata a incidere direttamente sui conti pubblici e sull’equilibrio economico della città.
Il fenomeno non è recente, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più evidenti. Manager della finanza, imprenditori tecnologici e investitori immobiliari stanno trasferendo residenza e attività verso destinazioni come Miami, Palm Beach e Austin, con una particolare attrazione per la Florida, dove la pressione fiscale è più contenuta e il costo complessivo della vita risulta spesso inferiore rispetto a Manhattan o Brooklyn.
Centoventicinquemila. È il numero che sintetizza la portata del fenomeno e che sta alimentando il dibattito tra gli economisti e gli analisti. Si tratta dei contribuenti facoltosi, inclusi molti ultra-ricchi, che hanno deciso di lasciare lo Stato di New York per trasferirsi altrove, soprattutto in Florida e in Texas. Una scelta strategica che ha prodotto una riduzione stimata di circa 14 miliardi di dollari di gettito fiscale. Un ammanco rilevante, che ha spinto le autorità a riconoscere la dimensione del problema e a valutare possibili contromisure. La Florida, spesso descritta come un «paradiso fiscale» interno agli Stati Uniti, attira investitori e imprenditori per l’assenza di un’imposta statale sul reddito personale. A questo si aggiungono aliquote societarie contenute, l’assenza di imposte statali sulle successioni e sulle donazioni e, più in generale, una pressione fiscale complessivamente ridotta.
Il confronto con New York è netto. Nello Stato di New York l’imposta sul reddito può arrivare fino al 10,9% per i redditi più elevati, mentre le altre imposte contribuiscono a un carico complessivo tra i più alti del Paese. Secondo i dati di inizio 2026, New York registrava il livello di pressione fiscale combinata più elevato negli Stati Uniti. Un elemento particolarmente rilevante se si considera che i contribuenti più ricchi rappresentano meno dell’1% del totale ma versano circa il 41% dell’imposta complessiva sul reddito.
Non si tratta soltanto di una scelta economica. Il fenomeno riflette anche un cambiamento culturale nel modo di lavorare e vivere. La diffusione del lavoro da remoto ha ridotto la necessità di risiedere nel principale centro finanziario mondiale, indebolendo uno dei tradizionali punti di forza della città: la concentrazione fisica di capitale e competenze. Le conseguenze fiscali sono rilevanti. La partenza dei contribuenti più abbienti comporta una riduzione significativa delle entrate, in una fase già complessa per le finanze cittadine.
A febbraio, il sindaco Zohran Mamdani ha presentato il primo bilancio della sua amministrazione. Il documento per l’anno fiscale 2026 è in equilibrio, ma per il 2027 è previsto un deficit di circa 5,4 miliardi di dollari. Secondo l’amministrazione, il disavanzo deriva anche da anni di sottostima delle spese durante il mandato dell’ex sindaco Eric Adams, che avrebbe lasciato circa 12 miliardi di dollari di impegni non coperti. La governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, ha autorizzato 1,5 miliardi di dollari di aiuti statali per contenere il deficit, ma è una goccia nell’oceano. Per ridurre la distanza tra entrate e spese, il sindaco ha proposto una sovrattassa del 2% sui milionari residenti, pari a circa lo 0,7% dei contribuenti. La misura potrebbe generare circa tre miliardi di dollari annui. Tuttavia, la proposta richiede l’approvazione dei legislatori statali e il via libera della governatrice, oltre al voto del consiglio comunale. In caso di mancata autorizzazione, l’amministrazione ha indicato un’alternativa drastica: un aumento del 9,5% dell’imposta sulla proprietà, che colpirebbe soprattutto i contribuenti con redditi medi e bassi.
Il dibattito si intreccia direttamente con la fuga dei contribuenti più ricchi. Da un lato, l’amministrazione sostiene che l’aumento delle imposte sui redditi più elevati sia necessario per garantire la stabilità finanziaria. Dall’altro, i critici temono che nuove tasse possano accelerare ulteriormente l’esodo, aggravando il problema delle entrate.
A quattro mesi dall’insediamento, il sindaco dem osannato dalle sinistre di mezzo mondo ha fatto dietrofront su tutte le sue promesse elettorali. Non basta: ha pure annunciato un piano di tagli alla spesa per 1,7 miliardi.Le imposte erano già tra le più alte degli Usa. I nuovi balzelli stanno spostando imprenditori e manager verso la Florida.Lo speciale contiene due articoli.A ormai quattro mesi dall’insediamento alla guida di New York, il bilancio politico di Zohran Mamdani, sindaco socialista musulmano della città, appare già segnato da un evidente scarto tra le tante promesse elettorali e le decisioni adottate una volta entrato a City Hall. La campagna che lo aveva portato alla vittoria era stata costruita attorno a un messaggio chiaro: rendere la città più accessibile, alleggerire il peso degli affitti e intervenire sul sistema scolastico per migliorare le condizioni di apprendimento e garantire trasporti gratis. Oggi, tuttavia, molte di quelle priorità vengono ridimensionate, frenate da vincoli di bilancio che l’amministrazione ha indicato come ostacolo principale all’attuazione del programma. Ma questo si sapeva anche prima, così come si sapeva che i supermercati a prezzi calmierati promessi da Mamdani erano pura illusione, così come i trasporti pubblici gratuiti. Infatti nessuno li ha visti.Il primo nodo riguarda proprio la politica abitativa, cuore dell’impegno elettorale. Mamdani aveva promesso interventi decisi per contenere i costi degli alloggi e ampliare i sostegni alle famiglie in difficoltà. In particolare, durante la campagna aveva assicurato che avrebbe ritirato il ricorso legale contro l’espansione del programma CityFheps, un sistema di buoni affitto finanziato dalla città per aiutare i residenti a uscire dai rifugi e trovare una sistemazione stabile. Una volta eletto, però, la linea è subito cambiata. L’amministrazione ha deciso di proseguire il contenzioso avviato dalla precedente gestione, sostenendo che l’estensione del programma comporterebbe costi troppo elevati per le casse comunali.La decisione ha provocato immediate reazioni critiche. Il programma, che attualmente pesa per circa 1,2 miliardi di dollari, rappresenta un sostegno essenziale per decine di migliaia di famiglie. Le stime indicano che entro il 2030 il costo potrebbe salire fino a 4,7 miliardi, mentre circa 68.000 nuclei familiari dipendono già oggi da questa misura. La scelta di non ritirare il ricorso è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di continuità con l’amministrazione precedente, in aperto contrasto con l’impegno assunto in campagna elettorale. Le critiche sono arrivate sia dal mondo delle organizzazioni sociali sia dal consiglio comunale. Diversi esponenti hanno sottolineato come il mantenimento della battaglia legale rischi di rallentare l’accesso a soluzioni abitative stabili per migliaia di cittadini. Alcuni hanno parlato esplicitamente di promessa non mantenuta, evidenziando come il cambio di rotta abbia inciso su uno dei punti più simbolici del programma elettorale. Anche le associazioni impegnate nella gestione dei rifugi per senzatetto hanno espresso la loro preoccupazione, sostenendo che il programma rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’emergenza abitativa. Allo stesso tempo, un secondo pilastro della campagna, quello relativo all’istruzione, sembra subire lo stesso destino. Mamdani aveva indicato la riduzione del numero di studenti per classe come intervento prioritario per migliorare la qualità dell’insegnamento nelle scuole pubbliche. Tuttavia, per contribuire al riequilibrio dei conti, l’amministrazione starebbe valutando il rinvio dell’applicazione della normativa statale che impone classi meno numerose. Il provvedimento richiederebbe l’assunzione di oltre 10.000 insegnanti, con un impatto significativo sul bilancio cittadino. Anche in questo caso, la promessa elettorale è stata sospesa di fronte alle difficoltà finanziarie. Il contesto economico rappresenta il principale argomento difensivo dell’amministrazione, un po’ come fa Silvia Salis a Genova. Mamdani ha annunciato un piano di riduzione della spesa pari a 1,7 miliardi di dollari, necessario per affrontare un deficit stimato in 5,4 miliardi nei prossimi due anni. L’obiettivo dichiarato è mantenere l’equilibrio dei conti senza compromettere i servizi essenziali. Tuttavia, proprio queste misure di contenimento stanno incidendo sulle politiche che avevano caratterizzato la campagna elettorale, alimentando la percezione di un chiaro arretramento rispetto agli impegni iniziali. Anche sul piano istituzionale il confronto si fa più complesso. Lo Stato di New York ha fatto sapere di essere disponibile a collaborare per ridurre il disavanzo, ma solo dopo che la città avrà individuato risparmi concreti e sostenibili, che ancora non sono stati presentati. Ciò aumenta la pressione sull’amministrazione, chiamata a presentare un bilancio esecutivo entro la fine di aprile e a ottenere l’approvazione definitiva entro il primo luglio. In questo contesto, le scelte politiche sono sempre più condizionate dalla necessità di contenere la spesa. Le reazioni politiche e sociali riflettono una crescente delusione da parte dell’elettorato che aveva sostenuto Mamdani. La promessa di rendere New York più accessibile, soprattutto sul fronte abitativo, rappresentava uno dei messaggi più forti della sua candidatura. Oggi, invece, le decisioni adottate vanno nella direzione opposta, con interventi rinviati o ridimensionati. La stessa volontà di proseguire il ricorso sul programma CityFheps è diventata il simbolo di questa distanza tra impegni e realtà amministrativa. Nel complesso, l’inizio del mandato evidenzia una chiara difficoltà nel tradurre le proposte in azioni concrete, a parte gli annunci. Le scelte finora adottate mostrano un’amministrazione costretta a rivedere le priorità, ma anche del tutto incapace, almeno fino ad oggi, di mantenere le promesse che avevano sostenuto la vittoria elettorale. Tra vincoli finanziari, pressioni istituzionali e critiche politiche, la leadership di Mamdani si trova a dover recuperare credibilità. In definitiva, a quattro mesi dall’insediamento, il bilancio appare già chiaro: le promesse sono rimaste slogan, mentre le scelte concrete raccontano tutt’altra storia. Tra marce indietro, rinvii e giustificazioni contabili, l’agenda del cambiamento si è rapidamente trasformata in un esercizio di prudenza amministrativa. Il rischio evidente è che la distanza tra retorica elettorale e realtà di governo diventi strutturale. Perché governare una città complessa come New York è difficile, ma promettere ciò che non si può mantenere lo è molto meno. E, per ora, l’unica cosa davvero accessibile sembra essere il catalogo delle promesse disattese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mamdani-new-york-crisi-2676704845.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tassazione-record-ha-fatto-fuggire-125-000-contribuenti" data-post-id="2676704845" data-published-at="1776071600" data-use-pagination="False"> La tassazione record ha fatto fuggire 125.000 contribuenti Sempre più contribuenti ad alto reddito stanno lasciando New York, attratti da sistemi fiscali più leggeri, da un costo della vita inferiore e da un modello abitativo considerato più vantaggioso. Quella che per decenni è stata la capitale finanziaria globale sta vivendo una trasformazione discreta ma significativa, destinata a incidere direttamente sui conti pubblici e sull’equilibrio economico della città.Il fenomeno non è recente, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più evidenti. Manager della finanza, imprenditori tecnologici e investitori immobiliari stanno trasferendo residenza e attività verso destinazioni come Miami, Palm Beach e Austin, con una particolare attrazione per la Florida, dove la pressione fiscale è più contenuta e il costo complessivo della vita risulta spesso inferiore rispetto a Manhattan o Brooklyn.Centoventicinquemila. È il numero che sintetizza la portata del fenomeno e che sta alimentando il dibattito tra gli economisti e gli analisti. Si tratta dei contribuenti facoltosi, inclusi molti ultra-ricchi, che hanno deciso di lasciare lo Stato di New York per trasferirsi altrove, soprattutto in Florida e in Texas. Una scelta strategica che ha prodotto una riduzione stimata di circa 14 miliardi di dollari di gettito fiscale. Un ammanco rilevante, che ha spinto le autorità a riconoscere la dimensione del problema e a valutare possibili contromisure. La Florida, spesso descritta come un «paradiso fiscale» interno agli Stati Uniti, attira investitori e imprenditori per l’assenza di un’imposta statale sul reddito personale. A questo si aggiungono aliquote societarie contenute, l’assenza di imposte statali sulle successioni e sulle donazioni e, più in generale, una pressione fiscale complessivamente ridotta. Il confronto con New York è netto. Nello Stato di New York l’imposta sul reddito può arrivare fino al 10,9% per i redditi più elevati, mentre le altre imposte contribuiscono a un carico complessivo tra i più alti del Paese. Secondo i dati di inizio 2026, New York registrava il livello di pressione fiscale combinata più elevato negli Stati Uniti. Un elemento particolarmente rilevante se si considera che i contribuenti più ricchi rappresentano meno dell’1% del totale ma versano circa il 41% dell’imposta complessiva sul reddito. Non si tratta soltanto di una scelta economica. Il fenomeno riflette anche un cambiamento culturale nel modo di lavorare e vivere. La diffusione del lavoro da remoto ha ridotto la necessità di risiedere nel principale centro finanziario mondiale, indebolendo uno dei tradizionali punti di forza della città: la concentrazione fisica di capitale e competenze. Le conseguenze fiscali sono rilevanti. La partenza dei contribuenti più abbienti comporta una riduzione significativa delle entrate, in una fase già complessa per le finanze cittadine.A febbraio, il sindaco Zohran Mamdani ha presentato il primo bilancio della sua amministrazione. Il documento per l’anno fiscale 2026 è in equilibrio, ma per il 2027 è previsto un deficit di circa 5,4 miliardi di dollari. Secondo l’amministrazione, il disavanzo deriva anche da anni di sottostima delle spese durante il mandato dell’ex sindaco Eric Adams, che avrebbe lasciato circa 12 miliardi di dollari di impegni non coperti. La governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, ha autorizzato 1,5 miliardi di dollari di aiuti statali per contenere il deficit, ma è una goccia nell’oceano. Per ridurre la distanza tra entrate e spese, il sindaco ha proposto una sovrattassa del 2% sui milionari residenti, pari a circa lo 0,7% dei contribuenti. La misura potrebbe generare circa tre miliardi di dollari annui. Tuttavia, la proposta richiede l’approvazione dei legislatori statali e il via libera della governatrice, oltre al voto del consiglio comunale. In caso di mancata autorizzazione, l’amministrazione ha indicato un’alternativa drastica: un aumento del 9,5% dell’imposta sulla proprietà, che colpirebbe soprattutto i contribuenti con redditi medi e bassi.Il dibattito si intreccia direttamente con la fuga dei contribuenti più ricchi. Da un lato, l’amministrazione sostiene che l’aumento delle imposte sui redditi più elevati sia necessario per garantire la stabilità finanziaria. Dall’altro, i critici temono che nuove tasse possano accelerare ulteriormente l’esodo, aggravando il problema delle entrate.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
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