- A quattro mesi dall’insediamento, il sindaco dem osannato dalle sinistre di mezzo mondo ha fatto dietrofront su tutte le sue promesse elettorali. Non basta: ha pure annunciato un piano di tagli alla spesa per 1,7 miliardi.
- Le imposte erano già tra le più alte degli Usa. I nuovi balzelli stanno spostando imprenditori e manager verso la Florida.
Lo speciale contiene due articoli.
A ormai quattro mesi dall’insediamento alla guida di New York, il bilancio politico di Zohran Mamdani, sindaco socialista musulmano della città, appare già segnato da un evidente scarto tra le tante promesse elettorali e le decisioni adottate una volta entrato a City Hall. La campagna che lo aveva portato alla vittoria era stata costruita attorno a un messaggio chiaro: rendere la città più accessibile, alleggerire il peso degli affitti e intervenire sul sistema scolastico per migliorare le condizioni di apprendimento e garantire trasporti gratis. Oggi, tuttavia, molte di quelle priorità vengono ridimensionate, frenate da vincoli di bilancio che l’amministrazione ha indicato come ostacolo principale all’attuazione del programma. Ma questo si sapeva anche prima, così come si sapeva che i supermercati a prezzi calmierati promessi da Mamdani erano pura illusione, così come i trasporti pubblici gratuiti. Infatti nessuno li ha visti.
Il primo nodo riguarda proprio la politica abitativa, cuore dell’impegno elettorale. Mamdani aveva promesso interventi decisi per contenere i costi degli alloggi e ampliare i sostegni alle famiglie in difficoltà. In particolare, durante la campagna aveva assicurato che avrebbe ritirato il ricorso legale contro l’espansione del programma CityFheps, un sistema di buoni affitto finanziato dalla città per aiutare i residenti a uscire dai rifugi e trovare una sistemazione stabile. Una volta eletto, però, la linea è subito cambiata. L’amministrazione ha deciso di proseguire il contenzioso avviato dalla precedente gestione, sostenendo che l’estensione del programma comporterebbe costi troppo elevati per le casse comunali.
La decisione ha provocato immediate reazioni critiche. Il programma, che attualmente pesa per circa 1,2 miliardi di dollari, rappresenta un sostegno essenziale per decine di migliaia di famiglie. Le stime indicano che entro il 2030 il costo potrebbe salire fino a 4,7 miliardi, mentre circa 68.000 nuclei familiari dipendono già oggi da questa misura. La scelta di non ritirare il ricorso è stata interpretata da molti osservatori come un segnale di continuità con l’amministrazione precedente, in aperto contrasto con l’impegno assunto in campagna elettorale. Le critiche sono arrivate sia dal mondo delle organizzazioni sociali sia dal consiglio comunale. Diversi esponenti hanno sottolineato come il mantenimento della battaglia legale rischi di rallentare l’accesso a soluzioni abitative stabili per migliaia di cittadini. Alcuni hanno parlato esplicitamente di promessa non mantenuta, evidenziando come il cambio di rotta abbia inciso su uno dei punti più simbolici del programma elettorale. Anche le associazioni impegnate nella gestione dei rifugi per senzatetto hanno espresso la loro preoccupazione, sostenendo che il programma rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’emergenza abitativa.
Allo stesso tempo, un secondo pilastro della campagna, quello relativo all’istruzione, sembra subire lo stesso destino. Mamdani aveva indicato la riduzione del numero di studenti per classe come intervento prioritario per migliorare la qualità dell’insegnamento nelle scuole pubbliche. Tuttavia, per contribuire al riequilibrio dei conti, l’amministrazione starebbe valutando il rinvio dell’applicazione della normativa statale che impone classi meno numerose. Il provvedimento richiederebbe l’assunzione di oltre 10.000 insegnanti, con un impatto significativo sul bilancio cittadino. Anche in questo caso, la promessa elettorale è stata sospesa di fronte alle difficoltà finanziarie.
Il contesto economico rappresenta il principale argomento difensivo dell’amministrazione, un po’ come fa Silvia Salis a Genova. Mamdani ha annunciato un piano di riduzione della spesa pari a 1,7 miliardi di dollari, necessario per affrontare un deficit stimato in 5,4 miliardi nei prossimi due anni. L’obiettivo dichiarato è mantenere l’equilibrio dei conti senza compromettere i servizi essenziali. Tuttavia, proprio queste misure di contenimento stanno incidendo sulle politiche che avevano caratterizzato la campagna elettorale, alimentando la percezione di un chiaro arretramento rispetto agli impegni iniziali.
Anche sul piano istituzionale il confronto si fa più complesso. Lo Stato di New York ha fatto sapere di essere disponibile a collaborare per ridurre il disavanzo, ma solo dopo che la città avrà individuato risparmi concreti e sostenibili, che ancora non sono stati presentati. Ciò aumenta la pressione sull’amministrazione, chiamata a presentare un bilancio esecutivo entro la fine di aprile e a ottenere l’approvazione definitiva entro il primo luglio. In questo contesto, le scelte politiche sono sempre più condizionate dalla necessità di contenere la spesa. Le reazioni politiche e sociali riflettono una crescente delusione da parte dell’elettorato che aveva sostenuto Mamdani. La promessa di rendere New York più accessibile, soprattutto sul fronte abitativo, rappresentava uno dei messaggi più forti della sua candidatura. Oggi, invece, le decisioni adottate vanno nella direzione opposta, con interventi rinviati o ridimensionati. La stessa volontà di proseguire il ricorso sul programma CityFheps è diventata il simbolo di questa distanza tra impegni e realtà amministrativa.
Nel complesso, l’inizio del mandato evidenzia una chiara difficoltà nel tradurre le proposte in azioni concrete, a parte gli annunci. Le scelte finora adottate mostrano un’amministrazione costretta a rivedere le priorità, ma anche del tutto incapace, almeno fino ad oggi, di mantenere le promesse che avevano sostenuto la vittoria elettorale. Tra vincoli finanziari, pressioni istituzionali e critiche politiche, la leadership di Mamdani si trova a dover recuperare credibilità. In definitiva, a quattro mesi dall’insediamento, il bilancio appare già chiaro: le promesse sono rimaste slogan, mentre le scelte concrete raccontano tutt’altra storia. Tra marce indietro, rinvii e giustificazioni contabili, l’agenda del cambiamento si è rapidamente trasformata in un esercizio di prudenza amministrativa. Il rischio evidente è che la distanza tra retorica elettorale e realtà di governo diventi strutturale. Perché governare una città complessa come New York è difficile, ma promettere ciò che non si può mantenere lo è molto meno. E, per ora, l’unica cosa davvero accessibile sembra essere il catalogo delle promesse disattese.
La tassazione record ha fatto fuggire 125.000 contribuenti
Sempre più contribuenti ad alto reddito stanno lasciando New York, attratti da sistemi fiscali più leggeri, da un costo della vita inferiore e da un modello abitativo considerato più vantaggioso. Quella che per decenni è stata la capitale finanziaria globale sta vivendo una trasformazione discreta ma significativa, destinata a incidere direttamente sui conti pubblici e sull’equilibrio economico della città.
Il fenomeno non è recente, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni più evidenti. Manager della finanza, imprenditori tecnologici e investitori immobiliari stanno trasferendo residenza e attività verso destinazioni come Miami, Palm Beach e Austin, con una particolare attrazione per la Florida, dove la pressione fiscale è più contenuta e il costo complessivo della vita risulta spesso inferiore rispetto a Manhattan o Brooklyn.
Centoventicinquemila. È il numero che sintetizza la portata del fenomeno e che sta alimentando il dibattito tra gli economisti e gli analisti. Si tratta dei contribuenti facoltosi, inclusi molti ultra-ricchi, che hanno deciso di lasciare lo Stato di New York per trasferirsi altrove, soprattutto in Florida e in Texas. Una scelta strategica che ha prodotto una riduzione stimata di circa 14 miliardi di dollari di gettito fiscale. Un ammanco rilevante, che ha spinto le autorità a riconoscere la dimensione del problema e a valutare possibili contromisure. La Florida, spesso descritta come un «paradiso fiscale» interno agli Stati Uniti, attira investitori e imprenditori per l’assenza di un’imposta statale sul reddito personale. A questo si aggiungono aliquote societarie contenute, l’assenza di imposte statali sulle successioni e sulle donazioni e, più in generale, una pressione fiscale complessivamente ridotta.
Il confronto con New York è netto. Nello Stato di New York l’imposta sul reddito può arrivare fino al 10,9% per i redditi più elevati, mentre le altre imposte contribuiscono a un carico complessivo tra i più alti del Paese. Secondo i dati di inizio 2026, New York registrava il livello di pressione fiscale combinata più elevato negli Stati Uniti. Un elemento particolarmente rilevante se si considera che i contribuenti più ricchi rappresentano meno dell’1% del totale ma versano circa il 41% dell’imposta complessiva sul reddito.
Non si tratta soltanto di una scelta economica. Il fenomeno riflette anche un cambiamento culturale nel modo di lavorare e vivere. La diffusione del lavoro da remoto ha ridotto la necessità di risiedere nel principale centro finanziario mondiale, indebolendo uno dei tradizionali punti di forza della città: la concentrazione fisica di capitale e competenze. Le conseguenze fiscali sono rilevanti. La partenza dei contribuenti più abbienti comporta una riduzione significativa delle entrate, in una fase già complessa per le finanze cittadine.
A febbraio, il sindaco Zohran Mamdani ha presentato il primo bilancio della sua amministrazione. Il documento per l’anno fiscale 2026 è in equilibrio, ma per il 2027 è previsto un deficit di circa 5,4 miliardi di dollari. Secondo l’amministrazione, il disavanzo deriva anche da anni di sottostima delle spese durante il mandato dell’ex sindaco Eric Adams, che avrebbe lasciato circa 12 miliardi di dollari di impegni non coperti. La governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, ha autorizzato 1,5 miliardi di dollari di aiuti statali per contenere il deficit, ma è una goccia nell’oceano. Per ridurre la distanza tra entrate e spese, il sindaco ha proposto una sovrattassa del 2% sui milionari residenti, pari a circa lo 0,7% dei contribuenti. La misura potrebbe generare circa tre miliardi di dollari annui. Tuttavia, la proposta richiede l’approvazione dei legislatori statali e il via libera della governatrice, oltre al voto del consiglio comunale. In caso di mancata autorizzazione, l’amministrazione ha indicato un’alternativa drastica: un aumento del 9,5% dell’imposta sulla proprietà, che colpirebbe soprattutto i contribuenti con redditi medi e bassi.
Il dibattito si intreccia direttamente con la fuga dei contribuenti più ricchi. Da un lato, l’amministrazione sostiene che l’aumento delle imposte sui redditi più elevati sia necessario per garantire la stabilità finanziaria. Dall’altro, i critici temono che nuove tasse possano accelerare ulteriormente l’esodo, aggravando il problema delle entrate.






