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2021-09-06
Mai spesi due terzi dei fondi per gli altri malati
Nel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito.
Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».
L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella.
Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare.
Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. L'Agenas ha stimato che nel 2020 sono andati persi il 36,4% dei ricoveri programmati, il 33,6% degli screening e il 31,5% delle visite specialistiche e degli esami ambulatoriali.
«Su ospedali e strutture sanitarie piovono richieste di risarcimento»
Sono in arrivo centinaia di richieste risarcitorie per interventi chirurgici rinviati, visite di controllo annullate, cure ritardate. È l'altra faccia dei ritardi e delle omissioni delle cure durante la pandemia. Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma.
A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi.
«Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie».
Chi risponde in una causa civile?
«La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture».
Cioè gli ospedali?
«Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà».
Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid?
«È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione».
Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate?
«Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori».
Avete stimato quante cause legali sono in arrivo?
«Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno».
Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli?
«Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo».
Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti?
«La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro».
«Per certe operazioni un anno in lista d’attesa»
«Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma.
Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid?
«Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening».
Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi?
«Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso».
Tempi delle liste d'attesa?
«Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica».
La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no?
«In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso».
Intende che manca personale?
«Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione».
Quale è la situazione all'ospedale San Camillo?
«Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
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Nell'agosto 2020 il governo stanziò 500 milioni di euro alle Regioni per recuperare l'arretrato sanitario. Ora la Corte dei conti denuncia: il 67% dei fondi non è stato speso. Intanto sono saltati 1,7 milioni di ricoveri e la paura ostacola anche gli screeningIl medico legale del Gemelli Antonio Oliva: «In arrivo molti contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure La legge ha dato uno scudo penale ai medici lasciando però la possibilità di chiedere i danni in sede civile»Il primario di chirurgia al San Camillo Pierluigi Marini: «La ripresa sta avvenendo a ritmi lenti»Lo speciale contiene tre articoliNel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito. Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella. Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare. Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. 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Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma. A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi. «Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie». Chi risponde in una causa civile? «La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture». Cioè gli ospedali? «Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà». Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid? «È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione». Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate? «Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori». Avete stimato quante cause legali sono in arrivo? «Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno». Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli? «Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo». Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti? «La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malati-dimenticati-dai-ritardi-2654907210.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-certe-operazioni-un-anno-in-lista-dattesa" data-post-id="2654907210" data-published-at="1630824087" data-use-pagination="False"> «Per certe operazioni un anno in lista d’attesa» «Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma. Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid? «Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening». Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi? «Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso». Tempi delle liste d'attesa? «Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica». La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no? «In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso». Intende che manca personale? «Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione». Quale è la situazione all'ospedale San Camillo? «Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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