True
2021-09-06
Mai spesi due terzi dei fondi per gli altri malati
Nel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito.
Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».
L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella.
Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare.
Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. L'Agenas ha stimato che nel 2020 sono andati persi il 36,4% dei ricoveri programmati, il 33,6% degli screening e il 31,5% delle visite specialistiche e degli esami ambulatoriali.
«Su ospedali e strutture sanitarie piovono richieste di risarcimento»
Sono in arrivo centinaia di richieste risarcitorie per interventi chirurgici rinviati, visite di controllo annullate, cure ritardate. È l'altra faccia dei ritardi e delle omissioni delle cure durante la pandemia. Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma.
A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi.
«Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie».
Chi risponde in una causa civile?
«La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture».
Cioè gli ospedali?
«Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà».
Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid?
«È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione».
Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate?
«Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori».
Avete stimato quante cause legali sono in arrivo?
«Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno».
Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli?
«Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo».
Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti?
«La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro».
«Per certe operazioni un anno in lista d’attesa»
«Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma.
Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid?
«Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening».
Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi?
«Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso».
Tempi delle liste d'attesa?
«Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica».
La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no?
«In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso».
Intende che manca personale?
«Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione».
Quale è la situazione all'ospedale San Camillo?
«Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
Continua a leggereRiduci
Nell'agosto 2020 il governo stanziò 500 milioni di euro alle Regioni per recuperare l'arretrato sanitario. Ora la Corte dei conti denuncia: il 67% dei fondi non è stato speso. Intanto sono saltati 1,7 milioni di ricoveri e la paura ostacola anche gli screeningIl medico legale del Gemelli Antonio Oliva: «In arrivo molti contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure La legge ha dato uno scudo penale ai medici lasciando però la possibilità di chiedere i danni in sede civile»Il primario di chirurgia al San Camillo Pierluigi Marini: «La ripresa sta avvenendo a ritmi lenti»Lo speciale contiene tre articoliNel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito. Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella. Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare. Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. L'Agenas ha stimato che nel 2020 sono andati persi il 36,4% dei ricoveri programmati, il 33,6% degli screening e il 31,5% delle visite specialistiche e degli esami ambulatoriali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malati-dimenticati-dai-ritardi-2654907210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-ospedali-e-strutture-sanitarie-piovono-richieste-di-risarcimento" data-post-id="2654907210" data-published-at="1630824087" data-use-pagination="False"> «Su ospedali e strutture sanitarie piovono richieste di risarcimento» Sono in arrivo centinaia di richieste risarcitorie per interventi chirurgici rinviati, visite di controllo annullate, cure ritardate. È l'altra faccia dei ritardi e delle omissioni delle cure durante la pandemia. Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma. A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi. «Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie». Chi risponde in una causa civile? «La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture». Cioè gli ospedali? «Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà». Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid? «È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione». Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate? «Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori». Avete stimato quante cause legali sono in arrivo? «Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno». Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli? «Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo». Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti? «La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malati-dimenticati-dai-ritardi-2654907210.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-certe-operazioni-un-anno-in-lista-dattesa" data-post-id="2654907210" data-published-at="1630824087" data-use-pagination="False"> «Per certe operazioni un anno in lista d’attesa» «Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma. Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid? «Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening». Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi? «Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso». Tempi delle liste d'attesa? «Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica». La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no? «In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso». Intende che manca personale? «Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione». Quale è la situazione all'ospedale San Camillo? «Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
Continua a leggereRiduci
iStock
L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
Continua a leggereRiduci
(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
Continua a leggereRiduci