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2021-09-06
Mai spesi due terzi dei fondi per gli altri malati
Nel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito.
Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».
L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella.
Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare.
Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. L'Agenas ha stimato che nel 2020 sono andati persi il 36,4% dei ricoveri programmati, il 33,6% degli screening e il 31,5% delle visite specialistiche e degli esami ambulatoriali.
«Su ospedali e strutture sanitarie piovono richieste di risarcimento»
Sono in arrivo centinaia di richieste risarcitorie per interventi chirurgici rinviati, visite di controllo annullate, cure ritardate. È l'altra faccia dei ritardi e delle omissioni delle cure durante la pandemia. Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma.
A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi.
«Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie».
Chi risponde in una causa civile?
«La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture».
Cioè gli ospedali?
«Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà».
Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid?
«È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione».
Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate?
«Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori».
Avete stimato quante cause legali sono in arrivo?
«Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno».
Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli?
«Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo».
Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti?
«La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro».
«Per certe operazioni un anno in lista d’attesa»
«Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma.
Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid?
«Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening».
Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi?
«Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso».
Tempi delle liste d'attesa?
«Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica».
La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no?
«In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso».
Intende che manca personale?
«Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione».
Quale è la situazione all'ospedale San Camillo?
«Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
Continua a leggereRiduci
Nell'agosto 2020 il governo stanziò 500 milioni di euro alle Regioni per recuperare l'arretrato sanitario. Ora la Corte dei conti denuncia: il 67% dei fondi non è stato speso. Intanto sono saltati 1,7 milioni di ricoveri e la paura ostacola anche gli screeningIl medico legale del Gemelli Antonio Oliva: «In arrivo molti contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure La legge ha dato uno scudo penale ai medici lasciando però la possibilità di chiedere i danni in sede civile»Il primario di chirurgia al San Camillo Pierluigi Marini: «La ripresa sta avvenendo a ritmi lenti»Lo speciale contiene tre articoliNel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito. Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella. Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare. Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. 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Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma. A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi. «Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie». Chi risponde in una causa civile? «La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture». Cioè gli ospedali? «Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà». Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid? «È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione». Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate? «Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori». Avete stimato quante cause legali sono in arrivo? «Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno». Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli? «Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo». Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti? «La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malati-dimenticati-dai-ritardi-2654907210.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-certe-operazioni-un-anno-in-lista-dattesa" data-post-id="2654907210" data-published-at="1630824087" data-use-pagination="False"> «Per certe operazioni un anno in lista d’attesa» «Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma. Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid? «Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening». Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi? «Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso». Tempi delle liste d'attesa? «Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica». La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no? «In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso». Intende che manca personale? «Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione». Quale è la situazione all'ospedale San Camillo? «Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Ieri, ad esempio, il Pd aveva chiamato a testimoniare Giuseppe Busia, ma la sua audizione alla fine si è rivelata un boomerang: il presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) ha infatti confermato che durante la pandemia, per l’affidamento tramite gara pubblica di una commessa da un miliardo e 250 milioni di euro, l’Anac non ha potuto eseguire controlli perché «la normativa dell’epoca prevedeva, in deroga al normale ordinamento, l’attribuzione della funzione al solo commissario per l’emergenza pandemica». Ossia Domenico Arcuri, rileva il gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ha agito in deroga a tutte le norme vigenti, azzerando non solo i controlli della Corte dei Conti ma anche dell’Autorità anticorruzione. Questa situazione gli ha consentito di procedere liberamente sia con la maxicommessa diretta più grande della storia d’Italia, ossia un miliardo e 251 milioni per l’importazione di mascherine inidonee, dunque pericolose per la salute, pagate il quadruplo del prezzo di mercato, sia con le altre discusse commesse».
«Busia lo ha confermato oggi», rileva Fdi, «del resto è emerso anche che, fino al protocollo collaborativo del 16 dicembre 2020 (l’accordo di vigilanza stipulato ufficialmente tra la struttura commissariale e l’Anac, che doveva servire a sottoporre a un controllo di legittimità i successivi bandi e contratti, dopo mesi di polemiche sulla gestione degli acquisti, ndr), Arcuri abbia agito senza alcuna attività di controllo di Anac. È evidente che il capo della struttura commissariale, nominato da Giuseppe Conte, abbia scelto di agire nell’ombra fintanto che gli è parso comodo, per poi concludere con l’Autorità anticorruzione un protocollo di verifica volontario con cui il controllato ha deciso cosa e quando farsi controllare dal controllore: un’assurdità», secondo Fdi. «Nessun commissario, Arcuri a parte, ha avuto uno scudo erariale, uno scudo dalla Corte dei Conti e uno scudo dall’Anac», ha commentato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid.
Il dirigente, in commissione, ha spiegato la dinamica delle procedure. «Ci siamo occupati dell’acquisizione di mascherine e camici, anche sulla base di segnalazioni ricevute. C’è stata anche una segnalazione di “whistleblowing” (segnalazione spontanea) da parte di un lavoratore di un illecito, terminata (come molte altre, ndr) con un’archiviazione. Questa indagine ci ha portato a selezionare e contattare 182 stazioni appaltanti, di cui 163 hanno fornito risposta. Da un primo vaglio - ha spiegato il presidente Anac - sono emerse analisi su mancato rispetto dei tempi di consegna, mancata consegna o consegna parziale, dettate presumibilmente dalla situazione emergenziale. Questi elementi ci hanno portato a poter aprire, sulla base della normativa dell’epoca, procedimenti specifici solo per un caso». Il problema, ha osservato Busia, è che tutte le fasi in cui si accelerano le procedure di acquisto «a dispetto della trasparenza possono dare luogo a situazioni che facilitano infiltrazioni criminali». La situazione emergenziale di allora, dunque, avrebbe dato automaticamente il via libera a opacità e mancanza di trasparenza, facilitate anche dall’assenza di una legge sull’attività di lobbying: Ne «esiste l’esigenza, e l’Italia è carente da anni», ha detto il dirigente, auspicando che il testo, già approvato alla Camera, passi anche al Senato. «Busia ci ha anche spiegato che l’Anac può valutare attualmente un’attività di controllo su quanto avvenuto durante la pandemia alla luce delle risultanze che stanno emergendo dai lavori della commissione Covid. L’auspicio è che ciò avvenga, per riparare la grave mancanza protratta fino a oggi di una valutazione su questo maxiappalto e sulle altre procedure avvenute prima del 16 dicembre 2020», ha rilevato Fdi.
L’audizione di ieri è stata anche teatro dell’ennesimo scontro tra maggioranza e opposizioni. La scorsa settimana deputati e senatori di Pd, Iv, Azione e M5s erano usciti dalla commissione protestando contro le modalità di svolgimento dei lavori, nelle settimane in cui si sta chiudendo il cerchio sull’attribuzione di alcuni appalti promossa, in epoca pandemica, dall’avvocato Luca Di Donna, vicino all’ex premier Giuseppe Conte. In rappresentanza delle opposizioni in Aula c’era soltanto il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia, che ha rivendicato le ragioni della protesta chiedendo risposte scritte; il presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) ha replicato punto per punto: «Avete detto che non eravate stati informati e vi ho mostrato che l’ufficio della Presidenza aveva esaminato l’autorizzazione all’attività delegata. Avete rivendicato la legalità degli atti e vi ho mostrato che tutte le procedure sono avvenute nel rispetto della legalità, della prassi parlamentare e di quanto fatto anche dalle precedenti Commissioni».
«Le opposizioni lavorano per insabbiare la verità», ha commentato Buonguerrieri rispondendo all’intervento di Boccia, «chiedono lo scioglimento della Commissione proprio mentre dai lavori stanno emergendo fatti gravi che li imbarazzano. Quindi, anziché aiutarci a farli emergere, decidono di attaccare e denigrare i lavori della Commissione stessa. I lavori invece andranno avanti fino in fondo. Dopo la figuraccia senza precedenti fatta dai gruppi di opposizione la scorsa settimana sulla presunta e inesistente illegittimità sollevata in merito all’attività della Commissione», ha aggiunto la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid. «registro come ci sia ancora il coraggio, per non dire la stolidità, di insistere su posizioni risultate essere del tutto infondate, come spiegato pubblicamente, in commissione e in ogni sede. E registro anche grandissima mancanza di coerenza, equilibrio e lucidità».
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Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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