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2021-09-06
Mai spesi due terzi dei fondi per gli altri malati
Nel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito.
Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».
L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella.
Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare.
Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. L'Agenas ha stimato che nel 2020 sono andati persi il 36,4% dei ricoveri programmati, il 33,6% degli screening e il 31,5% delle visite specialistiche e degli esami ambulatoriali.
«Su ospedali e strutture sanitarie piovono richieste di risarcimento»
Sono in arrivo centinaia di richieste risarcitorie per interventi chirurgici rinviati, visite di controllo annullate, cure ritardate. È l'altra faccia dei ritardi e delle omissioni delle cure durante la pandemia. Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma.
A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi.
«Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie».
Chi risponde in una causa civile?
«La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture».
Cioè gli ospedali?
«Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà».
Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid?
«È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione».
Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate?
«Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori».
Avete stimato quante cause legali sono in arrivo?
«Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno».
Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli?
«Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo».
Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti?
«La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro».
«Per certe operazioni un anno in lista d’attesa»
«Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma.
Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid?
«Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening».
Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi?
«Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso».
Tempi delle liste d'attesa?
«Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica».
La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no?
«In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso».
Intende che manca personale?
«Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione».
Quale è la situazione all'ospedale San Camillo?
«Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
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Nell'agosto 2020 il governo stanziò 500 milioni di euro alle Regioni per recuperare l'arretrato sanitario. Ora la Corte dei conti denuncia: il 67% dei fondi non è stato speso. Intanto sono saltati 1,7 milioni di ricoveri e la paura ostacola anche gli screeningIl medico legale del Gemelli Antonio Oliva: «In arrivo molti contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure La legge ha dato uno scudo penale ai medici lasciando però la possibilità di chiedere i danni in sede civile»Il primario di chirurgia al San Camillo Pierluigi Marini: «La ripresa sta avvenendo a ritmi lenti»Lo speciale contiene tre articoliNel 2020 a causa dell'emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d'attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito. Il presidente di Salutequità, Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c'è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell'agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L'accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».L'allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l'Associazione italiana di oncologia medica, l'anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell'11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L'attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell'utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell'Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell'utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella. Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L'attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L'Agenas ha certificato che c'è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d'attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l'obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare. Nel Lazio dall'inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. L'Agenas ha stimato che nel 2020 sono andati persi il 36,4% dei ricoveri programmati, il 33,6% degli screening e il 31,5% delle visite specialistiche e degli esami ambulatoriali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malati-dimenticati-dai-ritardi-2654907210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-ospedali-e-strutture-sanitarie-piovono-richieste-di-risarcimento" data-post-id="2654907210" data-published-at="1630824087" data-use-pagination="False"> «Su ospedali e strutture sanitarie piovono richieste di risarcimento» Sono in arrivo centinaia di richieste risarcitorie per interventi chirurgici rinviati, visite di controllo annullate, cure ritardate. È l'altra faccia dei ritardi e delle omissioni delle cure durante la pandemia. Alcune strutture ospedaliere sono riuscite a rispondere ai bisogni di salute, ma tante altre non hanno potuto garantire degna assistenza alle categorie fragili. Se questi pazienti decidessero di avanzare richieste risarcitorie, chi ne risponderebbe davanti alla legge? «L'ipotesi è che vi possano essere numerosi contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure. Verranno chiamate in giudizio, per il risarcimento del danno, le aziende ospedaliere per colpa organizzativa», afferma Antonio Oliva, professore associato di medicina legale al policlinico Gemelli di Roma. A gennaio lei ha promosso un convegno internazionale coinvolgendo noti giuristi. «Proprio dopo questo convegno è stato emanato, il 1° aprile 2021, un decreto che ha introdotto uno scudo penale per determinare la responsabilità sanitaria in un contesto eccezionale quale è quello del Covid. Quindi il medico potrebbe essere punito solo nei casi di colpa grave fatti commessi durante l'emergenza. È rimasto immutato però il risvolto civilistico, cioè il risarcimento in denaro che interessa chi non ha avuto accesso alle cure perché i reparti erano ingolfati dai contagiati dal Covid. Per esempio, quei pazienti oncologici che hanno dovuto posporre le visite di controllo e diluire le terapie». Chi risponde in una causa civile? «La struttura sanitaria. La legge 24 del 2017 prevede che ci sia una responsabilità diretta delle strutture». Cioè gli ospedali? «Esattamente. Mentre nel penale ora c'è uno scudo, per le cause civili di risarcimento nulla è cambiato. Un articolo del codice civile, il 2236, attenua comunque la responsabilità medica nei casi di speciale difficoltà». Non si era parlato di un fondo risarcitorio per le vittime da Covid? «È un'ipotesi avanzata da alcuni giuristi ancora in discussione». Che possibilità ha un paziente di ottenere il risarcimento per cure rinviate? «Il paziente dovrà dimostrare che la struttura sanitaria non si è saputa organizzare di fronte al contesto emergenziale e che quel ritardo ha provocato un aggravamento della sua condizione. Mentre nella prima fase della pandemia il caos era in un certo senso giustificato dall'eccezionalità dell'evento, in seguito le strutture hanno avuto il tempo per organizzarsi e assicurare l'assistenza ai pazienti non Covid con patologie gravi. Nel convegno del Gemelli un giudice della XIII sezione civile del tribunale di Roma evidenziava questa criticità. Quindi le cause risarcitorie relative al periodo iniziale del contagio difficilmente potrebbero avere esito positivo, ma per le altre le probabilità di successo potrebbero essere superiori». Avete stimato quante cause legali sono in arrivo? «Difficile dirlo. La pandemia è ancora in corso e nonostante la fase acuta sia passata, le liste d'attesa negli ospedali continuano ad allungarsi. Siamo in collegamento con il tribunale civile di Roma e tra un anno avremo qualche numero sul fenomeno». Cos'altro è emerso dal convegno al Gemelli? «Il congresso è nato su mia iniziativa perché come medico legale stavo osservando il fenomeno. È emerso il concetto virtuoso dell'ospedale che riesce a modellarsi all'emergenza, con l'apertura e la chiusura di alcuni reparti, in base anche alla positività al tampone dei team chirurgici che si avvicendavano al lavoro. Gli ospedali capaci di adattarsi si difenderanno meglio dalle cause, le altre realtà probabilmente avranno problemi maggiori. Per uno studio legale sarà più facile chiamare in giudizio civile una struttura sanitaria, piuttosto che fare una denuncia penale contro un singolo medico, coperto dallo scudo». Quale sarebbe l'entità degli eventuali risarcimenti? «La forbice è variabile, gli elementi da considerare sono numerosi. Una recente sentenza per un caso ostetrico in Liguria ha stabilito un indennizzo di 2,5 milioni di euro». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/malati-dimenticati-dai-ritardi-2654907210.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-certe-operazioni-un-anno-in-lista-dattesa" data-post-id="2654907210" data-published-at="1630824087" data-use-pagination="False"> «Per certe operazioni un anno in lista d’attesa» «Il recupero delle prestazioni procede troppo lentamente. Per alcuni interventi chirurgici le liste d'attesa superano un anno. L'emergenza è passata ma nelle sale operatorie degli ospedali stenta a riprendere a pieno regime l'attività». L'allarme è di Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri (Acoi) e direttore dell'unità operativa di chirurgia dell'ospedale San Camillo di Roma. Quale è la situazione per chi si deve operare all'epoca del Covid? «Per recuperare la maggior parte degli interventi soppressi, servirebbero più di 13 mesi, lavorando tutti oltre il 120% del nostro tempo rispetto al periodo pre Covid. L'attività chirurgica in molti ospedali è ripresa faticosamente. Ma non basta riavviare la macchina in forma standard. Ai tempi lunghi della routine si aggiungono quelli dello smaltimento del pregresso. Le liste d'attesa si sono gonfiate e questo rende più difficile intervenire sulla patologia oncologica nell'arco dei 30 giorni necessari per salvare il paziente da degenerazioni gravi. A causa dei ritardi stiamo riscontrando, con una frequenza preoccupante, casi di tumori localmente avanzati che prima del Covid erano estremamente rari. È la conseguenza del venir meno degli screening». Quanto ha recuperato la chirurgia per gli interventi? «Secondo l'ultimo monitoraggio dell'Acoi, a giugno scorso la chirurgia d'urgenza aveva recuperato intorno al 95%, l'oncologica intorno al 50% (quindi non bene) e quella elettiva tradizionale era ferma al 25%. Molto male. Tutti gli interventi che normalmente si fanno in sala operatoria sono praticamente fermi. A breve aggiorneremo il monitoraggio ma l'ordine di grandezza si annuncia lo stesso». Tempi delle liste d'attesa? «Una banale calcolosi della colecisti, che però in qualche caso può dare problemi molto seri al paziente, in molti grandi centri ospedalieri ha una lista d'attesa di un anno e in alcune strutture anche di più. I controlli alla mammella, alla cervice uterina, al colon retto, sono stati congelati. Ora le strutture di prima assistenza si stanno ingolfando per le disfunzioni di sempre. Ci stanno chiedendo di dare precedenza alla chirurgia oncologica, ma ci sono anche altre patologie. Grandi ritardi si registrano in interventi di elezione come la cataratta o la protesi alle ginocchia, ritenuti procrastinabili. Ci sono arretrati su interventi chirurgici di urologia, otorino, toracica». La fine dell'emergenza e il ritorno del personale dai reparti Covid dovrebbe facilitare il rientro in una condizione più accettabile, o no? «In questi ultimi mesi abbiamo studiato il tema con le società mediche e le istituzioni regionali. Tutti hanno convenuto che va smaltita la mole del pregresso. Ho chiesto con quali risorse umane e tecnologiche, ma non ho avuto risposta. Anche ora non mi pare di assistere a una ripresa delle attività con i ritmi che servirebbero. E non possiamo mettere gli specializzandi dell'ultimo anno in sala operatoria per recuperare il tempo perso». Intende che manca personale? «Servono più chirurghi formati e sono necessari maggiori investimenti nella tecnologia, essenziale soprattutto per la diagnosi e gli esami della prevenzione». Quale è la situazione all'ospedale San Camillo? «Buona per la chirurgia oncologica. Siamo tra i pochi ospedali che non si sono fermati mai. Stiamo faticosamente riprendendo la chirurgia tradizionale ma dobbiamo recuperare molto».
«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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Il luogo della strage a Pawtucket, Rhode Island (Getty Images)
Intorno al 2020, Robert Dorgan, uomo cinquantenne, si sottopone a un intervento chirurgico per cambiare genere e “diventare” Roberta Esposito. Da lì iniziano i conflitti familiari, come racconta l’emittente locale WPRI-TV riferendosi ai documenti giudiziari.
Nei mesi successivi Dorgan si reca al dipartimento di polizia di North Providence per denunciare suo suocero per le minacce di «farlo assassinare da una gang di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa». Dorgan ha dichiarato di aver vissuto in quella casa per sette anni ma di essere diventato un ospite sgradito dopo il cambio di genere. Inoltre, sul suocero sono rivolte le accuse – poi archiviate – di intimidazione dei testimoni e di intralcio al sistema giudiziario.
Nel frattempo, l’allora moglie di Dorgan, Rhonda Dorgan, ha presentato istanza di divorzio. Inizialmente la motivazione riguardava «l’intervento di riassegnazione di genere, i tratti narcisistici e i disturbi della personalità». Ma in un secondo momento, si è preferito rimuovere ogni puntualizzazione e fare un più generico riferimento a delle «differenze inconciliabili che hanno causato l'immediata rottura del matrimonio». Il divorzio viene formalizzato nel giugno 2021.
La furia di Dorgan non ha risparmiato neanche sua madre che viene accusata di aggressione e di una condotta «violenta, minacciosa e tumultuosa», come recitano i verbali della polizia. La vicenda è stata anche un ulteriore motivo di attrito con il suocero. Rivolgendosi alla polizia, Dorgan ha dichiarato: «mio suocero mi ha detto che se non avessi ritirato le accuse di aggressione contro mia madre, ci si sarebbero potute aspettare ulteriori ritorsioni e questo era un altro motivo per farmi uccidere».
Alla fine, però, ad uccidere è stato lo stesso Dorgan. Infatti, l'epilogo di questa lunga storia arriva con la strage di ieri. Un video diffuso sul web ritrae i 14 colpi di arma da fuoco sparati consecutivamente, i giocatori e le decine di spettatori che si danno alla fuga. Uno dei presenti ha provato a disarmare Dorgan che però era provvisto di una seconda arma da fuoco. Le due vittime sono il fratello del figlio di Dorgan e sua madre (non è chiaro se è la stessa donna del divorzio). I tre feriti sono altri due parenti e un amico di famiglia: tutti in pericolo di vita.
Al di là della lunga storia del carnefice, le premesse della strage erano rintracciabili anche sulla rete. Su X erano svariati i contenuti ripostati all’insegna dell’odio contro i critici dei trans, dell'antisemitismo e dei diritti Lgbt. In più, nei giorni precedenti Jesse Van Rootselaar, un diciottenne transgender, aveva ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone nella sua ex scuola a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica. Molti conservatori sottolineano la correlazione tra le persone trans e le sparatorie di massa fino a proporre la dismorfia di genere come condizione squalificante per il possesso di armi.
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