- Nell’agosto 2020 il governo stanziò 500 milioni di euro alle Regioni per recuperare l’arretrato sanitario. Ora la Corte dei conti denuncia: il 67% dei fondi non è stato speso. Intanto sono saltati 1,7 milioni di ricoveri e la paura ostacola anche gli screening
- Il medico legale del Gemelli Antonio Oliva: «In arrivo molti contenziosi proposti da chi non ha avuto accesso alle cure La legge ha dato uno scudo penale ai medici lasciando però la possibilità di chiedere i danni in sede civile»
- Il primario di chirurgia al San Camillo Pierluigi Marini: «La ripresa sta avvenendo a ritmi lenti»
Lo speciale contiene tre articoli
Nel 2020 a causa dell’emergenza sanitaria sono stati annullati o rimandati 1,7 milioni di ricoveri ospedalieri, di cui più di 500.000 urgenti. Prestazioni sanitarie essenziali come radioterapie e chemioterapie, ricoveri per i tumori a mammella, polmoni, pancreas, impianti di defibrillatori e pacemaker, interventi cardiochirurgici maggiori hanno segnato un calo tra il 10 e il 30%. Il quadro è delineato dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti relativo al 2020. Le stime sulla prima metà del 2021 potrebbero essere addirittura peggiori: alle liste d’attesa arretrate si sono sommati i nuovi appuntamenti. Il rischio è di un corto circuito.
Il presidente di Salutequità , Tonino Aceti, associazione indipendente che valuta la qualità delle politiche per la salute, aggiunge che ci sono stati anche 144,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 90 milioni di prestazioni di laboratorio in meno, così come 8 milioni di prestazioni di riabilitazione e 20 milioni di diagnostica. Ma c’è di peggio: «Nonostante la forte riduzione delle prestazioni erogate rispetto al 2019», rivela Aceti, «la Corte dei conti calcola che il 67% dei 500 milioni di euro stanziati nell’agosto 2020 per il loro recupero non sono state spese dalle Regioni. L’accantonamento delle risorse è stato di circa il 96% nelle Regioni meridionali e insulari, di circa il 54% al Nord e del 45% al Centro».
L’allarme per i ritardi nelle cure arriva anche dagli oncologi. Secondo l’Associazione italiana di oncologia medica, l’anno scorso le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell’11% rispetto al 2019. I nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% mentre gli interventi chirurgici sono scesi del 18%. L’attività di prevenzione è saltata e per gli screening si sono accumulati ritardi pericolosi soprattutto per la diagnosi dei tumori al collo dell’utero, alla mammella e al colon retto. Il Rapporto dell’Osservatorio nazionale screening, strumento a supporto del ministero e delle Regioni, dice che nel 2020 sono stati effettuati 2,5 milioni di test in meno rispetto al pre Covid, che si sono tradotti in ritardi di 5 mesi per la verifica del tumore al collo dell’utero, altrettanti per quello colorettale e di 4 mesi e mezzo per quello alla mammella.
Questi ritardi porterebbero a oltre 3.300 carcinomi mammari non intercettati. Alle vittime del Covid potrebbero sommarsi i decessi di persone che non hanno avuto in tempo una terapia, un intervento chirurgico o la diagnosi di una patologia grave. E vanno considerati i maggiori costi per il sistema sanitario dovuti a cure e ricoveri che si sarebbero potuti evitare con screening tempestivi. La Lombardia, che più ha sofferto i colpi del Covid, ha ridotto del 32% le prime visite, del 30% le visite di controllo e del 10% le Tac, come indica la direzione welfare della Regione. L’attività chirurgica elettiva, che ha centri di eccellenza nei quali affluiscono pazienti da tutti Italia, nel 2020 si è praticamente fermata. Sono continuate solo le urgenze. L’Agenas ha certificato che c’è stato un calo del 35% degli interventi alla mammella, del 42% alla prostata e del 34% al polmone. Per accelerare lo smaltimento delle liste d’attesa, la Regione ha stanziato 100 milioni che saranno ripartiti tra sanità pubblica e privata convenzionata. Inoltre è stato fissato l’obiettivo per le strutture pubbliche di effettuare 10.000 interventi chirurgici in più rispetto a quelli del secondo semestre 2019 mettendo in primo piano il settore oncologico e cardiovascolare.
Nel Lazio dall’inizio della pandemia sono saltati 1,7 milioni tra visite e esami e bisognerebbe recuperare almeno 1.200 posti letto. L’Agenas ha stimato che nel 2020 sono andati persi il 36,4% dei ricoveri programmati, il 33,6% degli screening e il 31,5% delle visite specialistiche e degli esami ambulatoriali.
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