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2023-09-19
La maggioranza Ursula affonda in Tunisia
«C’è chi rema contro», dice Giorgia Meloni a proposito dell’accordo tra Europa e Tunisia per fermare le partenze dal pese nordafricano. Un gioco sporco, consumato nelle segrete stanze di Bruxelles, un boicottaggio che la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sta subendo da parte dei Socialisti europei, probabilmente per minarne le possibilità di essere riconfermata dopo le elezioni del 2024. Manco a dirlo, c’è anche e soprattutto Josep Borrell, alto rappresentante Ue per la politica estera, socialista spagnolo, dietro il tentativo di stoppare il memorandum d’intesa firmato tra la Commissione europea e la Tunisia lo scorso 16 luglio, alla presenza della von der Leyen, della Meloni, del premier olandese Mark Rutte e naturalmente del presidente tunisino Kais Saied.
Un memorandum che prevede un finanziamento europeo di 255 milioni di euro alla Tunisia, 150 milioni a sostegno del bilancio dello Stato e 105 come supporto al controllo delle frontiere. Soldi che a Tunisi non sono mai arrivati, mandando in fumo l’obiettivo dell’accordo. Borrell, come rivelato dal Giornale, lo scorso 7 settembre ha inviato una lettera a Oliver Varhelyi, il commissario europeo per le Politiche di Vicinato: «Come sai», ha scritto il socialista spagnolo, «a luglio, diversi Stati membri hanno espresso la loro incomprensione riguardo all’azione unilaterale della Commissione per la conclusione di questo memorandum e le loro preoccupazioni riguardo ad alcuni dei suoi contenuti. Dopo la riunione del Consiglio Affari Esteri del 20 luglio», aggiunge Borrell, «alcuni Stati membri ti hanno comunicato queste preoccupazioni con procedura scritta. I ministri hanno osservato che la Commissione non ha seguito le fasi corrette della procedura di adozione e che quindi il memorandum d’intesa non può essere considerato un modello valido per accordi futuri». Il riferimento è a un eventuale accordo dello stesso genere con l’Egitto.
Ieri sono circolate anche voci su una bocciatura del memorandum da parte del Consiglio europeo, smentite da Bruxelles: «Abbiamo lavorato con il Consiglio Ue sul memorandum», ha spiegato una portavoce della Commissione, «abbiamo cominciato un lavoro preliminare al Coreper del 19 aprile e a giugno il Consiglio europeo ha accolto il lavoro complessivo sul memorandum e l’opportunità della missione della von der Leyen. Su queste basi a luglio è stato siglato il memorandum», ha aggiunto la portavoce, «e la Commissione il 19 ha informato il Coreper e il 20 il Consiglio Affari Esteri, ricevendo ampio sostegno». E la lettera di Borrell a Varhelyi? «Non commentiamo scambi interni tra i nostri commissari», fanno sapere da Bruxelles, mentre altre fonti europee dicono a La Presse che «l’attuazione del memorandum con la Tunisia non è stata messa in discussione una volta firmato». Bene, ma i soldi a Tunisi quando arrivano? «I pagamenti», dice la portavoce europea Ana Pisonero, come riporta l’Adnkronos, «comportano un processo che prende un po’ di tempo», anche perché l’accordo, ricorda la viceportavoce capo Dana Spinant, «non riguarda solo le migrazioni».
«Il Consiglio europeo era informato di tutto», sottolinea il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «e non vorrei che dall’Alto rappresentante arrivi un’azione di non condivisione». Intanto la Guardia nazionale della Tunisia, riporta Nova, ha fermato 1.200 persone che cercavano di raggiungere irregolarmente l’Italia e ha sventato 24 operazioni di emigrazione clandestina durante il fine settimana, sequestrando anche sei barche.
Sulla posizione del Pd sarebbe il caso di stendere un velo pietoso: pochi giorni fa, dopo una visitina a Tunisi, i parlamentari dem Laura Boldrini e Giuseppe Provenzano hanno chiesto che «l’Ue non dia seguito al memorandum che ha sottoscritto con la Tunisia il 16 luglio», in quanto Saied sarebbe un dittatore. Il che sarà pure vero, ma è vero pure che, con o senza accordo, sempre dittatore resterebbe, ma il blocco del memorandum comporterebbe come unico risultato altre morti in mare.
Un po’ di buon senso arriva dalla Germania: il ministro dell’Interno tedesco, Nancy Faeser, Socialdemocratica, secondo il sito stranieriinitalia.it ha dichiarato alla tv pubblica Ard il suo pieno sostegno alla proposta della presidente della von der Leyen, di espandere la sorveglianza aerea e navale dei confini esterni dell’Unione: «Non possiamo fare altro», ha detto la Faeser, «altrimenti non avremo in pugno la situazione migratoria».
Parigi va in cortocircuito Il ministro: nessuno da noi. Ma Mentone si attrezza
Mai come prima d’ora, l’invasione di clandestini a Lampedusa ha mandato in cortocircuito Emmanuel Macron e il suo governo. Ieri mattina, su CNews, il ministro dell’Interno transalpino Gérald Darmanin, ha escluso la possibilità che la Francia accolga migranti sbarcati a Lampedusa. Sempre ieri, ma nelle prime ore della giornata, Bfmtv aveva confermato che già 250 migranti erano stati respinti verso l’Italia. Ma poche ora dopo sempre Bfmtv ha rivelato che la prefettura delle Alpi Marittime requisirà un sito a Mentone, almeno per l’accoglienza temporanea dei migranti in attesa che questi vengano rimessi all’Italia. Darmanin è partito in serata per Roma.
Già il 15 settembre scorso, anche Macron sembrava essere andato nel pallone per le notizie in arrivo da Lampedusa, pur tendendo una mano all’Italia e definendo una responsabilità dell’Ue nel suo complesso l’essere accanto all’Italia» e assicurando anche che la Francia avrebbe agito «con rigore e umanità». Macron però aveva anche lanciato una bordata a Giorgia Meloni, affermando che «gli approcci strettamente nazionalisti (all’emergenza immigrazione, ndr) hanno i loro limiti».
Rispetto agli attacchi rivolti all’Italia, ai quali ci avevano abituati Macron e Darmanin, questa volta le loro uscite sono state molto più leggere. Probabilmente ha influito anche la visita di papa Francesco, che sabato sarà a Marsiglia. In ogni caso, le uscite di Darmanin su Cnews hanno fatto dire alla Lega in una nota: «Basta chiacchiere, gli italiani si aspettano e si meritano dalla Francia e dall’Europa fatti concreti!».
Al susseguirsi di notizie contrastanti in tema di migranti ha reagito David Lisnard, sindaco di Cannes e presidente dell’Associazione dei sindaci francesi. Su X, il primo cittadino ha ripreso ironicamente le parole di un avvertimento solitamente rivolto ai bambini quando assistono a spettacoli di acrobazia: «Non cercate di rifare questa mossa a casa vostra». Come se Macron e Darmanin fossero dei circensi impegnati in acrobazie politiche. Già perché se la questione migranti è una patata bollente per Giorgia Meloni, lo è anche per Macron che, non bisogna dimenticarlo, a inizio luglio ha dovuto gestire la guerriglia che - secondo la prefettura di Parigi - è stata provocata da «una grande maggioranza» di «giovani di nazionalità francese ma di origine immigrata principalmente del Maghreb o dell’Africa subsahariana».
Inoltre, tra 9 mesi, anche i francesi voteranno per le europee e molti di loro sono critici sull’immigrazione. Per l’indagine di Odoxa Backbone, pubblicata da Le Figaro , il 74% dei francesi boccia la politica migratoria dall’esecutivo Borne. Così, forse per coprirsi le spalle, nel weekend esponenti macronisti e di sinistra hanno ripetuto in varie trasmissioni politiche il mantra: «Avete visto? Anche quando governa la destra, l’immigrazione non si ferma». Parole che però non tengono conto delle politiche immigrazioniste Ue degli ultimi anni.
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Il Pse sta boicottando il memorandum firmato dalla Von der Leyen e dal governo italiano con Kais Saied per frenare gli sbarchi. Josep Borrell briga in vista delle prossime elezioni europee. Intanto la Germania tende la mano: «Giusto controllare cielo e mare».In Francia Gérald Darmanin «corregge» anche Emmanuel Macron: è un problema di Roma. Alla frontiera al via i lavori per una struttura di accoglienza.Lo speciale contiene due articoli.«C’è chi rema contro», dice Giorgia Meloni a proposito dell’accordo tra Europa e Tunisia per fermare le partenze dal pese nordafricano. Un gioco sporco, consumato nelle segrete stanze di Bruxelles, un boicottaggio che la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sta subendo da parte dei Socialisti europei, probabilmente per minarne le possibilità di essere riconfermata dopo le elezioni del 2024. Manco a dirlo, c’è anche e soprattutto Josep Borrell, alto rappresentante Ue per la politica estera, socialista spagnolo, dietro il tentativo di stoppare il memorandum d’intesa firmato tra la Commissione europea e la Tunisia lo scorso 16 luglio, alla presenza della von der Leyen, della Meloni, del premier olandese Mark Rutte e naturalmente del presidente tunisino Kais Saied. Un memorandum che prevede un finanziamento europeo di 255 milioni di euro alla Tunisia, 150 milioni a sostegno del bilancio dello Stato e 105 come supporto al controllo delle frontiere. Soldi che a Tunisi non sono mai arrivati, mandando in fumo l’obiettivo dell’accordo. Borrell, come rivelato dal Giornale, lo scorso 7 settembre ha inviato una lettera a Oliver Varhelyi, il commissario europeo per le Politiche di Vicinato: «Come sai», ha scritto il socialista spagnolo, «a luglio, diversi Stati membri hanno espresso la loro incomprensione riguardo all’azione unilaterale della Commissione per la conclusione di questo memorandum e le loro preoccupazioni riguardo ad alcuni dei suoi contenuti. Dopo la riunione del Consiglio Affari Esteri del 20 luglio», aggiunge Borrell, «alcuni Stati membri ti hanno comunicato queste preoccupazioni con procedura scritta. I ministri hanno osservato che la Commissione non ha seguito le fasi corrette della procedura di adozione e che quindi il memorandum d’intesa non può essere considerato un modello valido per accordi futuri». Il riferimento è a un eventuale accordo dello stesso genere con l’Egitto. Ieri sono circolate anche voci su una bocciatura del memorandum da parte del Consiglio europeo, smentite da Bruxelles: «Abbiamo lavorato con il Consiglio Ue sul memorandum», ha spiegato una portavoce della Commissione, «abbiamo cominciato un lavoro preliminare al Coreper del 19 aprile e a giugno il Consiglio europeo ha accolto il lavoro complessivo sul memorandum e l’opportunità della missione della von der Leyen. Su queste basi a luglio è stato siglato il memorandum», ha aggiunto la portavoce, «e la Commissione il 19 ha informato il Coreper e il 20 il Consiglio Affari Esteri, ricevendo ampio sostegno». E la lettera di Borrell a Varhelyi? «Non commentiamo scambi interni tra i nostri commissari», fanno sapere da Bruxelles, mentre altre fonti europee dicono a La Presse che «l’attuazione del memorandum con la Tunisia non è stata messa in discussione una volta firmato». Bene, ma i soldi a Tunisi quando arrivano? «I pagamenti», dice la portavoce europea Ana Pisonero, come riporta l’Adnkronos, «comportano un processo che prende un po’ di tempo», anche perché l’accordo, ricorda la viceportavoce capo Dana Spinant, «non riguarda solo le migrazioni». «Il Consiglio europeo era informato di tutto», sottolinea il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, «e non vorrei che dall’Alto rappresentante arrivi un’azione di non condivisione». Intanto la Guardia nazionale della Tunisia, riporta Nova, ha fermato 1.200 persone che cercavano di raggiungere irregolarmente l’Italia e ha sventato 24 operazioni di emigrazione clandestina durante il fine settimana, sequestrando anche sei barche. Sulla posizione del Pd sarebbe il caso di stendere un velo pietoso: pochi giorni fa, dopo una visitina a Tunisi, i parlamentari dem Laura Boldrini e Giuseppe Provenzano hanno chiesto che «l’Ue non dia seguito al memorandum che ha sottoscritto con la Tunisia il 16 luglio», in quanto Saied sarebbe un dittatore. Il che sarà pure vero, ma è vero pure che, con o senza accordo, sempre dittatore resterebbe, ma il blocco del memorandum comporterebbe come unico risultato altre morti in mare. Un po’ di buon senso arriva dalla Germania: il ministro dell’Interno tedesco, Nancy Faeser, Socialdemocratica, secondo il sito stranieriinitalia.it ha dichiarato alla tv pubblica Ard il suo pieno sostegno alla proposta della presidente della von der Leyen, di espandere la sorveglianza aerea e navale dei confini esterni dell’Unione: «Non possiamo fare altro», ha detto la Faeser, «altrimenti non avremo in pugno la situazione migratoria».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/maggioranza-ursula-affonda-in-tunisia-2665616318.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-va-in-cortocircuito-il-ministro-nessuno-da-noi-ma-mentone-si-attrezza" data-post-id="2665616318" data-published-at="1695103239" data-use-pagination="False"> Parigi va in cortocircuito Il ministro: nessuno da noi. Ma Mentone si attrezza Mai come prima d’ora, l’invasione di clandestini a Lampedusa ha mandato in cortocircuito Emmanuel Macron e il suo governo. Ieri mattina, su CNews, il ministro dell’Interno transalpino Gérald Darmanin, ha escluso la possibilità che la Francia accolga migranti sbarcati a Lampedusa. Sempre ieri, ma nelle prime ore della giornata, Bfmtv aveva confermato che già 250 migranti erano stati respinti verso l’Italia. Ma poche ora dopo sempre Bfmtv ha rivelato che la prefettura delle Alpi Marittime requisirà un sito a Mentone, almeno per l’accoglienza temporanea dei migranti in attesa che questi vengano rimessi all’Italia. Darmanin è partito in serata per Roma. Già il 15 settembre scorso, anche Macron sembrava essere andato nel pallone per le notizie in arrivo da Lampedusa, pur tendendo una mano all’Italia e definendo una responsabilità dell’Ue nel suo complesso l’essere accanto all’Italia» e assicurando anche che la Francia avrebbe agito «con rigore e umanità». Macron però aveva anche lanciato una bordata a Giorgia Meloni, affermando che «gli approcci strettamente nazionalisti (all’emergenza immigrazione, ndr) hanno i loro limiti». Rispetto agli attacchi rivolti all’Italia, ai quali ci avevano abituati Macron e Darmanin, questa volta le loro uscite sono state molto più leggere. Probabilmente ha influito anche la visita di papa Francesco, che sabato sarà a Marsiglia. In ogni caso, le uscite di Darmanin su Cnews hanno fatto dire alla Lega in una nota: «Basta chiacchiere, gli italiani si aspettano e si meritano dalla Francia e dall’Europa fatti concreti!». Al susseguirsi di notizie contrastanti in tema di migranti ha reagito David Lisnard, sindaco di Cannes e presidente dell’Associazione dei sindaci francesi. Su X, il primo cittadino ha ripreso ironicamente le parole di un avvertimento solitamente rivolto ai bambini quando assistono a spettacoli di acrobazia: «Non cercate di rifare questa mossa a casa vostra». Come se Macron e Darmanin fossero dei circensi impegnati in acrobazie politiche. Già perché se la questione migranti è una patata bollente per Giorgia Meloni, lo è anche per Macron che, non bisogna dimenticarlo, a inizio luglio ha dovuto gestire la guerriglia che - secondo la prefettura di Parigi - è stata provocata da «una grande maggioranza» di «giovani di nazionalità francese ma di origine immigrata principalmente del Maghreb o dell’Africa subsahariana». Inoltre, tra 9 mesi, anche i francesi voteranno per le europee e molti di loro sono critici sull’immigrazione. Per l’indagine di Odoxa Backbone, pubblicata da Le Figaro , il 74% dei francesi boccia la politica migratoria dall’esecutivo Borne. Così, forse per coprirsi le spalle, nel weekend esponenti macronisti e di sinistra hanno ripetuto in varie trasmissioni politiche il mantra: «Avete visto? Anche quando governa la destra, l’immigrazione non si ferma». Parole che però non tengono conto delle politiche immigrazioniste Ue degli ultimi anni.
Guido Gallese (Ansa)
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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