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2024-07-11
Macron parla per imporre il pateracchio
Emmanuel Macron (Ansa)
«Chiedo a tutte le forze politiche che si riconoscono nelle istituzioni repubblicane, lo stato di diritto, il parlamentarismo, un orientamento europeo e la difesa dell’indipendenza francese, di avviare un dialogo sincero e leale per costruire una maggioranza solida, necessariamente plurale, per il Paese». È la prima volta che il presidente francese Emmanuel Macron parla dopo i risultati del secondo turno delle elezioni per l’Assemblea nazionale. Il capo dell’Eliseo fa il punto sui risultati delle elezioni legislative anticipate: «Divise al primo turno, unite da reciproci ritiri al secondo, elette grazie ai voti degli elettori dei loro ex avversari, solo le forze repubblicane rappresentano la maggioranza assoluta». E aggiunge: «La natura di queste elezioni è segnata da una richiesta di cambiamento e di condivisione del potere, li costringe a costruire un grande rassemblement». È un modo, insomma, per prendere tempo sulla nomina del primo ministro e un tentativo di eliminare entrambi gli estremismi: la sinistra arrivata prima e la destra che contro tutte i pronostici è arrivata invece solo terza.
«Questa unione dovrà essere costruita attorno a qualche grande principio per il Paese, a valori repubblicani chiari e condivisi, a un progetto pragmatico e leggibile e che tenga conto delle preoccupazioni che voi avete espresso al momento delle elezioni. Dovrà garantire la più grande stabilità istituzionale possibile. Riunirà donne e uomini che, nella tradizione della Quinta Repubblica, pongono il loro Paese al di sopra del loro partito, la nazione al di sopra della loro ambizione. Quello che i francesi hanno scelto nelle urne - cioè il fronte repubblicano - le forze politiche devono concretizzarlo con le loro azioni». Poi diventa chiaro sull’attesa, quando scrive: «Questo presuppone di lasciare un po’ di tempo alle forze politiche per costruire questi compromessi con serenità e rispetto di ognuno. Fino a quel momento, il governo attuale continuerà ad esercitare le sue responsabilità, poi resterà in carica per gli affari correnti, così come vuole la tradizione repubblicana». Spiegato così anche il rifiuto delle dimissioni dell’attuale primo ministro Gabriel Attal.
Insomma è chiaro che per Macron adesso non c’è fretta. La Francia il governo ce l’ha e con la scusa di garantire la stabilità del Paese può durare quanto basta. Inoltre la lettera può sembrare una risposta indiretta al leader de La France Insoumise (Lfi), Jean-Luc Mélenchon, che ieri mattina durante un punto stampa al Parlamento europeo ha detto: «In Europa, nelle democrazie parlamentari, il voto ha una certa importanza e il presidente della Repubblica dovrebbe tenere conto del risultato del voto: il Nuovo fronte popolare è la prima coalizione e dovrebbe essere consultata». Mélenchon rispondeva a una domanda sulla nomina del prossimo commissario Ue francese. «In alcuni Paesi avremmo l’audacia di pensare che il primo gruppo di un’Assemblea sia il più idoneo a nominare i commissari. Ma la monarchia presidenziale è unica e ha inventato le proprie regole», ha attaccato.
Quando si parla di nomi non si mostra però aggressivo: «A un certo punto, su iniziativa dello stesso Olivier Faure, abbiamo stabilito una regola secondo la quale il primo dei gruppi all’interno della coalizione proponeva il premier», ha spiegato Mélenchon. «Quindi è chiaramente meglio accordarsi sul nome ed è quello che cercheremo di fare».
Olivier Faure, segretario del partito socialista, infatti, nelle ultime ore sembra il favorito nel totopremier. «Sono pronto», ha detto e non sarebbe quindi visto come un nemico da Mélenchon, che però continua a fare il nome di Clémence Guetté, giovane coordinatrice del programma del movimento di Lfi.
Anche perché Macron non ha alcuna intenzione di nominare un premier, e frena su un esecutivo del Fronte popolare. L’idea è quella di formare un gabinetto di larghe intese senza la France Insoumise. Quest’ultimo, che sembrava il gruppo con il maggior numero di deputati, sta perdendo pezzi con i dissidenti guidati da François Ruffin che hanno deciso di formare un nuovo gruppo parlamentare con ecologisti e comunisti. Non stanno a guardare da Rassemblement National, che ieri sono tornati a Palais Bourbon, sede della Camera bassa del Parlamento francese, freschi del risultato deludente seguito dal boom delle europee. Il presidente Jordan Bardella ha commentato duramente la lettera del presidente francese, accusandolo di «organizzare la paralisi del Paese posizionando l’estrema sinistra alle porte del potere, dopo accordi indegni. E il suo messaggio d’ora in poi è: siete soli. Irresponsabile». Già la leader di Rn Marine Le Pen, ancora prima che venisse pubblicata la lettera di Macron definiva «spaventoso» lo spettacolo di «tutti questi politici che si spingono fra di loro per farsi nominare premier». Poi ha chiosato: «L’unico partito degno è quello che è giustamente arrivato in testa al secondo turno delle legislative, con il 37% e dieci milioni di voti».
«Con il Fronte popolare al governo gli ebrei rischiano persecuzioni»
I cittadini francesi di religione ebraica sono sempre più preoccupati per l’evoluzione della situazione politica d’Oltralpe dopo le elezioni legislative anticipate. Anche in Italia ci sono segni di inquietudine, in particolare nella comunità ebraica di Roma. Ieri su Radio Libertà, Johanna Arbib, assessore ai rapporti internazionali della comunità ebraica di Roma, ha evocato i rischi che corrono gli ebrei di Francia nell’eventualità che nasca un governo guidato o formato anche dall’estrema sinistra del Nuovo fronte popolare. «Dopo l’affermazione alle urne di Jean-Luc Mélenchon gli ebrei vivono con grande timore», ha dichiarato Arbib. «Mélenchon al potere oggi per un ebreo in Francia crea un grande problema. Domenica sera abbiamo visto in piazza più bandiere palestinesi che francesi e questo non va bene. Credo che dobbiamo prepararci, e anche Israele si deve preparare. Nei prossimi mesi ci sarà un’emigrazione in massa di ebrei dalla Francia verso Israele». Secondo l’esponente della comunità ebraica romana, ci sono dei precedenti che lasciano pensare che la partenza degli ebrei dalla Francia rappresenterebbe un terremoto per il Paese. «In Nord Africa», ha dichiarato ancora Arbib, «c’erano oltre un milione di ebrei. Oggi non ce ne sono più, e dopo la partenza delle comunità ebraiche questi Paesi sono caduti nell’abisso. È questo che si rischia: se parte la comunità ebraica francese, la Francia cade nell’abisso. È importante che la comunità ebraica sia salda, aiuta il Paese, fa da deterrente».
I timori di Johanna Arbib sono stati confermati a La Verità da Arié Bensemhoun, ceo di Elnet France, un’organizzazione attiva nell’ambito della collaborazione tra vari Paesi europei e Israele. «Per gli ebrei francesi la situazione è peggiorata già dall’inizio degli anni 2000, con la seconda Intifada e il World Trade Center», spiega Bensemhoun, anche se «dopo i massacri del 7 ottobre 2023, il numero degli atti antisemiti o contro le comunità ebraiche è stato moltiplicato per 1000. Questi atti sono compiuti da persone di estrema sinistra». Secondo il ceo di Elnet France i cittadini francesi di religione ebraica «hanno l’impressione di rivivere ciò che abbiamo vissuto negli anni Venti e Trenta», e quindi decidono di lasciare il Paese. Ma Bensemhoun avverte: «Si dice che dopo il sabato c’è la domenica. Ciò significa che prima si attaccano gli ebrei e poi gli altri». Il responsabile di Elnet usa una metafora preoccupante. «Gli ebrei possono essere paragonati al canarino della miniera», spiega a La Verità, «i minatori tenevano questi uccellini in gabbia perché percepivano le emissioni di gas tossici prima dell’uomo. Quindi se il canarino moriva, i minatori capivano che dovevano andarsene in fretta. Gli ebrei hanno memoria e non possono più fidarsi delle autorità che non sono più in grado di garantire la pace sociale e la sicurezza delle persone. In ogni caso non sono solo gli ebrei a partire per Israele e a fare l’Alyah (il ritorno in Israele, ndr)».
Bensemhoun pensa che dopo che gli ebrei se ne saranno andati «assisteremo a una fuga delle élite. Anche loro lasciano la Francia perché si chiedono cosa si potrebbe fare con un governo composto da persone di estrema sinistra come queste». Il nostro interlocutore è convinto però anche di un’altra cosa: «Sono tanti gli ebrei in partenza per Israele o altrove, ma non intendiamo abbassare la testa».
Tornando all’Italia, ieri a Roma sono stati presentati davanti alla Commissione Segre i dati che confermano un aumento impressionante di atti antisemiti nel nostro Paese dopo il 7 ottobre, che passano da 98 a 406. Sempre ieri la senatrice Liliana Segre ha rilasciato un’intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine dichiarando che il premier Giorgia Meloni «ha capito di aver sbagliato su Fanpage».
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L’inquilino dell’Eliseo interviene con una lettera dopo i risultati del ballottaggio e rinvia la decisione sull’esecutivo, invocando una maggioranza «plurale». Bardella: «Sta posizionando gli estremisti di sinistra alle porte del potere». Mélenchon in pressing.La comunità ebraica romana in ansia per la Francia. Dati allarmanti anche nel nostro Paese.Lo speciale contiene due articoli.«Chiedo a tutte le forze politiche che si riconoscono nelle istituzioni repubblicane, lo stato di diritto, il parlamentarismo, un orientamento europeo e la difesa dell’indipendenza francese, di avviare un dialogo sincero e leale per costruire una maggioranza solida, necessariamente plurale, per il Paese». È la prima volta che il presidente francese Emmanuel Macron parla dopo i risultati del secondo turno delle elezioni per l’Assemblea nazionale. Il capo dell’Eliseo fa il punto sui risultati delle elezioni legislative anticipate: «Divise al primo turno, unite da reciproci ritiri al secondo, elette grazie ai voti degli elettori dei loro ex avversari, solo le forze repubblicane rappresentano la maggioranza assoluta». E aggiunge: «La natura di queste elezioni è segnata da una richiesta di cambiamento e di condivisione del potere, li costringe a costruire un grande rassemblement». È un modo, insomma, per prendere tempo sulla nomina del primo ministro e un tentativo di eliminare entrambi gli estremismi: la sinistra arrivata prima e la destra che contro tutte i pronostici è arrivata invece solo terza. «Questa unione dovrà essere costruita attorno a qualche grande principio per il Paese, a valori repubblicani chiari e condivisi, a un progetto pragmatico e leggibile e che tenga conto delle preoccupazioni che voi avete espresso al momento delle elezioni. Dovrà garantire la più grande stabilità istituzionale possibile. Riunirà donne e uomini che, nella tradizione della Quinta Repubblica, pongono il loro Paese al di sopra del loro partito, la nazione al di sopra della loro ambizione. Quello che i francesi hanno scelto nelle urne - cioè il fronte repubblicano - le forze politiche devono concretizzarlo con le loro azioni». Poi diventa chiaro sull’attesa, quando scrive: «Questo presuppone di lasciare un po’ di tempo alle forze politiche per costruire questi compromessi con serenità e rispetto di ognuno. Fino a quel momento, il governo attuale continuerà ad esercitare le sue responsabilità, poi resterà in carica per gli affari correnti, così come vuole la tradizione repubblicana». Spiegato così anche il rifiuto delle dimissioni dell’attuale primo ministro Gabriel Attal. Insomma è chiaro che per Macron adesso non c’è fretta. La Francia il governo ce l’ha e con la scusa di garantire la stabilità del Paese può durare quanto basta. Inoltre la lettera può sembrare una risposta indiretta al leader de La France Insoumise (Lfi), Jean-Luc Mélenchon, che ieri mattina durante un punto stampa al Parlamento europeo ha detto: «In Europa, nelle democrazie parlamentari, il voto ha una certa importanza e il presidente della Repubblica dovrebbe tenere conto del risultato del voto: il Nuovo fronte popolare è la prima coalizione e dovrebbe essere consultata». Mélenchon rispondeva a una domanda sulla nomina del prossimo commissario Ue francese. «In alcuni Paesi avremmo l’audacia di pensare che il primo gruppo di un’Assemblea sia il più idoneo a nominare i commissari. Ma la monarchia presidenziale è unica e ha inventato le proprie regole», ha attaccato. Quando si parla di nomi non si mostra però aggressivo: «A un certo punto, su iniziativa dello stesso Olivier Faure, abbiamo stabilito una regola secondo la quale il primo dei gruppi all’interno della coalizione proponeva il premier», ha spiegato Mélenchon. «Quindi è chiaramente meglio accordarsi sul nome ed è quello che cercheremo di fare». Olivier Faure, segretario del partito socialista, infatti, nelle ultime ore sembra il favorito nel totopremier. «Sono pronto», ha detto e non sarebbe quindi visto come un nemico da Mélenchon, che però continua a fare il nome di Clémence Guetté, giovane coordinatrice del programma del movimento di Lfi.Anche perché Macron non ha alcuna intenzione di nominare un premier, e frena su un esecutivo del Fronte popolare. L’idea è quella di formare un gabinetto di larghe intese senza la France Insoumise. Quest’ultimo, che sembrava il gruppo con il maggior numero di deputati, sta perdendo pezzi con i dissidenti guidati da François Ruffin che hanno deciso di formare un nuovo gruppo parlamentare con ecologisti e comunisti. Non stanno a guardare da Rassemblement National, che ieri sono tornati a Palais Bourbon, sede della Camera bassa del Parlamento francese, freschi del risultato deludente seguito dal boom delle europee. Il presidente Jordan Bardella ha commentato duramente la lettera del presidente francese, accusandolo di «organizzare la paralisi del Paese posizionando l’estrema sinistra alle porte del potere, dopo accordi indegni. E il suo messaggio d’ora in poi è: siete soli. Irresponsabile». Già la leader di Rn Marine Le Pen, ancora prima che venisse pubblicata la lettera di Macron definiva «spaventoso» lo spettacolo di «tutti questi politici che si spingono fra di loro per farsi nominare premier». Poi ha chiosato: «L’unico partito degno è quello che è giustamente arrivato in testa al secondo turno delle legislative, con il 37% e dieci milioni di voti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-sinistra-antisemitismo-2668726406.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="con-il-fronte-popolare-al-governo-gli-ebrei-rischiano-persecuzioni" data-post-id="2668726406" data-published-at="1720677892" data-use-pagination="False"> «Con il Fronte popolare al governo gli ebrei rischiano persecuzioni» I cittadini francesi di religione ebraica sono sempre più preoccupati per l’evoluzione della situazione politica d’Oltralpe dopo le elezioni legislative anticipate. Anche in Italia ci sono segni di inquietudine, in particolare nella comunità ebraica di Roma. Ieri su Radio Libertà, Johanna Arbib, assessore ai rapporti internazionali della comunità ebraica di Roma, ha evocato i rischi che corrono gli ebrei di Francia nell’eventualità che nasca un governo guidato o formato anche dall’estrema sinistra del Nuovo fronte popolare. «Dopo l’affermazione alle urne di Jean-Luc Mélenchon gli ebrei vivono con grande timore», ha dichiarato Arbib. «Mélenchon al potere oggi per un ebreo in Francia crea un grande problema. Domenica sera abbiamo visto in piazza più bandiere palestinesi che francesi e questo non va bene. Credo che dobbiamo prepararci, e anche Israele si deve preparare. Nei prossimi mesi ci sarà un’emigrazione in massa di ebrei dalla Francia verso Israele». Secondo l’esponente della comunità ebraica romana, ci sono dei precedenti che lasciano pensare che la partenza degli ebrei dalla Francia rappresenterebbe un terremoto per il Paese. «In Nord Africa», ha dichiarato ancora Arbib, «c’erano oltre un milione di ebrei. Oggi non ce ne sono più, e dopo la partenza delle comunità ebraiche questi Paesi sono caduti nell’abisso. È questo che si rischia: se parte la comunità ebraica francese, la Francia cade nell’abisso. È importante che la comunità ebraica sia salda, aiuta il Paese, fa da deterrente». I timori di Johanna Arbib sono stati confermati a La Verità da Arié Bensemhoun, ceo di Elnet France, un’organizzazione attiva nell’ambito della collaborazione tra vari Paesi europei e Israele. «Per gli ebrei francesi la situazione è peggiorata già dall’inizio degli anni 2000, con la seconda Intifada e il World Trade Center», spiega Bensemhoun, anche se «dopo i massacri del 7 ottobre 2023, il numero degli atti antisemiti o contro le comunità ebraiche è stato moltiplicato per 1000. Questi atti sono compiuti da persone di estrema sinistra». Secondo il ceo di Elnet France i cittadini francesi di religione ebraica «hanno l’impressione di rivivere ciò che abbiamo vissuto negli anni Venti e Trenta», e quindi decidono di lasciare il Paese. Ma Bensemhoun avverte: «Si dice che dopo il sabato c’è la domenica. Ciò significa che prima si attaccano gli ebrei e poi gli altri». Il responsabile di Elnet usa una metafora preoccupante. «Gli ebrei possono essere paragonati al canarino della miniera», spiega a La Verità, «i minatori tenevano questi uccellini in gabbia perché percepivano le emissioni di gas tossici prima dell’uomo. Quindi se il canarino moriva, i minatori capivano che dovevano andarsene in fretta. Gli ebrei hanno memoria e non possono più fidarsi delle autorità che non sono più in grado di garantire la pace sociale e la sicurezza delle persone. In ogni caso non sono solo gli ebrei a partire per Israele e a fare l’Alyah (il ritorno in Israele, ndr)». Bensemhoun pensa che dopo che gli ebrei se ne saranno andati «assisteremo a una fuga delle élite. Anche loro lasciano la Francia perché si chiedono cosa si potrebbe fare con un governo composto da persone di estrema sinistra come queste». Il nostro interlocutore è convinto però anche di un’altra cosa: «Sono tanti gli ebrei in partenza per Israele o altrove, ma non intendiamo abbassare la testa». Tornando all’Italia, ieri a Roma sono stati presentati davanti alla Commissione Segre i dati che confermano un aumento impressionante di atti antisemiti nel nostro Paese dopo il 7 ottobre, che passano da 98 a 406. Sempre ieri la senatrice Liliana Segre ha rilasciato un’intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine dichiarando che il premier Giorgia Meloni «ha capito di aver sbagliato su Fanpage».
Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 4 marzo 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché la guerra in Iran potrebbe durare a lungo.