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2019-03-05
Fazio ha annuito a Macron per 1.092 volte
Ansa
Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.
Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere.
Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.
Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.
Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe».
Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile.
Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa».
Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. Che a sua volta tace.
Un’intervista a rotta di collo Fazio ha annuito ben 1.092 volte
Giphy
Gli esercizi per la cervicale? Quelli infallibili? Li trovate sul sito della Rai: basta andare a rivedere l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron e ripetere (facendo assai attenzione a non slogarsi il collo) i movimenti della testolina del teleconduttore. Indovinate quante volte Fazio fa cenno di sì con la testa durante l'intervista? Le abbiamo contate: sono 1.092. Per 1.092 volte, in 30 minuti, Fazio accompagna le parole di Macron annuendo vistosamente. Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire.
L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa.
Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue.
Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione.
Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione.
Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo.
«Tanti sorrisi, ma sinceri solo due»
«I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo.
Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa?
«Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire».
Quando lo ha fatto?
«Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede».
Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero?
«Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita».
Da cosa lo deduce?
«Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro».
Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato?
«In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista».
Perché, professore?
«Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano».
Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese?
«Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo».
Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso?
«Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro».
Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese.
«L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione».
Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo?
«Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo».
Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese?
«Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita».
Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia
L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus.
Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate.
La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia.
Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
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Nessuna domanda su estradizione dei brigatisti né Africa: il pubblico opta per fiction e calcio. Giorgia Meloni sul conduttore: «Servo fra i servi».Mentre il presidente francese procedeva indisturbato nel proprio monologo, il conduttore faceva 36,4 segni d'approvazione al minuto, praticamente uno ogni paio di secondi. Pessima figura per la tv di Stato.L'esperto di linguaggio del volto analizza, Enzo Kermol, il leader transalpino: «Lo sguardo era spesso fisso, indice di poca spontaneità. E sull'immigrazione ha mostrato paura».Oltralpe si sono giocati la carta della quinta candidatura per Abdelaziz Bouteflika ma le piazze algerine ribollono. È una grana per l'Ue e soprattutto per l'Italia: gas, immigrati e jihadisti scatenati.Lo speciale contiene quattro articoli Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere. Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe». Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile. Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa». Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. 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Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire. L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa. Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue. Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione. Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione. Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tanti-sorrisi-ma-sinceri-solo-due" data-post-id="2630647794" data-published-at="1779082607" data-use-pagination="False"> «Tanti sorrisi, ma sinceri solo due» «I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo. Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa? «Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire». Quando lo ha fatto? «Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede». Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero? «Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita». Da cosa lo deduce? «Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro». Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato? «In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista». Perché, professore? «Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano». Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese? «Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo». Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso? «Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro». Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese. «L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione». Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo? «Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo». Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese? «Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="parigi-perde-il-controllo-sullalgeria-siamo-a-un-passo-da-una-nuova-libia" data-post-id="2630647794" data-published-at="1779082607" data-use-pagination="False"> Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus. Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate. La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia. Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.
I soccorsi alle vittime falciate a Modena da Salim el Koudri, nel riquadro (Ansa)
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura. El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo. No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto. Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. El Koudri andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
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Anna Maria Giannini (Imagoeconomica)
Anna Maria Giannini è una delle più autorevoli psicologhe e criminologhe italiane. Con lei abbiamo esaminato dall'inizio la vicenda della famiglia nel bosco, per cercare di capire che cosa sia andato storto e perché i Trevallion siano ancora separati dopo mesi e mesi.
«Nella prima ordinanza, quella che dispone la sospensione temporanea della responsabilità genitoriale, si parla di alcune criticità collegate alle condizioni abitative, di assenza di vaccinazioni e visite pediatriche», spiega la professoressa. «Poi si dice che la mancata frequentazione della scuola comporterebbe l'impossibilità per questi bambini di apprendere in condizioni cooperative. Stanti alcune criticità sulle quali era importante intervenire, la misura presa a mio avviso è abnorme».
Non si dovevano togliere i bambini?
«Disporre l'allontanamento di questi tre bambini dai genitori e dall'ambiente in cui avevano vissuto non può che comportare tutto ciò che benissimo descrivono i consulenti di parte della famiglia, il collega Cantelmi e la collega Aiello. Loro hanno parlato di sradicamento, hanno usato termini forti come traumatizzazione... Del resto è ciò che indica tutta la letteratura scientifica quando ci sono grosse fratture emotive come l'allontanamento dai genitori».
Lo hanno detto in tanti.
«Questi non sono genitori maltrattanti, avevano un'interazione con questi bambini di grande affetto. I bambini vivevano in un ambiente con presenza di animali, in continuo contatto con i genitori... Proviamo solo ad immaginare che cosa significhi prendere questi tre bambini e allontanarli innanzitutto da mamma e papà, ma poi anche dal loro sistema di riferimento, dagli animali che sono importanti per loro. Esiste tutta una letteratura che spiega quanto sia importante il contatto con gli animali. Adesso sono in una situazione completamente opposta, all'interno di una casa famiglia, senza i loro genitori, con la mamma che inizialmente era presente e poi è stata allontanata".
Però ripeto: tanti suoi colleghi hanno detto cose simili. Come è possibile che un tribunale non ne tenga conto?
«Da quanto dice Cantelmi, e se lo riferisce credo proprio che sia vero, nella perizia la letteratura scientifica citata sia ferma a diversi anni fa. Né viene citata una letteratura aggiornata né si tiene conto di quanto in tanti abbiamo detto, pubblicato, espresso in trasmissioni televisive, eccetera. Si fa riferimento ad un metodo che in vede come rilevanti determinate regole fisse riguardanti ciò che un genitore dovrebbe fare".
Cioè?
«Viene posto in primo piano il fatto che il genitore dovrebbe vaccinare i bambini, portarli dal pediatra, portarli a scuola... I due genitori si sono discostati da queste regole e ciò è stato interpretato come qualcosa che mette a rischio i bambini».
Quali misure sarebbero state più utili?
«Dare un sostegno nel luogo in cui questa famiglia si trovava, comunque mantenendola unita. Non hanno peraltro tenuto conto anche di un altro aspetto: questi due genitori vengono da una dall'Australia e l'altro dal Regno Unito, e non parlano un italiano perfetto. All'inizio non c'era neanche un interprete. Ora, non è difficile trovare un interprete dall'inglese o psicologi che parlino inglese...».
In ogni caso non si è tenuto granché conto delle indicazioni degli esperti.
«Credo sia un po’ stata ignorata la comunità scientifica, perché siamo stati veramente in tanti a mettere in guardia sul rischio che questi bambini correvano, compresi nomi di rilievo».
L’allontanamento non viene deciso in base a una relazione di suoi colleghi. Ma seguendo le relazioni dei servizi sociali. Forse un assistente sociale non ha le competenze necessarie...
«Ma infatti è questo il fatto grave. Io sono fermamente convinta che negli allontanamenti dovrebbe essere reso obbligatorio il parere di uno psicologo, perché chi conosce gli effetti sulla mente dei bambini o chi conosce i rischi dell'allontanamento sono queste figure professionali. Certamente molto meno gli assistenti sociali che non è che non siano una classe preparata, ci mancherebbe, ma hanno un tipo di preparazione assolutamente differente. Ora, è chiaro che decide il giudice. Ma decidere sulla base del parere dei servizi sociali è l’altro problema che si è creato in questa vicenda. Inoltre, mentre veniva condotta la consulenza tecnica d’ufficio questi due genitori si sono mostrati collaborativi: i vaccini sono stati fatti, le visite pediatriche sono state fatte, loro si sono detti disponibili ad una situazione scolastica vicina a quella che veniva proposta…».
Però la perizia non solo non tiene conto di nulla di tutto ciò, ma ribadisce che i genitori sono rigidi.
«E questo è non solo molto problematico, ma pericoloso per i bambini perché nel frattempo abbiamo saputo che piangono e chiedono della mamma, una è andata in ospedale, la mamma l'ha potuta vedere in orari contingentati... Guardi, qui c’è un problema di fondo».
Quale?
«La valutazione della capacità genitoriale non deve avere a che fare con aspetti personologici, altrimenti toglieremo i figli a tutti. Noi possiamo dire che uno è rigido, un altro è ansioso, un altro è depresso... Ma questo lo rende inadatto ad essere un genitore? No. La capacità genitoriale è un'altra cosa. I figli vanno allontanati da chi è violento, da chi li picchia, magari da chi li manda a chiedere l’elemosina... Ecco lì deve esserci l’allontanamento, perché lì il bambino è a rischio e deve essere immediatamente messo in sicurezza. Ma non è il caso di Palmoli. Questi sono due genitori che amano i loro figli, che hanno una loro filosofia di vita che in certe circostanze può creare delle criticità e su quelle criticità vanno affiancati. Per me è già sbagliato l’uso del termine rigido, che vuol dire? Che non si piega a quello che voglio io? Che non fa come sto dicendo io? Qui mi sembra che siamo di fronte a una contrapposizione tra chi porta un modello ideale di comportamento e questi due genitori che hanno fatto precise scelte di vita. Va rispettato il modo in cui vogliono educare e far crescere i figli, ai quali non hanno mai fatto del male. Tanto che i figli chiedono continuamente di tornare a casa. La letteratura più recente invita a non guardare gli aspetti di personalità - in base ai quali leveremmo i figli a tutti - ma a valutare la sintonia, la capacità di comprendere i bisogni dei bambini, di essere vicini a loro, di valorizzarli».
Ma di questa letteratura nella perizia non vi è traccia. Dunque gli esperti scelti dal tribunale sono inadeguati?
«Io non posso dire che li trovo inadeguati, non conosco la collega, non mi permetto. Io parlo di metodologia. E credo che si sia fatto ricorso a una metodologia che esclude modelli che sono invece quelli che vengono usati oggi. Se considero le decisioni prese - cioè il fatto che questi bambini debbano rimanere lontani dai genitori - mi viene da dubitare fortemente del metodo utilizzato».
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Nathan Trevallion (Ansa)
I due genitori, in tutto questo tempo, hanno cercato di collaborare con le autorità, si sono resi disponibili a cambiare alcuni rilevanti aspetti del loro stile di vita. Ma ancora non è bastato. La perizia disposta dal tribunale a cui si sono sottoposti li descrive come inadatti, troppo rigidi e legati alle loro convinzioni. Ora Nathan e Catherine hanno deciso di cambiare avvocato per l’ennesima volta, rivolgendosi a Simone Pillon. Il quale ha iniziato a muoversi con molta cautela.
Pillon ribadisce la sua volontà (e quella di Nathan e Catherine) di offrire massima collaborazione. Ma, ribadisce, nel rispetto delle scelte di vita dei suoi assistiti. Spiega alla Verità che i «genitori si attengono scrupolosamente alle indicazioni ricevute, ma non possono non notare come i loro figli chiedano in ogni occasione quando potranno tornare a casa. Per questi bambini», continua l’avvocato, «l’esperienza della casa famiglia è molto più travolgente di quanto lo sarebbe per altri bambini. Questi bimbi sono abituati a vivere all’aperto, circondati dai loro animali, all’aria aperta. Vivere chiusi dentro per loro è ancora più traumatico, in più senza mamma e papà con cui erano abituati a stare tutto il giorno, anche se avevano contatti anche con altri bambini e altre persone».
Anche Nathan non può non soffrire notevolmente per quanto accaduto. «Sono profondamente addolorato e infelice nel vedere i bambini in quella situazione», dice alla Verità. «Sto vivendo questo periodo giorno per giorno. È il momento più difficile della mia vita. Non abbiamo i nostri figli a casa. Da quando ci sono stati portati via, la mia vita è diventata un susseguirsi di ansia, stress, paura e la nostra pace è svanita. Faremo il necessario, io e Catherine, per collaborare con le istituzioni ma chiediamo anche che siano rispettati i nostri diritti di genitori».
Qualcuno nelle settimane passate ha scritto e detto che c’erano tensioni fra te e tua moglie, è vero?
«No, non è vero. Grazie a questa esperienza siamo diventati più forti e uniti. Il nostro amore è così profondo che non ci separeremo mai. Le notizie riportate dai giornali, secondo cui litigavamo e vivevamo in case separate, sono completamente false. Non ci siamo mai separati e ci sosteniamo a vicenda in questo momento difficilissimo. Entrambi siamo molto preoccupati per i nostri figli e li pensiamo giorno e notte».
Che cosa vi sta dando la forza per affrontare questo momento così difficile?
«I bambini. L’amore che proviamo per loro ci ha dato tutta la forza di cui avevamo bisogno. L’amore per la nostra vita insieme, il modo in cui viviamo, la nostra casa, i nostri animali, i nostri amici, la famiglia, i vicini e l’ambiente che ci circonda ci ha aiutato enormemente. Andarcene sarebbe un ulteriore stress in una situazione già insopportabile. Aver dovuto affrontare la paura più grande che un genitore possa mai provare, ovvero perdere i propri figli, ci ha resi solo più determinati, più forti e più uniti».
Quando e come riuscite a comunicare con i bambini in questo periodo? E soprattutto: come stanno i vostri figli nella casa protetta?
«Li vedo sei giorni alla settimana per un’ora e mezza ogni mattina e il mercoledì pranzo con loro. Mia moglie fa due videochiamate a settimana di mezz’ora ciascuna e un incontro a settimana. È un primo passo poterci finalmente riunire tutti insieme come famiglia ogni settimana, ma ai bambini manca la loro casa, la loro mamma e il loro papà, i loro animali, Lee, Gallipoli, Uriel, la loro gallina preferita che amano disegnare, e i loro gatti che coccolavano tanto. Sentono anche la mancanza dei nostri amici. A volte sono tristi, arrabbiati, ansiosi e continuano a chiedere quando potranno tornare a casa».
A proposito di tornare a casa. Da parecchio tempo si parla di una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune di Palmoli in cui voi dovreste trasferirvi. Allora le chiedo: avete finalmente deciso di cambiare casa e di andare ad abitare lì? E che altri cambiamenti siete disposti a fare sulla base di quanto vi viene richiesto dalle autorità?
«Sì, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo deciso di andare a stare nella nuova casa, così quando i bambini usciranno saremo pronti ad accoglierli. Dovremo alzarci presto per governare gli animali, che purtroppo non possono venire con noi, ma ne vale la pena, pur di riavere i nostri figli a casa il prima possibile. Con Catherine abbiamo anche deciso di seguire un percorso di sostegno alla genitorialità, così da poter aiutare ancor meglio i bambini già da ora».
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