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2019-03-05
Fazio ha annuito a Macron per 1.092 volte
Ansa
Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.
Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere.
Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.
Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.
Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe».
Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile.
Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa».
Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. Che a sua volta tace.
Un’intervista a rotta di collo Fazio ha annuito ben 1.092 volte
Giphy
Gli esercizi per la cervicale? Quelli infallibili? Li trovate sul sito della Rai: basta andare a rivedere l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron e ripetere (facendo assai attenzione a non slogarsi il collo) i movimenti della testolina del teleconduttore. Indovinate quante volte Fazio fa cenno di sì con la testa durante l'intervista? Le abbiamo contate: sono 1.092. Per 1.092 volte, in 30 minuti, Fazio accompagna le parole di Macron annuendo vistosamente. Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire.
L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa.
Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue.
Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione.
Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione.
Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo.
«Tanti sorrisi, ma sinceri solo due»
«I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo.
Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa?
«Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire».
Quando lo ha fatto?
«Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede».
Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero?
«Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita».
Da cosa lo deduce?
«Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro».
Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato?
«In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista».
Perché, professore?
«Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano».
Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese?
«Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo».
Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso?
«Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro».
Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese.
«L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione».
Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo?
«Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo».
Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese?
«Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita».
Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia
L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus.
Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate.
La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia.
Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
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Nessuna domanda su estradizione dei brigatisti né Africa: il pubblico opta per fiction e calcio. Giorgia Meloni sul conduttore: «Servo fra i servi».Mentre il presidente francese procedeva indisturbato nel proprio monologo, il conduttore faceva 36,4 segni d'approvazione al minuto, praticamente uno ogni paio di secondi. Pessima figura per la tv di Stato.L'esperto di linguaggio del volto analizza, Enzo Kermol, il leader transalpino: «Lo sguardo era spesso fisso, indice di poca spontaneità. E sull'immigrazione ha mostrato paura».Oltralpe si sono giocati la carta della quinta candidatura per Abdelaziz Bouteflika ma le piazze algerine ribollono. È una grana per l'Ue e soprattutto per l'Italia: gas, immigrati e jihadisti scatenati.Lo speciale contiene quattro articoli Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere. Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe». Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile. Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa». Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. 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Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire. L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa. Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue. Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione. Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione. Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tanti-sorrisi-ma-sinceri-solo-due" data-post-id="2630647794" data-published-at="1768954244" data-use-pagination="False"> «Tanti sorrisi, ma sinceri solo due» «I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo. Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa? «Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire». Quando lo ha fatto? «Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede». Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero? «Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita». Da cosa lo deduce? «Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro». Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato? «In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista». Perché, professore? «Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano». Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese? «Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo». Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso? «Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro». Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese. «L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione». Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo? «Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo». Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese? «Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="parigi-perde-il-controllo-sullalgeria-siamo-a-un-passo-da-una-nuova-libia" data-post-id="2630647794" data-published-at="1768954244" data-use-pagination="False"> Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus. Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate. La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia. Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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