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2019-03-05
Fazio ha annuito a Macron per 1.092 volte
Ansa
Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.
Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere.
Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.
Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.
Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe».
Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile.
Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa».
Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. Che a sua volta tace.
Un’intervista a rotta di collo Fazio ha annuito ben 1.092 volte
Giphy
Gli esercizi per la cervicale? Quelli infallibili? Li trovate sul sito della Rai: basta andare a rivedere l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron e ripetere (facendo assai attenzione a non slogarsi il collo) i movimenti della testolina del teleconduttore. Indovinate quante volte Fazio fa cenno di sì con la testa durante l'intervista? Le abbiamo contate: sono 1.092. Per 1.092 volte, in 30 minuti, Fazio accompagna le parole di Macron annuendo vistosamente. Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire.
L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa.
Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue.
Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione.
Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione.
Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo.
«Tanti sorrisi, ma sinceri solo due»
«I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo.
Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa?
«Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire».
Quando lo ha fatto?
«Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede».
Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero?
«Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita».
Da cosa lo deduce?
«Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro».
Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato?
«In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista».
Perché, professore?
«Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano».
Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese?
«Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo».
Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso?
«Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro».
Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese.
«L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione».
Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo?
«Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo».
Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese?
«Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita».
Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia
L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus.
Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate.
La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia.
Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
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Nessuna domanda su estradizione dei brigatisti né Africa: il pubblico opta per fiction e calcio. Giorgia Meloni sul conduttore: «Servo fra i servi».Mentre il presidente francese procedeva indisturbato nel proprio monologo, il conduttore faceva 36,4 segni d'approvazione al minuto, praticamente uno ogni paio di secondi. Pessima figura per la tv di Stato.L'esperto di linguaggio del volto analizza, Enzo Kermol, il leader transalpino: «Lo sguardo era spesso fisso, indice di poca spontaneità. E sull'immigrazione ha mostrato paura».Oltralpe si sono giocati la carta della quinta candidatura per Abdelaziz Bouteflika ma le piazze algerine ribollono. È una grana per l'Ue e soprattutto per l'Italia: gas, immigrati e jihadisti scatenati.Lo speciale contiene quattro articoli Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere. Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe». Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile. Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa». Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. 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Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire. L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa. Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue. Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione. Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione. Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tanti-sorrisi-ma-sinceri-solo-due" data-post-id="2630647794" data-published-at="1774932697" data-use-pagination="False"> «Tanti sorrisi, ma sinceri solo due» «I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo. Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa? «Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire». Quando lo ha fatto? «Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede». Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero? «Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita». Da cosa lo deduce? «Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro». Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato? «In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista». Perché, professore? «Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano». Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese? «Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo». Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso? «Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro». Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese. «L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione». Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo? «Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo». Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese? «Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="parigi-perde-il-controllo-sullalgeria-siamo-a-un-passo-da-una-nuova-libia" data-post-id="2630647794" data-published-at="1774932697" data-use-pagination="False"> Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus. Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate. La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia. Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
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Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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