True
2019-03-05
Fazio ha annuito a Macron per 1.092 volte
Ansa
Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.
Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere.
Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.
Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.
Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe».
Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile.
Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa».
Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. Che a sua volta tace.
Un’intervista a rotta di collo Fazio ha annuito ben 1.092 volte
Giphy
Gli esercizi per la cervicale? Quelli infallibili? Li trovate sul sito della Rai: basta andare a rivedere l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron e ripetere (facendo assai attenzione a non slogarsi il collo) i movimenti della testolina del teleconduttore. Indovinate quante volte Fazio fa cenno di sì con la testa durante l'intervista? Le abbiamo contate: sono 1.092. Per 1.092 volte, in 30 minuti, Fazio accompagna le parole di Macron annuendo vistosamente. Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire.
L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa.
Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue.
Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione.
Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione.
Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo.
«Tanti sorrisi, ma sinceri solo due»
«I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo.
Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa?
«Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire».
Quando lo ha fatto?
«Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede».
Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero?
«Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita».
Da cosa lo deduce?
«Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro».
Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato?
«In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista».
Perché, professore?
«Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano».
Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese?
«Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo».
Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso?
«Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro».
Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese.
«L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione».
Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo?
«Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo».
Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese?
«Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita».
Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia
L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus.
Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate.
La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia.
Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
Continua a leggereRiduci
Nessuna domanda su estradizione dei brigatisti né Africa: il pubblico opta per fiction e calcio. Giorgia Meloni sul conduttore: «Servo fra i servi».Mentre il presidente francese procedeva indisturbato nel proprio monologo, il conduttore faceva 36,4 segni d'approvazione al minuto, praticamente uno ogni paio di secondi. Pessima figura per la tv di Stato.L'esperto di linguaggio del volto analizza, Enzo Kermol, il leader transalpino: «Lo sguardo era spesso fisso, indice di poca spontaneità. E sull'immigrazione ha mostrato paura».Oltralpe si sono giocati la carta della quinta candidatura per Abdelaziz Bouteflika ma le piazze algerine ribollono. È una grana per l'Ue e soprattutto per l'Italia: gas, immigrati e jihadisti scatenati.Lo speciale contiene quattro articoli Sembrava Zidane che chiede scusa a Materazzi parlando d'arte. L'incontro tra Emmanuel Macron e Fabio Fazio non ha entusiasmato gli italiani, probabilmente poco interessati alle sorti dell'ambasciatore ritirato e rimandato alla chetichella con conseguente figuraccia. Il supremo giudice televisivo, che è l'Auditel, ha confermato questa sensazione. E se il dato generale di 3,5 milioni di telespettatori non può certo considerarsi malvagio, il paragone con il mondo circostante è penalizzante: Che tempo che fa ha soltanto pareggiato con la fiction Non Mentire in onda su Canale 5. Macron come Alessandro Preziosi, 14,1% di share, nessuno scostamento significativo nella serata di Napoli-Juventus.Uno sguardo un po' più approfondito consente addirittura di affermare che lo scoop di domenica sera ha restituito poco al programma in termini di ascolti anche in confronto al trend stagionale, perché 14,1% è il secondo peggior risultato di Fazio in questi primi mesi dell'anno. Era sempre rimasto attorno al 15%, con un picco del 18,5% la sera dopo la fine del festival di Sanremo, naturale moltiplicatore di ascolti televisivi. Se non fosse per il ritorno di immagine si potrebbe parlare di flop, facilmente metabolizzabile in un'ipotetica Tele Fazio, molto meno su Rai 1, rete pubblica tenuta in piedi dal canone in bolletta degli italiani. Curioso il fatto che l'intervista esclusiva non sia stata lanciata nello spot ufficiale del programma sulla Rai, come a volerla nascondere. Un Fazio compiaciuto di essere lì, in un locale dell'Eliseo che sembrava un corridoio, a scandire domande preconfezionate e passate al vaglio dell'ufficio stampa del presidente francese. Un Macron contento di poter approfittare dell'occasione per mostrarsi meno isterico e per pennellare impressionismi d'Europa comune, della serie due cuori e una capanna. Tutto un po' prevedibile, scontato. Anche le reazioni non sono sembrate veementi come si immaginava alla vigilia. «Non lo vedo, preferisco la partita», aveva annunciato Matteo Salvini qualche ora prima dando la linea al suo popolo e di fatto derubricando la faccenda da caso politico a curiosità individuale.Nessuna uscita istituzionale, nessuna volontà di continuare a usare il piccone con il presidente francese soprattutto da parte della Lega. Il commento più illuminante è dell'economista Alberto Bagnai da Lilli Gruber a Otto e mezzo: «Anche Macron e Moscovici hanno usato toni molto pesanti contro di noi, non bisogna mai cadere nel gioco. Fuori dai riflettori, il dialogo con la Francia va avanti». E non potrebbe che essere così, perché oltre i pennacchi, gli ambasciatori e le stizze, c'è la realtà quotidiana che incombe.Saremmo qui a registrare silenzi disinteressati e commenti annoiati se a un certo punto Fazio non avesse pronunciato la frase «si dice che Parigi sia la capitale d'Italia anche per quanti sono gli italiani che abitano qui». Una provocazione che ha divertito Macron e fatto saltare sul divano Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia: «Servo tra i servi, Fazio intervista Macron e dichiara sciocchezze. Dato che è pagato con milioni di italianissimi euro per dire che l'Italia è una colonia francese, sarebbe bene fosse spedito a farsi stipendiare dai suoi amici d'Oltralpe». Al di là della reazione, sarebbe stato interessante sapere da Macron come la pensa su alcuni di quegli italianissimi parigini che abitano nel quartiere di Montmartre e una volta erano terroristi. L'Italia ha riannodato fili diplomatici per provare a farli rientrare in manette e visto che, come sottolinea l'inquilino dell'Eliseo, «è fondamentale tornare ad essere in sintonia come lo sono i nostri due popoli», qualche novità sulla rimozione del Protocollo Mitterrand sarebbe pure auspicabile. Anche Francesco Storace, direttore del Secolo d'Italia, ha commentato negativamente la performance senza andare oltre un fastidio di prammatica: «Fazio ha incontrato ma non intervistato il presidente francese. Nessuna domanda scomoda, non ho sentito parlare delle questioni che travagliano la Francia». E ha ricordato le vessazioni africane, il franco Cfa, la cresta del 50% sulle materie prime che impedisce ai Paesi più poveri di rialzare la testa. Intervista poco coraggiosa, lo ha notato pure il giornalista sportivo Rai, Marco Mazzocchi, con un tweet: «È appena andata in onda una lezione di storia, politica, geopolitica, filosofia, economia, letteratura da parte del presidente Macron. Per carità, pure interessante. Ma le interviste sono un'altra cosa». Pochi sussulti, per il resto lo scoop di Fazio è stato metabolizzato con distratta accidia. E l'Auditel senza infamia e senza lode ha contribuito a gettarsi alle spalle la trasmissione, nella quale non si sono verificati incidenti diplomatici, attacchi personali, battute fuori luogo a ruoli istituzionali. Anzi, un tema ha contribuito ad aumentare la coltre di silenzio: la Tav. Macron è stato chiaro: «Ci siamo impegnati a farla coniugando modernità ed ecologia». È la fotocopia del pensiero di Salvini, che almeno in questo ha trovato nel presidente francese un alleato pesante contro le continue giravolte del Movimento 5 stelle. Che a sua volta tace. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unintervista-a-rotta-di-collo-fazio-ha-annuito-ben-1-092-volte" data-post-id="2630647794" data-published-at="1778592048" data-use-pagination="False"> Un’intervista a rotta di collo Fazio ha annuito ben 1.092 volte Giphy Gli esercizi per la cervicale? Quelli infallibili? Li trovate sul sito della Rai: basta andare a rivedere l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron e ripetere (facendo assai attenzione a non slogarsi il collo) i movimenti della testolina del teleconduttore. Indovinate quante volte Fazio fa cenno di sì con la testa durante l'intervista? Le abbiamo contate: sono 1.092. Per 1.092 volte, in 30 minuti, Fazio accompagna le parole di Macron annuendo vistosamente. Sono 36,4 volte al minuto, praticamente più di una volta ogni due secondi. Impossibile, dite? Controllate voi stessi: Macron parla, e Fazio non fa altro, per tutto il tempo, che annuire. L'intervista-tappetino di Fazio a Macron è un capolavoro comico: già il fatto che i due siano appollaiati su sgabelli piazzati in mezzo a un corridoio dell'Eliseo la dice lunga sulla effettiva considerazione che il presidente francese abbia dell'Italia e della nostra tv di Stato. Fazio è sempre sorridente. A volte viene inquadrato in viso - incorniciato nella barbetta - ma la sua megalomania è dimostrata da un particolare: quando l'obiettivo inquadra il faccione di Macron, durante le risposte, uno spicchio del cranio dell'intervistatore, quello posteriore sinistro, è costantemente ripreso dal cameraman, e per il povero telespettatore il rischio «mal di mare» è in agguato: la testa di Fazio non fa altro che andare su e giù. I cenni di approvazione non sono sempre uguali: il repertorio di Fazio è assai ricco, e così si spazia dai movimenti più lenti, profondi, riflessivi, a delle vere e proprie mitragliate di «sì, sì, certo, come no, ha ragione presidente, altroché», mimate con i movimenti della testa. Il primo momento di fervido entusiasmo, con Fazio che si dimena talmente tanto da sembrare sul punto di cadere dallo sgabello, è quando Macron parla dell'incontro in programma con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rispondendo a una domanda sulla crisi diplomatica delle scorse settimane tra Roma e Parigi, in seguito all'incontro del vicepremier Luigi Di Maio con alcuni esponenti dei gilet gialli. Fazio ritiene che annuire muovendo freneticamente la testa non sia sufficiente di fronte a una tale dimostrazione di bontà da parte di Macron e si lascia andare anche a una esclamazione: «E certo! Giustamente! È una grande notizia!». «Esattamente», controapprova a sua volta Macron. L'idillio prosegue. Macron si lancia in un comizietto sul tema dell'immigrazione, accompagnato da Fazio con una ininterrotta serie di sì consecutivi con la testa: un momento destinato a entrare nella storia, se non nella leggenda, del giornalismo genuflesso. Il telespettatore, tramortito da cotanta verve, teme che a Fazio possa venire un colpo della strega, ma il conduttore, ogni qual volta sembri sul punto di restare con il collo bloccato, si aggiusta gli occhiali oppure si concede una bella stiracchiata, vecchi trucchi del mestiere per sciogliere la muscolatura e ricominciare ad annuire come se non ci fosse un domani. «Mi dispiace di essere lungo», finge di schernirsi Macron mentre continua a parlare senza la minima interruzione da parte dell'intervistatore, che si guarda bene dal dire: «Presidente, magari 8 minuti per una risposta sono un po' tanti, prenda fiato», e preferisce invece accompagnare il monologo macroniano con una sventagliata di cenni di approvazione. Subito dopo, Macron si diverte a commentare il rapporto tra Italia, Francia e Germania come se si trattasse di un triangolo sentimentale, e Fazio va in brodo di giuggiole: il giornalista annuisce, sorride, se potesse si alzerebbe dallo sgabellino e abbraccerebbe quel gran pezzo di statista che sta di fronte a lui. Quando Fazio chiede a Macron cosa deve fare l'Europa per fronteggiare potenze come la Russia, la Cina o l'America, il presidente inizia la risposta con un cortese «Ha ragione!» rivolto a Fazio, che in quel momento, c'è da scommetterci, riesce a stento a trattenere la commozione. Quando poi Macron cita Umberto Eco, i sismografi dell'approvazione di Fazio rischiano di andare in tilt: la testolina del conduttore non annuisce, di più, sembra rimbalzare come un pallone di basket nelle mani di un playmaker della Nba. Macron capisce che Fazio rischia seriamente un infortunio muscolare e, sadico, tenta di sferrare il colpo di grazia con un fulmineo «come lei ha ben detto nella sua domanda». La testa di Fazio va su e giù pericolosamente, i cenni di approvazione sembrano fuori controllo. Qualcuno, tra i più cari amici del conduttore, teme il peggio: «Stavolta si incricca». Ma no che non si incricca: un'aggiustatina agli occhiali, una stiracchiata sullo sgabello ed ecco che Fazio riprende ad annuire (è il caso di dirlo) a rotta di collo. Si continua così fino alla fine, fino a quando Fazio chiede a Macron di rivolgersi direttamente agli italiani per un messaggio conclusivo. Mentre il presidente francese si dedica al messaggio, al conduttore, immaginiamo, spetta un bel massaggio. Il collo è salvo, al contrario del giornalismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tanti-sorrisi-ma-sinceri-solo-due" data-post-id="2630647794" data-published-at="1778592048" data-use-pagination="False"> «Tanti sorrisi, ma sinceri solo due» «I ricordi dei passaggi in Italia, raccontati con sguardo nostalgico, sono falsi». Il professor Enzo Kermol ha visto e rivisto l'intervista di Fabio Fazio a Emmanuel Macron - con lo stesso sguardo indagatore di Tim Roth in Lie to me - e non ha dubbi. «Mentre risponde, guarda in basso a sinistra. Da un campione sperimentale di 800 persone, quando si riporta alla luce un ricordo interiore si guarda in alto a destra. Sarà anche andato a Roma, ai Fori, in Toscana e a Napoli, ma le sensazioni sono state create ad arte dall'ufficio marketing». Decrittare il linguaggio del volto è una tecnica scientifica che arriva dagli Usa. Si chiama Facial action coding system, ha ottenuto un successo planetario grazie alla serie tv e il professor Kermol è uno dei massimi esperti italiani. Psicologo, docente all'Università di Trieste, rettore all'Università popolare di Gorizia, è presidente dell'Associazione nazionale degli analisti del comportamento emozionale del volto e spesso viene chiamato in tribunale a stilare perizie su testimonianze particolarmente delicate. Quel Macron affettato, quel sorriso da paresi facciale, quelle movenze impacciate: tutte sensazioni cui la scienza è in grado di dare un senso. O di toglierlo. Professor Kermol, che idea s'è fatto del presidente francese a Che Tempo Che Fa? «Lo hanno preparato bene, notevole la regia che gli consente di mascherare molto. Ma a se stessi è difficile mentire». Quando lo ha fatto? «Più volte, oltre ai ricordi italiani usati a orologeria. Quando dice che “non c'è un futuro europeo se non c'è intesa fra i nostri Paesi" sembra in contraddizione con ciò che pensa. Solleva il sopracciglio sinistro più di quello destro, significa che mente. O almeno non ci crede». Macron sorride molto, vuol essere accattivante. È sincero? «Sì, ma solo due volte. Quando Fazio gli dice che Parigi è considerata la capitale d'Italia sorride in modo sincero. Ed è gioioso un'altra volta, quando si parla di tecnocrazia; sembra a proprio agio. Per il resto mostra un sorriso asimmetrico, chiaro indice di insincerità. In generale mi è parsa una recita». Da cosa lo deduce? «Spesso Macron parlava tenendo gli occhi fissi su Fazio. Quando non si recita ma si conversa normalmente, uno sguardo rimane fisso tre secondi al massimo, poi si sposta. La fissità è un elemento di non spontaneità, costringere se stessi a guardare dritto è un indice di menzogna, nasconde la preoccupazione di tradirsi. Si vede che il presidente ha fatto teatro». Ha notato qualche momento di contrarietà ben mascherato? «In un'occasione ha mostrato contrarietà. Quando ha detto che “l'Europa non è un'isola" ha compresso le labbra due volte, indice di rabbia. Macron ha mostrato anche paura, è successo davanti alla parola “immigrazione". Mentre spiegava il fenomeno nel Mediterraneo contraeva i muscoli del collo, allungava la bocca e assottigliava le labbra: chiari segni di paura. Lì è stato bravo il regista». Perché, professore? «Perché ha tagliato una parte, ha spostato la camera e ha distolto l'attenzione con un primo piano». Allora qual è il vero sentimento che nutre per il nostro Paese? «Non sono un politico né un diplomatico. Posso solo dire che quando parla di politiche italiane e strategia comune si nota la linea che parte dal naso fino all'angolo della bocca diventare marcata. Tipico segno di disprezzo. E quando parla di Rinascimento e di Italia aperta solleva il sopracciglio sinistro, come a dire: non ci credo». Fabio Fazio, del quale si vedeva soltanto la nuca, cosa ha detto col linguaggio del viso? «Era compiaciuto, molto contento di essere lì in un clima di amicizia e giovanilismo diffuso. Nient'altro». Sono state criticate le domande in italiano e le risposte in francese. «L'asimmetria linguistica non è credibile in un'intervista spontanea. Le domande erano state fatte precedentemente in francese. Quando Macron parla in italiano e dice “cuore oltre l'ostacolo" dà la sensazione di non sapere cosa stia dicendo. Anche l'appello finale guardando nella telecamera è un errore perché si capisce che chi parla è neutro, non ha espressione». Chi ha il sorriso più spontaneo del mondo? «Quello di Kate Middleton è sincero, simmetrico, perfetto. Tranne quando è con Meghan... O è felice davvero oppure è un'attrice bravissima. Invece quello di George Clooney è quasi sempre fasullo». Lei studia i politici. C'è qualcuno che mente meno del presidente francese? «Trump e Kim Jong-un non mentono, probabilmente perché sono così egocentrici da ritenere di non averne bisogno. Anche Berlusconi ha un alto concetto di sé e dice ciò che pensa. Macron no, la sua è stata una recita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-affonda-rai-1-con-gli-ascolti-peggiori-dellultimo-mese-2630647794.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="parigi-perde-il-controllo-sullalgeria-siamo-a-un-passo-da-una-nuova-libia" data-post-id="2630647794" data-published-at="1778592048" data-use-pagination="False"> Parigi perde il controllo sull’Algeria. Siamo a un passo da una nuova Libia L'Algeria non è un Paese qualunque per la Francia. Storia, radici e legami economici sono fortissimi. Il 15% dell'energia consumata Oltralpe proviene da Algeri. Negli anni Sessanta, la madre patria accolse circa 1 milione di coloni francesi a cui si unirono diverse ondate di immigrati. Avere ad Algeri un governo forte e oppositore di Parigi creerebbe grande disagio a Macron. Al tempo stesso avere un caos politico aprirebbe la strada a una nuova potenziale Libia. Per questo l'altra sera Emmanuel Macron ha dato il via libera alla quinta candidatura dell'ultra ottantenne Abdelaziz Bouteflika che in questo momento risiede a Ginevra per le cure post ictus. Il presidente algerino di fronte alle proposte di piazza ha subito cercato di smorzare gli animi. «Fra un anno indirò nuove elezioni», ha detto lanciando la campagna elettorale che terminerà il prossimo 18 aprile. Macron si trova in una posizione tanto difficile quanto lui stesso ha contribuito a creare. L'esercito francese è posizionato in Niger e da tempo preme sui confini del Mali e della stessa Algeria. Intervenendo in modo sistematico sposta masse di immigrati verso un Paese piuttosto che l'altro. L'intervento a favore del generale Khalifa Haftar ha causato un raffreddamento del confine libico e un flusso diretto verso il sud dell'Algeria. Migliaia di immigrati che contribuiscono a destabilizzare un Paese che già è in bilico, nel tentativo di evitare il riaccendersi del terrorismo interno. Non a caso Il primo ministro Ahned Ouyahia ha fatto un riferimento diretto proprio gli anni Novanta, quando per un decennio il Paese è stato dilaniato dalla guerra civile. Se si aggiunge il rischio di infiltrati siriani che risalgono dal Sahel e puntano diretti verso Algeri, si comprende quanto le piazze della capitale possano travolgere il vecchio establishment. Macron ha il terrore che ciò possa accadere. Ma anche l'Italia deve stare con le antenne alzate. La nazione araba è il secondo fornitore di gas dopo la Russia. La necessità di Bouteflika di mantenersi vie d'uscita ha imposto fino ad oggi una politica energetica equilibrata. Se saltasse il tappo non saremmo in grado di prevedere alcuna reazione, neppure nei nostri confronti. Il nemico-amico Haftar, proprio con il sostegno di Parigi, ha preso il controllo di alcuni pozzi petroliferi del Fezzan: concessioni affidate all'Eni e che ora - nel totale silenzio del governo gialloblù - sono state espropriate. Ogni giorno da Safsaf (attraverso la Tunisia) importiamo oltre 100 milioni di metri cubi di gas. Se le tribù algerine fossero dilaniate da guerre intestine il rubinetto potrebbe essere chiuso. Eventualità che porterebbe con sé flussi migratori importanti. Esattamente quanto è accaduto con la Libia. Macron continua a scherzare con il fuoco e il suo tentativo di tenere in piedi Bouetflika non ha alcuna garanzia di successo. L'instabilità che i francesi causano come al solito si ritorce contro tutta l'Europa e - in particolare - contro l'Italia. Eppure il tema non viene mai affrontato in consessi Ue. Speriamo che stavolta non si ripeta il solito film.
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
Continua a leggereRiduci
Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
Continua a leggereRiduci