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2021-06-16
Macché autonomi e indipendenti. I regolatori accontentano i ministri
Nicola Magrini (Ansa)
«L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Fin qui l'articolo 1 della Carta. Purtroppo la prassi degli ultimi 30 anni ha, di fatto, aggiunto tra i limiti posti all'esercizio della sovranità quello costituito dalle disposizioni emanante da un variopinto insieme di autorità («authority», per aumentarne l'impatto sul popolo bue) o agenzie «indipendenti» o, nel migliore dei casi, «autonome». Tali decisioni sono o lo scudo dietro cui nascondere decisioni politiche già prese, che richiedono di essere bagnate dal sacro crisma della «scienza», oppure, sono una comoda via di uscita per giustificare l'incapacità del politico di prendere una decisione.
E non sappiamo onestamente indicare quale delle due opzioni sia la peggiore. La strisciante e ormai datata sconfitta della politica come luogo di composizione del normale conflitto sociale, per fare posto a una presunta neutralità e oggettività della scienza, ha trovato la sua epitome nella gestione dell'epidemia da Covid-19.
Per mesi, le parole «Comitato tecnico scientifico» o il suo acronimo, «Cts», sono state ripetute fino allo sfinimento dal decisore politico per definizione, Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dell'epoca. Con il presidente Mario Draghi il registro è purtroppo solo lievemente migliorato. L'ultimo balletto tra l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e il ministro della Salute, Roberto Speranza, ne è una testimonianza. Non è il merito della vicenda che qui interessa - a proposito del quale la confusione regna sovrana, con l'Agenzia europea che ammette Astrazeneca senza problemi oltre i 18 anni e Aifa che fa da scudo al ministro imponendo, fino a 60 anni, il cambio di vaccini che, secondo il contorsionismo verbale del Cts, «non appare essere sconsigliabile» - quanto il metodo, che ci getta nello sconforto.
Solo poche settimane fa il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, dichiarava che «il vaccino resta utilizzabile in tutte le fasce di popolazione e resta con un beneficio ampiamente favorevole rispetto al Covid». Oggi le posizioni sono cambiate, ma la scienza resta totem inviolabile proprio per mano della politica che si sottrae, dolosamente o colposamente, al suo ruolo.
Quanto dichiarato ieri da Speranza al direttore della Stampa, Massimo Giannini, impaurisce e getta al macero qualche secolo di dibattito sull'importanza del metodo scientifico, impropriamente usato come sinonimo di scienza. «Sulle questioni di natura sanitaria le evidenze scientifiche vanno rispettate da tutte le Regioni, in queste ore ci sono interlocuzioni con la Campania. Le nostre indicazioni sono di natura perentoria e devono essere seguite. Non è un dibattito politico ma quello che dicono i nostri scienziati deve essere seguito erga omnes».
Stando a queste incredibili parole, il politico è solo latore di un messaggio, asetticamente elaborato nelle stanze degli specialisti e reso equivalente al «Verbo». Da rispettare senza se e senza ma. Allora il politico a cosa serve? I meccanismi di rappresentatività propri della democrazia, vera e unica fonte di legittimazione per decisioni accettabili dai cittadini di uno Stato, sono stati aboliti a favore di agenzie autonome nel conseguimento di finalità fissate dalla politica o, peggio, indipendenti anche nella determinazione di quelle finalità?
Speranza sancisce la fine della politica, affermando che «la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni sul vaccino Astrazeneca che sono cambiate con il passare delle settimane sulla base delle evidenze scientifiche. E i diversi Paesi si sono adeguati. Se è raccomandato sopra o sotto i 60 anni non è una decisione politica, non è un presidente del Consiglio, un ministro o un presidente di Regione che decide».
Invece è esattamente il contrario. È proprio il politico che ha il ruolo di fare una sintesi delle indicazioni provenienti dai diversi soggetti dotati di competenze specialistiche - e per questo sprovvisti di una visione ampia e della capacità di soppesare componenti sanitarie, sociali, economiche, di breve e lungo periodo - e fornire ai cittadini, che l'hanno democraticamente eletto, indicazioni chiare e spesso necessariamente divisive, proprio perché oggetto di valutazione di parte.
Competenza e rappresentatività democratica devono essere in equilibrio, e invece Speranza afferma la propria (strumentale) subordinazione e inutilità sostenendo che «dobbiamo affidarci a chi ci ha guidato in questa stagione: le agenzie regolatorie, il Comitato tecnico scientifico, gli esperti che legittimamente possono cambiare opinione. Le evidenze scientifiche sono cambiate ed è la comunità scientifica che ci guida».
Con la stessa aberrante logica il nostro Paese fu condannato nel 2012 a quasi tre anni di recessione, salvo poi ammettere dieci anni dopo che la «scienza» economica si era sbagliata. Anche in quel caso la politica aveva abdicato al proprio ruolo.
«Dietro ogni tentativo di annullare la politica come processo di discussione, si nasconde un pericolo dispotico». È la frase con cui il professor Lorenzo Castellani chiude il suo libro L'ingranaggio del potere.
Temiamo abbia ragione.
Anche la Campania beve il cocktail
Il mix vaccinale funziona e va applicato: ieri mattina il ministero della Salute, attraverso una circolare firmata dal direttore generale della Prevenzione, Gianni Rezza, ha trasmesso la determina del direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco, Nicola Magrini, e il parere della Commissione tecnico scientifica dell'ente regolatore nazionale, in merito all'uso dei vaccini Pfizer e Moderna in schedula vaccinale mista (la cosiddetta vaccinazione eterologa), nei soggetti di età inferiore ai 60 anni che abbiano già effettuato una prima dose con Astrazeneca. Il ministero ha anche risposto per iscritto alla Regione Campania, che aveva bloccato il mix vaccinale in attesa di chiarimenti: «I dati attualmente disponibili», afferma il ministero, «derivanti in particolare da due studi clinici condotti rispettivamente in Spagna e in Inghilterra, forniscono informazioni rassicuranti in merito all'efficacia (in termini di buona risposta anticorpale) e alla sicurezza (in termini di accettabilità degli effetti collaterali) sul completamento del ciclo vaccinale, con un vaccino a mRna (Pfizer e Moderna, ndr), nei soggetti di età inferiore ai 60 anni che abbiano già effettuato una prima dose di vaccino Astrazeneca (ciclo vaccinale misto)».
La nota del ministero ha convinto il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, a procedere con la vaccinazione eterologa, che aveva sospeso in attesa di chiarimenti. In Puglia, Michele Emiliano aveva annunciato che «chi volesse fare la seconda dose sempre con Astrazeneca avrà questa possibilità, fermo restando che l'atto della vaccinazione è l'atto del singolo medico, che valuterà caso per caso».
Intanto, sono 81 i casi di variante delta finora rilevati in Lombardia: due sono stati identificati ad aprile, 70 a maggio e 9 al 14 giugno. Si registra quindi una tendenza in calo rispetto a maggio, ma ancor più significativa è la scarsa percentuale della variante delta sul totale, che è stata dell'1,2% a maggio e finora dell'1,15% a giugno. «Non c'è dubbio», avverte il presidente della Conferenza delle Regioni e del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, a Rainews 24, «che sulla variante indiana è necessario avere la giusta attenzione e precauzioni. I primi studi dalla Gran Bretagna dimostrano che i vaccini sulle ospedalizzazioni e quindi sull'aggravamento della malattia sono molto efficaci per ridurla e quasi annullarla», aggiunge Fedriga, «con percentuali di efficacia che superano il 90%. Premesso che le Regioni hanno sempre applicato le indicazioni ricevute a livello nazionale, va rilevato che la comunicazione convulsa e contraddittoria sull'impiego di Astrazeneca rischia di ripercuotersi negativamente sull'adesione dei cittadini alla campagna vaccinale».
«Questo è il momento di stare uniti», esorta il commissario straordinario, generale Francesco Paolo Figliuolo, «di stringerci a coorte. Stiamo uscendo da una pandemia, c'è la luce in fondo al tunnel. I dati sono confortanti, i decessi sono in netto calo ma la pandemia c'è ancora. Gli italiani non devono farsi frastornare ma devono continuare a vaccinarsi». Sulle nuove dosi di Pfizer e Moderna necessarie per procedere con la vaccinazione eterologa, Figliuolo rassicura tutti: «Il piano è ancora fattibile», garantisce Figliuolo, «mi ero preso margini di manovra d'accordo con il premier Draghi e da qui a fine settembre arriveranno 54,5 milioni di dosi, in grado di coprire l'80% della platea dei vaccinabili. Visto che il pericolo è sempre dietro l'angolo, avere una riserva non guasta».
L'opposizione attacca: «I continui errori di comunicazione», dice alla Verità la deputata di Fratelli d'Italia Augusta Montaruli, «creano sfiducia nei confronti del successo della campagna vaccinale, pericolosa nonostante la partecipazione degli italiani. È importante dare sicurezza e nozioni certe ai cittadini».
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Il caso dell'Aifa mostra che le «authority» calibrano i loro pareri in base ai desideri dei politici. I quali, però, si nascondono dietro un'idea altrettanto pericolosa, evocata da Roberto Speranza: che decidere spetti alla scienza.Vincenzo De Luca si arrende a Roma, Massimiliano Fedriga attacca: «La confusione avrà ripercussioni». Francesco Figliuolo: «Il piano è ancora fattibile». Attenzione in Lombardia per la variante deltaLo speciale contiene due articoli.«L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Fin qui l'articolo 1 della Carta. Purtroppo la prassi degli ultimi 30 anni ha, di fatto, aggiunto tra i limiti posti all'esercizio della sovranità quello costituito dalle disposizioni emanante da un variopinto insieme di autorità («authority», per aumentarne l'impatto sul popolo bue) o agenzie «indipendenti» o, nel migliore dei casi, «autonome». Tali decisioni sono o lo scudo dietro cui nascondere decisioni politiche già prese, che richiedono di essere bagnate dal sacro crisma della «scienza», oppure, sono una comoda via di uscita per giustificare l'incapacità del politico di prendere una decisione. E non sappiamo onestamente indicare quale delle due opzioni sia la peggiore. La strisciante e ormai datata sconfitta della politica come luogo di composizione del normale conflitto sociale, per fare posto a una presunta neutralità e oggettività della scienza, ha trovato la sua epitome nella gestione dell'epidemia da Covid-19.Per mesi, le parole «Comitato tecnico scientifico» o il suo acronimo, «Cts», sono state ripetute fino allo sfinimento dal decisore politico per definizione, Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dell'epoca. Con il presidente Mario Draghi il registro è purtroppo solo lievemente migliorato. L'ultimo balletto tra l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e il ministro della Salute, Roberto Speranza, ne è una testimonianza. Non è il merito della vicenda che qui interessa - a proposito del quale la confusione regna sovrana, con l'Agenzia europea che ammette Astrazeneca senza problemi oltre i 18 anni e Aifa che fa da scudo al ministro imponendo, fino a 60 anni, il cambio di vaccini che, secondo il contorsionismo verbale del Cts, «non appare essere sconsigliabile» - quanto il metodo, che ci getta nello sconforto.Solo poche settimane fa il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini, dichiarava che «il vaccino resta utilizzabile in tutte le fasce di popolazione e resta con un beneficio ampiamente favorevole rispetto al Covid». Oggi le posizioni sono cambiate, ma la scienza resta totem inviolabile proprio per mano della politica che si sottrae, dolosamente o colposamente, al suo ruolo.Quanto dichiarato ieri da Speranza al direttore della Stampa, Massimo Giannini, impaurisce e getta al macero qualche secolo di dibattito sull'importanza del metodo scientifico, impropriamente usato come sinonimo di scienza. «Sulle questioni di natura sanitaria le evidenze scientifiche vanno rispettate da tutte le Regioni, in queste ore ci sono interlocuzioni con la Campania. Le nostre indicazioni sono di natura perentoria e devono essere seguite. Non è un dibattito politico ma quello che dicono i nostri scienziati deve essere seguito erga omnes». Stando a queste incredibili parole, il politico è solo latore di un messaggio, asetticamente elaborato nelle stanze degli specialisti e reso equivalente al «Verbo». Da rispettare senza se e senza ma. Allora il politico a cosa serve? I meccanismi di rappresentatività propri della democrazia, vera e unica fonte di legittimazione per decisioni accettabili dai cittadini di uno Stato, sono stati aboliti a favore di agenzie autonome nel conseguimento di finalità fissate dalla politica o, peggio, indipendenti anche nella determinazione di quelle finalità?Speranza sancisce la fine della politica, affermando che «la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni sul vaccino Astrazeneca che sono cambiate con il passare delle settimane sulla base delle evidenze scientifiche. E i diversi Paesi si sono adeguati. Se è raccomandato sopra o sotto i 60 anni non è una decisione politica, non è un presidente del Consiglio, un ministro o un presidente di Regione che decide».Invece è esattamente il contrario. È proprio il politico che ha il ruolo di fare una sintesi delle indicazioni provenienti dai diversi soggetti dotati di competenze specialistiche - e per questo sprovvisti di una visione ampia e della capacità di soppesare componenti sanitarie, sociali, economiche, di breve e lungo periodo - e fornire ai cittadini, che l'hanno democraticamente eletto, indicazioni chiare e spesso necessariamente divisive, proprio perché oggetto di valutazione di parte.Competenza e rappresentatività democratica devono essere in equilibrio, e invece Speranza afferma la propria (strumentale) subordinazione e inutilità sostenendo che «dobbiamo affidarci a chi ci ha guidato in questa stagione: le agenzie regolatorie, il Comitato tecnico scientifico, gli esperti che legittimamente possono cambiare opinione. Le evidenze scientifiche sono cambiate ed è la comunità scientifica che ci guida».Con la stessa aberrante logica il nostro Paese fu condannato nel 2012 a quasi tre anni di recessione, salvo poi ammettere dieci anni dopo che la «scienza» economica si era sbagliata. Anche in quel caso la politica aveva abdicato al proprio ruolo.«Dietro ogni tentativo di annullare la politica come processo di discussione, si nasconde un pericolo dispotico». È la frase con cui il professor Lorenzo Castellani chiude il suo libro L'ingranaggio del potere.Temiamo abbia ragione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macche-autonomi-e-indipendenti-i-regolatori-accontentano-i-ministri-2653387857.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-la-campania-beve-il-cocktail" data-post-id="2653387857" data-published-at="1623783098" data-use-pagination="False"> Anche la Campania beve il cocktail Il mix vaccinale funziona e va applicato: ieri mattina il ministero della Salute, attraverso una circolare firmata dal direttore generale della Prevenzione, Gianni Rezza, ha trasmesso la determina del direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco, Nicola Magrini, e il parere della Commissione tecnico scientifica dell'ente regolatore nazionale, in merito all'uso dei vaccini Pfizer e Moderna in schedula vaccinale mista (la cosiddetta vaccinazione eterologa), nei soggetti di età inferiore ai 60 anni che abbiano già effettuato una prima dose con Astrazeneca. Il ministero ha anche risposto per iscritto alla Regione Campania, che aveva bloccato il mix vaccinale in attesa di chiarimenti: «I dati attualmente disponibili», afferma il ministero, «derivanti in particolare da due studi clinici condotti rispettivamente in Spagna e in Inghilterra, forniscono informazioni rassicuranti in merito all'efficacia (in termini di buona risposta anticorpale) e alla sicurezza (in termini di accettabilità degli effetti collaterali) sul completamento del ciclo vaccinale, con un vaccino a mRna (Pfizer e Moderna, ndr), nei soggetti di età inferiore ai 60 anni che abbiano già effettuato una prima dose di vaccino Astrazeneca (ciclo vaccinale misto)». La nota del ministero ha convinto il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, a procedere con la vaccinazione eterologa, che aveva sospeso in attesa di chiarimenti. In Puglia, Michele Emiliano aveva annunciato che «chi volesse fare la seconda dose sempre con Astrazeneca avrà questa possibilità, fermo restando che l'atto della vaccinazione è l'atto del singolo medico, che valuterà caso per caso». Intanto, sono 81 i casi di variante delta finora rilevati in Lombardia: due sono stati identificati ad aprile, 70 a maggio e 9 al 14 giugno. Si registra quindi una tendenza in calo rispetto a maggio, ma ancor più significativa è la scarsa percentuale della variante delta sul totale, che è stata dell'1,2% a maggio e finora dell'1,15% a giugno. «Non c'è dubbio», avverte il presidente della Conferenza delle Regioni e del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, a Rainews 24, «che sulla variante indiana è necessario avere la giusta attenzione e precauzioni. I primi studi dalla Gran Bretagna dimostrano che i vaccini sulle ospedalizzazioni e quindi sull'aggravamento della malattia sono molto efficaci per ridurla e quasi annullarla», aggiunge Fedriga, «con percentuali di efficacia che superano il 90%. Premesso che le Regioni hanno sempre applicato le indicazioni ricevute a livello nazionale, va rilevato che la comunicazione convulsa e contraddittoria sull'impiego di Astrazeneca rischia di ripercuotersi negativamente sull'adesione dei cittadini alla campagna vaccinale». «Questo è il momento di stare uniti», esorta il commissario straordinario, generale Francesco Paolo Figliuolo, «di stringerci a coorte. Stiamo uscendo da una pandemia, c'è la luce in fondo al tunnel. I dati sono confortanti, i decessi sono in netto calo ma la pandemia c'è ancora. Gli italiani non devono farsi frastornare ma devono continuare a vaccinarsi». Sulle nuove dosi di Pfizer e Moderna necessarie per procedere con la vaccinazione eterologa, Figliuolo rassicura tutti: «Il piano è ancora fattibile», garantisce Figliuolo, «mi ero preso margini di manovra d'accordo con il premier Draghi e da qui a fine settembre arriveranno 54,5 milioni di dosi, in grado di coprire l'80% della platea dei vaccinabili. Visto che il pericolo è sempre dietro l'angolo, avere una riserva non guasta». L'opposizione attacca: «I continui errori di comunicazione», dice alla Verità la deputata di Fratelli d'Italia Augusta Montaruli, «creano sfiducia nei confronti del successo della campagna vaccinale, pericolosa nonostante la partecipazione degli italiani. È importante dare sicurezza e nozioni certe ai cittadini».
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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