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2018-09-06
«Ma quali profughi da soccorrere. L’Europa abusa del diritto di asilo»
Ansa
Il caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.
Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%.
Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto.
Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».
Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa.
Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».
Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo.
Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.
Adriano Scianca
Il futuro della Libia si deciderà in Italia
La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi.
Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare.
Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre.
Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare.
Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!».
Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane.
Carlo Tarallo
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In uscita anche in Italia il libro politicamente scorretto di Stephen Smith, nel quale vengono demoliti i miti sull'accoglienza: «Gli stranieri non ci pagano le pensioni. Non escludiamo il ritorno ai protettorati».A novembre si terrà nel nostro Paese una conferenza di pace sulla situazione nello Stato nordafricano. Solo dopo il summit il governo metterà mano al cambio dei vertici dei servizi. Intanto, persino le milizie dicono: «Qui Parigi c'è, voi invece no».Lo speciale contiene due articoliIl caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto. Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa. Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo. Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-quali-profughi-da-soccorrere-leuropa-abusa-del-diritto-di-asilo-2602290561.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-futuro-della-libia-si-decidera-in-italia" data-post-id="2602290561" data-published-at="1782282795" data-use-pagination="False"> Il futuro della Libia si deciderà in Italia La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi. Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare. Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre. Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare. Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!». Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane. Carlo Tarallo
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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Nel riquadro Francesco Imprezzabile, il vigile urbano morto ieri a Milano durante un inseguimento (Ansa)
Il giovane accelera in direzione di Peschiera Borromeo. Tre agenti motociclisti e una pattuglia della Polizia stradale si mettono alle sue spalle. Poco dopo, all’altezza di via Milano, i colleghi perdono di vista Francesco Imprezzabile. Poi trovano prima la moto a terra sul margine della carreggiata. L’agente è poco più avanti, già in arresto cardiaco. Trasportato al Niguarda, morirà poco dopo. Aveva 39 anni e ad agosto ne avrebbe compiuti quaranta.
Per un lavoro svolto anche di notte (e negli interventi più rischiosi), un agente della Polizia locale percepisce in media tra i 1.500 e i 1.600 euro netti al mese. Una retribuzione davvero modesta rispetto alle responsabilità e ai pericoli affrontati ogni giorno, per di più in una delle città più costose e pericolose d’Italia. Imprezzabile credeva profondamente nell’uniforme. «Non è solo un lavoro, è una responsabilità. Non è un mestiere qualunque: è vocazione, passione e senso del dovere», aveva scritto su Instagram appena un mese fa, ricordando «sacrifici, rinunce e fatica» che spesso nessuno vede. Parole che oggi pesano ancora di più, in una città dove troppo spesso la divisa viene sfidata, delegittimata o ignorata. È morto inseguendo chi, a quell’alt, ha scelto di non fermarsi.
«Mi ha intimato l’alt, ma avevo pochi grammi di hashish. Non volevo guai e sono scappato». È la spiegazione che B.G. ha fornito durante l’interrogatorio davanti alla pm Francesca Crupi.
«Ero io alla guida», ha dichiarato, assumendosi la responsabilità della fuga. Ha però sostenuto di non essersi accorto della caduta dell’agente: «Non l’ho visto cadere». Poi ha aggiunto di avere pensato di presentarsi spontaneamente agli inquirenti: «Stavo pensando di costituirmi, volevo prima confrontarmi con il mio avvocato».
Nel corso dell’interrogatorio il ventisettenne ha anche espresso il proprio rammarico: «Mi scuso con lo Stato italiano e con la sua famiglia. Se posso fare qualcosa per loro, sono disponibile». Sono parole pronunciate però dopo essere stato rintracciato a Monza, nell’abitazione di uno dei tre amici che viaggiavano con lui e che, al momento, non risultano indagati.
B.G. è stato arrestato per la fuga pericolosa ed è indagato per omicidio stradale colposo. Si trova nel carcere di San Vittore. Agli inquirenti spetterà ora accertare il nesso tra la sua condotta, la prosecuzione della fuga ad alta velocità e la caduta mortale dell’agente.
Il veicolo, regolarmente noleggiato, è stato individuato attraverso la targa e le immagini delle telecamere comunali e degli esercizi pubblici. L’Audi Q7 e la motocicletta sono state sequestrate. «Ieri sera ho perso uno dei miei uomini, un ragazzo che ad agosto avrebbe compiuto quarant’anni», ha detto il comandante Gianluca Mirabelli. «Amava il proprio lavoro, forse troppo». Poi l’abbraccio ai genitori e la promessa di ricostruire la dinamica «con certezza al mille per cento». Dai primi accertamenti la Procura esclude che il Suv abbia speronato la motocicletta. Restano da chiarire le cause della caduta e l’eventuale presenza di un contatto di altro tipo. Saranno le immagini, le tracce sui mezzi e gli esami tecnici a ricostruire gli ultimi secondi dell’inseguimento.
La morte di Imprezzabile ha riaperto il dossier sulle condizioni di lavoro della Polizia locale. I sindacati ricordano che gli agenti vengono impiegati in servizi sempre più simili a quelli delle forze di polizia statali, senza però disporre delle stesse tutele previdenziali, assistenziali e infortunistiche.
La Cisl Funzione pubblica ha chiesto al Parlamento di accelerare l’approvazione della nuova legge quadro, attesa da oltre quarant’anni, ricordando che gli infortuni nella categoria sono circa 2.000 ogni anno.
Il cordoglio è bipartisan. Il presidente Sergio Mattarella si è detto «profondamente rattristato», il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che «chi indossa una divisa mette ogni giorno la propria vita al servizio degli altri», mentre il sindaco Giuseppe Sala ha espresso vicinanza alla famiglia e al Corpo. Pierfrancesco Majorino (Pd) ha richiamato «il valore dell’impegno e del senso del dovere», Simonetta Matone (Lega) ha scritto che Imprezzabile «ha perso la vita facendo il suo dovere» e Mariastella Gelmini (Fi) ha chiesto che i responsabili siano assicurati alla giustizia.
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato ha accusato «la sciocca ideologia della sinistra» di aver consentito «a degli autentici delinquenti di arrivare in Italia», puntando il dito contro il conducente albanese.
Valter Mazzetti, segretario generale dell’Fsp Polizia di Stato, ha osservato che Milano è ormai «tristemente nota per gli inseguimenti finiti in tragedia» e ha sottolineato come, a differenza di altri casi, alla morte di Imprezzabile non seguiranno verosimilmente cortei, incendi e devastazioni. Il riferimento è al caso di Ramy Elgaml.
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Il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte (@Michele Silvestro)
A una domanda sulla foto del «campino largo», con lo stesso Conte, la Schlein e i leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, senza esponenti degli altri partiti del centrosinistra, a partire da Matteo Renzi, Conte risponde: «Ci sono state tante riunioni nel campo progressista, sempre con Schlein, Bonelli e Fratoianni: non abbiamo parlato di Renzi, ma del fatto che, da inizio legislatura, abbiamo condiviso un percorso di opposizione e maturato proposte su salario minimo, congedo paritario e riduzione del tempo di lavoro a parità di salario. L’8 e il 15 luglio saremo insieme in una città prima del Nord e poi del Sud per sintetizzare il lavoro fatto. Dopo l’estate ragioneremo su come ampliare efficacemente questo perimetro».
Come ben sanno tutti coloro che hanno seguito il crollo del secondo governo guidato da Conte, quello giallorosso, uno dei principali artefici dello sfratto del leader del M5s da Palazzo Chigi è stato proprio Renzi che, del resto, ha sempre rivendicato l’operazione che ha portato Mario Draghi alla guida del governo. Belpietro incalza Conte su una eventuale alleanza con il leader di Italia viva, ribattezzata Casa riformista: «Non è una decisione da prendere adesso», risponde il leader pentastellato, «adesso è il tempo del programma, dopo sarà il tempo di decidere chi coinvolgere in questo progetto, valutando ovviamente tutte le condizioni che si presenteranno». Una bella stoccata, che provoca le reazioni sia di Renzi che della Schlein. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato», risponde Renzi a La7, «Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni. Per vincere servono tutti perchè l’altra volta la Meloni ha vinto perché la sinistra era divisa».
Infuriata pure Elly Schlein: «L’alleanza progressista», risponde la segretaria nel corso della direzione dem, «è già una realtà. Semmai, dobbiamo allargare ancora, non certo restringere. Nessuno questo lo mette più in discussione, è la cornice comune. E qualche anno fa non era affatto spontaneo. Proprio per questo, però, ora bisogna fare uno scatto in avanti. La coalizione ha margine per crescere ancora, aprirsi al contributo di nuove forze».
In realtà alla Schlein non è andata giù anche (e, forse, soprattutto) un’altra risposta di Conte, quella alla domanda di Belpietro sulla leadership del centrosinistra: «Le primarie rimangono sul tavolo», argomenta l’ex premier, «come rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quando ho parlato di primarie, anche Elly Schlein e altri esponenti del Pd si erano detti d’accordo, poi ho visto che c’è stata qualche titubanza. Ma rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quali? Una potrebbe essere anche quella adottata nelle Regioni. Noi non abbiamo mai fatto primarie nelle Regioni, ma abbiamo di volta in volta dato rispetto ai soggetti candidati, rispetto alle forze di coalizione, valutato tutti insieme quale era il candidato più competitivo. Se si trova un candidato più competitivo, siccome dobbiamo andare a vincere, scegli quel candidato».
Dettaglio tutt’altro che secondario: Conte non inserisce nel novero delle possibilità per la scelta della leadership quella del leader del principale partito della coalizione, ovvero la Schlein, ed è veramente difficile credere a una dimenticanza. Una bella legnata alla segretaria e al suo cerchietto tragico, che già si immagina a Palazzo Chigi.
Rifarebbe il Superbonus? Conte sorprende tutti: «Non rifarei il Superbonus se fossi di nuovo al governo», risponde, «però ricordo che è stato lanciato in piena pandemia e vagliato sia da illustri fiscalisti come Tremonti, sia da Bankitalia: in quel momento ha fatto ripartire l’Italia con una spinta eccezionale, che oggi non serve». E il Reddito di cittadinanza? «Doveva essere accompagnato dalla riforma delle politiche attive», spiega l’ex premier, «su cui avevamo messo in campo un miliardo di euro, ma che non abbiamo potuto attuare perché 15 Regioni in mano alla destra non hanno voluto rinforzare i centri per l’impiego. Ora il governo, anziché cancellarlo, ha cambiato nome: si chiama assegno di inclusione facendo, però, uno sfregio ai cittadini in povertà assoluta».
Sulla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, Conte si chiude in difesa: «Abbiamo contestato la commissione», ha detto, «perché ci sembra una presa in giro: la gestione della sanità è in mano agli assessorati regionali, ma si vuole provare ad accertare la verità al di fuori del perimetro regionale forse perché Lombardia e Veneto, che sono le Regioni più colpite, sono in mano al centrodestra. In un primo momento non volevamo partecipare ai lavori perché ci sembrava un affronto, poi abbiamo accettato ma fin da subito abbiamo sentito che qualcuno se l’è presa con il personale sanitario o, addirittura, con la Chiesa cattolica. C’è una propaganda strumentale finalizzata a mettermi in difficoltà». Altri spunti impostanti. Conte dice no alla patrimoniale: «Quando ero a palazzo Chigi e dovevamo far ripartire il Paese dopo il Covid, ho fatto valutare questa ipotesi ma il dossier poi l’ho buttato nel cestino»; critica la Meloni sul caso-Trump («Confondeva la politica estera con l’affinità ideologica, per cui ha pensato che sposare l’ideologia Maga le desse un salvacondotto») e dice no al gas russo fino a «un secondo dopo che abbiamo sottoscritto un accordo di pace».
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