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2018-09-06
«Ma quali profughi da soccorrere. L’Europa abusa del diritto di asilo»
Ansa
Il caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.
Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%.
Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto.
Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».
Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa.
Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».
Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo.
Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.
Adriano Scianca
Il futuro della Libia si deciderà in Italia
La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi.
Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare.
Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre.
Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare.
Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!».
Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane.
Carlo Tarallo
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In uscita anche in Italia il libro politicamente scorretto di Stephen Smith, nel quale vengono demoliti i miti sull'accoglienza: «Gli stranieri non ci pagano le pensioni. Non escludiamo il ritorno ai protettorati».A novembre si terrà nel nostro Paese una conferenza di pace sulla situazione nello Stato nordafricano. Solo dopo il summit il governo metterà mano al cambio dei vertici dei servizi. Intanto, persino le milizie dicono: «Qui Parigi c'è, voi invece no».Lo speciale contiene due articoliIl caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto. Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa. Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo. Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-quali-profughi-da-soccorrere-leuropa-abusa-del-diritto-di-asilo-2602290561.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-futuro-della-libia-si-decidera-in-italia" data-post-id="2602290561" data-published-at="1782082051" data-use-pagination="False"> Il futuro della Libia si deciderà in Italia La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi. Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare. Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre. Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare. Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!». Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane. Carlo Tarallo
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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