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2018-09-06
«Ma quali profughi da soccorrere. L’Europa abusa del diritto di asilo»
Ansa
Il caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.
Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%.
Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto.
Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».
Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa.
Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».
Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo.
Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.
Adriano Scianca
Il futuro della Libia si deciderà in Italia
La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi.
Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare.
Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre.
Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare.
Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!».
Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane.
Carlo Tarallo
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In uscita anche in Italia il libro politicamente scorretto di Stephen Smith, nel quale vengono demoliti i miti sull'accoglienza: «Gli stranieri non ci pagano le pensioni. Non escludiamo il ritorno ai protettorati».A novembre si terrà nel nostro Paese una conferenza di pace sulla situazione nello Stato nordafricano. Solo dopo il summit il governo metterà mano al cambio dei vertici dei servizi. Intanto, persino le milizie dicono: «Qui Parigi c'è, voi invece no».Lo speciale contiene due articoliIl caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto. Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa. Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo. Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-quali-profughi-da-soccorrere-leuropa-abusa-del-diritto-di-asilo-2602290561.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-futuro-della-libia-si-decidera-in-italia" data-post-id="2602290561" data-published-at="1781886511" data-use-pagination="False"> Il futuro della Libia si deciderà in Italia La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi. Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare. Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre. Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare. Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!». Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane. Carlo Tarallo
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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