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2018-09-06
«Ma quali profughi da soccorrere. L’Europa abusa del diritto di asilo»
Ansa
Il caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.
Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%.
Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto.
Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».
Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa.
Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».
Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo.
Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.
Adriano Scianca
Il futuro della Libia si deciderà in Italia
La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi.
Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare.
Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre.
Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare.
Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!».
Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane.
Carlo Tarallo
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In uscita anche in Italia il libro politicamente scorretto di Stephen Smith, nel quale vengono demoliti i miti sull'accoglienza: «Gli stranieri non ci pagano le pensioni. Non escludiamo il ritorno ai protettorati».A novembre si terrà nel nostro Paese una conferenza di pace sulla situazione nello Stato nordafricano. Solo dopo il summit il governo metterà mano al cambio dei vertici dei servizi. Intanto, persino le milizie dicono: «Qui Parigi c'è, voi invece no».Lo speciale contiene due articoliIl caos libico, al di là delle cause contingenti dell'ultima crisi, ripropone prepotentemente in agenda il tema del futuro dell'Africa, del resto già affacciatosi in modo eloquente alla cronaca con l'emergenza immigratoria degli ultimi anni.Giunge allora benvenuta la traduzione italiana di un libro decisamente controcorrente, di cui peraltro ci eravamo già occupati sulla Verità nel maggio scorso, allorché Emmanuel Macron vi aveva fatto riferimento in un suo discorso. Parliamo del saggio La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith, uscito in questi giorni per Einaudi col titolo Fuga in Europa. Professore di studi africani alla Duke University, Smith ha già parlato di Africa prima sulle colonne di Libération, poi su quelle, altrettanto politicamente corrette, di LeMonde. Non esattamente un pericoloso populista propalatore di fake news al soldo di Putin, quindi. Eppure, le sue tesi sono piuttosto dirompenti. Smith calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Numeri che fanno spavento. Ma non è tutto. Smith contesta duramente l'idea dell'«obbligo demografico», ovvero l'idea che gli immigrati siano necessari per rimpolpare la popolazione attiva in grado di mantenere quella inattiva. Insomma, il caro vecchio «ci pagano le pensioni». Tuona l'autore: «In verità non esiste alcun obbligo, l'immigrazione massiva di giovani africani non è né necessaria né utile per una ragione imperativa: la loro venuta non migliorerà affatto l'indice di dipendenza sul Vecchio Continente. Certo, i migranti adulti integreranno la popolazione attiva e aiuteranno, grazie ai loro contributi, a finanziare il sistema pensionistico, ma tenendo conto che le loro famiglie sono in media più numerose, il guadagno sulle pensioni sarà compensato dal costo per scolarizzare, formare e curare i loro bambini». Nei fatti, aggiunge Smith, «il cosiddetto obbligo demografico è una mistificazione».Ma il giornalista va ancora oltre. Citando i dati, che ben conosciamo, sull'altissimo indice di domande d'asilo rigettate, circa l'80% in Unione Europea, Smith scrive senza preoccuparsi di misurare le parole in senso buonista: «L'evidente abuso del diritto d'asilo è minimizzato» dalla grande stampa «mettendosi “nei panni di queste povere persone"». Certo, si dirà, noi abbiamo delle responsabilità storiche nei confronti di queste popolazioni. Se sono messe così, sentiamo affermare spesso, è colpa del cattivo uomo bianco, del colonialismo, dello sfruttamento perpetrato dall'Europa. Ora, a parte il fatto che sfruttamento, conquista e schiavitù erano di casa in Africa anche prima che l'uomo bianco vi mettesse piede, a parte il fatto che non si capisce perché Paesi che non hanno avuto mezza colonia, come per esempio la Svezia, debbano quindi riempirsi di immigrati, c'è anche un altro discorso da fare: è possibile leggere la storia di un continente millenario solo alla luce del pur duro e cruciale periodo coloniale? Scrive Smith: «Il colonialismo è durato solo 80 anni nel Sud del Sahara e, a meno di azzerare la storia africana prima e dopo, non può certo definire il continente ad infinitum».Quindi, che fare? Smith invoca alcuni scenari possibili per il futuro. Il primo è l'Eurafrica: l'Europa smette semplicemente di esistere e apre le porte ai popoli africani venuti per «ringiovanirla». Secondo: la «Fortezza Europa», che tuttavia l'autore (con troppa fretta) definisce una battaglia persa in partenza. Il terzo scenario è inquietante e prevede una saldatura, peraltro già effettivamente in corso, tra mafie africane e mafie autoctone, con un orizzonte di guerra civile dietro l'angolo. Poi, però, l'autore infrange un altro tabù e propone il «ritorno al protettorato»: «Di fronte allo tsunami migratorio percepito come minaccia esistenziale, l'Europa potrebbe ritrovare il vecchio riflesso di “tagliare il male alla radice"». Ovvero: «In cambio di visti di libera circolazione in Europa per i suoi uomini d'affari, artisti e membri dell'élite dirigente, in cambio di un aiuto allo sviluppo senza controllo sul suo uso, i paesi “cooperativi" diventerebbero i protettorati dell'Europa in un duplice senso: i suoi regimi sarebbero immuni da interferenze esterne disturbanti mentre la loro sovranità sarebbe amputata quanto necessario alla difesa dell'Europa». Terribile? Cinico? No, è realpolitik. E ne abbiamo un disperato bisogno.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-quali-profughi-da-soccorrere-leuropa-abusa-del-diritto-di-asilo-2602290561.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-futuro-della-libia-si-decidera-in-italia" data-post-id="2602290561" data-published-at="1781604100" data-use-pagination="False"> Il futuro della Libia si deciderà in Italia La tregua in Libia regge, ma l'equilibrio su cui si basa è fragilissimo. L'accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salameh. Il bilancio delle vittime dei nove giorni di combattimenti tra i ribelli della Settima brigata, costituita per lo più da ex militari reduci del regime del colonnello Gheddafi, e le milizie del governo di accordo nazionale libico, stando a quanto hanno affermato fonti dell'ospedale di Tripoli, è di 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi. Ieri pomeriggio, il presidente del governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj, ha invitato i cittadini a ritornare alle loro attività abituali. Gli attacchi della Settima brigata contro le forze governative sono stati rintuzzati grazie all'arrivo a Tripoli di rinforzi provenienti da Misurata, che hanno consentito a Serraj di liberare le milizie «Rada», fedeli al governo, e di posizionarle nella zona sud di Tripoli, dove hanno fronteggiato i ribelli, costringendola ad arretrare. Tregua appesa a un filo, quindi, e non a caso ieri non sono mancate schermaglie a colpi di obice tra le fazioni in lotta. L'Italia segue con apprensione l'evolversi della situazione, e tenta di mantenere il ruolo fondamentale che storicamente svolgiamo e abbiamo svolto in passato in Libia. Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte ieri ha fatto sapere che la conferenza sulla Libia, i cui preparativi sono in corso in queste ore, dovrebbe svolgersi tra il 10 e il 22 novembre in una località ancora da definire: si parla di Roma o della Sicilia (Sciacca o Palermo). L'Italia, che sostiene il governo di Serraj, è una delle quattro nazioni ad avere una presenza militare in Libia: le altre sono Francia (che invece appoggia le milizie del generale Khalifa Haftar), Stati Uniti e Inghilterra. Il ricambio dei vertici dei servizi segreti italiani, Aise e Dis, di cui La Verità ha parlato nei giorni scorsi, è stato congelato dal governo fino al vertice del prossimo novembre. Il braccio di ferro tra Italia e Francia sul terreno libico resta incandescente. Parigi sta tentando di sostituirsi a Roma nel ruolo di nazione più influente in Libia, sia per interessi geopolitici che economici: la nostra Eni e la francese Total si contendono il petrolio e il gas degli immensi giacimenti. Lo scorso 29 maggio a Parigi, al termine della conferenza officiata dal presidente francese Emmanuel Macron, le fazioni in lotta hanno stabilito la data del 10 dicembre per le elezioni presidenziali e legislative, appuntamento che la Francia vuole confermare a tutti i costi e che l'Italia, invece, vorrebbe rinviare. Dopo le accuse a Macron da parte del vicepremier Matteo Salvini per l'escalation di tensione in Libia, ieri sulla vicenda è intervenuto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. «Dopo giorni di combattimenti a Tripoli», ha scritto la Trenta su Facebook, «in Libia, ieri è stato concluso, con successo, un intervento chirurgico presso il nostro ospedale da campo a Misurata. Un ferito aveva bisogno di cure e il personale italiano specializzato, civile e militare, gli ha prestato soccorso. Un lavoro che i nostri uomini e le nostre donne portano avanti da tempo in Libia, e che in queste ore si sta intensificando. Un lavoro», ha aggiunto la Trenta, «che deve renderci orgogliosi come Paese, che testimonia il grande impegno dell'Italia nella stabilizzazione dell'aerea. Perché la sicurezza della Libia, oggi, equivale a mettere in sicurezza anche il nostro territorio! Ribadisco, a nome del governo, l'invito dell'Italia a un cessate il fuoco e il pieno sostegno all'avvio di un processo di pace che deve essere, innanzitutto, intralibico. Solo i libici», ha aggiunto il ministro, «possono decidere il loro futuro e l'Italia resta al fianco di chi sceglie la pace, la democrazia e la stabilità. Tre strade che porteranno maggiore sicurezza anche nel Mediterraneo, la fine del traffico di esseri umani e un conseguente stop dei flussi incontrollati di migranti verso le nostre coste!». Ieri, intervistato da Repubblica, il colonnello Naser Ali Aoun, del comando della Settima brigata, ha previsto che «la tregua non reggerà». «Lo vedrete nei prossimi giorni», ha detto Aoun, «è un accordo nato debole». Il colonnello ha smentito che dietro gli attacchi ci sia la Francia: «Parigi», ha sottolineato Aoun, «è contro la nostra operazione. Ma la Francia ha una strategia di lungo termine e da molto tempo cerca di creare problemi al governo Serraj. Gli interessi della Francia sono molto diversi dai nostri, sono esclusivamente economici. Mentre la Francia è attivissima», ha aggiunto il colonnello, «l'Italia è assente. Per tradizione, vicinanza e amicizia avrebbe un ruolo importante con il nostro Paese e invece è immobile. Dovrebbe cambiare l'approccio del suo dialogo con la Libia proponendo programmi sociali, sanitari, interessandosi ai problemi che affliggono migliaia di cittadini libici». Il timore è che la tensione in Libia possa produrre una impennata nelle partenze di migranti diretti verso le coste italiane. Carlo Tarallo
Giorgia Meloni insieme alla premier giapponese Sanae Takaichi (Ansa)
Malgrado i propositi di compiere scelte che «invieranno un segnale chiaro sulla nostra volontà di agire, di cooperare e di difendere i principi che sono alla base della stabilità globale», enunciati dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, tra i protagonisti del summit non c’è unità di intenti e di interessi nell’elaborare risposte di fronte alle urgenti sfide globali. In un clima di forti tensioni, sia internazionali sia locali, dopo gli scontri scoppiati domenica a Ginevra fra manifestanti anti G7 e polizia, le questioni aperte sono tante, non solo belliche.
«Gli squilibri globali sono un tema centrale di questo vertice», ha dichiarato Von der Leyen. Con un riferimento esplicito a Pechino: «Se guardiamo al 2025, questo anno verrà ricordato come quello in cui, per la prima volta in assoluto, tutti gli Stati membri hanno registrato un deficit commerciale con la Cina». Per la Ue si parla di 360 miliardi di euro. «Naturalmente questo non è sostenibile», ha commentato la presidente, ribadendo la strategia Ue del derisking che si concentra sulla mitigazione dei rischi e sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, allo scopo di ridurre l’esposizione verso un singolo mercato.
Nella località termale dell’Alta Savoia, incastonata tra le montagne da un lato e il lago di Ginevra e il confine svizzero dall’altro, fino al 17 giugno Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito discuteranno assieme all’Unione europea di Medio Oriente, di Ucraina, di squilibri economici globali, di dazi, di partenariati e solidarietà internazionali ma anche di intelligenza artificiale. La presidenza francese ha inoltre invitato i leader di diversi Paesi quali India, Brasile, Egitto Qatar e Emirati Arabi Uniti a partecipare ad alcune sessioni di lavoro.
Tra imponenti misure di sicurezza, il vertice ha preso il via nella serata di lunedì, dopo l’arrivo all’Evian Resort (che comprende l’hotel a 5 stelle Le Royal, dove alloggeranno i leader e le loro delegazioni) dei big internazionali che hanno preso parte a una cena di lavoro dal tema: «Affrontare insieme le grandi sfide internazionali». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato l’ultimo ad arrivare a Ginevra, poco dopo la premier Giorgia Meloni accompagnata dalla figlia Ginevra. Alla bimba, il presidente della Confederazione svizzera, Guy Parmelin, ha regalato una confezione da 80 matite Caran d’Ache. Dall’aeroporto tutti i leader hanno proseguito il viaggio in elicottero, verso la vicina città francese.
L’ospite più atteso era ovviamente il neo ottantenne Donald Trump. Prima di atterrare in Svizzera lunedì pomeriggio con l’Air Force One, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva lanciato sul suo social Truth l’ennesima provocazione. «Purtroppo, se importi persone dai Paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un Paese del Terzo mondo; e non c’è nulla che tu possa fare al riguardo», ha scritto il presidente.
Il primo incontro l’ha avuto con Emmanuel Macron, che aveva dichiarato di volere «una discussione rispettosa ma ferma» con l’inquilino della Casa Bianca, il quale, prima del vertice, aveva minacciato di imporre dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la tassa sui servizi digitali. Al termine del bilaterale, Trump ha annunciato che, ora che la situazione in Medio Oriente si è calmata, si concentrerà «sulla guerra in Ucraina».
Prima del vertice, a Roma si è svolto il bilaterale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier giapponese Sanae Takaichi. Sostenere gli investimenti reciproci, aprire i rispettivi mercati, far crescere l’interscambio è l’obiettivo che si danno i due Paesi. Tra le nuove iniziative annunciate, un dialogo bilaterale strutturato per costruire sinergie tra il piano Mattei italiano e la Tokyo International Conference on African Developoment (Ticad), che promuove le relazioni con i governi in Africa.
Così pure una collaborazione sull’Artico,«che è uno chiaramente dei quadranti strategici del presente e del futuro», ha sottolineato Meloni; la cooperazione spaziale e altre sinergie. Per il 2027 è prevista una nuova riunione dell’Italy Japan Business Group. Takaichi si è augurata che il progetto del ponte sullo stretto di Messina «possa realizzarsi al più presto», facendo leva «su know-how ed esperienze del Giappone».
Il premier nipponico «è una leader pragmatica e concreta, convinta come me che Italia e Giappone siano alleati strategici», ha dichiarato Meloni. «Con Sanae ci siamo incontrate a gennaio a Tokyo e abbiamo fissato insieme degli obiettivi concreti che vogliamo raggiungere e, siccome siamo due donne a capo delle loro nazioni, li abbiamo raggiunti in pochi mesi».
E c’è anche chi preme perché sia finalizzato l’Accordo pandemico dell’Oms adottato un anno fa. In una lettera aperta congiunta, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva hanno esortato i leader del G7 a finalizzare il trattato sulle pandemie. «L’umanità ha promesso di non affrontare mai più una sfida simile impreparata», ripetendo l’ennesimo allarme: «Un virus lasciato libero di diffondersi in un luogo finirà per raggiungere tutti».
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Ansa
Al momento, viene precisato, non è stato aperto alcun procedimento formale. Il passaggio resta tuttavia politicamente e finanziariamente rilevante, perché si inserisce in un confronto ormai apertissimo tra le due banche, con accuse incrociate sulla correttezza delle informazioni diffuse al mercato.
La tensione era già salita venerdì, quando era emerso che il Consiglio di fabbrica di Commerzbank aveva incaricato il proprio presidente di presentare una denuncia per presunta manipolazione del mercato. Il nodo riguarda la rappresentazione della partecipazione di Unicredit e, in particolare, il peso delle azioni effettivamente detenute rispetto alle posizioni costruite tramite strumenti derivati. Commerzbank sostiene che il mercato possa essere stato indotto in errore sulla reale consistenza della quota in mano alla banca italiana. Unicredit respinge invece ogni contestazione e rivendica la correttezza delle comunicazioni effettuate.
L’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, è tornata a difendere la posizione dell’istituto tedesco, replicando direttamente alle dichiarazioni arrivate da Piazza Gae Aulenti. «Non abbiamo fatto nulla di fuorviante, abbiamo semplicemente presentato i fatti con diligenza», ha affermato la manager, definendo il comunicato di Unicredit «leggermente irritante».
Unicredit, dal canto suo, ha deciso di passare al contrattacco. Dopo giorni di rilievi e insinuazioni provenienti dalla banca tedesca, l’istituto guidato da Andrea Orcel ha coinvolto a sua volta la Bafin, chiedendo di valutare se siano state assunte iniziative idonee a compromettere la regolarità e l’integrità del processo di offerta. La banca italiana si è inoltre riservata di ricorrere a tutti gli strumenti disponibili per tutelare la propria posizione.
Nel merito, Unicredit ribadisce di aver utilizzato i modelli informativi previsti dalla normativa vigente e di aver comunicato correttamente al mercato le informazioni relative all’offerta. La banca sottolinea inoltre che l’obiettivo minimo dell’Ops è già stato raggiunto, con il superamento della soglia del 30% del capitale. È un passaggio non secondario: alla luce della quota detenuta e delle adesioni già raccolte, Unicredit potrebbe esercitare in prospettiva un’influenza significativa su Commerzbank, con effetti potenziali sulla governance e sulle future scelte manageriali dell’istituto tedesco.
Il confronto si gioca anche sulla lettura del comportamento dei fondi istituzionali. Commerzbank ha evidenziato che, tra i soggetti che hanno aderito finora, figurerebbero soprattutto banche d’affari e non grandi investitori istituzionali. I principali fondi, dal canto loro, tendono spesso a decidere nelle ultime fasi delle operazioni, quando il quadro informativo è più completo e quando è chiaro se l’offerente intenda o meno migliorare i termini dell’offerta.
Al momento, il mercato attende anzitutto di capire se Unicredit presenterà un rilancio. In realtà, non emergerebbero segnali concreti in questa direzione e l’ipotesi prevalente resta quella di un mancato aumento dei termini. Una volta sciolto questo nodo, potrebbero arrivare le decisioni definitive dei principali investitori istituzionali.
In tutto questo sono salite ancora leggermente le adesioni all’Ops di Unicredit su Commerzbank, dall’11,86% comunicato venerdì all’11,91% di ieri. Con il 26,77% già in possesso, il gruppo di Piazza Gae Aulenti arriva a detenere in azioni il 38,68% dell’istituto tedesco, secondo quanto emerge dalle comunicazioni obbligatorie sui risultati parziali dell’offerta la cui prima parte si chiude alla mezzanotte di oggi. Continua a rimanere invariata la parte in derivati (che sono solo a regolamento in contanti e quindi non prevedono la consegna di ulteriori azioni) che è al 13,19%. Così come è immutato il 3,22% in strumenti. L’esposizione potenziale è dunque del 55,09%.
Il titolo del secondo gruppo bancario italiano ha fermato ieri la sua corsa a Piazza Affari a 74,57 euro, in aumento dell’1,73%.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 16 giugno con Carlo Cambi