True
2019-03-21
M5s nei guai a Roma: «Mister legalità» in cella per mazzette sul nuovo stadio
Ansa
Uno schema corruttivo fisso, un «format» lo chiama il gip Maria Paola Tomaselli. Che consentiva a imprenditori e uomini d'affari di comprare il potere di influenza politica del presidente del Consiglio comunale di Roma capitale, Marcello De Vito (M5s), attraverso consulenze fittizie al suo «procuratore», l'avvocato Camillo Mezzacapo. Da ieri, sono entrambi in carcere nell'ambito di uno stralcio dell'inchiesta madre sul nuovo stadio della Roma che, nel giugno scorso, ha portato all'arresto del costruttore Luca Parnasi. Oggi di nuovo indagato, ma a piede libero, insieme agli imprenditori Pierluigi e Claudio Toti e all'immobiliarista Giuseppe Statuto, e a un nutrito gruppo di figure minori (Virginia Vecchiarelli, Paola Comito e Sara Scarpari). Per l'architetto Fortunato Pititto, legato a Statuto, e per il commerciante Gianluca Bardelli, titolare di una concessionaria d'auto, sono stati disposti invece i domiciliari. Le accuse a vario titolo sono di corruzione e traffico di influenze illecite.
Tre sono le operazioni finite al centro delle investigazioni dei pm per le quali si sarebbe speso De Vito, il big pentastellato più votato alle ultime amministrative. La prima è la costruzione, nella zona dell'ex Fiera di Roma, di un campo di basket e di un polo per la musica (di interesse di Parnasi). Struttura che avrebbe visto la luce superando i limiti dei «44.000 metri cubi» posti «dalla delibera Berdini» (ex assessore della giunta Raggi, ndr). La seconda è «l'approvazione del progetto di riqualificazione degli ex Mercati Generali di Roma Ostiense» per la quale si stava adoperando la società Lamaro Appalti (gruppo Toti). Mentre la terza è la realizzazione di un hotel nell'ex stazione Trastevere ad opera dell'imprenditore Statuto (recentemente arrestato, peraltro, per bancarotta fraudolenta). Il gip Tomaselli parla apertamente di «asservimento della funzione esercitata agli interessi» dei privati che, di volta in volta, chiedono a De Vito un interessamento. Secondo gli inquirenti, la moneta di scambio erano sostanziosi incarichi professionali di facciata al di lui «socio» Mezzacapo (95.000 da Parnasi; 110.000 dal gruppo Toti; e 24.000 dalla holding Statuto che però ne aveva promessi altri 180.000) che venivano giustificati con false fatture e «dirottati» sui conti della cognata di Mezzacapo (l'avvocato Vecchiarelli) e su quelli di due società: la Ellevi srl e la Mdl srl. La prima, amministrata da Paola Comito, madre di Mezzacapo. La seconda, invece, da Sara Scarpari, segretaria dello studio legale. La società è stata definita dagli inquirenti la «cassaforte» di De Vito e Mezzacapo per la raccolta delle tangenti (sul conto ad oggi ci sono 61.000 euro). A saldare la ricostruzione accusatoria sono state le intercettazioni telefoniche e ambientali e il racconto dello stesso Parnasi durante gli interrogatori dopo il suo arresto. Agli atti dell'inchiesta ci sono i nomi di altri politici grillini (il capogruppo Paolo Ferrara e l'assessore Daniele Frongia, il capo di gabinetto dell'assessore Montuori, Gabriella Raggi) su cui il presidente del parlamentino della capitale (chiamato l'«amico potente» nelle intercettazioni) avrebbe dovuto esercitare la propria influenza per chiudere positivamente le pratiche per le quali erano state allungate le mazzette.
È sul rapporto con Luca Parnasi però che il gip si sofferma con maggiore attenzione nell'ordinanza. Per giustificare i pagamenti allo studio Mezzacapo, il costruttore avrebbe individuato quattro incarichi professionali: il «perfezionamento di una transazione tra Acea ed Ecogena» per un vecchio contenzioso commerciale; un accordo transattivo (non formalizzato, però) tra il suo gruppo Parsitalia e Roma Capitale da 10 milioni di euro; la promessa di un incarico legale per la definizione di una causa tra Parsitalia e Banca delle Marche; e lo spostamento della sede di Acea (ieri perquisita dai carabinieri) presso il Business Park del nuovo stadio della Roma.
De Vito è il secondo presidente del consiglio comunale di Roma, dopo Mirko Coratti (Pd) per Mafia Capitale, che finisce in manette. Nel 2013, a soli 38 anni aveva vinto le Comunarie e sfidato nella corsa a sindaco l'uscente Gianni Alemanno e Ignazio Marino, arrivando terzo con il 12 per cento. Nel 2016 aveva però ceduto la candidatura a Virginia Raggi raccogliendo, comunque, il record di 6.500 preferenze. Grillino della prima ora dell'ala ultra ortodossa, De Vito è stato cacciato dal Movimento da Luigi Di Maio appena un'ora dopo il trasferimento in cella: «Mi assumo io la responsabilità di questa decisione, come capo politico. Anche solo essere arrivati a questo, essersi presumibilmente avvicinati a certe dinamiche, per un eletto del Movimento, è inaccettabile». Una mossa che però non è servita a stemperare l'assedio. Hanno chiesto le dimissioni del sindaco Raggi i consiglieri comunali del Pd e quelli della Lega («Brutto colpo, M5s tragga le conseguenze») e di Fdi . La diretta interessata però prova a resistere: «Nessuno sconto a chi ha sbagliato». La difficoltà politica in Campidoglio è sempre più palpabile considerate anche le difese imbarazzate e contraddittorie del ministro Toninelli («De Vito si è messo a ragionare con un certo sistema, ma lo abbiamo cacciato in 5 minuti») e della senatrice Paola Nugnes, vicinissima al presidente della Camera Roberto Fico che fa la garantista («esiste la presunzione d'innocenza per tutti»). Intanto, sui social del politico è una pioggia di insulti soprattutto per quella vecchia fotografia che lo ritrae con un cesto di arance da consegnare in galera ai consiglieri del Pd sfiorati dall'indagine su Buzzi e Carminati. De Vito, sostituito alla guida dell'Aula dal collega Enrico Stefàno e primo grillino della storia a finire in manette per corruzione, sarà interrogato questa mattina a Regina Coeli.
«Congiunzione astrale irripetibile. Ci facciamo il prepensionamento»
La conversazione dello scorso 4 febbraio, si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del gip Maria Paola Tomaselli, è il paradigma della «collaborazione» tra l'avvocato Camillo Mezzacapo e Marcello De Vito, la seconda carica più alta del Campidoglio. «Fra molti anni a venire ne parleremo davanti un piatto… ma non credo si ripianificherà», dice Mezzacapo, «cioè, difficilmente si riverifica una congiunzione astrale dove oggi ristai al governo di Roma (…) e ristai al governo del Paese». Poi il fine del sodalizio viene divulgato in maniera esplicita: «Noi Marcè dobbiamo sfruttarla sta cosa secondo me». Già perché come tutti sanno il tempo fugge, dunque: «Ci rimangono due anni» conclude Mezzacapo. Il quale subito dopo chiama Gianluca Bardelli (commerciante d'auto finito agli arresti domiciliari) e gli riferisce della precedente discussione. «Qui noi abbiamo proprio un anno buono, gli ho proprio detto guarda c'è una… adesso c'è una congiunzione astrale (…). È la cometa di Halley (un fenomeno che avviene ogni 76 anni ndr) allora», prosegue il legale, «adesso hai un anno, se adesso non facciamo un cazzo in un anno però allora voglio dire mettiamoci il cappelletto da pesca, io conosco un paio di fiumetti». L'obiettivo ultimo è presto detto: «Ci mettiamo tranquilli con una sigarettella, un sigarozzo là, con la canna e ci raccontiamo le storie e ci facciamo un prepensionamento dignitoso».
Per l'accusa Luca Parnasi - il costruttore dal quale è nata tutta l'inchiesta, esplosa nel giugno 2018 - aggancia il presidente dell'assemblea capitolina perché «promette ed affida diverse remunerative consulenze all'avvocato Mezzacapo» che opera «quale espressione dello stesso De Vito». Infatti quest'ultimo «assicura che lui provvederà a parlare dell'operazione (progetto relativo all'ex Fiera di Roma, ndr) con il capogruppo in consiglio comunale Paolo Ferrara, così da avere dalla loro parte la maggioranza consiliare».
Da un incontro a tre - Parnasi, De Vito e Mezzacapo - emerge a detta dell'imprenditore edile «il solito schema che conosciamo». La solita tradizione romana: la tangente che apre e manda avanti i cantieri dell'edilizia. Come ha confermato lo stesso Parnasi nel corso degli interrogatori.
Tra le carte non poteva mancare il nome del nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti. «Cioè noi abbiamo un presidente di Regione», si legge in un'intercettazione tra Luca Parnasi e Claudio Toti, «che è un cacasotto terrificante!». Insomma un giudizio, senza dubbio, tranchant.
Uno dei dialoghi più interessanti tra Mezzacapo e De Vito riguarda la ridistribuzione del denaro della presunta attività illecita. Il legale parla dei conti della Mdl: «60 e rotti sarebbero nostri… ci sarebbero i 10 di capitale… che è questo qui, gli iniziali… però voglio dire». A questo punto De Vito esorta il sodale: «Va beh, ma distribuiamoceli questi». Invito respinto al mittente da Mezzacapo: «Adesso non mi far toccare niente». Il motivo? «L'opportunità», si legge nell'ordinanza di custodia cautelare, «di non generare flussi di denaro durante il mandato elettorale di De Vito».
Nonostante tutte le precauzione usate, ci sono anche gli immancabili commenti sull'utilizzo dei cellulari. «Il telefono», afferma Mezzacapo, riferendosi all'architetto Pititto, «gli ho detto di non usarlo». Sconsolato Bardellli, alias «l'amico Fritz», commenta laconicamente: «Ma tu pensa te».
Mezzacapo è loquace anche dopo l'arresto di Luca Parnasi, avvenuto lo scorso 13 giugno. E sempre a Pititto dice con chi ha stretto rapporti: «Io mi interfaccio con Raggi… che è quella che è stata contattata che già seguiva queste cose». Si riferisce a Gabriella Raggi, capo segreteria dell'assessore Luca Montuori. Donna che ha «rischiato il pensionamento». «Per fortuna», prosegue Mezzacapo, «l'hanno adesso prorogata e quindi sta ancora li».
Infine l'immancabile malcelata vanteria. «(…)Ho pure persone diciamo… adesso senza che facciamo», spiega Mezzacapo, «i nomi, tanto poi li sa Giuseppe, pure i politici che ci seguono sta cosa». Ma soprattutto: «C'è interesse a farlo».
Continua a leggereRiduci
Marcello De Vito, presidente del Consiglio comunale, accusato di aver preso soldi da Luca Parnasi. Luigi Di Maio: «Espulsione immediata».Nelle intercettazioni il politico e il suo sodale si rallegrano: «Non si verifica più che governiamo Paese e capitale». Poi le cautele sui soldi ricevuti: «Adesso non toccarli».Lo speciale contiene due articoli.Uno schema corruttivo fisso, un «format» lo chiama il gip Maria Paola Tomaselli. Che consentiva a imprenditori e uomini d'affari di comprare il potere di influenza politica del presidente del Consiglio comunale di Roma capitale, Marcello De Vito (M5s), attraverso consulenze fittizie al suo «procuratore», l'avvocato Camillo Mezzacapo. Da ieri, sono entrambi in carcere nell'ambito di uno stralcio dell'inchiesta madre sul nuovo stadio della Roma che, nel giugno scorso, ha portato all'arresto del costruttore Luca Parnasi. Oggi di nuovo indagato, ma a piede libero, insieme agli imprenditori Pierluigi e Claudio Toti e all'immobiliarista Giuseppe Statuto, e a un nutrito gruppo di figure minori (Virginia Vecchiarelli, Paola Comito e Sara Scarpari). Per l'architetto Fortunato Pititto, legato a Statuto, e per il commerciante Gianluca Bardelli, titolare di una concessionaria d'auto, sono stati disposti invece i domiciliari. Le accuse a vario titolo sono di corruzione e traffico di influenze illecite.Tre sono le operazioni finite al centro delle investigazioni dei pm per le quali si sarebbe speso De Vito, il big pentastellato più votato alle ultime amministrative. La prima è la costruzione, nella zona dell'ex Fiera di Roma, di un campo di basket e di un polo per la musica (di interesse di Parnasi). Struttura che avrebbe visto la luce superando i limiti dei «44.000 metri cubi» posti «dalla delibera Berdini» (ex assessore della giunta Raggi, ndr). La seconda è «l'approvazione del progetto di riqualificazione degli ex Mercati Generali di Roma Ostiense» per la quale si stava adoperando la società Lamaro Appalti (gruppo Toti). Mentre la terza è la realizzazione di un hotel nell'ex stazione Trastevere ad opera dell'imprenditore Statuto (recentemente arrestato, peraltro, per bancarotta fraudolenta). Il gip Tomaselli parla apertamente di «asservimento della funzione esercitata agli interessi» dei privati che, di volta in volta, chiedono a De Vito un interessamento. Secondo gli inquirenti, la moneta di scambio erano sostanziosi incarichi professionali di facciata al di lui «socio» Mezzacapo (95.000 da Parnasi; 110.000 dal gruppo Toti; e 24.000 dalla holding Statuto che però ne aveva promessi altri 180.000) che venivano giustificati con false fatture e «dirottati» sui conti della cognata di Mezzacapo (l'avvocato Vecchiarelli) e su quelli di due società: la Ellevi srl e la Mdl srl. La prima, amministrata da Paola Comito, madre di Mezzacapo. La seconda, invece, da Sara Scarpari, segretaria dello studio legale. La società è stata definita dagli inquirenti la «cassaforte» di De Vito e Mezzacapo per la raccolta delle tangenti (sul conto ad oggi ci sono 61.000 euro). A saldare la ricostruzione accusatoria sono state le intercettazioni telefoniche e ambientali e il racconto dello stesso Parnasi durante gli interrogatori dopo il suo arresto. Agli atti dell'inchiesta ci sono i nomi di altri politici grillini (il capogruppo Paolo Ferrara e l'assessore Daniele Frongia, il capo di gabinetto dell'assessore Montuori, Gabriella Raggi) su cui il presidente del parlamentino della capitale (chiamato l'«amico potente» nelle intercettazioni) avrebbe dovuto esercitare la propria influenza per chiudere positivamente le pratiche per le quali erano state allungate le mazzette.È sul rapporto con Luca Parnasi però che il gip si sofferma con maggiore attenzione nell'ordinanza. Per giustificare i pagamenti allo studio Mezzacapo, il costruttore avrebbe individuato quattro incarichi professionali: il «perfezionamento di una transazione tra Acea ed Ecogena» per un vecchio contenzioso commerciale; un accordo transattivo (non formalizzato, però) tra il suo gruppo Parsitalia e Roma Capitale da 10 milioni di euro; la promessa di un incarico legale per la definizione di una causa tra Parsitalia e Banca delle Marche; e lo spostamento della sede di Acea (ieri perquisita dai carabinieri) presso il Business Park del nuovo stadio della Roma.De Vito è il secondo presidente del consiglio comunale di Roma, dopo Mirko Coratti (Pd) per Mafia Capitale, che finisce in manette. Nel 2013, a soli 38 anni aveva vinto le Comunarie e sfidato nella corsa a sindaco l'uscente Gianni Alemanno e Ignazio Marino, arrivando terzo con il 12 per cento. Nel 2016 aveva però ceduto la candidatura a Virginia Raggi raccogliendo, comunque, il record di 6.500 preferenze. Grillino della prima ora dell'ala ultra ortodossa, De Vito è stato cacciato dal Movimento da Luigi Di Maio appena un'ora dopo il trasferimento in cella: «Mi assumo io la responsabilità di questa decisione, come capo politico. Anche solo essere arrivati a questo, essersi presumibilmente avvicinati a certe dinamiche, per un eletto del Movimento, è inaccettabile». Una mossa che però non è servita a stemperare l'assedio. Hanno chiesto le dimissioni del sindaco Raggi i consiglieri comunali del Pd e quelli della Lega («Brutto colpo, M5s tragga le conseguenze») e di Fdi . La diretta interessata però prova a resistere: «Nessuno sconto a chi ha sbagliato». La difficoltà politica in Campidoglio è sempre più palpabile considerate anche le difese imbarazzate e contraddittorie del ministro Toninelli («De Vito si è messo a ragionare con un certo sistema, ma lo abbiamo cacciato in 5 minuti») e della senatrice Paola Nugnes, vicinissima al presidente della Camera Roberto Fico che fa la garantista («esiste la presunzione d'innocenza per tutti»). Intanto, sui social del politico è una pioggia di insulti soprattutto per quella vecchia fotografia che lo ritrae con un cesto di arance da consegnare in galera ai consiglieri del Pd sfiorati dall'indagine su Buzzi e Carminati. De Vito, sostituito alla guida dell'Aula dal collega Enrico Stefàno e primo grillino della storia a finire in manette per corruzione, sarà interrogato questa mattina a Regina Coeli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/m5s-nei-guai-a-roma-mister-legalita-in-cella-per-mazzette-sul-nuovo-stadio-2632293966.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="congiunzione-astrale-irripetibile-ci-facciamo-il-prepensionamento" data-post-id="2632293966" data-published-at="1781654093" data-use-pagination="False"> «Congiunzione astrale irripetibile. Ci facciamo il prepensionamento» La conversazione dello scorso 4 febbraio, si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del gip Maria Paola Tomaselli, è il paradigma della «collaborazione» tra l'avvocato Camillo Mezzacapo e Marcello De Vito, la seconda carica più alta del Campidoglio. «Fra molti anni a venire ne parleremo davanti un piatto… ma non credo si ripianificherà», dice Mezzacapo, «cioè, difficilmente si riverifica una congiunzione astrale dove oggi ristai al governo di Roma (…) e ristai al governo del Paese». Poi il fine del sodalizio viene divulgato in maniera esplicita: «Noi Marcè dobbiamo sfruttarla sta cosa secondo me». Già perché come tutti sanno il tempo fugge, dunque: «Ci rimangono due anni» conclude Mezzacapo. Il quale subito dopo chiama Gianluca Bardelli (commerciante d'auto finito agli arresti domiciliari) e gli riferisce della precedente discussione. «Qui noi abbiamo proprio un anno buono, gli ho proprio detto guarda c'è una… adesso c'è una congiunzione astrale (…). È la cometa di Halley (un fenomeno che avviene ogni 76 anni ndr) allora», prosegue il legale, «adesso hai un anno, se adesso non facciamo un cazzo in un anno però allora voglio dire mettiamoci il cappelletto da pesca, io conosco un paio di fiumetti». L'obiettivo ultimo è presto detto: «Ci mettiamo tranquilli con una sigarettella, un sigarozzo là, con la canna e ci raccontiamo le storie e ci facciamo un prepensionamento dignitoso». Per l'accusa Luca Parnasi - il costruttore dal quale è nata tutta l'inchiesta, esplosa nel giugno 2018 - aggancia il presidente dell'assemblea capitolina perché «promette ed affida diverse remunerative consulenze all'avvocato Mezzacapo» che opera «quale espressione dello stesso De Vito». Infatti quest'ultimo «assicura che lui provvederà a parlare dell'operazione (progetto relativo all'ex Fiera di Roma, ndr) con il capogruppo in consiglio comunale Paolo Ferrara, così da avere dalla loro parte la maggioranza consiliare». Da un incontro a tre - Parnasi, De Vito e Mezzacapo - emerge a detta dell'imprenditore edile «il solito schema che conosciamo». La solita tradizione romana: la tangente che apre e manda avanti i cantieri dell'edilizia. Come ha confermato lo stesso Parnasi nel corso degli interrogatori. Tra le carte non poteva mancare il nome del nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti. «Cioè noi abbiamo un presidente di Regione», si legge in un'intercettazione tra Luca Parnasi e Claudio Toti, «che è un cacasotto terrificante!». Insomma un giudizio, senza dubbio, tranchant. Uno dei dialoghi più interessanti tra Mezzacapo e De Vito riguarda la ridistribuzione del denaro della presunta attività illecita. Il legale parla dei conti della Mdl: «60 e rotti sarebbero nostri… ci sarebbero i 10 di capitale… che è questo qui, gli iniziali… però voglio dire». A questo punto De Vito esorta il sodale: «Va beh, ma distribuiamoceli questi». Invito respinto al mittente da Mezzacapo: «Adesso non mi far toccare niente». Il motivo? «L'opportunità», si legge nell'ordinanza di custodia cautelare, «di non generare flussi di denaro durante il mandato elettorale di De Vito». Nonostante tutte le precauzione usate, ci sono anche gli immancabili commenti sull'utilizzo dei cellulari. «Il telefono», afferma Mezzacapo, riferendosi all'architetto Pititto, «gli ho detto di non usarlo». Sconsolato Bardellli, alias «l'amico Fritz», commenta laconicamente: «Ma tu pensa te». Mezzacapo è loquace anche dopo l'arresto di Luca Parnasi, avvenuto lo scorso 13 giugno. E sempre a Pititto dice con chi ha stretto rapporti: «Io mi interfaccio con Raggi… che è quella che è stata contattata che già seguiva queste cose». Si riferisce a Gabriella Raggi, capo segreteria dell'assessore Luca Montuori. Donna che ha «rischiato il pensionamento». «Per fortuna», prosegue Mezzacapo, «l'hanno adesso prorogata e quindi sta ancora li». Infine l'immancabile malcelata vanteria. «(…)Ho pure persone diciamo… adesso senza che facciamo», spiega Mezzacapo, «i nomi, tanto poi li sa Giuseppe, pure i politici che ci seguono sta cosa». Ma soprattutto: «C'è interesse a farlo».
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
Continua a leggereRiduci
iStock
I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
Continua a leggereRiduci
Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
Continua a leggereRiduci
Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
Continua a leggereRiduci