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2019-03-21
M5s nei guai a Roma: «Mister legalità» in cella per mazzette sul nuovo stadio
Ansa
Uno schema corruttivo fisso, un «format» lo chiama il gip Maria Paola Tomaselli. Che consentiva a imprenditori e uomini d'affari di comprare il potere di influenza politica del presidente del Consiglio comunale di Roma capitale, Marcello De Vito (M5s), attraverso consulenze fittizie al suo «procuratore», l'avvocato Camillo Mezzacapo. Da ieri, sono entrambi in carcere nell'ambito di uno stralcio dell'inchiesta madre sul nuovo stadio della Roma che, nel giugno scorso, ha portato all'arresto del costruttore Luca Parnasi. Oggi di nuovo indagato, ma a piede libero, insieme agli imprenditori Pierluigi e Claudio Toti e all'immobiliarista Giuseppe Statuto, e a un nutrito gruppo di figure minori (Virginia Vecchiarelli, Paola Comito e Sara Scarpari). Per l'architetto Fortunato Pititto, legato a Statuto, e per il commerciante Gianluca Bardelli, titolare di una concessionaria d'auto, sono stati disposti invece i domiciliari. Le accuse a vario titolo sono di corruzione e traffico di influenze illecite.
Tre sono le operazioni finite al centro delle investigazioni dei pm per le quali si sarebbe speso De Vito, il big pentastellato più votato alle ultime amministrative. La prima è la costruzione, nella zona dell'ex Fiera di Roma, di un campo di basket e di un polo per la musica (di interesse di Parnasi). Struttura che avrebbe visto la luce superando i limiti dei «44.000 metri cubi» posti «dalla delibera Berdini» (ex assessore della giunta Raggi, ndr). La seconda è «l'approvazione del progetto di riqualificazione degli ex Mercati Generali di Roma Ostiense» per la quale si stava adoperando la società Lamaro Appalti (gruppo Toti). Mentre la terza è la realizzazione di un hotel nell'ex stazione Trastevere ad opera dell'imprenditore Statuto (recentemente arrestato, peraltro, per bancarotta fraudolenta). Il gip Tomaselli parla apertamente di «asservimento della funzione esercitata agli interessi» dei privati che, di volta in volta, chiedono a De Vito un interessamento. Secondo gli inquirenti, la moneta di scambio erano sostanziosi incarichi professionali di facciata al di lui «socio» Mezzacapo (95.000 da Parnasi; 110.000 dal gruppo Toti; e 24.000 dalla holding Statuto che però ne aveva promessi altri 180.000) che venivano giustificati con false fatture e «dirottati» sui conti della cognata di Mezzacapo (l'avvocato Vecchiarelli) e su quelli di due società: la Ellevi srl e la Mdl srl. La prima, amministrata da Paola Comito, madre di Mezzacapo. La seconda, invece, da Sara Scarpari, segretaria dello studio legale. La società è stata definita dagli inquirenti la «cassaforte» di De Vito e Mezzacapo per la raccolta delle tangenti (sul conto ad oggi ci sono 61.000 euro). A saldare la ricostruzione accusatoria sono state le intercettazioni telefoniche e ambientali e il racconto dello stesso Parnasi durante gli interrogatori dopo il suo arresto. Agli atti dell'inchiesta ci sono i nomi di altri politici grillini (il capogruppo Paolo Ferrara e l'assessore Daniele Frongia, il capo di gabinetto dell'assessore Montuori, Gabriella Raggi) su cui il presidente del parlamentino della capitale (chiamato l'«amico potente» nelle intercettazioni) avrebbe dovuto esercitare la propria influenza per chiudere positivamente le pratiche per le quali erano state allungate le mazzette.
È sul rapporto con Luca Parnasi però che il gip si sofferma con maggiore attenzione nell'ordinanza. Per giustificare i pagamenti allo studio Mezzacapo, il costruttore avrebbe individuato quattro incarichi professionali: il «perfezionamento di una transazione tra Acea ed Ecogena» per un vecchio contenzioso commerciale; un accordo transattivo (non formalizzato, però) tra il suo gruppo Parsitalia e Roma Capitale da 10 milioni di euro; la promessa di un incarico legale per la definizione di una causa tra Parsitalia e Banca delle Marche; e lo spostamento della sede di Acea (ieri perquisita dai carabinieri) presso il Business Park del nuovo stadio della Roma.
De Vito è il secondo presidente del consiglio comunale di Roma, dopo Mirko Coratti (Pd) per Mafia Capitale, che finisce in manette. Nel 2013, a soli 38 anni aveva vinto le Comunarie e sfidato nella corsa a sindaco l'uscente Gianni Alemanno e Ignazio Marino, arrivando terzo con il 12 per cento. Nel 2016 aveva però ceduto la candidatura a Virginia Raggi raccogliendo, comunque, il record di 6.500 preferenze. Grillino della prima ora dell'ala ultra ortodossa, De Vito è stato cacciato dal Movimento da Luigi Di Maio appena un'ora dopo il trasferimento in cella: «Mi assumo io la responsabilità di questa decisione, come capo politico. Anche solo essere arrivati a questo, essersi presumibilmente avvicinati a certe dinamiche, per un eletto del Movimento, è inaccettabile». Una mossa che però non è servita a stemperare l'assedio. Hanno chiesto le dimissioni del sindaco Raggi i consiglieri comunali del Pd e quelli della Lega («Brutto colpo, M5s tragga le conseguenze») e di Fdi . La diretta interessata però prova a resistere: «Nessuno sconto a chi ha sbagliato». La difficoltà politica in Campidoglio è sempre più palpabile considerate anche le difese imbarazzate e contraddittorie del ministro Toninelli («De Vito si è messo a ragionare con un certo sistema, ma lo abbiamo cacciato in 5 minuti») e della senatrice Paola Nugnes, vicinissima al presidente della Camera Roberto Fico che fa la garantista («esiste la presunzione d'innocenza per tutti»). Intanto, sui social del politico è una pioggia di insulti soprattutto per quella vecchia fotografia che lo ritrae con un cesto di arance da consegnare in galera ai consiglieri del Pd sfiorati dall'indagine su Buzzi e Carminati. De Vito, sostituito alla guida dell'Aula dal collega Enrico Stefàno e primo grillino della storia a finire in manette per corruzione, sarà interrogato questa mattina a Regina Coeli.
«Congiunzione astrale irripetibile. Ci facciamo il prepensionamento»
La conversazione dello scorso 4 febbraio, si legge nell'ordinanza di custodia cautelare del gip Maria Paola Tomaselli, è il paradigma della «collaborazione» tra l'avvocato Camillo Mezzacapo e Marcello De Vito, la seconda carica più alta del Campidoglio. «Fra molti anni a venire ne parleremo davanti un piatto… ma non credo si ripianificherà», dice Mezzacapo, «cioè, difficilmente si riverifica una congiunzione astrale dove oggi ristai al governo di Roma (…) e ristai al governo del Paese». Poi il fine del sodalizio viene divulgato in maniera esplicita: «Noi Marcè dobbiamo sfruttarla sta cosa secondo me». Già perché come tutti sanno il tempo fugge, dunque: «Ci rimangono due anni» conclude Mezzacapo. Il quale subito dopo chiama Gianluca Bardelli (commerciante d'auto finito agli arresti domiciliari) e gli riferisce della precedente discussione. «Qui noi abbiamo proprio un anno buono, gli ho proprio detto guarda c'è una… adesso c'è una congiunzione astrale (…). È la cometa di Halley (un fenomeno che avviene ogni 76 anni ndr) allora», prosegue il legale, «adesso hai un anno, se adesso non facciamo un cazzo in un anno però allora voglio dire mettiamoci il cappelletto da pesca, io conosco un paio di fiumetti». L'obiettivo ultimo è presto detto: «Ci mettiamo tranquilli con una sigarettella, un sigarozzo là, con la canna e ci raccontiamo le storie e ci facciamo un prepensionamento dignitoso».
Per l'accusa Luca Parnasi - il costruttore dal quale è nata tutta l'inchiesta, esplosa nel giugno 2018 - aggancia il presidente dell'assemblea capitolina perché «promette ed affida diverse remunerative consulenze all'avvocato Mezzacapo» che opera «quale espressione dello stesso De Vito». Infatti quest'ultimo «assicura che lui provvederà a parlare dell'operazione (progetto relativo all'ex Fiera di Roma, ndr) con il capogruppo in consiglio comunale Paolo Ferrara, così da avere dalla loro parte la maggioranza consiliare».
Da un incontro a tre - Parnasi, De Vito e Mezzacapo - emerge a detta dell'imprenditore edile «il solito schema che conosciamo». La solita tradizione romana: la tangente che apre e manda avanti i cantieri dell'edilizia. Come ha confermato lo stesso Parnasi nel corso degli interrogatori.
Tra le carte non poteva mancare il nome del nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti. «Cioè noi abbiamo un presidente di Regione», si legge in un'intercettazione tra Luca Parnasi e Claudio Toti, «che è un cacasotto terrificante!». Insomma un giudizio, senza dubbio, tranchant.
Uno dei dialoghi più interessanti tra Mezzacapo e De Vito riguarda la ridistribuzione del denaro della presunta attività illecita. Il legale parla dei conti della Mdl: «60 e rotti sarebbero nostri… ci sarebbero i 10 di capitale… che è questo qui, gli iniziali… però voglio dire». A questo punto De Vito esorta il sodale: «Va beh, ma distribuiamoceli questi». Invito respinto al mittente da Mezzacapo: «Adesso non mi far toccare niente». Il motivo? «L'opportunità», si legge nell'ordinanza di custodia cautelare, «di non generare flussi di denaro durante il mandato elettorale di De Vito».
Nonostante tutte le precauzione usate, ci sono anche gli immancabili commenti sull'utilizzo dei cellulari. «Il telefono», afferma Mezzacapo, riferendosi all'architetto Pititto, «gli ho detto di non usarlo». Sconsolato Bardellli, alias «l'amico Fritz», commenta laconicamente: «Ma tu pensa te».
Mezzacapo è loquace anche dopo l'arresto di Luca Parnasi, avvenuto lo scorso 13 giugno. E sempre a Pititto dice con chi ha stretto rapporti: «Io mi interfaccio con Raggi… che è quella che è stata contattata che già seguiva queste cose». Si riferisce a Gabriella Raggi, capo segreteria dell'assessore Luca Montuori. Donna che ha «rischiato il pensionamento». «Per fortuna», prosegue Mezzacapo, «l'hanno adesso prorogata e quindi sta ancora li».
Infine l'immancabile malcelata vanteria. «(…)Ho pure persone diciamo… adesso senza che facciamo», spiega Mezzacapo, «i nomi, tanto poi li sa Giuseppe, pure i politici che ci seguono sta cosa». Ma soprattutto: «C'è interesse a farlo».
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Marcello De Vito, presidente del Consiglio comunale, accusato di aver preso soldi da Luca Parnasi. Luigi Di Maio: «Espulsione immediata».Nelle intercettazioni il politico e il suo sodale si rallegrano: «Non si verifica più che governiamo Paese e capitale». Poi le cautele sui soldi ricevuti: «Adesso non toccarli».Lo speciale contiene due articoli.Uno schema corruttivo fisso, un «format» lo chiama il gip Maria Paola Tomaselli. Che consentiva a imprenditori e uomini d'affari di comprare il potere di influenza politica del presidente del Consiglio comunale di Roma capitale, Marcello De Vito (M5s), attraverso consulenze fittizie al suo «procuratore», l'avvocato Camillo Mezzacapo. Da ieri, sono entrambi in carcere nell'ambito di uno stralcio dell'inchiesta madre sul nuovo stadio della Roma che, nel giugno scorso, ha portato all'arresto del costruttore Luca Parnasi. Oggi di nuovo indagato, ma a piede libero, insieme agli imprenditori Pierluigi e Claudio Toti e all'immobiliarista Giuseppe Statuto, e a un nutrito gruppo di figure minori (Virginia Vecchiarelli, Paola Comito e Sara Scarpari). Per l'architetto Fortunato Pititto, legato a Statuto, e per il commerciante Gianluca Bardelli, titolare di una concessionaria d'auto, sono stati disposti invece i domiciliari. Le accuse a vario titolo sono di corruzione e traffico di influenze illecite.Tre sono le operazioni finite al centro delle investigazioni dei pm per le quali si sarebbe speso De Vito, il big pentastellato più votato alle ultime amministrative. La prima è la costruzione, nella zona dell'ex Fiera di Roma, di un campo di basket e di un polo per la musica (di interesse di Parnasi). Struttura che avrebbe visto la luce superando i limiti dei «44.000 metri cubi» posti «dalla delibera Berdini» (ex assessore della giunta Raggi, ndr). La seconda è «l'approvazione del progetto di riqualificazione degli ex Mercati Generali di Roma Ostiense» per la quale si stava adoperando la società Lamaro Appalti (gruppo Toti). Mentre la terza è la realizzazione di un hotel nell'ex stazione Trastevere ad opera dell'imprenditore Statuto (recentemente arrestato, peraltro, per bancarotta fraudolenta). Il gip Tomaselli parla apertamente di «asservimento della funzione esercitata agli interessi» dei privati che, di volta in volta, chiedono a De Vito un interessamento. Secondo gli inquirenti, la moneta di scambio erano sostanziosi incarichi professionali di facciata al di lui «socio» Mezzacapo (95.000 da Parnasi; 110.000 dal gruppo Toti; e 24.000 dalla holding Statuto che però ne aveva promessi altri 180.000) che venivano giustificati con false fatture e «dirottati» sui conti della cognata di Mezzacapo (l'avvocato Vecchiarelli) e su quelli di due società: la Ellevi srl e la Mdl srl. La prima, amministrata da Paola Comito, madre di Mezzacapo. La seconda, invece, da Sara Scarpari, segretaria dello studio legale. La società è stata definita dagli inquirenti la «cassaforte» di De Vito e Mezzacapo per la raccolta delle tangenti (sul conto ad oggi ci sono 61.000 euro). A saldare la ricostruzione accusatoria sono state le intercettazioni telefoniche e ambientali e il racconto dello stesso Parnasi durante gli interrogatori dopo il suo arresto. Agli atti dell'inchiesta ci sono i nomi di altri politici grillini (il capogruppo Paolo Ferrara e l'assessore Daniele Frongia, il capo di gabinetto dell'assessore Montuori, Gabriella Raggi) su cui il presidente del parlamentino della capitale (chiamato l'«amico potente» nelle intercettazioni) avrebbe dovuto esercitare la propria influenza per chiudere positivamente le pratiche per le quali erano state allungate le mazzette.È sul rapporto con Luca Parnasi però che il gip si sofferma con maggiore attenzione nell'ordinanza. Per giustificare i pagamenti allo studio Mezzacapo, il costruttore avrebbe individuato quattro incarichi professionali: il «perfezionamento di una transazione tra Acea ed Ecogena» per un vecchio contenzioso commerciale; un accordo transattivo (non formalizzato, però) tra il suo gruppo Parsitalia e Roma Capitale da 10 milioni di euro; la promessa di un incarico legale per la definizione di una causa tra Parsitalia e Banca delle Marche; e lo spostamento della sede di Acea (ieri perquisita dai carabinieri) presso il Business Park del nuovo stadio della Roma.De Vito è il secondo presidente del consiglio comunale di Roma, dopo Mirko Coratti (Pd) per Mafia Capitale, che finisce in manette. Nel 2013, a soli 38 anni aveva vinto le Comunarie e sfidato nella corsa a sindaco l'uscente Gianni Alemanno e Ignazio Marino, arrivando terzo con il 12 per cento. Nel 2016 aveva però ceduto la candidatura a Virginia Raggi raccogliendo, comunque, il record di 6.500 preferenze. Grillino della prima ora dell'ala ultra ortodossa, De Vito è stato cacciato dal Movimento da Luigi Di Maio appena un'ora dopo il trasferimento in cella: «Mi assumo io la responsabilità di questa decisione, come capo politico. Anche solo essere arrivati a questo, essersi presumibilmente avvicinati a certe dinamiche, per un eletto del Movimento, è inaccettabile». Una mossa che però non è servita a stemperare l'assedio. Hanno chiesto le dimissioni del sindaco Raggi i consiglieri comunali del Pd e quelli della Lega («Brutto colpo, M5s tragga le conseguenze») e di Fdi . La diretta interessata però prova a resistere: «Nessuno sconto a chi ha sbagliato». La difficoltà politica in Campidoglio è sempre più palpabile considerate anche le difese imbarazzate e contraddittorie del ministro Toninelli («De Vito si è messo a ragionare con un certo sistema, ma lo abbiamo cacciato in 5 minuti») e della senatrice Paola Nugnes, vicinissima al presidente della Camera Roberto Fico che fa la garantista («esiste la presunzione d'innocenza per tutti»). Intanto, sui social del politico è una pioggia di insulti soprattutto per quella vecchia fotografia che lo ritrae con un cesto di arance da consegnare in galera ai consiglieri del Pd sfiorati dall'indagine su Buzzi e Carminati. 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Il quale subito dopo chiama Gianluca Bardelli (commerciante d'auto finito agli arresti domiciliari) e gli riferisce della precedente discussione. «Qui noi abbiamo proprio un anno buono, gli ho proprio detto guarda c'è una… adesso c'è una congiunzione astrale (…). È la cometa di Halley (un fenomeno che avviene ogni 76 anni ndr) allora», prosegue il legale, «adesso hai un anno, se adesso non facciamo un cazzo in un anno però allora voglio dire mettiamoci il cappelletto da pesca, io conosco un paio di fiumetti». L'obiettivo ultimo è presto detto: «Ci mettiamo tranquilli con una sigarettella, un sigarozzo là, con la canna e ci raccontiamo le storie e ci facciamo un prepensionamento dignitoso». Per l'accusa Luca Parnasi - il costruttore dal quale è nata tutta l'inchiesta, esplosa nel giugno 2018 - aggancia il presidente dell'assemblea capitolina perché «promette ed affida diverse remunerative consulenze all'avvocato Mezzacapo» che opera «quale espressione dello stesso De Vito». Infatti quest'ultimo «assicura che lui provvederà a parlare dell'operazione (progetto relativo all'ex Fiera di Roma, ndr) con il capogruppo in consiglio comunale Paolo Ferrara, così da avere dalla loro parte la maggioranza consiliare». Da un incontro a tre - Parnasi, De Vito e Mezzacapo - emerge a detta dell'imprenditore edile «il solito schema che conosciamo». La solita tradizione romana: la tangente che apre e manda avanti i cantieri dell'edilizia. Come ha confermato lo stesso Parnasi nel corso degli interrogatori. Tra le carte non poteva mancare il nome del nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti. «Cioè noi abbiamo un presidente di Regione», si legge in un'intercettazione tra Luca Parnasi e Claudio Toti, «che è un cacasotto terrificante!». Insomma un giudizio, senza dubbio, tranchant. Uno dei dialoghi più interessanti tra Mezzacapo e De Vito riguarda la ridistribuzione del denaro della presunta attività illecita. Il legale parla dei conti della Mdl: «60 e rotti sarebbero nostri… ci sarebbero i 10 di capitale… che è questo qui, gli iniziali… però voglio dire». A questo punto De Vito esorta il sodale: «Va beh, ma distribuiamoceli questi». Invito respinto al mittente da Mezzacapo: «Adesso non mi far toccare niente». Il motivo? «L'opportunità», si legge nell'ordinanza di custodia cautelare, «di non generare flussi di denaro durante il mandato elettorale di De Vito». Nonostante tutte le precauzione usate, ci sono anche gli immancabili commenti sull'utilizzo dei cellulari. «Il telefono», afferma Mezzacapo, riferendosi all'architetto Pititto, «gli ho detto di non usarlo». Sconsolato Bardellli, alias «l'amico Fritz», commenta laconicamente: «Ma tu pensa te». Mezzacapo è loquace anche dopo l'arresto di Luca Parnasi, avvenuto lo scorso 13 giugno. E sempre a Pititto dice con chi ha stretto rapporti: «Io mi interfaccio con Raggi… che è quella che è stata contattata che già seguiva queste cose». Si riferisce a Gabriella Raggi, capo segreteria dell'assessore Luca Montuori. Donna che ha «rischiato il pensionamento». «Per fortuna», prosegue Mezzacapo, «l'hanno adesso prorogata e quindi sta ancora li». Infine l'immancabile malcelata vanteria. «(…)Ho pure persone diciamo… adesso senza che facciamo», spiega Mezzacapo, «i nomi, tanto poi li sa Giuseppe, pure i politici che ci seguono sta cosa». Ma soprattutto: «C'è interesse a farlo».
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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